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Roberto Ballardini

Rosso foglia d'autunno

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Rosso foglia d'autunno

 

Apro gli occhi e mi sento disorientata dal caldo, dal silenzio, dagli odori estranei. Ho un vago ricordo di luce fioca percepita attraverso l’oscurità, come in un sogno. Mi guardo attorno: un letto d’ospedale, anzi due. Un vecchio che boccheggia come un pesce. Questo non è un sogno. Preferirei che lo fosse.

     Armando è seduto vicino alla finestra, con gli occhiali sul naso e un giornalino aperto fra le mani, un fumetto della Marvel.

     Luce dei miei occhi, balsamo della mia vita. È un omone grande e grosso, irsuto e pacifico, che contempla da sempre la propria fortuna che non decolla, per non parlare della sfiga che continua a girargli sopra la testa come un bombardiere. Lo fa con un mix di ironia e malinconia che non ho ancora capito se abbia sviluppato faticosamente negli anni, confrontandosi tutti i giorni con un mondo che non capisce, o se sia connaturato all'infinita pazienza che ha sempre avuto, fin da ragazzino.

     È un muratore dalle mani d’oro, un uomo che ha saputo fare del suo lavoro un’arte, mettendoci tutto l’amore e la passione di cui è capace, ricevendone in cambio soltanto una dose di bastonate mica da ridere. Come buona parte degli artigiani che operavano nel settore, è rimasto stritolato in quel gran carnaio che è stato il boom edilizio del primo decennio di questo secolo, e al sopraggiungere della crisi economica ha lasciato le proprie ossa insieme a quelle di tutti gli altri suoi pari, in un mucchio sul marciapiede fuori dalle porte ad apertura alternata degli istituti bancari. Di quello che ha sempre saputo fare meglio non è mai fregato nulla a nessuno. Non sono tempi, questi, per uomini che si accontentano di amare il proprio lavoro.

     Il nostro primo incontro è avvenuto proprio qui, in ospedale, fuori dalla camera in cui sua madre ha vissuto gli ultimi giorni. È curioso come sia stata proprio lei a creare le condizioni per cui due persone non più giovanissime quali eravamo io e Armando, ingessate dentro pesanti strati di diffidenza e abitudini solitarie consolidate nel tempo, potessero venirsi incontro. Una sorta di lascito, o di benedizione. Un ultimo seme piantato con l’amara consapevolezza di non poter vedere nascere la pianta e poi il frutto. Una cosa molto bella, a mio avviso. Molto buddista.

     Io ero venuta a trovare una collega, quando mi sono accorta di quella specie di orso che sedeva affranto in corridoio e - cosa assolutamente insolita per me che recito tutti i giorni il padre nostro che sei nei cieli lasciami fare i cazzi miei che di quelli degli altri proprio non me ne potrebbe fregare di meno - mi sono intenerita e gli sono andata a sedere vicino.

     Ricordo ancora perfettamente la sua riluttanza ad approfittare della mia solidarietà. Credo sia stata proprio quella diffidenza, che capivo benissimo ma che trovavo decisamente bizzarra in un uomo, a farmi insistere, ritrovandomi infine accanto al letto di sua madre con Armando che, un po’ imbarazzato, faceva le presentazioni. Il calore della donna, a dispetto della sofferenza, mi aveva colpito, spingendomi a tornare per farle visita anche quando la mia collega era stata dimessa. Non sono mai stata molto loquace, ma Silvana era in grado di sostenere una conversazione per ore e Armando ci guardava seduto ai piedi del letto, con le mani giunte in grembo. È stato così che, oltre a venire a conoscenza della storia di tutto l’albero genealogico della sua famiglia, mi sono guadagnata la sua fiducia.

     Sua madre, a cui era stato diagnosticato un cancro al colon in fase terminale, è morta in una domenica pomeriggio di settembre.

     Quando ho conosciuto Armando, la sua era una vita di basso profilo, impostata sul rifiuto dei rapporti umani e sull'assunzione di una quantità spropositata di cibo e Sangiovese. Era molto più grasso di quanto lo sia ora, avviato con determinazione sulla strada per farsi venire un infarto precoce. Chiunque lo conosca abbastanza a fondo, testimonierebbe che quella fosse, in effetti, la sua intenzione.

