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Bruno Traven

Il cantiere - Cap.1

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Commento

 

Mi ricordo ancora quel giorno che fu il mio battesimo del fuoco sul cantiere. Avevo lavorato per due anni in ufficio come impiegato in una ditta edile di San Possidonio, vicino Mirandola. Negli ultimi tempi, avevo fatto degli straordinari che naturalmente non mi erano stati pagati. E naturalmente la motivazione per questo mancato pagamento mi fu data dall’ingegnere: dalla retorica con cui ammantava ogni suo discorso. Era un genio in quello, avevo sempre l’impressione di trovarmi davanti a lui come un insetto invischiato in una tela di ragno. La motivazione per cui non mi erano stati pagati gli straordinari era la mia lentezza. Era a causa della mia lentezza nel fare il mio lavoro, che avevo sforato. Quindi la colpa era solo mia, e non potevo chiedere che la ditta ci rimettesse. Finsi di essere d’accordo con lui, anche se non lo ero. Poi nei giorni seguenti, non feci più ore fuori da quelle regolari. Ma dopo un mese tornò a imporsi il problema: notavo che ogni giorno, invariabilmente, le altre impiegate se ne andavano a casa regolarmente allo scadere delle otto ore ed io rimanere sempre qualche ora, a volte due, in più. E così, resomi conto della presa in giro, decisi che dovevo dare un taglio a quella situazione. Rinunciai a segnare le ore sul foglio interno, di straordinario che facevo e, ben conscio che quel gesto avrebbe significato una svolta radicale andai dal sindacato. Quando l’impiegato della Cisl ascotò la mia storia quasi non credeva a ciò che gli dicevo, anche perché era un caso, il mio,  più unico che raro. Un impiegato che andava da un sindacato in tutti gli anni che aveva lavorato dietro a quella scrivania non gli era mai capitato. Io insistetti e alla fine accettò di fare qualcosa per me. Ricordandomi che quella mossa poteva costarmi cara, ma io già sapevo che era così. Scrisse una lettera alla ditta, con tutti gli addebiti che chiedevo. Fu l’inizio della guerra. Ma ormai ero stanco di una situazione che si trascinava da troppo tempo, e per uscire da quella situazione di stallo ero pronto a tutto. Qualche mese prima, o forse proprio in coincidenza con il mio ricorso al sindacato, il mio contratto di formazione lavoro, come allora veniva definito, (eravamo nel 2003, ed ancora esisteva quella forma contrattuale, oggi si chiamerebbe apprendistato) si era trasformato, automaticamente e silenziosamente, in un contratto a tempo indeterminato. Quindi era impossibile per loro mi licenziassero così, senza una ragione. Poi quando molto dopo, lo fecero si inventarono un licenziamento per soppressione della mansione, un tipo di licenziamento astruso ma perfettamente legale. Dunque, visto che per il momento non potevano licenziarmi ricorsero all’arma che, viene di solito usata in questi casa dalle aziende: il mobbing. E siccome avevo più volte detto che lavorare in cantiere non mi sarebbe mai piaciuto fu proprio lì che mi mandarono. Così da un giorno all’altro. Il solito ingegnere motivò il cambiamento delle mie mansioni, e del posto di lavoro, con la necessità che apprendessi il lavoro ben più soddisfacente del geometra di cantiere, piuttosto che “muovere della carta” come definiva il mio lavoro di impiegato. Ma per fare questo occorreva cominciare dalle basi, altrimenti come avrei potuto dare ordini ai miei sottoposti? Naturalmente ignoravo l’ambiente caotico e pericoloso del cantiere, e dal tavolo dell’ufficio dove ci trovavamo in quel momento pareva qualcosa di fattibile, di logico e coerente anche. La realtà era un’altra. C’era qualcosa nel discorso dell’ingegnere che mi attraeva e respingeva al tempo stesso: un’ambiguità di fondo che stava al di sotto delle parole e che ero incapace di sciogliere. Da una parte sembrava l’occasione per imparare un nuovo lavoro, dall’altra la sensazione che si trattasse, né più né meno, che di una trappola. Comunque me ne accorsi quel giorno che mi presentai alle sei del mattino, davanti al magazzino dietro alla palazzina degli uffici. Un tizio che avevo visto di sfuggita, stava caricando un grosso escavatore su di un camion. Lo riconobbi come uno degli operai con cui dovevo iniziare a lavorare sul cantiere. Si fermò, aprì il finetrino e mi chiese se avevo bisogno di qualcosa. Io gli spiegai che dovevo andare con lui ed un certo Roger al cantiere di Carpi. Mi guardò come un marziano, biascicò qualche parola che non capii e senza dire altro continuò a fare quello che stava facendo. Da quel momento non mi diede più retta, anche perché sembrava molto impegnato, ed io non gli chiesi altro. Sapevo qual era la mia destinazione e quali erano i miei compagni di lavoro, ma non mi era stato detto a che ora saremmo partiti. Mi ero messo davanti al magazzino in attesa e vidi sfilare tutti gli altri operai che mi guardavano con indifferenza. Li vedevo uscire con i mezzi e partire per gli altri cantieri ma non rividi per un pezzo, quella mattina, né il ragazzo che avevo visto prima né Roger che conoscevo solo per nome. Fino circa alle undici, quando il tizio che identificai per Roger, senza presentarsi mi disse:”Vet con me, te!” che in italiano:”Vieni con me, te!” Lo seguii e salii sul furgone, poi di fianco a me vidi salire il ragazzo che avevo visto al mattino. Così che ero esattamente in mezzo ai due. Roger cominciò a dire che dovevo averla fatta grossa per essere finito a lavorare in cantiere, per essere stato sbattuto fuori dall’ufficio. Aveva capito la mossa dell’ingegnere per quello che in realtà era: volevano lasciarmi a casa. Quello che pensavo, influenzato dall’abile retorica dell’ingegnere era semplicemente una “cazzata”, ecco qual era la verità, secondo loro. Ma erano pensieri che tenevo per me. Pensavo che un operaio fosse all’oscuro dei meccanismi dell’ufficio, ma mi sbagliavo. Aveva capito perfettamente come stavano le cose, meglio di me. Saggezza popolare, che avrei apprezzato più avanti, mentre io continuavo a rimanere in una specie di limbo creato dall’ambiguità delle parole dell’ingegnere. Avevo però la sensazione, mentre i due stavano parlando, che l’idea che mi ero fatta degli operai era molto più variegata di quanto avevo creduto fino a quel momento, al sicuro nel mio ufficio. Scoprii, e ne ebbi un primo assaggio quel mattino, quale ambiente fosse quello: un ambiente dove si parlava di chiunque, e si davano giudizi con l’accetta. Cominciai anche a  capire come quelle chiacchiere potessero avere un’influenza su chi ne era vittima, su quale potenza avevano le chiacchiere sul lavoro. Quella mattina, sul furgone, avevo la netta sensazione che avessero trovato carne fresca, anche se ancora non si esprimevano come avrebbero voluto. Qua e là captavo nei discorsi qualche sottinteso, qualche “frecciatina” nei miei confronti.
 

