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M.T.

[MI 100-5] Sottoterra

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commento

 

Traccia di Mezzanotte: "Dentro al pozzo."

 

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.

Alzare e abbassare. Abbassare e alzare.

Questa ormai era la loro vita: il ripetersi costante e immutabile di quei due gesti. Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi. Non sapevano mai quale ora del giorno fosse: la luce delle strane pietre che permetteva di vedere era sempre la stessa. Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.

Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.

A volte pensava, meno di quanto capitasse inizialmente, se quel genere d’esistenza poteva definirsi ancora vita. Tutto era incentrato sul lavoro, con quel tanto per dormire e mangiare per restare in forze. Erano solo corpi che svolgevano dei compiti, come gli automi.

Gli uomini che lavoravano con lui nella grotta si avviarono con i picconi appoggiati sulle spalle verso l’ingresso nella parete: anche quel giorno le fatiche erano terminate. Come sempre, attraverso cunicoli conosciuti alla perfezione, si sarebbero diretti agli spogli dormitori di pietra. Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.

Mettendo un piede dopo l’altro, guidato dalla tenue illuminazione delle strane pietre biancastre alle pareti, si avviò nel budello che ogni giorno calpestava.

Superò gli scalini calcarei, evitando che le sporgenze rocciose gli graffiassero la pelle. Erano soli nel tunnel, non c’era nessuno degli esseri che li avevano rapiti.

Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.

Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.

Era rimasto tutto nella sua mente.

L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.

Non c’era via di scampo: questo facevano capire gli esseri senza parlare.

Pensò a un modo per scappare. Anche se fosse riuscito a eludere la straordinaria sorveglianza, dubitava di trovare sottoterra l’orientamento per tornare in superficie. Si sarebbe perso e, nelle condizioni in cui era, la morte non avrebbe tardato ad arrivare. O, più probabilmente, sarebbe stato ripreso.

Non capiva come individuassero con una tale efficienza i fuggitivi senza dare nessun allarme. Non li aveva mai sentiti emettere un solo verso. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili. Avevano suddiviso i compiti assegnando i più pesanti agli uomini, dando a donne e bambini lavori adatti alle loro capacità. Possedevano una gerarchia sociale strutturata e inflessibile: c’erano i lavoratori, un gradino sopra di loro che erano schiavi, e la cerchia ristretta di chi li governava. Senza dimenticare i soldati, spietati nella loro efficienza: li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia. Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.

Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata: erano giunti alla stretta uscita del tunnel, dove una persona per volta poteva passare. Avanzò finché non giunse il suo turno di attraversare la soglia e immettersi nell’ambiente successivo.

Stalagmiti si ergevano come grosse e antiche querce, piene di pietre luminose che illuminavano ceppi di cristalli. Attraversò la navata naturale immergendosi in un mare di giochi di luce che danzavano sugli abiti consunti e impolverati.

Proseguendo la marcia per i dormitori non si curò delle maestose colonne gemmate che si perdevano nell’oscurità; la bellezza di quel luogo era sprecata per degli schiavi. Nessuno aveva voglia di ammirare quella meraviglia. Tutti avanzavano a capo chino, attenti a non inciampare in qualche ostacolo o a infilare un piede in una fenditura del terreno, trascinando le gambe stanche e doloranti. Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.

La formazione ordinata tenuta fino a quel momento si sparpagliò, scorrendo tra i grandi pilastri.

Si fermò un istante con davanti l’immagine di tanti se stesso che si dirigevano nella stessa direzione. Emettendo un basso sospiro si stiracchiò per dare sollievo alle membra doloranti.

Passando vicino a uno degli agglomerati di cristallo, scorse sulla superficie liscia e trasparente come si era ridotto vivendo sottoterra: un volto smunto, smagrito, con la pelle tirata sugli zigomi sporgenti. Ciocche di capelli arruffati cadevano su occhi vacui dove la vitalità della giovane età s’era spenta; il colorito naturale della carnagione aveva lasciato posto al pallore per la mancanza di sole.

Accortosi di trovarsi nelle ultime file, si affrettò a recuperare le posizioni perdute: arrivare tra i primi significava avere i posti di riposo migliori. La caverna verso il fondo si stringeva a imbuto, costringendo le persone ad accalcarsi e aspettare il proprio turno per passare tra due colonnati di stalagmiti; a quel punto era già deciso chi si sarebbe sistemato meglio.