     Chi non ha mai sperimentato quel tipo di infelicità radicale, quel tipo di muffa corrosiva che attacca la pianta alla base, salendo lungo il tronco e invalidando lentamente qualsiasi altra funzione vitale, non può capire. Tuttalpiù formulare diagnosi a vanvera e sparare cazzate. Ci si riconosce, fra chi ne ha sofferto. Forse perché non siamo poi così tanti e non è difficile coglierne i segni rimasti ai margini di quell'apparente, sudata normalità che serve a tenere lontani giudizi, consigli e condanne. Quei segni che non troveresti mai comunicando sui social, perché vanno ricercati agli angoli degli occhi e della bocca, nella postura della schiena e delle gambe, nel modo in cui tieni le mani quando sei seduto a guardare fuori dalla finestra. Non se ne vanno mai, come vecchie e stagionate cicatrici.

     Armando, ora, è un bell'uomo dai capelli bianchi e sottili, ondulati e condensati in ciocche che affiorano come la spuma del mare e gli cadono candidi sulle spalle quando non li lega sulla nuca. Ha un viso squadrato e robusto, cotto dal sole per così tante stagioni da non poter più perdere il colore brunito. Vi spiccano i suoi begli occhi grigio azzurri, sotto palpebre rugose e coriacee come gusci di noci, e un naso che conserva la rotondità e la morbidezza che potrebbe avere quello di un ragazzino.

     Porta i maglioni di lana che gli ha lasciato sua madre, senza camicia sotto, e jeans scoloriti ammorbiditi dall'usura. E ai piedi - ah! - scarpe da ginnastica che cerco di fargli buttare da almeno un paio di anni. Lungo il braccio destro si allunga ancora il tatuaggio del nome di quella che è stata la sua prima moglie, l’unica donna che abbia mai avuto prima di me. Non è tipo da rinnegare il proprio passato, Armando.

     La prima disciplina che gli ho dovuto insegnare, quando ci siamo messi insieme, è stata quella del volersi bene. L’importanza dell’intenzione. Spiegargli che il danno causato da una sigaretta non è soltanto fisico ma anche emotivo perché la passività insita nel compiere uno spregio alla vita per ripicca, un atto decisamente infantile, indebolisce la forza di volontà.

     È possibile compiacersi della propria infelicità per intentare causa alla vita? Io credo di sì, e Armando è della stessa opinione. Ne abbiamo parlato. È un piacere sotterraneo in cui ci siamo crogiolati entrambi, in tempi diversi del nostro passato. La prima cosa di cui rendersi conto, però, è che la vita non è dio, perlomeno non il dio che bestemmiamo tutti i giorni. La vita è come un cielo aperto in cui splende il sole o si accumulano le nubi in grado di dar luogo a un temporale. Nessuno può sentirsi tradito da un temporale.

     Armando fumava due pacchetti di sigarette al giorno prima di incontrarmi, poi ha smesso. Ora parla di me come della sua salvatrice, ma io credo di essere stata soltanto la corda a cui era già pronto ad aggrapparsi.

     Onestamente, non ho memoria di un innamoramento devastante, ma è stato sorprendente il modo in cui abbiamo cominciato fin da subito a preoccuparci l’uno dell’altra, senza calcoli di convenienza, né pronostici sul futuro. Sorprendente il tempo che abbiamo consumato per parlare. Abbiamo parlato tanto, io e Armando, e continuiamo a farlo.

     A vent'anni sentivo i miei genitori litigare tutti i giorni e, francamente, non avrei mai creduto di potermi un giorno svegliare ogni mattina e guardare con piacere lo stesso volto, ascoltare la stessa voce, registrare i suoni sempre uguali, ritmati, delle sue abitudini. I miei genitori mi avevano fatto pensare, involontariamente, che tra un uomo e una donna non potesse esserci comunicazione. Soltanto compiacersi, o mandarsi affanculo. Per anni non ho avuto dubbi su quale delle due alternative fosse quella più autentica.

