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Nuda proprietà

 

“E alla fine, Francesco si arrabbia così tanto che bestemmia!” 
Maria racconta cos’è successo nel reality della sera precedente. 
Giovanni è seduto sulla sua poltrona, le mani poggiate sul bastone. 
Cerca di sorreggere la testa per seguire con lo sguardo la donna che si muove energica per la stanza.
“Capisci? Bestemmia! Per questo lo cacciano dal programma.” 
Maria ha indossato i suoi vestiti migliori. 
È domenica, il suo giorno libero.

“Dove vai oggi?”

“Andiamo in spiaggia. È tornata mia amica da Polonia; abita nel mio paese.” 
Maria finisce di sistemarsi i capelli davanti allo specchio dell’ingresso e si siede di fronte a lui, lanciando un’occhiata all’orologio da polso.

“Cosa aspetti?” dice Giovanni abbozzando un sorriso “Va', è ora. Altrimenti perdi l’autobus.”

“Prima deve arrivare tuo figlio. Non voglio lasciarti solo.”

“Non ti preoccupare. Non tarderà. Cosa vuoi che mi succeda!”

Maria esita. “Ti porto in bagno prima di uscire?”

“Grazie Maria, va pure.”

Giovanni accompagna la frase con un gesto della mano ossuta, sottratta a fatica dal bastone. Maria si alza, lo guarda un’ultima volta per assicurarsi che tutto in lui sia in ordine e si avvia verso la porta di casa. 
“Ciao signor Giovanni, ci vediamo stasera.”
 

Giovanni rimane solo nel vecchio appartamento. Tutto è sempre uguale da anni, anche se il tempo non ha risparmiato l’aspetto delle cose, esattamente come ha fatto con lui. L’artrosi gli ha forgiato un corpo nuovo, curvo, disarmonico, che ha il pavimento come unico orizzonte.

Pensando di fargli piacere, Maria ha lasciato il televisore acceso. 
Di solito, lui va a dormire dopo il primo telegiornale della sera. Maria si preoccupa di tutte le sue necessità, lo aiuta a coricarsi e trascorre la serata fino a notte inoltrata a guardare i programmi. La mattina dopo, mentre riordina la casa, gli racconta tutto quello che ha visto la sera prima. D’altronde, pensa Giovanni, trascorre tutta la giornata insieme a un vecchio che parla poco. 

 

Al rumore di una chiave che gira nella toppa, Giovanni riemerge da un leggero sonno senza sogni.

Fruscii di vestiti, rumore di sacchetti di carta. Due persone entrano in casa sussurrando.
Un profumo da donna, intenso e chiassoso, gli anticipa la vista di sua nuora che entra per prima nel soggiorno.

“Papà!” esclama, “siamo arrivati.”
Con il suo modo di muoversi ha occupato lo spazio vitale della stanza, sottraendogli la voglia di rispondere. Clarissa si sfila uno spolverino beige e lo appoggia con cura sullo schienale di una sedia.

“Allora, papà, come stai?” chiede con esasperante vitalità. Si siede davanti a lui.

“Bene” risponde laconico. 
Clarissa appoggia una mano inanellata sulla sua. È un gesto studiato che gli fa percepire il disgusto della donna per quel contatto di un’intimità mai esistita. 
“Ti ho portato i pansoti con il sugo di noci che ti piacciono tanto. Sei contento?”

“Maria ha preparato per tutti”.

“Non ti preoccupare papà! Maria non si offenderà se per una volta non mangi le sue minestre di patate.” Clarissa si alza per andare in cucina a sistemare le cose che ha portato per il pranzo.

Solo in quel momento Giovanni si accorge che suo figlio è nella stanza, appoggiato allo stipite della porta. Non lo vede da almeno due mesi. Ha l’aria stanca, appesantita.

“Ciao, papà”

“Ciao, Riccardo”

“È un po’ che non ci vediamo. Ti trovi bene con la polacca?”
“Maria. Si chiama Maria.” Precisa Giovanni “Sì, è una brava donna.”

Riccardo avverte un leggero risentimento nelle parole del padre e lo guarda con più interesse.

“Ti sarai mica innamorato, vero?” dice, come se parlasse ad un bambino delle elementari alle prese con la prima cotta. “Clarissa, credo che papà si sia innamorato della polacca.”

Clarissa rientra nella stanza e si avvicina al marito.

“Cosa hai detto?”

“Papà ha preso una cotta per la badante”

“Ma figurati Ric! Un uomo che poteva avere le più belle donne ai suoi piedi. Vero papà?”

