Commento   Quando l’impiegato della ditta di traslochi portò via l’ultimo scatolone e chiuse la porta dietro di sé, la ragazza rimase finalmente sola. Si schiarì la voce e quel debole suono rimbalzò sulle pareti bianche e si schiantò sul pavimento di marmo. La casa era vuota, ormai. Completamente vuota. Fu con circospezione che la ragazza mosse un primo passo in avanti. I pavimenti erano stati puliti, lucidati. Il fondo morbido dei suoi calzettoni di lana scivolò sulla cera. Lei non perse l’equilibrio. Pattinò, quasi con grazia, con una risata rotta e infantile, fino al centro dell’ingresso, poi caracollò verso la parete più vicina e appoggiò i palmi chiari sull'intonaco. Una polvere sottile si insinuò tra le linee dei suoi polpastrelli. Qualcuno l’aveva aiutata con gli ultimi preparativi e aveva detto che la casa adesso somigliava a quella della canzone, quella senza soffitto e senza cucina. Il soffitto c’era ancora. La cucina no. La ragazza entrò nella stanza e si guardò intorno. Non era distinguibile dall'ingresso, o dal salone, o dalle camere da letto, o dal bagno. Le stanze avevano perso qualunque segno distintivo, erano anonime, scintillanti, come nuove, pronte a diventare qualunque cosa. La ragazza era stata adamantina su questo. Sullo stato in cui avrebbe voluto lasciare la casa. Su tutto quello che non ci sarebbe dovuto essere una volta che anche lei se ne fosse andata. Scivolando, camminando, fece il giro delle stanze, della casa, una, due volte, cercando di perdere l’orientamento, di ritrovarsi anche lei nella condizione di non ricordare quale stanza fosse quale e in quale angolo o contro quale parete, un tempo, fosse stato appoggiato l’armadio, o il frigorifero, o la sedia, quella con la gamba rotta, che nove volte su dieci sosteneva il tuo peso alla perfezione, ma poi decideva di non farlo, come se si fosse messa d’accordo con qualcuno per farti uno scherzo. La ragazza si sedette per terra, in una stanza qualunque. Si guardò intorno. Non aveva mai osservato quella stanza da quella posizione, così in basso sul pavimento, perché lì un tempo c’era stato il suo letto. Si sdraiò, i capelli sparsi, le braccia e le gambe aperte a fare un angelo sulla neve che non c’era e a fissare il soffitto. Una volta l’aveva guardato oltre la spalla di qualcun altro. Si spostò appena, cercando l’angolo giusto, sollevò un braccio, puntellò il tallone e le dita dei piedi contro il pavimento. Era così che aveva guardato il soffitto, una volta. Oltre la spalla di qualcuno. Oltre fili di capelli, nella luce dell’alba tagliata a strisce sottili dalla serranda semi-aperta. Le finestre erano chiuse, adesso. Non c’erano tende. La luce era intensa e chiara, asettica e artificiale. La ragazza avrebbe voluto alzarsi, ma non lo fece. Invece rimase lì a guardare il soffitto. Chiuse gli occhi e si leccò le labbra e le tornò in mente il sapore di un dolce al cioccolato. Ma non del dolce già cotto, fumante, appena uscito dal forno. No, qualcosa di diverso. Il sapore dell’impasto crudo che aveva leccato dalle sue stesse dita, mentre guardava la torta crescere e gonfiarsi nel forno. Il sapore dell’attesa, del dubbio e del sorriso che aveva toccato con le sue stesse dita, nascosto agli angoli della bocca. C’era una sciarpa viola nel suo armadio, che non le era mai piaciuta particolarmente, ma era comoda quando faceva freddo. Una volta l’aveva messa, stringendola troppo nella foga di uscire di casa. E poi era stata felice, quella sera in cui aveva indossato quella sciarpa viola, e per lungo tempo non era riuscita più a indossarla. Si fermava davanti all'armadio, il collo freddo e scoperto, ma non la indossava, non poteva. Era stata la prima cosa che aveva buttato via. La più difficile. Tutto il resto era scivolato dalle sue mani aperte, mentre spalancava cassetti, riempiva sacchetti della spazzatura, confezionava regali, bruciava quaderni, cancellava, cancellava, cancellava. Aprì gli occhi. Le tende si muovevano lente nell'aria del pomeriggio. Il cuscino sotto la sua testa era lievemente impregnato di sudore. La ragazza si passò una mano sul viso, le dita sul collo. Si alzò, prese la bottiglia d’acqua dal comodino, bevve un lungo sorso, poi appoggiò le mani sulle lenzuola. Chiuse gli occhi, strinse forte le palpebre. Quando li riaprì vide il poster sul muro, la linea del cappotto appeso alla sedia, la presa della corrente nera contro la parete e in fondo alla gola sentì il sapore del riso e della cioccolata e nei polmoni la fragranza del dopobarba e del caffè. Si alzò in piedi, inciampò sulle sue stesse scarpe, sul ricordo della scarpe di qualcun altro, aprì la porta della stanza, ignorò la polvere sul pavimento, il mobiletto della cucina rimasto aperto, il gocciolare della doccia, il tappeto in disordine, la pianta sul davanzale che qualcuno si era dimenticato di innaffiare. Prese la sciarpa viola, il cappotto nero, se li gettò sulle spalle, mentre correva, e la casa viveva e respirava tutto intorno a lei, afferrandola alle caviglie con le sue mani artigliate di ricordi e profumi e suoni e colori e dettagli, così tanti dettagli, in ogni singolo angolo, nella scalfittura lungo la parete dov'erano andati a sbattere una volta, baciandosi nel corridoio, con le buste della spesa ancora in mano, e i frammenti di ceramica della tazza rotta, quella della colazione che era caduta per sbaglio e non avevano mai ricomprato, e la scatola di cioccolatini – non dobbiamo essere ingordi, mangiamoli un poco alla volta – mai finita, e i saponi, i profumi, i vestiti, le dita tra i capelli, le rughe agli angoli della bocca, la frustrazione e le risate, – ti odio! – le bugie, – non è vero –, il sapore dei baci e delle lacrime, i pugni e le carezze, gli abbracci – Lasciami! Lasciami! Lasciami! La ragazza afferrò le chiavi, aprì la porta, la richiuse alle sue spalle e corse giù per le scale.