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Aporema Edizioni

Siamo solo noi?

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@JPK Dike ci tengo a precisare che il mio commento era solamente destinato a mostrare un esempio sulla mia attenzione in fase di scrittura e sui numerosissimi dubbi che mi assalgono in fase di rilettura. Inoltre ho letto il tuo estratto su Amazon e devo dire che è scritto molto bene, avrei comprato la versione intera ma io ho Kobo come supporto. Mi organizzerò per il download sul pc e lascerò volentieri un commento dopo la lettura.

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@heightbox Figurati Io amo essere corretto quando sbaglio. Perché imparo sempre qualcosa. Io non lo sapevo di questa distinzione dell'ausiliare a seconda della posizione del pronome. Ed è una figata. Ho scritto la regola sulla lavagna a caratteri cubitali e rimane lì fino a quando non imprimo la regola nella memoria. L'italiano è talmente pieno di queste cose che per impararle tutte serve una vita intera.

 

Grazie, è stato un lavoraccio ma il risultato non è male. Spero di aggiungerci

presto i disegni.

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24 minuti fa, M.T. ha detto:

Questo non penso sia il discorso voluto fare @heightbox (lui parla di una maggiore elasticità e ha ragione se in un libro di 3/400 pagine si trova uno/due refusi, meno se se ne trovano 40/50), 

A me il succo del discorso di @heightbox era sembrato proprio quello, ma magari mi sono sbagliato. In caso, chiedo scusa.

 

Sul discorso dei refusi comunque mi trovate d'accordo, qualche refuso lo tollero pure io, ma qualche commento fa si parlava di congiuntivi sbagliati, e gli errori grammaticali mi fanno arrabbiare. Se acquisto un libro al prezzo che mi propongono (15/20 euro non sono pochi considerando quanti ne compro ogni anno) è perché immagino che la casa editrice faccia curare il testo da professionisti. Sia chiaro che in tal caso mi arrabbio con la casa editrice, non con l'autore, perché per me è loro la responsabilità finale del prodotto.

Tra l'altro - e questo lo dico off-topic perché so che non tutti saranno d'accordo e che si potrebbe aprire una discussione a parte solo per questa affermazione - non credo più da tempo che l'autore abbia il sacro dovere di consegnare alla casa editrice un testo immacolato.

 

47 minuti fa, M.T. ha detto:

però è un discorso che mi è stato fatto, sia da addetti del settore, sia da lettori: l'autore deve adeguarsi al lettore, deve scendere al suo livello, scrivere in maniera semplice e parlare di cose semplici. Non bisogna approfondire troppo, non bisogna usare termine difficili ma solo quelli di uso comune, bisogna eliminare ; e : e usare solo . e , utilizzando frasi corte.

Questi discorsi sono davvero avvilenti. Del resto si vede. Trovo che molti romanzi italiani siano pulitissimi e scorrevoli, ma a mio parere proprio queste caratteristiche li rendono anche piatti e privi di carattere. Chiaro che non bisogna generalizzare, ma leggendo gli autori italiani ho spesso questa sensazione.

 

Secondo off-topic: Ancora più della mancanza di carattere, trovo che spesso nei romanzi italiani manchino i contenuti. Dove per "i contenuti" intendo quella molla che mi fa lasciare un momento il libro da parte per collegarmi a internet e documentarmi su un argomento che sconoscevo; che magari, a fine lettura, mi spinge in libreria a cercare un saggio di approfondimento.

 

Detto questo, ammetto di non leggere moltissima (ma neanche poca, eh) narrativa italiana contemporanea. Per cui potrei anche avere scelto i libri sbagliati.

 

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Riguardo al rapporto forma-contenuti, secondo me in letteratura, come nel diritto, la forma è sostanza; e non è una questione di letteratura alta o bassa, né bisogna pensare che sia una concezione snobistica, perché è qualcosa di avvertito anche nella tradizione popolare. Un proverbio siciliano citato da Sciascia in un saggio sulla letteratura popolare ricorda che: "lu cuntu è nenti, tuttu sta comu si porta", cioè, tradotto letteralmente: "il racconto è niente, tutto sta come lo si racconta".

Forse un po' esagerato, ma almeno in parte vero. Un racconto di contenuto interessante, ma scritto da cani, non sarà mai una buona opera; un racconto dai contenuti esili o addirittura futili ma scritto molto bene in certi casi può anche essere un capolavoro (uno a caso, l'Orlando Furioso).