     Il nostro, mio e di Armando, è amore? Può darsi, ma non sarebbe durato così tanto se avessimo rinnegato le rispettive vite in nome di un illusorio sentire comune che per noi non avrebbe funzionato. Forse per altri sì, ma non importa. Io e Armando non condividiamo tutto. Direi piuttosto che ci guardiamo le spalle a vicenda, ci teniamo informati l’uno dell’altra e in questo modo abbiamo imparato a conoscerci così bene da riuscire a provvedere alle rispettive esigenze senza bisogno di chiedere.

     Dal punto di vista sociale, la sua vita è collassata undici o dodici anni fa, con il fallimento della piccola impresa artigiana di cui era titolare e socio alla pari con un suo vecchio compagno d’infanzia. Da allora non ha potuto e nemmeno voluto mettere piede in una banca. Tiene quel poco che è riuscito a risparmiare in una cassaforte a muro dietro il letto, e continua a tirare avanti con piccoli lavori rigorosamente in nero.

     Però sua sorella dice che prima del crollo, persino prima del divorzio, quando le cose andavano ancora relativamente bene, Armando non faceva che ribadire a destra e a manca che merda fosse la vita, mentre ora è palesemente sereno e mette giù i piedi dal letto canticchiando tutte le mattine (posso testimoniare, anche se appena entrato in bagno, molla in genere un’ouverture di scoregge che potrebbero fare da sezione ritmica a una qualsiasi delle sue band preferite).

     Le nostre vicissitudini hanno costretto entrambi a dover fare a meno dell’idea di un futuro, ma a questo punto, con le consapevolezze che abbiamo maturato, non è una cosa che sentiamo come una menomazione. Tutt'altro. Io e Armando non siamo persone che possano vivere di illusioni. Nel bene e nel male, ci piace guardare in faccia la realtà senza fare sconti a nessuno, nemmeno a noi stessi.

     Quando si accorge che ho aperto gli occhi, chiude il giornalino e lo appoggia sul tavolo. Viene a sistemarsi accanto a me, portandosi dietro la sedia. Mi appoggia la mano sul braccio, si informa su tutte quelle che potrebbero essere le mie necessità, ma non ne ho nemmeno una, a parte quella di poter disporre di un corpo sano.

     “Hai dato da mangiare ai pesci?” gli chiedo con una voce che sembra il gorgoglio di uno scarico intasato.

     “Stanno bene.”

     “Beati loro. Te l’ho chiesto perché questa notte li ho sognati. Nuotavano nella stanza,” gli spiego con il gesto fluttuante della mia mano destra. “Ho pensato che fossero morti.”

     “Stanno bene, ti dico.”

     Posso sentire il suo dolore, chiuso dentro di lui come un animale in gabbia. Annidato dietro i suoi occhi che sanguinano. Vorrei potergli esprimere la mia gratitudine per come riesce a tenerlo nascosto, ma non posso farlo. Prima o poi dovremo parlare, ma non è ancora il momento. Abbiamo ancora un poco di tempo, dopotutto. Mi volto a guardare il mio compagno di stanza. Non si è mosso. Sta boccheggiando di nuovo. Sul comodino è comparso un mazzo di fiori vermigli, in vaso, che ieri non c’erano. Accanto a lui è seduta una donna bassa, larga, arcigna. Tiene le braccia conserte. Porta un paio di occhiali da vista con la montatura rossa e sottile. Il volto è irrigidito in un’espressione severa. Mi fa un cenno di saluto che sembra una smorfia.

     “Hai fatto il letto? O ci stai dormendo da una settimana spostando solo le coperte?”

     “L’ho fatto,” risponde pazientemente. “E lavo sempre i piatti, dopo ogni pasto.”

     “Non ci credo.”

     “Ho dato lo straccio in tutto l’appartamento.”

     “Bravo.”

      Ho anche bagnato le piante.”

     “Mio dio.”

     “Tranquilla, ho chiesto alla vicina se poteva venire a dare un’occhiata e farmi vedere come dosare l’acqua.”

     “Te l’ho fatto vedere io, prima di venire qui.”

     “L’ho dimenticato.”

     “Va bene, non importa. Sei stato bravo.”