Sulla destra scorse una piccola apertura tra la selva di stalagmiti. La possibilità di avere una scorciatoia per superare chi gli stava davanti lo allettò; nel peggiore dei casi sarebbe dovuto tornare indietro e accontentarsi dei posti rimasti.

Addentrandosi nell’intricato sistema di formazioni rocciose si allontanò gradualmente dalla fioca luce, trovandosi sempre più immerso nell’oscurità. Attraverso gli spiragli che si aprivano tra le sagome scure, capiva qual era la sua posizione; procedendo si fecero più radi e così dovette affidarsi al tatto per procedere.

Passarono i minuti e non incontrò nessuna uscita nel fitto dedalo. Il timore di perdersi cominciò a mutarsi in paura. Fantasie di quello che poteva accadergli nel vagare nell’oscurità galopparono nella mente: caduto dentro un crepaccio, catturato da predatori sconosciuti, disperso in gallerie senza fine.

Una strana eccitazione lo spinse a continuare quasi con bramosia. Una parte di lui gli ricordò che non si sarebbe comportato così in condizioni normali; la normalità però era finita da tempo.

Con la scarica d’adrenalina che gli scorreva in corpo si sentì di nuovo vivo, proseguendo in quel salto nel vuoto.

Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.

Sorrise: avrebbe riposato in un luogo più confortevole del precedente. Espirò per allentare la tensione accumulata.

Qualcosa lo afferrò da dietro, trascinandolo lontano dalla luce. Ebbe solo il tempo di pensare che le sue fantasie si erano avverate.

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On 21/5/2017 at 21:02, M.T. ha detto:

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.

Metterei un punto dopo meccanicamente.

Cita

Sapevano solo se dovevano lavorare o riposare.

Aveva dimenticato da quanto tempo era sepolto in quel luogo; ricordava appena l’aria pulita, il sole caldo, la natura, le chiacchiere e le risate con gli amici. La paura e il terrore presto erano stati risucchiati dalla stanchezza del lavoro cui erano meglio restare ben saldi sul pdv del protagonista, quindi: era sottoposti, lasciando la routine a occupare ogni pensiero.

 

 

Cita

Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese attrezzo contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano.

 

Cita

L’entusiasmo era stato stroncato ogni volta: i fuggitivi venivano sempre ripresi. Lo spirito era fiaccato dal fallimento e da quello che succedeva dopo la cattura: chi scappava era rimesso al suo posto di lavoro.

Se l'unica punizione era tornare al lavoro, mi meraviglio che non tentassero tutti la fuga ;) 

Cita

li aveva visti, con tattica e determinazione, massacrare un verme gigante che aveva attaccato la colonia.

fa molto Dune :) 

Cita

Poi, imperturbabili, avevano fatto riprendere la routine il lavoro come se niente fosse, mentre l’immensa bestia era fatta a pezzi e rimossa.

 

Cita

Ogni tanto un rumore proveniva dalle profondità dei tunnel e si perdeva nel buio: nessuno si voltava nella sua direzione. Erano diventati come pietra: impermeabili a tutto, lasciando che quanto accadeva attorno scivolasse via senza lasciare traccia.

 

Cita

Aveva aggirato una grossa formazione calcarea, quando si trovò a guardare la luce che filtrava da una dalla fessura di una stalattite che si univa al terreno; scorse delle teste che si muovevano.

 

Ci sono alieni, terrestri ridotti in schiavitù per motivi ignoti e creature minacciose. Tutto sommato niente di particolarmente originale ma c'è quanto basta per risvegliare l'interesse del lettore; quello che manca è una micro storia ambientata nello scenario che hai tratteggiato. È positivo che a fine lettura si rimanga con la voglia di saperne di più, ma resta anche un velo di insoddisfazione per l'esiguità della trama. Mettici dentro una storia d'amore, di amicizia, di odio, di tradimento, vedi tu cosa preferisci.

Un'altro modo per dare maggiore vitalità al racconto sarebbe quello di rendere più interessante il protagonista: cosa faceva prima, cosa gli manca più di tutto, cosa vorrebbe fare se riuscisse a tornare sulla terra, ha amici fra gli altri prigionieri, li odia ecc.; caratterizzando meglio il protagonista si perderebbe in parte la patina di apatia che avvolge il racconto (e ritengo fosse voluta) ma forse l'insieme ne guadagnerebbe.  