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Però qui si tende a esagerare mi sembra. Si passa da citare quattro refusi o errori di stampa su quattrocento pagine a trovare "io ho stato imparato" in romanzi di grandi CE (mi sembra strano). Si parla di romanzi che non dovrebbero essere meno di un capolavoro di cui se ne parlerà per i prossimi cinquecento anni e che ci cambieranno la vita quando io per primo e come me milioni di lettori leggono per rilassarsi la sera a letto con un occhio semichiuso e il cervello fuso da mille rogne della giornata. Se ci prendessimo un pochino meno sul serio forse sarebbe d'aiuto a tutti quanti. E chi dice che un linguaggio semplice e diretto, con frasi brevi e concetti ben spiegati sia un male? Se scrivo un romanzo rosa da leggere a Rimini sotto l'ombrellone e lo infarcisco di termini obsoleti, desueti, ostici con pensieri e considerazioni sull'essenza dell'amore come lo intendeva nei suoi periodi e bla, bla, bla... forse non ho capito un c...orno di quello che dovrei scrivere. Se poi miriamo a paragonarci a Calvino e compagnia bella, allora, auguri, io mi chiamo fuori.

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Scrivere in maniera semplice e diretta non vuol dire scrivere in maniera semplicistica. La critica che viene fatta è che la maggior parte dei prodotti attuali sono superficiali e non hanno profondità, non vanno a scavare nell'animo, non lasciano un segno; non si parla di scrivere il libro che rivela i segreti dell'universo, ma di scrivere buoni libri. Si faccia il paragone fra Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. e Norwegian Wood di Murakami: si capisce subito la differenza. Murakami usa un linguaggio comprensibile a tutti, non è complesso, non usa termini ostici o pensieri contorti, ma riesce a creare qualcosa di toccante, qualcosa di notevole perché semplicemente parla della vita. Melissa P. ha creato qualcosa di pruriginoso che ha sfruttato una certa morbosità di buona parte delle persone; tolto questo, la sua opera non ha altro spessore. Purtroppo di cose similari a quest'ultima ce n'è di più di quelle realizzate da autori come Murakami. 

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@M.T. tutto sacrosanto, ma non si possono ignorare altri fattori come il gradimento personale, le aspettative del lettore, la pubblicità (sinceramente confesso che non avevo mai sentito il suo nome) e la fruibilità stessa del romanzo. Non ci spiegheremmo altrimenti come possa esistere ancora Topolino in un'era così tecnologica, eppure ammetto candidamente che se prevedo di fare un'ora di coda da qualche parte vado a comprare un fumetto e non  Kafka. In ogni caso in questo sito di scrittori amatoriali io mi sento tranquillamente di dire che se il mio romanzo ottenesse le vendite di Melissa P. farei i salti mortali di gioia. In fondo io aspiro a raggiungere il maggior numero di lettori, ebbene sì, sono un pragmatico.;)

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Penso che chiunque sarebbe contento di ottenere le vendite di Melissa P., oltretutto scrivendo cose così (lo stesso vale per la Meyer: un prodotto mediocre, con poco contenuto e scritto pure in maniera non certo eccelso, con quelle vendite è un successo  e ci si deve baciare i gomiti e ringraziare; se poi però l'autrice si pente e vergogna di quello che ha scritto e quasi sputa nel piatto dal quale ha ben mangiato, questo poi è un altro discorso).

Stiamo andando a parlare di commercialità, ma si può realizzare un prodotto commerciale facendolo bene, curandolo, stando attenti ai dettagli. Wilbur Smith è commerciale, ma i suoi romanzi sono fatti bene; possono piacere o meno, questo dipende dal gusto personale, che fa propendere per un certo tipo di letture invece di altre. Ma il gusto personale non deve offuscare l'obiettività. Io ho apprezzato la saga di La Ruota del Tempo (non avrei letto altrimenti tutti e quindici i libri, ognuno di diverse centinaia di pagine): mi sono piaciuti storia, personaggi, ambientazione, meno una certa prolissità e il ripetersi dell'autore su certi argomenti. Il piacere della lettura non mi ha fatto però soprassedere sui tanti refusi o errori di traduzione presenti in alcuni libri.

 

Forse si va ot, ma anche per i fumetti vale la stessa cosa. Ci sono fumetti notevoli: Watchmen, V per Vendetta, Il Corvo. Altri che non sono di livello e finiscono dopo pochi numeri. Tu, @heightbox , parli di Topolino: a me viene in mente La saga di Paperone di Don Rosa: una storia epica, davvero ben fatta. Adesso vanno tanto, grazie ai film, i fumetti Marvel, ma se facciamo un confronto tra le storie del passato (parlo del periodo tra gli anni '70 e quelli di fine anni '90) e quelle del presente, il confronto è impietoso: quelle degli anni trascorsi avevano storie di spessore, trattavano temi importanti, pur rimanendo fumetti di supereroi volti all'intrattenimento. Le storie attuali nella maggior parte dei casi si sono appiattite, limitandosi a essere un prodotto per adolescenti. Magari anche i fumetti di allora erano considerati prodotti per adolescenti, ma potevano essere letti anche da adulti, facevano anche riflettere, facevano anche maturare; ora invece si pensa solo all'intrattenimento. Che è importante, ma attraverso di esso si può dare anche di più.  