 

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Ospite Rica

Ciao. Volevo dirti che hai pubblicato due volte il racconto. 

Se ti rivolgi a qualcuno dello staff, puoi chiedere la cancellazione di uno dei due link dei racconti qui:

 

 

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Buon pomeriggio Bruno Traven;)

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

Mi ricordo ancora quel giorno che fu il mio battesimo del fuoco sul cantiere

La frase non mi piace. Scriverei:

Mi ricordo ancora quel giorno. Il mio battesimo del fuoco sul cantiere

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

Negli ultimi tempi, avevo fatto degli straordinari che naturalmente non mi erano stati pagati. E naturalmente la motivazione per questo mancato pagamento mi fu data dall’ingegnere:

Ripeti: naturalmente

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

La motivazione per cui non mi erano stati pagati gli straordinari era la mia lentezza. Era a causa della mia lentezza nel fare il mio lavoro,

Ripeti: lentezza  e (il motivo)

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

Ma dopo un mese tornò a imporsi il problema:

imporsi? Non mi piace come termine. Direi:si riprensentò lo stesso problema

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

rimanere sempre qualche ora, a volte due, in più.

Rimanevo

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

E così, resomi conto della presa in giro, decisi che dovevo dare un taglio a quella situazione. Rinunciai a segnare le ore sul foglio interno, di straordinario che facevo e, ben conscio che quel gesto avrebbe significato una svolta radicale andai dal sindacato.

Pensiero confuso.

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:
On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

(eravamo nel 2003, ed ancora esisteva quella forma contrattuale, oggi si chiamerebbe apprendistato)

 

Cancellerei questo.