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On 21/5/2017 at 21:02, M.T. ha detto:

Erano costretti a eseguire il monotono e massacrante lavoro , salvo una breve pausa per rifocillarsi di una sbobba schifosa che li aiutava a restare in piedi.

Aggiungerei una virgola.

 

On 21/5/2017 at 21:02, M.T. ha detto:

Ridusse la falcata perché l’andatura della colonna era rallentata:

Dopo la spiegazione, qui ribadirei il soggetto, lì per lì mi ero perso. Essendo una colonna che immagino stia camminando non userei falcata, che mi sa più di andatura veloce.

 

Mi piace molto l'ambientazione stile L'uomo che visse nel futuro del 1960, che dipingi con ottima efficacia.

Il racconto si legge tutto d'un fiato, a parte i due momenti che ti ho segnalato.

E, francamente, mi piacerebbe sapere come va a finire... quindi penso proprio tu abbia centrato l'obiettivo!

 

 

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@M.T. ma no, non può finire così! Chi lo ha afferrato? Quale fantasie si sono avverate? Mi crei un'atmosfera perfetta; l'ambientazione da 10 e lode; una storia che mi prende subito e mi lasci un finale aperto! Ma come si fa? (Fossi in te non uscirei da quel bunker in cui ti sarai nascosto dopo aver letto il mio racconto :P ) Dopo il MI voglio leggere la versione aggiornata! :D Un bel racconto, nonostante lasci molti punti in sospeso. Piaciuto tanto. 

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@Federico72 @Emy . Con la spazio a disposizione non ho potuto sviluppare tutto come volevo; per il finale ho fatto la scelta di lasciare aperto a varie interpretazioni, a non dire niente, lasciando che sia il lettore a immaginare cosa succede. Una brutta fine. O magari un intervento salvifico. So che non è bello quando si hanno certe conclusioni, ma se avessi rivelato qualcosa di più magari ricevevo la critica che toglievo effetto al finale.

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@M.T. Ciao! Condivido quanto detto da @wyjkz31  

Vediamo insieme. Una razza aliena i cui esemplari hanno fattezze bestiali (mi ricorda un po' "il pianeta delle scimmie") ha ridotto in schiavitù i terrestri. E qui ti dai un gran daffare nel descrivere le misere condizioni degli uomini, costretti alle miniere, con l'unico sollievo alle loro fatiche offerto dal pasto, poco invitante, e dalle poche ore di sonno. Bene, questa è la premessa o, se preferisci, "il mondo di gioco", insomma dove hai deciso di ambientare la tua storia.

E poi? È la storia che a me pare un tantino latitare. Non basta, a mio avviso, raccontare che il personaggio rischia di perdersi nei cunicoli, salvo poi essere riacciuffato (almeno così l'ho interpretata io la faccenda).

Ecco il mio consiglio: accorcia la parte che rappresenta il "contesto" e inserisci ,ad esempio, un tentativo di fuga pianificato (non casuale), magari di un puccolo gruppo. Descrivi le interrelazioni tra i componenti di questa squadra improvvisata, le difficoltà che si trovano a dover superare, fa' morire qualcuno (magari il più simpatico, un espediente che funziona sempre).

Alla fine avrai qualcosa che terrà ben desta l'attenzione del lettore.

Ciao alla prossima.

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On 21/5/2017 at 21:02, M.T. ha detto:

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente

direi "ritmicamente"

 

On 21/5/2017 at 21:02, M.T. ha detto:

Prima di varcare la soglia appoggiò il proprio arnese contro la roccia come tutti quelli che lo avevano preceduto e come avrebbero fatto quelli che lo seguivano

qui qualche malpensante potrebbe equivocare, meglio precisare cosa si intende per "arnese"

 

Sempre a lamentarsi, i lavoratori non cambiano mai! Certo che anche questi imprenditori alieni con la fissa della delocalizzazione, non scherzano affatto. Mi associo a chi mi ha preceduto, avresti potuto arricchire la trama, almeno mettendoci dei sindacati extragalattici.

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Mi è piaciuto per l'atmosfera che hai saputo ricreare, claustrofobica sia nell'ambientazione che nella rassegnazione dei minatori-prigionieri, come anche per la connotazione fantascientifica che assume la storia con l'accenno a entità aliene a capo delle miniere.