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@M.T. Quello che dici sui fumetti è vero. Ma anche qua è un problema di autori che non sono all'altezza dei predecessori. Dopotutto chi in Italia fa fumetto presta più attenzione al disegno che alla scrittura, quindi i risultati sono sciapiti. Fai conto che uno come Kurtzman in Italia sarebbe probabilmente finito a raccogliere i pomodori, visto che un autore, non disegnatore, non ha possibilità di proporsi a una casa editrice di fumetti. Il solo modo per essere considerato in quel campo è trovare qualcuno che disegni la tua storia, almeno in parte. Solo allora la puoi sottoporre.

 

 

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Anche io penso di rappresentare il lettore medio o forse poco di più, così come molti nella cerchia dei miei amici e conoscenti. Gente con una cultura media o medio-alta con un discreto livello di studi (che ormai quasi tutti hanno) ma non siamo certo dei letterati. Tuttavia il più delle volte che compro un libro, ne resto delusa per la pochezza dei contenuti. Il mio tempo ha un valore, mi piace leggere per evasione, ma non contempo desidero che sia anche un arricchimento. Invece quest'ultimo manca il più delle volte e di conseguenza mi annoio e di quel libro non mi resterà nulla. Io credo che gli editori di oggi compiano l'errore di sottostimare le esigenze dei lettori. Una volta si pubblicava per la gente colta, oggi si pubblica molto di più per gente di scarsa cultura. E questo secondo me è un errore, perché ci sono moltissime persone di cultura media o medio/alta insoddisfatte di ciò che il mercato libraio offre e pubblicizza maggiormente. Le cose belle te le devi andare a scovare nella nicchia, le devi ordinare e non è facile. Di conseguenza per velocità e semplicità si compra ciò che si trova all'ingresso della libreria, qualcuno si beve che quello sia il meglio e la cultura si abbassa, perché a forza di mangiare male si cresce male. Se i nutrimenti intellettuali, più a portata di mano, fossero di più alto valore credo che le cose andrebbero meglio. È un po' come per la televisione: più TV spazzatura si produce più il popolo resta ignorante e si aggrappa a valori futili. La mia conclusione è che il mercato librario fatto da grossi gruppi editoriali offra molta scelta a un popolo di lettori di scarsa cultura, inglobandosi anche i medi e penalizzandoli. Personalmente non credo @heightbox che i piccoli editori rimangano tali perché fanno cose troppo di nicchia, piuttosto è perché si scontrano con leggi di mercato insostenibili che hanno penalizzato i piccoli imprenditori in ogni settore merceologico.

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On 8/4/2017 at 16:26, massimopud ha detto:

con tutto il rispetto per Baricco, Camilleri, Saviano, etc., sono davvero paragonabili a Calvino, Sciascia, Pasolini, etc.? Per non parlare di Pirandello, o di altri giganti delle generazioni precedenti. In realtà secondo me il vero problema è proprio questo: il livello medio dei nostri migliori autori è buono, ma fuoriclasse veri io non ne vedo più (per inciso secondo me non lo è stato neanche Eco, almeno come romanziere, forse soltanto come saggista).

E poiché non credo che siamo peggiorati geneticamente, il problema probabilmente sta proprio nel sistema editoriale.

Caro  @massimopud ho apprezzato molto queste tue parole e vorrei commentarle, scusate se lo faccio con qualche giorno di ritardo ma non sono riuscita in tempo reale. Neppure io vedo oggi dei fuori classe in Italia, qualcuno all'estro l'ho individuato ma in Italia no. Però, mi dico, come è possibile? E come dici tu, giustamente, non è che geneticamente siamo peggioranti, allora la pecca sta proprio nel sistema editoriale che è perverso e crudele. Sono convinta che i fuori classe esistano ma non riescano ad aprirsi un varco per accedere a editori che darebbero loro la meritata visibilità. Le CE non fanno più scouting al loro interno e la strada degli agenti letterari è altrettanto impossibile. Da noi sistema è perverso per cui, mentre all'estero un bravo autore ha buone probabilità di farsi conoscere, in Italia molti autori rischiano di restare confinati nel loro guscio anche se notevoli e addirittura fuori classe. In Italia il sistema editoriale è perverso, oggi più che mai, ma lo è stato anche 50 anni fa, basti pensare al caso di Guido Morselli. A causa della frustrazione per i costanti rifiuti da parte degli editori, si tolse la vita nel 1973. A questo proposito, sul Corriere della Sera, Giulio Nascimbeni scrisse: "Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. È morto il 31 luglio dell'anno scorso. Adesso esce un suo romanzo, Roma senza papa, pubblicato dalla Adelphi, e se ne resta attoniti, come davanti a un frutto raro e inimmaginabile". 

Sono certa che alcuni fuori classe siano anche tra noi, ma che ne sarà di loro in un sistema editoriale che lascia spazio solo alla mediocrità?