“Non dite sciocchezze” dice con fastidio Giovanni “Ho solo detto che si chiama Maria!”

Riccardo guarda il padre con sfida.

“Scusa, papà” dice con un tono velatamente polemico “Siccome non ti ho quasi mai sentito chiamare un dipendente per nome o ancora meno dimostrare considerazione per le persone che lavoravano da noi a casa, pensavo che verso… Maria… tu stessi usando un riguardo particolare.”

“Non vorrete mica mettervi a litigare” dice Clarissa “siamo venuti qui per trascorrere una giornata piacevole.”

Giovanni guarda gli occhi del figlio, sono pieni di rancore. Una cosa che in tanti anni non è cambiata. Il risentimento del figlio. Immutato dagli anni dell’adolescenza. Per questo prova pena per lui. Però ha ragione. L’uomo che era trent’anni fa non avrebbe degnato di uno sguardo una donna come Maria, non avrebbe ascoltato le sue storie, non si sarebbe commosso ascoltando i racconti delle sue sventure.

 

Giovanni infilza un pansoto. Riccardo segue con lo sguardo il lento tragitto della forchetta verso la bocca, mal sopportando l’enfasi che il padre involontariamente imprime ai gesti ordinari del nutrimento. Clarissa sospira annoiata e si versa un bicchiere di vino.

“Vado fuori a fumare una sigaretta, ti dispiace?”
Con un gesto della testa Giovanni gli fa segno di andare. Riccardo esce sul balcone del soggiorno, seguito dalla moglie.

Attraverso i vetri, Giovanni li vede fumare nervosamente, discutendo di qualcosa. Clarissa travolge il marito con il suo corpo, lo costringe immobile in un angolo della ringhiera, lo sguardo schiacciato al suolo.

 

“Papà…Svegliati, papà”

Giovanni si è di nuovo appisolato sulla poltrona con la bocca leggermente aperta. Le rughe che gli solcano il mento come una fine ragnatela sono lucide di bava. Riccardo prende un fazzoletto e deterge il volto del padre, cercando di reprimere una certa ripugnanza.

“Papà, devi prendere le gocce.”

Riccardo tiene in mano un memorandum che gli ha lasciato Maria.

“Papà, svegliati!”

Giovanni apre gli occhi. L’attività della digestione gli porta via le poche energie che ha a sua disposizione e ogni giorno, dopo pranzo, si assopisce suo malgrado sulla poltrona.

Mentre il padre sorbisce la medicina con l’aiuto di una cannuccia, Riccardo lo guarda cercando il coraggio per parlargli.

“Papà…io…ho bisogno del tuo aiuto.”

Giovanni porge il bicchiere al figlio e cerca di sistemarsi meglio sulla poltrona per poterlo ascoltare.

Riccardo non sa da dove cominciare, si tormenta un lungo pelo sul lobo dell’orecchio.
Un dolore improvviso distoglie l’attenzione di Giovanni dal figlio.

“Devo andare” dice.

Il suo volto è contratto.

Riccardo lo guarda sorpreso. “Cosa? Dove devi andare?”

“Devo andare in bagno. Aiutami!”

Riccardo cerca di capire dove mettere le mani per sollevare il corpo dalla poltrona. Il padre gli fa segno di avvicinarsi e lui si piega, porgendogli il braccio. Distribuendo lo sforzo fra il bastone e il braccio del figlio, Giovanni si alza dalla poltrona. Mentre cammina, concentra tutti i suoi sforzi per rendere precisi ed efficaci i suoi movimenti, cercando di trattenere il bisogno. Arrivati in posizione davanti alla tazza, Giovanni perde la calma.

“Aiutami.”
Riccardo cerca di tirargli giù i pantaloni ma le dita ansiose rallentano l’operazione.

“Sbrigati…Sbrigati!”
Dopo qualche secondo il bottone esce dall’asola e Riccardo riesce ad abbassare i pantaloni e le mutande del padre e a farlo sedere sulla tazza. Appena sente il fresco rassicurante della ceramica sulla pelle, Giovanni rilascia lo sfintere. Riccardo rimane lì, inebetito, a guardare il padre che geme e si libera, curvo su se stesso, stringendo entrambi i pugni sotto il mento e pensa che fra qualche ora tutto questo sarà finito e potrà tornare a casa sua, dove la vita è accettabile e qualche volta anche piacevole.
 