Il colpo di scena finale, peraltro ridotto in un'unica riga, ci può stare. Personalmente, mi sarebbe piaciuto di più senza questa aggiunta.

Ma resta comunque un bel racconto.

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Cita

Il piccone si alzava e si abbassava meccanicamente, il familiare tintinnio che scandiva il colpire la pietra, alzando schegge che andavano a mordere la pelle scoperta delle braccia e del volto.

Inserire la subordinata dopo l'imciso crea confusione e toglie immediatezza.

meglio: 

Il piccone si alzava e abbassava meccanicamente, alzando  schegge ....... Il familiare tintinnio scandiva il scolpire della pietra. 

Cita

 

Ma anche se non presenti, li tenevano d’occhio. Conoscevano tutti i loro movimenti, sapevano sempre quello che facevano.

Qui comincia a venirmi la curiosità di sapere chi sono e da dove vengono. Alieni? Sì, ma mi piacerebbe sapere qualcosa in più 

Cita

Già altri avevano tentato la fuga. Aveva perso il conto delle volte in cui aveva trepidato, certo che i suoi compagni fossero riusciti nell’impresa e stessero tornando con i rinforzi, irrompendo nella grotta e portandoli via verso la libertà. S’immaginava il grido di vittoria levarsi in alto, la felicità esplodere.

Quindi c'è un oltre? Anche qui, vorrei sapere di più, sono in una colonia sulla terra conquistata da altre razze, sono in un altro pianeta...

Cita

. Nonostante l’aspetto di bestie, possedevano una disciplina e un’organizzazione incredibili.

Questa è un'incursione del narratore. È vero che il protagonista li vede ma lui li descriverebbe secondo ciò che osserva. Definirli bestie tout court è più un pensiero di chi scrive, che vuol far arrivare al lettore un messaggio senza mostrarlo. 

 

Anche questo racconto è scritto bene e riesce a essere suggestivo della  condizione claustrofobia del protagonista. 

A mio avviso però, soffre come altri che hanno svolto questo tema di uno squilibrio fra la descrizione, accurata, originale e intensa, e la presenza di una  storia, di una giustificazione di una causa. 

La traccia effettivamente si concentrava molto,sulla richiesta dell'elemento claustrofobico, qui pienamente centrato. 

Pochi cenni in più sulla condizione di questi prigionieri sarebbero però riusciti a rendere il racconto più completo. 

 

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@M.T.

Faccio mio il commento di intro. Mi piace quasi sempre quello che scrivi, ma in questo caso almeno con me non sei riuscito nel catturare l'attenzione. Ho trovato la lettura un po' pesante (perdonami), non per uno stile sbagliato ma per l'assenza, in tutte queste descrizioni, di una trama che mi tirasse verso la fine. 

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@Joyopi (e anche altri che l'hanno fatto notare e vorrebbero sapere cosa c'è oltre @Emy @Federico72 ): questo è un frammento di qualcosa di molto più grosso. Se avrò modo di svilupparlo e mostrarlo, si capirà perché.

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Un insieme di stereotipi, e io non sono contrario visto che ci pesco a piene mani... dura, molto dura essere originali quando tutto è già stato scritto. Bisognerebbe prendere gli stereotipi e modellarli per tirare fuori qualcosa che somigli vagamente a una novità, e non si può fare in poche ore nella convulsione di un contest.

Quindi, direi che l'idea qui mi sembra abbozzata, mi manca il coinvolgimento proprio perché sembra provenire da qualcosa di più ampio.

L'atmosfera c'è, la trama anche, serve più respiro e coinvolgere di più il lettore.

Non t'arrabbià eh :)

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9 minuti fa, simone volponi ha detto:

Non t'arrabbià eh :)

Certo che no: ti scrivo solamente tutto il resto del racconto ( e mo' sono cavoli vostri :P )

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@M.T. Ho letto che questo è il frammento di qualcosa di molto più grosso. Si vede, si sente. Gran parte dello spazio è dedicato alla descrizione dell'ambiente, alla creazione di un'atmosfera. Quando finalmente comincia la storia, bum, viene interrotta, non si sa come né da chi. Ci lasci con la gola secca, come quando ti cade il cono subito dopo che il gelataio te l'ha messo in mano!

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