On 8/4/2017 at 20:04, Renato Bruno ha detto:

La differenza sostanziale tra Narrativa e Letteratura sta proprio nella mancanza di Utopia della prima rispetto alla seconda. Oggi ci manca un progetto, una volontà, il sogno di creare attraverso il linguaggio l'uomo che sappia vedere al di là di sé stesso: l'uomo che dalla spietata radiografia del presente e della condizione umana sappia umanamente ed intellettualmente prefigurarsi e suggerire il superamento della bacata natura e condizione umana attuale 

Siamo circondati di scrittori del momento, artefici e vittime della società precaria e dalla lingua balbettante. Bravi intrattenitori ma troppi figli della società dello spettacolo e della vita spettacolarizzata.

Parole che apprezzo tantissimo e condivido in pieno @Renato Bruno , con la convinzione che lo scarso valore della narrativa di questi tempi e la mancanza di Utopia siano essenzialmente imputabili alle CE più che all'inesistenza di bravi autori.

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On 13/4/2017 at 12:04, perseveranza ha detto:

che lo scarso valore della narrativa di questi tempi e la mancanza di Utopia siano essenzialmente imputabili alle CE

Non certo alla nostra, spero ;)

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Non mi riferivo certo a voi @Aporema Edizioni . Mi riferivo alla gran parte delle CE. In base a ciò che voi evidenziate, emerge che stiate facendo di tutto per distinguervi dalla massa dando valore ai contenuti e ai nuovi autori meritevoli. Spero che le difficoltà del mondo editoriale, che tutti ben conosciamo, non siano troppo di intralcio al vostro lavoro. In bocca al lupo!

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Credo che la domanda non meriti una nuova discussione (@staff: al caso, la aprirò), provo a porla qui.

Distratta qual sono, ho notato solo di recente che alcuni piccoli editori sono in realtà "associazioni culturali", con tanto di statuto, presidente eccetera. E gli autori che accettano di pubblicare con loro devono associarsi. Cambia qualcosa, eventualmente in peggio:(, rispetto all'editoria tradizionale?

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2 ore fa, sefora ha detto:

Credo che la domanda non meriti una nuova discussione (@staff: al caso, la aprirò), provo a porla qui.

Distratta qual sono, ho notato solo di recente che alcuni piccoli editori sono in realtà "associazioni culturali", con tanto di statuto, presidente eccetera. E gli autori che accettano di pubblicare con loro devono associarsi. Cambia qualcosa, eventualmente in peggio:(, rispetto all'editoria tradizionale?

Se intendi a livello fiscale non lo so, se invece intendi qualitativamente non credo.

Se chi fonda un'associazione al posto di una casa editrice tradizionale ha la stessa voglia di lavorare, di produrre libri di qualità, penso i risultati non debbano differire.

Sono troppo idealista?

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On 7/4/2017 at 22:51, Aporema Edizioni ha detto:

Siamo solo noi a pensare che la forma sia sostanza?

A volte si compra un libro perché ha una bella copertina. Tanto nessuno lo leggerà mai.

 

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On 7/4/2017 at 22:51, Aporema Edizioni ha detto:

prima di finire sulla carta e messo in vendita, debba avere un minimo di dignità letteraria?

Bisognerebbe restaurare la necessità dell'IMPRIMATUR per poter stampare.

 

Sarebbe troppo complicato fondare una specie di Organizzazione che conceda, anche a posteriori rispetto alla pubblicazione, il suo "bollino di qualità" ? Aspettate, mi rispondo da solo: qualsiasi persona è corruttibile, anche se di principi inizialmente onesti e buoni.

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Non è la prima volta che leggo contributi in proposito né è la prima che leggo argomenti in difesa della necessità di dotare la “proposta editoriale”, cioè il libro, di una scrittura adeguata. Difficile non essere d’accordo e ancora più difficile non plaudire persone o operatori, come @Renato Bruno e @Aporema Edizioni che magari, a differenza di me e di molti altri, oltre a crederci, combattono questa battaglia in prima linea.

La battaglia, cioè lo scontro tra cialtroneria e competenza, è antica assai e su di essa, facile dirlo, si potrebbero fare tante altre considerazioni. Devo aggiungere, però, che in questo forum non trovo quasi mai – e qui faccio la lagna – spunti o riflessioni sul punto di vista “opposto”, vale a dire, sul perché il lettore/consumatore sia di bocca così buona. Con tutta evidenza, è da lui che dipende il dilagare del fenomeno, quindi, ancora, perché costui compra schifezze? Che cosa (noi "produttori") non riusciamo a capire delle sue motivazioni? Perché legge male, quando legge, e perché dovrebbe leggere bene? Ci vuole un analisi coi fiocchi... lo sento...