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

Poi quando molto dopo, lo fecero si inventarono un licenziamento per soppressione della mansione, un tipo di licenziamento astruso ma perfettamente legale. Dunque, visto che per il momento non potevano licenziarmi ricorsero all’arma che, viene di solito usata in questi casa dalle aziende: il mobbing. E siccome avevo più volte detto che lavorare in cantiere non mi sarebbe mai piaciuto fu proprio lì che mi mandarono. Così da un giorno all’altro. Il solito ingegnere motivò il cambiamento delle mie mansioni, e del posto di lavoro, con la necessità che apprendessi il lavoro ben più soddisfacente del geometra di cantiere, piuttosto che “muovere della carta” come definiva il mio lavoro di impiegato. Ma per fare questo occorreva cominciare dalle basi, altrimenti come avrei potuto dare ordini ai miei sottoposti? Naturalmente ignoravo l’ambiente caotico e pericoloso del cantiere, e dal tavolo dell’ufficio dove ci trovavamo in quel momento pareva qualcosa di fattibile, di logico e coerente anche

:arrendo:Mi sono persa

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

C’era qualcosa nel discorso dell’ingegnere che mi attraeva e respingeva al tempo stesso: un’ambiguità di fondo che stava al di sotto delle parole e che ero incapace di sciogliere

Cioè?

 

On 24/2/2017 at 18:59, Bruno Traven dice:

Li vedevo uscire con i mezzi e partire per gli altri cantieri ma non rividi per un pezzo, quella mattina, né il ragazzo che avevo visto prima né Roger che conoscevo solo per nome

Mmm... riscrivere il concetto.

 

I°conclusioni: Sarò sincera, ho compreso ben poco. Trama: un lavoratore o  una lavoratrice (non si capisce) viene lincenziato\a  in tronco perchè non produce nei tempi stabiliti della ditta e viene trasferito in un cantiere. Molte frasi non sono strutturate nel modo giusto e rendono difficoltosa la narrazione. Alcune parti sono ripetitive e noiose. Se sei all'inizio non  ti scoraggiare... ti devi esercitare molto!

 

Continuo a leggere :yupphi:

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Grazie del commento... veramente analitico... in effetti non ho lasciato riposare il testo per rileggere dopo un due giorni... forse avrei rilevato la difficile comprensione del testo.. iddio penso di essermi persi di nuovo;(

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@Bruno Traven

Caro Bruno. Rieccoci. Come richiesto, faccio l'editing anche delle altre due parti. Comincio dalla prima. I miei consigli sono tanti, non li prendere troppo sul serio. Questo è il luogo dell'analisi dettagliata. Io mi adeguo e tu prendi solo quello che riterrai opportuno. Il tema del mobbing è attualissimo: hai trasmesso molto bene l'idea dell'angoscia dell'impiegato che si trova isolato, ridotto nelle condizioni di dover lui stesso alla fine rinunciare al lavoro.   

 

1. Mi ricordo ancora quel giorno che fu il mio battesimo del fuoco sul cantiere. Io scriverei: Mi ricordo ancora di quel giorno. Fu il mio battesimo del fuoco sul cantiere.

2. i tempi, avevo fatto : la punteggiatura. Non metterei la virgola qui.

3.  dalla retorica con cui ammantava ogni suo discorso. Era un genio in quello. Meglio riprendere l'ultimo elemento della frase precedente, così: discorso. In quello era un genio.

4.  Era a causa della mia lentezza nel fare il mio lavoro, che avevo sforato. Meglio: Avevo sforato nel lavoro a causa della mia lentezza. 

5. non feci più ore fuori da quelle regolari. Meglio, secondo me: non feci più ore di straordinario.

6. ed io rimanere sempre qualche ora, a volte due, in più. Non rimanere, qui il verbo va esplicitato come il precedente (se ne andavano), cioè: rimanevo.

7.Rinunciai a segnare le ore sul foglio interno, di straordinario che facevo. Scorre molto meglio se scrivi: Rinunciai a segnare le ore di straordinario sul foglio interno.

8. ascotò. Refuso: ascoltò

9.Un impiegato che andava da un sindacato in tutti gli anni che aveva lavorato dietro a quella scrivania non gli era mai capitato. Ci vuole una pausa nel mezzo:Un impiegato che andava da un sindacato! In tutti gli anni che aveva lavorato dietro a quella scrivania non gli era mai capitato.

10.  Quindi era impossibile per loro mi licenziassero così. Quindi era impossibile per loro licenziarmi così.

11. Dunque, visto che per il momento non potevano licenziarmi ricorsero all’arma che, viene di solito usata in que...:Attento alle virgole.Meglio:  Dunque, visto che per il momento non potevano licenziarmi, ricorsero all’arma che viene di solito usata in que...

