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Lo scrittore incolore

[MI90] Che entri il pachiderma!

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prompt di mezzanotte 

 

commento

 

«Che entri il pachiderma!»

La porta damascata sulla mia destra viene spalancata e nella stanza fa il suo ingresso un elefante in carne e ossa.

Sulle sue possenti zanne sono state montate due corde nodose e resistenti, spruzzate d’oro, che sorreggono una tavola di ebano.

Sull’originale e preziosa altalena se ne sta seduta una donna nuda, dal corpo completamente dipinto di bianco, il cui canto argentino risuona in ogni angolo dell’enorme stanza.

L’elefante cammina a rilento, ma ogni volta che termina un passo e le zampe battono sul pavimento mosaicato, tutto trema. Posso sentire persino il mio stomaco vibrare, mentre butto giù uno shot dopo l’altro.

Non appena l’animale arriva all’altro capo del salone, ecco che fanno il loro ingresso dei coloratissimi trampolieri. Il loro abbigliamento sgargiante si compone per lo più di mantelli fatti di piume variopinte e nei loro volteggi incrociati fanno comparire nell’aria prima un pavone, poi un colibrì, quindi un’upupa.

Il dubstep assordante di sottofondo si blocca nei momenti precisi in cui gli uccelli si materializzano e un trio di archi ne riproduce fedelmente il verso.

«Questi cinesi arricchiti non badano a spese, eh? Cercano a tutti i costi di piacere a noi occidentali e il risultato è, come dire, kitsch?»

Una donna mi guarda dall’alto della sua coppa “margarita”. Ha gli occhi troppo distanti uno dall’altro e, cosa che mi infastidisce ancor di più, le braccia davvero esili.

Odio quando la natura non si impegna.

«Cara, credi davvero di avere le potenzialità per finire a letto con me? Con questi presupposti il processo per l’acquisizione di una minima onestà intellettuale mi sembra lungo e tortuoso, ma io posso aiutarti: la compassione è una delle mie doti migliori.»

L’essere sproporzionato capisce che non è aria e si allontana.

La saluto con la mano destra e aggiungo: «Ho adorato l’elefante!», quindi mi ributto su shot e tartine al caviale, gli unici eccessi che concedo a quel tempio che è il mio corpo.

Faccio l’accompagnatore di professione e intrattengo allo stesso modo uomini e donne, purché paghino il mio corposo cachet.

Quello che assicuro ai miei clienti è un servizio extralusso ed è mia premura tenere degli standard altissimi. Mi muovo dunque con discrezione fra yatch ancorati al largo delle Seychelles, manieri del nord Europa e ville della west coast statunitense, alla ricerca del party più esclusivo e dei pesci più grossi.

All’inizio prendevo tutto, ma il tempo mi ha insegnato prima a essere selettivo, poi iper selettivo, infine maniacale.

Ora preferisco persino restare senza lavoro per qualche tempo, se non trovo nessuno che risponda ai canoni estetici che richiedo.

Oggi ad esempio credo che continuerò a vagare in questa villa di Shangai, buttando giù il rum divino che i camerieri fanno circolare fra gli astanti.

Bao Hu Jie, leader della “Tomorrobot”, start up di robotica numero uno al mondo, ha voluto festeggiare il raggiungimento del valore record di nove milioni di euro in borsa della sua compagnia, con una festa colossale.

Mi sono procurato l’invito con l’intento di intercettare il maggior numero possibile di uomini di potere, ma finora sul piano estetico è stato un misero fallimento.

«Sapevo di trovarti qui.»

Un uomo di una decina d’anni più vecchio di me mi ha messo una mano sulla spalla.

«Ci conosciamo?»

Sorride ed è un bel sorriso, disteso.

«Ti direi di sì, ma mentirei. Io so tutto di te, ma in definitiva tu non sai nulla di me. Se ti chiedessi di seguirmi, lo faresti? Non posso più aspettare.»

Nei suoi occhi c’è un riflesso strano. No, non posso andare con lui.

E invece le gambe lo seguono, oltre gli ultimi volteggi dei trampolieri, oltre i pavimenti mosaicati, fino a dei lussuosi bagni dai marmi multicolore.

Si guarda attorno con circospezione, ma sulla sua faccia c’è sempre quel sorriso rassicurante che mi ha conquistato.

Poi mi fa una cosa che nessuno osava farmi da tempo immemore: mi ficca la lingua in bocca senza chiedere, mentre con i palmi delle mani mi spinge delicatamente contro la parete.

Restiamo così per un tempo indefinito e io ci sto, perché il suo sapore e il suo odore sono insieme passione profonda e tenero ricordo di qualcosa che la mia mente ha ben presente, ma non riesce a focalizzare.

Quando la sua mano va a infilarsi nei miei pantaloni di lino, finalmente riprendo coscienza del tempo e dello spazio e riesco a fermarlo.

«Tutto questo ha un prezzo che possono permettersi in pochi» sussurro con poca convinzione nel suo orecchio sinistro.