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31 minuti fa, gecosulmuro ha detto:

Devo aggiungere, però, che in questo forum non trovo quasi mai – e qui faccio la lagna – spunti o riflessioni sul punto di vista “opposto”, vale a dire, sul perché il lettore/consumatore sia di bocca così buona. Con tutta evidenza, è da lui che dipende il dilagare del fenomeno, quindi, ancora, perché costui compra schifezze? Che cosa (noi "produttori") non riusciamo a capire delle sue motivazioni? Perché legge male, quando legge, e perché dovrebbe leggere bene? Ci vuole un analisi coi fiocchi... lo sento...

 

Uscendo un attimo dall'argomento in questione, basta studiare la storia; da essa si capisce che l'uomo non impara dagli errori. Questo accade perché va per imitazione e non pensa con la propria testa; l'uomo assorbe molto dall'ambiente che ha intorno, dal sistema in cui vive, adeguandosi a esso perché è quello più "forte", quello che dà maggiori possibilità di "sopravvivenza". Seguire la maggioranza non sempre è un bene, ma è quello che fanno i più perché è la via più facile e la maggior parte degli uomini preferisce la tranquillità alla libertà. La libertà è una bella cosa, ma richiede responsabilità, spesso è scomoda, dà fastidio e può creare problemi, specie se porta a distaccarsi dal sistema. Questo è nella vita, ma si applica anche alla lettura. O alla scrittura.

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1 minuto fa, M.T. ha detto:

Seguire la maggioranza non sempre è un bene, ma è quello che fanno i più perché è la via più facile e la maggior parte degli uomini preferisce la tranquillità alla libertà.

@M.T., credo che la tua considerazione sia un po' troppo astratta. Così come l'hai detta, descrive, forse (scusa il "tiro a effetto"), i compromessi della vita (:aka:), che descriverei a mia volta come quelli che adottiamo quando le nostre scelte vanno a finire sotto il naso degli altri. Leggere, invece, è un comportamento strettamente "privato", una scelta personalissima e inaccessibile, per questo, dunque assolutamente libera. Perché dovremmo "seguire la maggioranza"?

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@gecosulmuro @M.T. @perseveranza e tutti gli altri e le altre che partecipano a questa discussione aperta da .@Aporema Edizioni: dobbiamo essere consapevoli di appartenere a una minoranza (e smettiamola di pensare che un giorno diventeremo "maggioranza"!). 

Quando a metà degli anni Settanta, trascorsi, si entrava in libreria gli scaffali erano colmi -meno di oggi solo perché oggi gli spazi sono più grandi- dei fast-book di allora e che si chiamassero Love Story o Il gabbiano Jonathan Livingston poco importa. Allora come oggi il buon libro per me lettore atipico era/è da cercarsi, va scovato, si deve sapere che è stato pubblicato. La differenza soggettiva, quella che respiro io, è che a differenza di "allora" il LIBRO oggi ha perso prestigio: noi oggi non lo riteniamo più il nutrimento che è stato nella nostra fortunata adolescenza di cittadini controcorrente, contestatari, ribelli.  Al libro noi oggi non chiediamo più una disanima narrativa dei mali profondi che azzannano l'uomo, perché noi stessi, noi lettori di minoranza, abbiamo smesso di incarnare la letteratura, la saggistica, la poesia, il teatro che hanno modellato le nostre esigenze culturali, la nostra formazione intellettuale. I più fortunati di noi oggi vivono di lasciti, delle biblioteche ereditate, della Letteratura di ieri, delegando alla produzione editoriale contemporanea il solo compito di mantenere in equilibrio l'apporto vitaminico di cui la nostra mente ha ancora bisogno.

 

I fattori che hanno decretato nel tempo il declino del prodotto culturale libro -la sua forma, il contenuto, la sua influenza sociale- sono da imputare sia alle profonde trasformazioni della natura e ruolo della triade Autore-Editore-Lettore (nonché all'inflazione editoriale imperante che disorienta il cliente della libreria, e anche alle attività nostre che di fatto sottraggono tempo alla lettura) sia all'odierno "Uomo a una dimensione", al conformismo intellettuale che porta scrittori e lettori a remare nella stessa barca, a desiderare la stessa comoda condizione di pace e benessere sociale: un'alleanza questa che rende moribonda proprio quella cura formale, quella attenzione artigianale, quell'impegno socio-culturale che noi, da minoranza, rivendichiamo come imprescindibile per ogni nostro libro, scritto, pubblicato, da leggere.

 

Viviamo in un paese che non legge e nel quale l'Editoria sforna, in maniera abnorme, grandi titoli accanto a illeggibili schifezze.La saggistica italiana, quella di Laterza, Il Mulino, Bollati, Einaudi, Bompiani, Adelphi, Mondadori, Donzelli, Nuova Italia, etc, è di primissima qualità: riesce  ancora, e per fortuna, a formare la mente. La questione cruciale oggi è come la conoscenza dell'avvenuta pubblicazione arriva o non arriva alle orecchie dei lettori, di quei pochi che in Italia leggono. Il prodotto libro, che non è merce come le altre, oggi ha un ciclo di vita breve, talmente breve da non consentire più, cosa che con il ciclo produttivo più lento ieri avveniva, il consolidamento e lo sviluppo di un autentico patrimonio culturale soggettivo e sociale, fatto di tradizione e innovazione culturale, costituente una base intellettuale per la formazione letteraria, civile e politica delle nuove generazioni.