     Mi sento strana a pensare che ciò di cui parliamo non mi riguarda più, che quelle piante mi sopravvivranno. Ma anch'io ho un regolamento non scritto da rispettare, e obblighi nei confronti altrui che vanno onorati fino alla fine.

     “Dio, quanto vorrei uscire fuori e andare a camminare scalza tra le foglie.”

     “Non possiamo, fra poco passano i dottori, per la visita.”

     “Va bene, li aspettiamo.” Mi sollevo faticosamente, puntellandomi con il gomito, cercando di scalare la cima del letto, che mi sembra una montagna. Il mio corpo minuscolo non è mai stato così ingombrante e poco accomodante. Armando mi viene in soccorso. Infila le mani sotto le mie braccia e mi sistema senza sforzo. Se prima sono sempre stata un uccellino, ora sono soltanto un origami d’ossa.

     Ha paura di farmi male, lo sento. Quante cose che sento, di lui. La sua rabbia, la sua paura, il modo in cui si sta preparando a sopravvivere alla mia assenza, come gli ho insegnato io. Mi aggrappo con le mani ossute al suo collo ancora forte e vitale, pulsante di vita. Vorrei morderlo, come un vampiro. Armando non chiederebbe di meglio, temo, che dividere con me tutta la sua energia, ma non servirebbe a nulla. La morte, che mi sta appresso, la risucchierebbe in un istante. Mi è concesso soltanto godere di questi ultimi scampoli di vita.

     Soltanto? Che stupida.

     “Me lo daresti un bacio?”

     “Non osavo chiedere.”

     “Sei sempre timido. Come farai a trovarti un’altra donna?”

     Il suo volto scende sopra il mio, delicato come una foglia, avvolgente come un grande aquilone che smorza la luce e la pigmenta di una suadente sfumatura amaranto. Chiudo gli occhi e per un momento sono invasa dal panico, quando lui si siede al mio fianco e io mi sento sprofondare dentro un baratro di oscurità. Poi la sua lingua si insinua tra le mie labbra, si rannicchia intorno ai miei denti, li scavalca e viene a stanare la mia, rivitalizzandola, rimettendo in circolo tutti i flussi del mio sgangherato entusiasmo. Le sue mani, grandi e potenti, si chiudono intorno ai miei seni smilzi, come per proteggerli, e io penso alla donna seduta lì accanto, alla sua espressione disgustata. Stringo il testone di Armando, con una mano infilata fra i suoi capelli, dietro la nuca, e ho voglia di ridere e piangere allo stesso tempo.

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15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

o se sia connaturato all'infinita pazienza che ha sempre avuto, fin da ragazzino.

 

Toglierei la virgola dopo "avuto".

 

15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

e - cosa assolutamente insolita per me che recito tutti i giorni il padre nostro che sei nei cieli lasciami fare i cazzi miei che di quelli degli altri proprio non me ne potrebbe fregare di meno - mi sono intenerita e gli sono andata a sedere vicino.

 

Davvero bella questa frase e l'immagine che evoca.

 

15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Quei segni che non troveresti mai comunicando sui social, perché vanno ricercati agli angoli degli occhi e della bocca, nella postura della schiena e delle gambe, nel modo in cui tieni le mani quando sei seduto a guardare fuori dalla finestra. Non se ne vanno mai, come vecchie e stagionate cicatrici.

 

Anche questa è una frase molto vera e intensa.

 

15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

il danno causato da una sigaretta non è soltanto fisico ma anche emotivo perché la passività insita nel compiere uno spregio alla vita per ripicca,

 

Qui, invece, la virgola ce l'avrei messa, dopo "emotivo".

 

15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Onestamente, non ho memoria di un innamoramento devastante, ma è stato sorprendente il modo in cui abbiamo cominciato fin da subito a preoccuparci l’uno dell’altra, senza calcoli di convenienza, né pronostici sul futuro. Sorprendente il tempo che abbiamo consumato per parlare. Abbiamo parlato tanto, io e Armando, e continuiamo a farlo.