“Ho finito.”
Riccardo avvolge un' abbondante razione di carta igienica attorno alla mano e la porge al padre. Giovanni alza gli occhi verso di lui.
“Non ce la faccio.”
Riccardo sposta lo sguardo verso il punto della tazza dove si trova la parte da pulire. Il fatto che sia nascosta aumenta il suo disgusto. Dopo qualche secondo si fa coraggio e, con una mano che sente quasi paralizzata, pulisce il padre. In quel momento Giovanni pensa a Maria che lo lava con la stessa concreta attenzione che si riserva ai bambini. A volte, quando i dolori rendono la doccia un supplizio, cerca di consolarlo cantando dolcemente antiche filastrocche polacche.

 

“Lavati le mani, papà.”

Riccardo versa del sapone liquido sulle mani del padre e sulle sue, poi comincia a strofinarsi con energia, lavando un dito dopo l’altro, ispezionando le unghie, mettendo così in evidenza l’approssimazione dei gesti di Giovanni che, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscito a diluire il sapone e a spargerlo sulle mani. Riccardo sospira poi prende di malagrazia le mani del padre fra le sue e comincia a sfregarle con forza.

“Basta” dice Giovanni “Sono stanco. Voglio tornare sulla poltrona.”

 

“Papà devo parlarti.”

Giovanni lo guarda in attesa.

“Papà, ho bisogno di soldi. Ho fatto degli acquisti sbagliati per il negozio e ho chiesto un prestito a delle persone che adesso mi stanno letteralmente strozzando…”

La voce di Riccardo è piagnucolosa.

“Non ce la faccio più, papà, mi devi aiutare.”

“Ti ho già dato tutto quello che avevo...”

Riccardo si tormenta le mani.

“Ma… Hai la casa, ancora.”

Giovanni ha la bocca secca “Ma se vendo la casa dove vado?”

“Ho pensato che potremmo venderla  in nuda proprietà. Prendiamo i soldi prima e chi compra ne entra in possesso quando tu… Insomma...”

Riccardo si alza di scatto dalla sedia, prende una sigaretta dal pacchetto e se la infila in bocca senza accenderla. Ha la camicia segnata da un vistoso alone di sudore. 
“Certo, la cifra che otterremo è molto inferiore a quella che potremmo ottenere se la casa fosse libera ma mi permetterebbe di uscire da questo casino.”

Giovanni guarda il figlio. Potrebbe raccontare ogni centimetro di quel corpo, i nei, le piccole cicatrici dell’infanzia. Potrebbe raccontare tutto quello che di suo figlio è dentro di lui; ma con grande stupore, guardandolo in quel preciso momento, si rende conto di non riconoscere quell’uomo in sovrappeso, con i capelli tutti grigi e lo sguardo arreso che gli sta davanti.
Riccardo si getta esausto su una sedia nascondendo la testa fra le braccia. 

“Allora? perché non dici niente?”
Vicino alla porta che comunica con la cucina, Giovanni intravede l’ombra di Clarissa che sta origliando.
“D’accordo” dice “Vendiamo la casa. Ma ora lasciami riposare. Ho bisogno di riposare.”

Riccardo si alza ed esce sul balcone per fumare. Giovanni guarda la sagoma del figlio che comincia a confondersi nella luce del crepuscolo e si addormenta nel tempo di un sospiro.

 

“È andato tutto bene, Maria. Papà è stato bravissimo”

La porta di casa è aperta. Nel dormiveglia Giovanni sente la voce di Clarissa, leggermente amplificata dall’eco prodotto nella tromba delle scale del palazzo.

“Per la prossima settimana chiama quella tua amica, come al solito. Ti faremo sapere quando torniamo a trovare papà”

“D’accordo, signora”
“Adesso sta dormendo. Salutacelo tu, quando si sveglia. Non abbiamo voluto disturbarlo” dice Clarissa.

Riccardo tace.

La porta si chiude. Giovanni sente che Maria si sta togliendo la giacca con i movimenti calmi e rilassati di chi si sente a casa e si rende conto che per la prima volta in quella giornata che gli è sembrata incredibilmente lunga, si sente bene.

Maria entra nel soggiorno e si siede davanti a lui, poggiando una mano fresca sulla sua.

“Sono tornata, Signor Giovanni” sussurra “Sono tornata.”