Il sistema produttivo delle multinazionali del libro pretende un cliente dalle letture "spot" e frettolose, occasionali, del momento, di moda, in fila per le dediche (anche se poi ci dà il contentino dei gruppi di lettura, dei premi di qualità, dell'incontro con l'Autore, dei Festival e delle Fiere) e mai un cliente attivo, dinamico tra i vari generi e settori, critico, esigente in termini di stile, contenuto e messaggio etico finale.

D'altra parte da studenti universitari chiamati a presentarsi agli esami con testi e bibliografie ridotti a percentuali di lettura, come potrà mai scaturire il lettore adulto intransigente sulla cura degli apparati critici, sulla qualità stessa dei caratteri della stampa, sulla carta utilizzata, sulla forma e il contenuto dell'opera?

 

In una società non interessata alla formazione culturale del cittadino (e dove l'Editore non parla e non si confronta con nessuno!) il lettore, attivo o passivo che sia, non è persona che legge per dare altri contenuti alla propria identità ed esistenza, ma è mero dato statistico, ossia, cliente addomesticato, cioè ragazzo.-giovane-studente- adulto predisposto, formato alla narrativa di intrattenimento che non nuoce all'establishment - se ragioniamo criticamente sui grandi numeri, se pensiamo da minoranza, se ci confrontiamo lealmente tra di noi.         

 

Poi, in realtà, io ero e resto disoccupato mentre le redazioni si riempiono di stagisti, figli e lettori (forse!) di questo ciclo produttivo che alla cura della singola opera preferisce i numeri e i contratti che danno visibilità sugli scaffali e nelle vetrine, indipendentemente dalla qualità del prodotto esposto. Resto qui a dialogare con Autori e scrittori che sembrano ripudiare ogni "estetica" narrativa, ogni forma della tradizione letteraria, refrattari agli stessi aspetti creativi del linguaggio -e favorevoli alla prosa tre parole punto tre parole punto. Resto qui tra lettori amici per mantenere aperto un dialogo che altrove è impossibile.

(Scusate la lunghezza).

 

Un caro saluto.    

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6 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

dobbiamo essere consapevoli di appartenere a una minoranza (e smettiamola di pensare che un giorno diventeremo "maggioranza"!)

Non diventeremo mai una maggioranza, ma è bello pensare che diventeremo forse una nicchia più luminosa ed evidente, non nascosta e da scovare.

Anche io ricerco la bellezza del libro nella sua totalità e l'idea di essere pubblicata da un editore che usa la carta bianca come quella da fotocopie, non rispetta l'ampiezza dei margini, sbaglia la divisione in sillabe, mi affibbia una copertina patetica, mi fa inorridire. Esiste una materia che si chiama Design del libro, ma ci sono pochissimi corsi nelle scuole di grafica rispetto a questo; si studia per lo più grafica pubblicitaria che grafica editoriale. E devo dire che i ragazzi che escono da queste scuole, pur avendo conseguito buoni risultati, sono spesso impreparati perché i loro docenti sono dei teorici che non sono mai entrati in una tipografia. 

Realizzare un bel libro è un'arte che raggruppa molti aspetti. Approfitto per ringraziarti @Renato Bruno per aver nominato in un post il libro "Martin il romanziere", molto bello oltre che per i contenuti per la pregevole cura dell'edizione. Un libro da custodire come un gioiello!

Buon lavoro a tutti, continuando anche un po' a sognare.

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On 8/4/2017 at 01:33, heightbox ha detto:

Permettetemi una provocazione, il sasso nello stagno: non è che certi piccoli editori rimangono tali perché si rivolgono ad un pubblico troppo, troppo piccolo?

 

Ok, facciamo un bell’esempio.

Il mio esordio è stato il frutto di una ricerca sulla mia famiglia. Ritenendo che il mio pubblico potesse essere fatto solo di parenti, mi sono comperato una bella stampante per poi passare in legatoria: praticamente un libro fatto in casa. E chi immaginava che si dovesse fare ricorso a un editor?

Venti copie per Natale, d eufoniche a tutta randa e qualche refuso.

Non tutti i parenti ai quali ho regalato il mio lavoro lo hanno letto. Tuttavia, qualche estraneo lo ha casualmente preso per le mani.

Quattro anni dopo, il legatore, nel consegnarmi le ultime copie, tira fuori un bigliettino da un cassetto e mi ringrazia con un sorrisone: «Con queste siamo a duecentocinquanta…».

E solo una cinquantina regalate,

A scanso di equivoci, terrei a precisare che sono un semplice e normale scribacchino.

Quindi, per intenderci, il tutto senza correttori (a volte più o meno improvvisati…), senza case editrici e solo con il passaparola.