Quello, continuando imperterrito l’attività carnale con una mano, con l’altra tira fuori dalla propria tasca un American Express Centurion Card uguale a una delle mie, quindi la rimette a posto e mi piazza un indice sulle labbra.

«Fai solo un cenno con la testa per rispondere. C’è una stanza in questa villa in cui possiamo oltrepassare il limite?»

Io alzo e riabbasso la testa un paio di volte, quindi lo prendo per mano e lo trascino dietro di me, al secondo piano.

 

Totalizzante.

Non facevo del sesso di qualità così alta da non so più quando.

Ha dettato legge prima lui, poi ha lasciato l’iniziativa a me, quindi ancora lui e infine ci siamo uniti in un unico corpo vibrante.

Ha saputo quando spingere e quando rallentare, quando osare e quando no.

Me ne sto disteso e nudo, con il petto arrossato, a contare le goccioline di sudore fra i capezzoli, prodotto ultimo di una passione bruciante.

Il respiro è ancora corto e irregolare, ma ho bisogno di capire, indagare.

«Ci credi se ti dico che non l’ho mai fatto con nessuno… Così? È stato… Non saprei come definirlo.»

«Lo credo bene» dice lui in un sussurro. Se ne sta allungato sul fianco sinistro, con il solito sorriso disteso sul volto, ma mi osserva con attenzione, quasi a voler esaminare il mio corpo, a voler imprimere nella memoria le mie forme.

«Chi sei?»

L’ho chiesto davvero? E perché con un tono d’un tratto stridulo, insicuro?

«Non vuoi saperlo. Non ti interessa.»

Lui parla in modo bonario, che scansa l’indagine e aumenta il mistero.

«E invece sì, perché io…»

Mi porto una mano davanti alla bocca. Sul serio stavo per dire “Ti amo”? Sulla base di cosa? Partendo da quali presupposti?

Ho vissuto relazioni di ogni forma, colore e intensità.

Sto sul serio perdendo la testa per un brizzolato sul viale del tramonto?

No no, riprenditi, David. Tu ci lavori con i sentimenti e li soggioghi. Non ti fai soggiogare.

«Fai sempre così, lo sai? Dopo esserti fatto trascinare, ti crucci e ti perdi in mille pensieri. Anche il mese scorso, prima che ti svelassi chi ero, ti sei rabbuiato in un modo… Ma eri ancora più sexy, lo sai? O forse dovrei dire “eravamo”? Non so più bene nemmeno io come definire tutto questo. Gli amici del mio tempo mi implorano di smetterla, ma ormai è come una droga.»

Lo osservo a lungo, soppesando ogni sua parola una seconda volta nella mia testa, prima di formulare una risposta.

Alla fine mi esce fuori solo un incerto: «Non credo di capire.».

Il mio amante allora si tocca un punto dietro l’orecchio destro e per poco non svengo dall’emozione.

I suoi connotati si muovono sulla faccia e nel giro di un paio di secondi danno vita a un nuovo volto: il mio, invecchiato di dieci anni.

«Tu sei…»

«Te.»

«P-perché?»

«Perché quando la perfezione non trova più un confronto degno, può solo riflettere su sé stessa. Altri dieci anni di relazioni insoddisfacenti, mi hanno portato a elaborare questa follia e le nuove tecnologie di viaggi intertemporali ne hanno permesso l’attuazione. Questa è la diciannovesima volta che torno indietro e giaccio con te, il me stesso all’apice della prestanza fisica e del vigore. Un dio in terra.»

Non so cosa rispondere. Sento che il cervello sta per friggere, tanto è lo sforzo che gli si chiede per elaborare una simile mole di assurdità.

«Perdonami, ma adesso dovrò cancellarti di nuovo i ricordi di questi eventi, per evitare complesse ripercussioni.»

Faccio un cenno di assenso meccanico, innaturale, poi gli metto una mano sul polso.

«Prima che tu lo faccia, voglio togliermi un peso: mi amo infinitamente.»

 

 

 

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Ciao, @Lo scrittore incolore

 

perdonami, ma non mi sono ancora abituato ai tuoi viaggi nell'assurdo e ho dovuto riprendermi prima di commentare. Quando ti leggo, riesci sempre a sorprendermi.

Non riesco a trovare niente da contestare riguardo al modo in cui è stato scritto questo breve racconto.

Mi sono piaciuti soprattutto le battute all'inglese che il protagonista scambia con l'ammaliatrice di turno e la descrizione iniziale della festa con tanto di pachiderma e archi.

L'unica cosa che mi permetto di dirti è che ho odiato il protagonista (e credo che sia un effetto voluto), così lontano dal mio modo di pensare e vivere. E' un monumento al superfluo, un dorato parassita della società moderna. Mi piacerebbe vederlo in una miniera.

Perdona la franchezza, ma quando ci vuole, ci vuole.

 

Alla prossima.