 

Una descrizione di un amore "maturo" e consapevole. Mi piace, rende bene l'idea della concretezza che si acquisisce con il tempo e del senso più vero che si dà all'amore: meno passione travolgente e più condivisione e crescita reciproca, senza "inganni" e strategie.

 

15 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Dal punto di vista sociale, la sua vita è collassata undici o dodici anni fa, con il fallimento della piccola impresa artigiana di cui era titolare e socio alla pari con un suo vecchio compagno d’infanzia. Da allora non ha potuto e nemmeno voluto mettere piede in una banca.

 

Questa, invece, mi semba una ripetizione di quanto hai già espresso sopra.

 

16 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Se prima sono sempre stata un uccellino, ora sono soltanto un origami d’ossa.

 

Anche questa è una similitudine fantastica.

 

Assai ben riuscita la descrizione di Armando, costruita a piccoli tratti via via, nel corso della narrazione, fino a rendere la figura vera e tridimensionale. Idem per quella della protagonista, un io narrante presente senza essere invadente e preponderante.

Belli e realistici anche i dialoghi, scanditi con un ritmo adatto al racconto; anzi, aggiungono un po' di vitalità a una narrazione che, se pur bella e pregnante, fatta da similitudini e paragoni molto poetici, avrebbe finito per risultare un po' opprimente per la tematica.

Finale spiazzante, benché esattamente in linea con la narrazione. La giusta chiusa per una storia in cui l'equilibrio sottile tra vita e morte, malattia e voglia di vita è teso fino al suo estremo.

Molto bello.

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@ElleryQ

5 ore fa, ElleryQ ha detto:

l'idea della concretezza che si acquisisce con il tempo e del senso più vero che si dà all'amore: meno passione travolgente e più condivisione e crescita reciproca, senza "inganni" e strategie.

e magari, se riusciamo, facciamo passare anche il concetto che l'amore può essere diverso da persona a persona, da coppia a coppia. :)

 

Accolgo sempre volentieri i consigli sulla punteggiatura (ma anche sul resto) perchè tendo forse a mettere troppe virgole.

Per la ripetizione, hai ragione, però tiene legato a sè tutto il passaggio successivo che non volevo anticipare. E quindi, forse, possiamo considerarla come un ribadimento necessario.

Per i complimenti non so come ringraziarti. Sono veramente emozionanti.

Grazie di cuore, Ellery. A risentirci. :)

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ciao @Roberto Ballardini

è assolutamente un bel pezzo. Armando è un personaggio riuscito, ma è la protagonista che dà forza a tutto il racconto. Penso che in così pochi caratteri sia molto difficile fare di meglio, creare un empatia profonda con i protagonisti come tu hai fatto. Veramente bravo.

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è meraviglioso @Roberto Ballardini.

Ho letto questo racconto una prima volta settimane fa, il tempo mi ha fatto dimenticare alcune cose, ma non quel resto che invece mi è rimasto dentro e che mi ha fatto sentire il bisogno di rileggerlo. Sia la prima che la seconda volta mi sono commossa, ma stavolta la commozione è stata più sentita. Non saprei dirti il perchè, forse perchè la figura di Armando ora mi sembra più chiara.

Sai descirvere l'interno delle persone come descrivi il fuori, le vedi, le senti e ce le riporti con i tuoi occhi. La forza dei tuoi personaggi sta nel loro immedesimarsi nel passato dell'altro, lo hanno reciprocamente accettato e fatto proprio, entrambi si leccano a vicenda le ferite come prorprie; è questa la forza che li rende così vicini e che nello stesso tempo dà dolore e commozione se si pensa all' inevitabile fine.

Grazie per la lettura.

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@Lauram In realtà ricordo bene di come io abbia scritto il racconto con spirito assolutamente razionale. Per me la questione era risolvere nella mia testa la contraddizione che sentivo tra amore e morte. Quando ho finito di scriverlo, mi sono reso conto che avevo sbloccato qualcosa nella mia testa. Eh, magico scrivere. :super:

Lauretta bella, che vuoi che ti dica dopo un commento così?