 

Il mio secondo romanzo, pubblicato free due anni dopo da un piccolissima casa editrice, ha subito l’onta di un editing troppo veloce e raffazzonato. Per non parlare poi delle difficoltà per trovare collocazione in qualche libreria…

 

Adesso sono in procinto di pubblicare la mia terza fatica. L’editing è stato rapido e indolore, e sono abbastanza contento. Tuttavia rimpiango ancora di essere arrivato in ritardo da un bravo free lance che bazzica il nostro forum, al quale mi sarei affidato prima di iscrivermi a un notissimo concorso.

 

Come già scrissi, se fossi un calciatore milionario e semianalfabeta, troverei qualcuno che, a nome mio, potrebbe scrivere un’avvincente, corretto e vendibilissimo romanzo.

Meditate, gente, meditate...

 

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On 10/5/2017 at 18:37, sefora ha detto:

Credo che la domanda non meriti una nuova discussione (@staff: al caso, la aprirò), provo a porla qui.

Distratta qual sono, ho notato solo di recente che alcuni piccoli editori sono in realtà "associazioni culturali", con tanto di statuto, presidente eccetera. E gli autori che accettano di pubblicare con loro devono associarsi. Cambia qualcosa, eventualmente in peggio:(, rispetto all'editoria tradizionale?

Anche se andiamo un attimo fuori argomento, mi par giusto dare una risposta.

L'incubo di ogni attività in Italia, l'abbiamo già stra ripetuto altrove, sono i costi fissi, soprattutto quelli previdenziali. Tale incubo, per le attività che fatturano poco, diventa addirittura una tragedia. L'uniche alternative per ridurli, almeno in parte, sono Associazioni e Cooperative. Anche noi all'inizio siamo stati molto indecisi se optare per la prima o per la seconda soluzione, ma alla fine abbiamo scelto la Cooperativa.

Il motivo è molto semplice.

Con le Associazioni è possibile retribuire collaboratori esterni, ma non le persone che ci lavorano con una certa continuità: editor, grafici, commerciali ecc. In pratica gli associati di un'associazione, ci si perdoni ila continua ripetizione di parole, non possono percepire alcun reddito per quello che fanno in favore dell'associazione stessa e, in tal senso, distribuire royalties agli autori iscritti diventa una soluzione un po'... border line. Qualcuno lo fa, ma a suo rischio e pericolo; anche perché la crescita mostruosa delle associazioni in tutti campi, verificatasi negli ultimi anni, ha già messo in allarme il fisco.
Con la Cooperativa invece non si dividono utili, ma è possibile, qualora gli incassi lo consentano, pagare il lavoro svolto. Unica controindicazione, rispetto alle associazioni, sono, contributi previdenziali a parte, più alti costi costitutivi e gestionali.

Modificato da Aporema Edizioni
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Grazie:sss:!

Gli addetti sopra elencati figurano quindi tutti come collaboratori esterni o... lavorano al nero?

7 ore fa, Aporema Edizioni ha detto:

distribuire royalties agli autori iscritti diventa una soluzione un po'... border line

Considerata la prevedibile  esiguità si potranno devolvere in beneficenza...;) E la cooperativa, sempre in teoria, le distribuisce qualora gli incassi lo consentano?

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14 minuti fa, sefora ha detto:

E la cooperativa, sempre in teoria, le distribuisce qualora gli incassi lo consentano?

Non sappiamo come agiscano altrove, possiamo rispondere solo per noi. 

Nel nostro caso le eroghiamo anche quando gli incassi non lo consentono. Se un  libro vende poco e non riesce a coprire le spese di pubblicazione, non è un problema dell'autore, ma nostro, che avevamo comunque scelto di puntare su di lui. E' evidente che, in caso di scarse vendite, anche le royalties saranno esigue; ma poche o tante che siano, è un sacrosanto diritto dell'autore entrarne in possesso. E' una questione di correttezza morale, ancor prima che legale.
Oltretutto, a differenza di quanto accade per le associazioni, gli autori non sono affatto tenuti a entrare a far parte della cooperativa, e in effetti, nella maggior parte dei casi, rimangono soggetti esterni.
In caso dunque di perdite, queste ricadono solo sul groppone dei soci, che hanno scientemente deciso di aderire alla cooperativa. Più che di perdite economiche, però, si tratta di perdite in termini di lavoro che non ha dato i suoi frutti... Quando abbiamo cominciato questa esperienza eravamo in ogni caso consapevoli, che sarebbe stata necessaria una lunga opera di dissodamento, aratura e semina, prima di poter vedere il primo raccolto.

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On 8/4/2017 at 09:52, camparino ha detto:

Mah, io credo che fantasia, trama intrigante, impianto professionale e suggestione prevalgano sempre sulla forma.

Se c'è anche quella, tanto meglio. Ma non ci morirei sopra.