 

Edison

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Ciao, caro! Sai che ti dico? Sono felicissimo che tu l'abbia odiato, perché era proprio quello che volevo! Un borioso e odioso egocentrico damerino che arriva a viaggiare nel tempo per scopare sé stesso, tanto è narciso :D Se ce l'avessi davanti gli darei probabilmente un pugno :D

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@Lo scrittore incolore Meraviglioso xD La storia è gestita bene, perché porta il lettore a indovinare del viaggio nel tempo qualche riga prima di leggerlo per iscritto, e la vena ironica di tutti i tuoi racconti si fa sentire e apprezzare come sempre :) Bello il quadro che presenti all'inizio per introdurre la storia!
Unica cosa, la chiusura finale non mi ha convinto, forse per la battuta troppo lunga, che avrei visto meglio spezzata in due:

 

«Prima che tu lo faccia, voglio togliermi un peso... »

«Sì lo so, anche io mi amo infinitamente.»

 

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Bella idea, ben scritta, non del tutto assurda pur sembrandola.

La malattia di cui parlavi nel topic ufficiale, è il narcisismo?

Piaciuto :)

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On 11/12/2016 at 22:18, Lo scrittore incolore dice:

Gli amici del mio tempo mi implorano di smetterla, ma ormai è come una droga.»

 

 

 

«Perché quando la perfezione non trova più un confronto degno, può solo riflettere su sé stessa.

 

 

Ho sentito l'odore del narcisismo che pervade questa storia più o meno da quando hai iniziato a descrivere la donna dipinta di bianco. Le frasi che leggi nel riquadro (che ho lasciato insieme perchè sono incapace di dividerle), sono quelle più significative secondo me in tutta la tua storia. Visto il narcisismo che avevi tratteggiato all'inizio mi aspettavo opulenza e ostentazione e tuttavia sei stato magistrale nel soffermarti più di ogni cosa sull'introspezione psicologica del personaggio, o meglio del suo io più giovane, alla continua ricerca di perfezione, e del suo io più vecchio, ormai assuefatto come ad una droga, a cercare la perfezione ed a sapere di poterla trovare solo in se stesso. Un racconto psichedelico, ma che mi ha fatto riflettere parecchio perchè direi che estremizza il termine "guardarsi allo specchio".

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@Lo scrittore incolore ero curiosa di vedere dove la tua follia creativa, che adoro ormai, ti aveva portato questa volta e il risultato è stato: wow. Scritto alla perfezione che non riesco a trovargli, seppur volendo, un difetto. Coinvolgente come sempre però credo sia il tuo racconto che mi è piaciuto di più, sino ad ora. Piaciuto proprio dalla a alla z. Bravo, matto da legare, ma bravo. 

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Bello. Idea originale e colpo di scena, almeno per me, davvero inaspettato. Sullo stile poco da dire, come ogni volta tutto molto curato. Personaggi/o ben caratterizzato/i. Davvero una bella prova. Titolo che chiede di essere letto

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Quando ho letto il titolo, ho iniziato a godere. Non l’elefante, ma il pachiderma. Altro che la giraffa della Grande Bellezza (una grande cagata), altro che il canguro di The Young Pope (proprio bello). E poi una donna nuda dipinta di bianco, trampolieri, un pavone, un colibrì, quindi un’upupa. A questo punto ho dovuto prendermi un cicchetto di grappa col formaggio di cavra (qui a Bormio, shot e tartine al caviale non ne abbiamo). Ma dove andrà a parare questo? Spero in alto, perché odio quando la natura non si impegna.

Poi sono fermato a riposare su un refuso. Pensa te se Bao Hu Jie, leader della “Tomorrobot”, start up di robotica numero uno al mondo, nella sua villa di Shangai festeggia con una festa colossale il raggiungimento del valore record di nove milioni di euro in borsa della sua compagnia. Nove miliardi, cazzo, nove milioni vale l’elettronica Galimberti di Gallarate! Però ti perdono perché ora finalmente so tutto, e ne valeva la pena di arrivare in fondo per degustarsi la diciannovesima superpippa intertemporale di David. Grazie @Lo scrittore incolore , i tuoi racconti sono veramente fuori di testa.

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On 11/12/2016 at 22:18, Lo scrittore incolore dice:

Una donna mi guarda dall’alto della sua coppa “margarita”. Ha gli occhi troppo distanti uno dall’altro e, cosa che mi infastidisce ancor di più, le braccia davvero esili.

Odio quando la natura non si impegna.

 

Questo passaggio è secondo me perfetto. Riassume in pochissimi caratteri anche tutta la follia successiva.

 

Quello che hai raccontato dopo è estremamente sorprendente e denota una creatività incredibile. C'è qualcosa però nell'incontro dei due/uno che non mi convince fino in fondo. E' un po' frettoloso il tutto: forse anche l'impossibilità di scrivere oltre gli 8000 caratteri ha giocato a sfavore di una storia così complessa. Ripeto molto interessante, ma avrei voluto leggere non di un avventato "ti amo", quanto più di un progressivo innescarsi di una dipendenza emotiva da se stesso. Comunque bravo, è bello leggerti :) 

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