Niente, ti abbraccio e basta :hug:

 

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@Roberto BallardiniCiao, iniziare la mattina con una commozione così forte è come se ti arrivasse un pugno allo stomaco, oltre alle lacrime. Quello che però rimane inizialmente è il  malessere per  la mia resistenza al dolore, per non soffrire, per non vedere, per non capire quello che in realtà è evidente a tutti ,ogni giorno;  la nostra  vulnerabilità e  impotenza di fronte alla vita che ti leva e poi di nuovo ti dà e poi ancora ti toglie. A volte  vorresti urlare e anche maledire che questo possa accadere,  nei momenti in cui si trova un po' di felicità, e il dolore lo confesso è ancora più grande, quando coinvolge persone così belle, così autentiche, che malgrado le ferite combattono e riescono con la sensibilità, l'intelligenza e l'umiltà delle persone 'grandi' a rinascere, dal niente, e in quel niente essere tutto: senza palcoscenico, senza microfono né popoli che acclamano. Sono situazioni che tutti, se non direttamente, indirettamente, in parte abbiamo vissuto, noi che non siamo giovanissimi, e quindi il pianto è ancora più grande e direi più profondo. 

Quello che invece mi rimane di bello, di meraviglioso, direi anche di 'miracoloso'  è la storia di amore fra queste due persone che nel loro semplice prendersi cura e rispettarsi, nei piccoli gesti, nelle piacevoli conversazioni, 'nell'ascoltarsi' e ancora di più nei silenzi, quando ormai le parole non si trovano più, o non ci sono più.

Ho trovato - come sempre- una  scrittura chiara, fluida e impeccabile,  se c'è una virgoletta fuori posto, perdonami, non mi ci soffermerò. Primo perché c'è chi, in questo è molto più bravo di me, e anche perché, sono stata travolta dalla tua narrazione e dalla tua abilità di scrittore, dalla grande sensibilità, che avevo già intravisto (camuffata) in altri generi letterari che sembrano apparentemente, ma solo apparentemente più leggeri. Mi affascina la  semplicità (forse meglio dire  l'eleganza la sobrietà) della tua scrittura, insieme alla la profondità delle tue introspezioni, in particolare in questo racconto, saper mettere in scena la vita esattamente per quello che è,  o hai visto, o intuito, e far decantare il dolore, la compassione e l'esperienza, quella che ormai fa vedere 'oltre',  e che punta l'obiettivo sul dramma, certo.  Ma soprattutto su un amore così grande nella sua semplicità e unicità e che vede sapeva vedere  le cose che veramente contano. E tutto questo dal punto di vista di 'lei' , e che ha portato a galla la tua parte 'femminile' e ti faccio - per quanto mi riguarda- grande complimento.

 

Il 5/6/2017 alle 22:43, Roberto Ballardini ha scritto:

Apro gli occhi e mi sento disorientata dal caldo, dal silenzio, dagli odori estranei. Ho un vago ricordo di luce fioca percepita attraverso l’oscurità, come in un sogno. Mi guardo attorno: un letto d’ospedale, anzi due. Un vecchio che boccheggia come un pesce. Questo non è un sogno. Preferirei che lo fosse.

Bellissimo incipit

Il 5/6/2017 alle 22:43, Roberto Ballardini ha scritto:

Ci si riconosce, fra chi ne ha sofferto. Forse perché non siamo poi così tanti e non è difficile coglierne i segni rimasti ai margini di quell'apparente, sudata normalità che serve a tenere lontani giudizi, consigli e condanne. Quei segni che non troveresti mai comunicando sui social, perché vanno ricercati agli angoli degli occhi e della bocca, nella postura della schiena e delle gambe, nel modo in cui tieni le mani quando sei seduto a guardare fuori dalla finestra. Non se ne vanno mai, come vecchie e stagionate cicatrici.

Mi ha commosso e lo trovo molto vero

Il 5/6/2017 alle 22:43, Roberto Ballardini ha scritto:

Ha paura di farmi male, lo sento. Quante cose che sento, di lui. La sua rabbia, la sua paura, il modo in cui si sta preparando a sopravvivere alla mia assenza, come gli ho insegnato io. Mi aggrappo con le mani ossute al suo collo ancora forte e vitale, pulsante di vita.