Un lettore come me e come tanti, se è preso dalla storia, se ne frega di un congiuntivo sbagliato.

Un passaggio oscuro, può diventare un non sense voluto.

Il solo peccato mortale di un libro, inconfessabile come un tabù e non perdonabile, è la noia.

E qui non c'è editing, o esorcista, che tenga.

 

concordo quasi del tutto con Camparino. Ok, un congiuntivo sbagliato stona, non vorrei certo leggere "se guarderei allora potrei" oppure "fosse meglio se andassimo", ma non farei un dramma per virgole mancanti o un avverbio di troppo (che non crei però confusione riguardo al contesto) o per troppi "che".

 

On 8/4/2017 at 16:31, heightbox ha detto:

 Ma leggo, e tanto, e lo faccio per distrarmi la mente, per addormentarmi o per passare una mezz'ora in pace. Continuo a chiedermi perché agli occhi dell'intellettuale impegnato questo sia un peccato.

Me lo chiedo anch'io. Anzi, per meglio dire, mi chiedo finanche perchè debba essere un peccato lo scrivere un tipo di narrativa volta proprio a far trascorrere mezz'ora di pioggia in santa pace. Per quanto riguarda la lettura sono abituata (tempo libero permettendo, che oramai è diventato esiguo) sia a opere impegnative che a letteratura più leggera, con poche pretese, ma con una trama davvero apprezzabile,  ma confesso che quello che finora ho scritto ha avuto proprio il proposito della lettura non impegnativa davanti al caminetto. Anche se ce l'ho messa tutta per ottenere grammatica e sintassi corrette, evitare refusi e rendere il testo scorrevole, avendo dovuto occuparmi di ogni particolare, copertina, illustrazioni e editing, ovviamente non ho scritto come avrebbe fatto Calvino. Non potevo permettermi di spendere un centesimo, primo perchè vivevo in una zona che raccomando caldamente a chi aspiri di fallire prima di cominciare:gokulol:, secondo perchè sapevo che sarei presto andata via dall'Italia e dunque attività quali presentazioni (compatibili con gli e-book) avrei potuto effettuarle solo attraverso i segnali di fumo:gokulol:

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On 12/5/2017 at 11:37, Aporema Edizioni ha detto:

 

L'incubo di ogni attività in Italia, l'abbiamo già stra ripetuto altrove, sono i costi fissi, soprattutto quelli previdenziali. Tale incubo, per le attività che fatturano poco, diventa addirittura una tragedia.

 

E avete ragione. I costi e le incombenze di ogni attività in Italia fanno passare la voglia a chi in questo momento vorrebbe aprire un'attività quale che sia, dato l'altissimo rischio di mercato.

On 12/5/2017 at 19:48, Aporema Edizioni ha detto:

Non sappiamo come agiscano altrove, possiamo rispondere solo per noi. 

Nel nostro caso le eroghiamo anche quando gli incassi non lo consentono. Se un  libro vende poco e non riesce a coprire le spese di pubblicazione, non è un problema dell'autore, ma nostro, che avevamo comunque scelto di puntare su di lui. E' evidente che, in caso di scarse vendite, anche le royalties saranno esigue; ma poche o tante che siano, è un sacrosanto diritto dell'autore entrarne in possesso. E' una questione di correttezza morale, ancor prima che legale.
Oltretutto, a differenza di quanto accade per le associazioni, gli autori non sono affatto tenuti a entrare a far parte della cooperativa, e in effetti, nella maggior parte dei casi, rimangono soggetti esterni.
In caso dunque di perdite, queste ricadono solo sul groppone dei soci, che hanno scientemente deciso di aderire alla cooperativa. Più che di perdite economiche, però, si tratta di perdite in termini di lavoro che non ha dato i suoi frutti... Quando abbiamo cominciato questa esperienza eravamo in ogni caso consapevoli, che sarebbe stata necessaria una lunga opera di dissodamento, aratura e semina, prima di poter vedere il primo raccolto.

 

E' veramente lodevole da parte vostra. Il fatto è che, purtroppo, il lavoro non sempre dà i suoi frutti perchè ben volentieri sono le circostanze a non aver favorito l'autore (e di conseguenza nemmeno la piccola casa editrice). O il tempo o il luogo o entrambi erano sbagliati. Si può cominciare dalla famiglia dell'autore che anzichè appoggiarlo gli si rivolta contro per il solo fatto che questi scrive (la stessa cosa vale per i pittori e altri artisti). Solo per dirne una delle tante.

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Certamente non siete soli, ma dalla mia esperienza molto risicata posso dire che ci sono editori che pur di risparmiare sui costi (perché un editor va pagato per il lavoro che svolge, se non è interno alla CE) pubblicano il testo così com'è, oppure ci sono coloro che chiedendo un importante contributo all'autore, non sono interessati al lavoro sul testo ma guadagnano con il suddetto contributo, sono praticamente delle tipografia mascherate da CE. 

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