 

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@Sinoe , di tutto quello che ho letto in questo sito, questo racconto è sicuramente il migliore. E non solo per come è scritto, ovvero in modo impeccabile, ma  soprattutto per ciò che c'è dentro e che richiede una sensibilità particolarissima. Ci sono quattro personaggi perfetti e plausibili, o meglio estremamente veri, c'è il loro vissuto appena accennato, che il lettore non fa alcuna fatica ad immaginare, e c'è il loro presente. Non può essere solo frutto della tua immaginazione, qui hai combinato probabilmente fatti e persone che hai visto magari in momenti e occasioni diverse. Giovanni e la badante devi averli avuti sott'occhio, non si possono sapere certe cose se non si sono conosciute e comprese, e lo stesso vale per il rapporto padre - figlio - nuora. Poi sei stata bravissima nel comporre il racconto. Mi hai fatto venire in mente parecchie cose, compreso qualche rimpianto e rimorso perché, se potessi tornare indietro, con qualcuno che assomiglia molto a Giovanni mi comporterei in modo molto diverso. Ma questo non c'entra. Bravissima!

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@Sinoe Molto bello, Sinoe. Sei riuscita a rendere perfettamente lo strano scollamento che a volte, non sempre per fortuna, avviene nei confronti degli anziani.  Approcciandosi a loro con voci in falsetto o con sorrisi esagerati quando raramente si va a trovarli, mal celando invece il desiderio di fuggire al più presto da quella visione che urta. Per insensibilità, per paura, per rimpianto della forza e della salute che fu. Al tempo stesso hai evidenziato, con i pensieri dell'anziano Giovanni, come invece la persona, i suoi pensieri, la sua lucidità siano sempre vivi a differenza del suo involucro. A volte penso come certi anziani si imbarazzino per i "giovani" che li trattano così, che li discriminano in quanto macilenti nel corpo, non capendo che loro sono  gli stessi di sempre. Nel racconto questo si percepisce nettamente.

Complimenti.

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@Macleo grazie; detto da te di cui ammiro la scrittura è un gran complimento.
Credo che non sia possibile scrivere - almeno non lo è per me -  senza attingere alla realtà; a ciò che vedi, che ti circonda. Io scrivo solo di ciò che posso sentire, emotivamente intendo, e vedere. La vita è una continua ispirazione. A volte osservo le persone, i volti, le reazioni e imagino le storie.

Riguardo Nuda proprietà hai ragione. La persona che ho amato di più al mondo è mia nonna che ha trascorso gli ultimi sei mesi della sua vita con una badante polacca. Il resto è tutta imaginazione. 

Ti lascio il link ad un breve "documentario" che ho girato gli ultimi anni di vita di mia nonna. Non sopportavo l'idea che presto l'avrei persa, allora un giorno ho preso una piccola telecamera e ho girato questo video durante una nostra conversazione. L'ho montato in modo da restituire la sua condizione di sospensione, con la memoria che vagava fra passato e presente; era così triste perchè "non sapeva più niente", perchè le persone che aveva amato non c'erano più....
Se hai tempo e voglia...dura nove minuti.

 

Grazie ancora.

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@naty grazie per il passaggio e il commento. Sono contenta che tu abbia colto l'essenza di fondo del racconto. A rileggerci.

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Ospite Rica

@Sinoe Complimeti per il racconto.

Sulla qualità della scrittura e i contenuti del plot mi sono già espressa quando l'ho letto nella sezione Racconti lunghi, quindi non mi ripeto.

Mi ha fatto piacere rileggere il testo revisionato. 

Ti faccio di nuovo i miei complimenti per la targhetta, meritatissima.

 

Sono sempre dell'idea che, a posto di Giovanni, lascerei la casa a Maria! :)

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@Rica allora sarebbe una fiaba a lieto fine, dove l'amore e la giustizia trionfano ;) ma la vita è un'altra cosa...

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Ospite Rica

@Sinoe insomma, al figlio verrebbe la bile, se non un infarto!

La nuora creperebbe di invidia e di rabbia. Entrambi vivrebbero molto male il resto dei loro giorni.

 

Ma era solo una battuta, non un invito! Sia chiaro! :P

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Il 26/4/2017 alle 11:00, Sinoe ha detto:

Giovanni guarda il figlio. Potrebbe raccontare ogni centimetro di quel corpo, i nei, le piccole cicatrici dell’infanzia. Potrebbe raccontare tutto quello che di suo figlio è dentro di lui; ma con grande stupore, guardandolo in quel preciso momento, si rende conto di non riconoscere quell’uomo in sovrappeso, con i capelli tutti grigi e lo sguardo arreso che gli sta davanti.

Ciao @Sinoe , commento solo per dire che ho letto con attenzione questo passaggio, e mi ha quasi commosso. 

Per quanto ti possa interessare, non sono una che si commuove facilmente :)

Brava!

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