12.Così da un giorno all’altro: Sempre le virgole.= Così, da un giorno all’altro

13. finetrino=finestrino

14. poi di fianco a me vidi salire il ragazzo che avevo visto al mattino=troppi vedere ravvicinati. Meglio: poi salì il ragazo che avevo visto al mattino.

15.  Quello che pensavo, influenzato dall’abile retorica dell’ingegnere era. Dopo ingegnere ci va un'altra virgola. 

16. , mentre i due stavano parlando, che..: a me suona meglio: mentre i due parlavano.

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Ciao ...sono commentatore alle prime armi...

Posso consigliarti di usare gli spazi? Rende più facile la lettura :)

 

Un impiegato che andava da un sindacato in tutti gli anni che aveva lavorato dietro a quella scrivania non gli era mai capitato - Questa frase andrebbe rivista e riproposta in altri termini - La scrittura non dovrebbe somigliare al linguaggio parlato, quello funziona solo in certi contesti e non sono sicuro che questo sia uno di quelli.

 

 Quindi era impossibile per loro mi licenziassero così, senza una ragione. - scusa se te lo faccio notare, potrebbe anche essere un semplice typo, ma qui manca il che, dovrebbe stare al posto di quel per che non sta bene.

 

Ti consiglierei di provare con una caratterizzazione più dettagliata del protagonista, magari con qualche accenno al suo passato, in modo più dettagliato, magari anche solo in forma di prologo.

 

:”Vet con me, te!” che in italiano:”Vieni con me, te!” nella versione ufficiale del tuo racconto ti consiglierei di usare i simboli <> per i dialoghi :) 

 

 

 

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Ospite gecosulmuro

Interessantissimi i dettagli sul lavoro di cantiere e interessanti anche le scelte di base, come la narrazione in prima persona e la mancanza di dialoghi. Mi piace com'è scritto in complesso, mi piacciono anche il contenuto, i personaggi, la storia, ma trovo qui, come in molte altre proposte al WD (le sole che conosco come tali, non essendo un operatore dell'editoria), un indugiare in luoghi retorici piuttosto… triti, e una prolissità dello stile che, in un testo idealmente destinato a una platea, stonano.
«Mi ricordo ancora quel giorno che fu il mio battesimo del fuoco sul cantiere». Tolta la grammatica («… quel giorno che fu il mio battesimo del fuoco sul…» ?), restano l’abusatissimo “battesimo del fuoco”, il “mi” di troppo, un ”ancora” che pesa. Per spiegarmi: «Ricordo come fosse ieri il primo giorno in cantiere».
A ruota: «Avevo lavorato per due anni in ufficio come impiegato in una ditta edile di San Possidonio, vicino Mirandola»
«Lavoravo da due anni come impiegato per una ditta edile di San Possidonio, a Mirandola» (importa un fico secco dove fosse in effetti l’ufficio!). Trovo più logico l’imperfetto invece del trapassato, dato che il POV a questo punto dovrebbe andare al tempo degli eventi.
«Negli ultimi tempi, avevo fatto degli straordinari che naturalmente non mi erano stati pagati». A parte la punteggiatura (andrebbero inserite una o due virgole a seconda della cadenza che si vuole dare), “naturalmente”? Che c’è di naturale nel non venir pagati? Stai scrivendo, non chiacchierando.
«E naturalmente la motivazione per questo mancato pagamento mi fu data dall’ingegnere: dalla retorica con cui ammantava ogni suo discorso»
Vuoi dire che è stata la “retorica” a fornirti la giustificazione del mancato pagamento? Forse, quello che volevi dire è che la motivazione “vera” del mancato pagamento, che sarebbe “altra” da quella di facciata, l’hai dedotta dal giro di parole che l’ingegnere ha usato per giustificarsi. Detta come hai fatto tu, questa cosa (se è quello che volevi significare) appare un po’ confusa. “Ammantava”? Magari “permeava” o quel che vuoi.
«Era un genio in quello, avevo sempre l’impressione di trovarmi davanti a lui come un insetto invischiato in una tela di ragno»
«In quello era un genio. Davanti a lui mi sentivo come un insetto nella tela di un ragno» “sempre” è superfluo perché si suppone che ogni volta che ti trovi in sua presenza, tu sia “davanti a lui”. “Invischiato”... In quale altra condizione si suppone possa essere un insetto in una tela di ragno?

 

Trovo che ci voglia più senso del “drama”. Lo stile deve accompagnare la drammatizzazione: se descrivi una situazione “difficile”, lo stile deve essere asciutto, stringato, adattarsi alla narrazione un po’ come la musica di adatta a un film.

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