Dolcissimo e drammatico

Il 5/6/2017 alle 22:43, Roberto Ballardini ha scritto:

Poi la sua lingua si insinua tra le mie labbra, si rannicchia intorno ai miei denti, li scavalca e viene a stanare la mia, rivitalizzandola, rimettendo in circolo tutti i flussi del mio sgangherato entusiasmo. Le sue mani, grandi e potenti, si chiudono intorno ai miei seni smilzi, come per proteggerli, e io penso alla donna seduta lì accanto, alla sua espressione disgustata. Stringo il testone di Armando, con una mano infilata fra i suoi capelli, dietro la nuca, e ho voglia di ridere e piangere allo stesso tempo.

Un atto d'amore grandissimo e commovente oltre qualsiasi lacrima

Se non trovo difetti, non è per sciatteria è che non ne trovo, o perlomeno sono stati, ( per me ) così  irrilevanti da non essere visti.

Complimenti Roberto, e grazie di questa lettura che ho trovato- al di là della commozione anche molto nutritiva - per il sapore che sanno lasciare le cose vere e sentite.

 

 

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Caro @Roberto Ballardini (y)

 

Un gran bel racconto, che mi ha commossa e intenerita. Hai saputo fare il ritratto dell'interiorità di un uomo e una donna che si amano e che sanno che la morte sta per separarli. Hai usato magistralmente, come voce narrante, quella di lei.

 

Sono ammirata. E ti ringrazio per la lettura, Roberto. :flower:

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@Delphine Ciao Del. Felicissimo che il racconto ti abbia colpita tanto da farne un commento così forte e vitale. :rosa:Al di là della riuscita o meno di un racconto, è bello sentire circolare le emozioni. Il racconto non nasce da un'esperienza diretta, ma c'è stato un periodo qualche anno fa in cui mi sono trovato a frequentare piuttosto assiduamente l'ospedale (non da paziente) e lì dentro ti arrivano un sacco di cose dalle persone intorno, purtroppo. Dico purtroppo, ovviamente, perché il più delle volte arrivano da momenti tragici. Sottolineo due passaggi del tuo commento, anche se hai scritto una quantità di belle cose e di osservazioni acute.

12 ore fa, Delphine ha scritto:

senza palcoscenico, senza microfono né popoli che acclamano.

La realtà è sempre fuori dal palcoscenico, e con questo non voglio dire che io non ami il palcoscenico eh. Vorrei solo che potessero salirci proprio tutti.

12 ore fa, Delphine ha scritto:

 E tutto questo dal punto di vista di 'lei' , e che ha portato a galla la tua parte 'femminile'

Ne abbiamo parlato e come ti dicevo, oggi non saprei spiegare perché allora mi veniva più naturale scrivere dal punto di vista femminile. D'altra parte ho letto diversi racconti di donne che hanno adottato al contrario quello maschile, te compresa. Forse è proprio il bisogno di avere un quadro completo della natura umana, non so.

12 ore fa, Delphine ha scritto:

e grazie di questa lettura che ho trovato- al di là della commozione anche molto nutritiva - per il sapore che sanno lasciare le cose vere e sentite.

Grazie a te. Se si scrive, in fondo, è proprio per raggiungere questo obbiettivo e quando succede la soddisfazione è grande. A presto. :super:

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Complimenti per il racconto, nell'ultimo dialogo fra i due ho dovuto interrompere la lettura, per non farmi vedere piangere dalla mia ragazza così, senza apparente motivo! A parte le battute, in poco più di dieci minuti di lettura mi sono affezionato ad entrambi i personaggi. Non penso sia da tutti. 

Mi piace anche molto lo stile con cui hai scritto la storia: mescolando un lessico forbito, ma mai fine a se stesso, ad un lessico diretto, crudo, reale.

Mi sono piaciute anche le varie figure retoriche: come "origami d'ossa" e "morderlo come un vampiro", con poche parole, quasi poetiche, hai reso benissimo il concetto.

Un racconto che riguarda i preparativi di un lutto, tra due persone "semplici" (se per semplicità si intende il rifiuto all'omologazione delle apparenze), ma vere. Forse è questa la chiave della bellezza di questo racconto.

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