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Joyopi

La fiaba in versi di Bracciadilegno

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Commento

 

Racconto in versi scritto per le Olimpiadi Letterarie. Tema: fiaba "amorale".

 

La fiaba in versi di Bracciadilegno

 

C'era una volta, in un antico regno
un eroe famoso, Bracciadilegno.
Era lui un giovane così chiamato
perché forte, robusto e gran palestrato:
la folta chioma di capelli ondulati,
Il naso aquilino e gli occhi infiammati.
Vagava tra terre, di foresta in fogliame,
di tutti gli eroi era quello più infame.
Sempre al suo fianco, un amico fidato:
Un piccolo gnomo, dal medio fatato.
Si narra di fatti, che col dito innocente
avesse il poter di far rider la gente.
Bastava toccarlo per sentirsi scoppiare
tra risate infinite, fino a crepare.
La buffa coppia, lo gnomo e il fustone
viaggiavano tanto per una missione:
Dare a Bracciadilegno, uomo voglioso,
una giovane bella, di cui esser lo sposo.
Non era un eroe come quello normale
perché non perseguiva alcun ideale,
le uniche cose a cui pensava ogni istante
eran glutei, bicipiti e un fisico aitante.
A lui le persone apparivano uguali:
Amici, parenti. Tutti animali.
E dunque non solo era un grande egoista,
un bel presuntuoso, un vero arrivista,
tra enormi difetti, orsù, il più evidente:
l'intelligenza di un capro dormiente.

 

Giunsero un dì nell'immensa fortezza
del re Trampino, di grande ricchezza.
Questi vedendo il gran bel giovanotto
lo convocò a cena nel ricco salotto.
Tra piatti invitanti e suonate di liuto,
il re approfittò per chiedergli aiuto:
«Mio caro amico, potreste voi due
raggiungere presto Il Passo del Bue?
Lì vive un mago, Arturo, un malvagio
che tanti anni or sono lanciò un sortilegio.»
Bracciadilegno, addentando un coscione,
rispose: «dimmi, che fece il fellone?»
«Il nostro popolo era sempre felice
grazie alle feste di mia moglie Beatrice.
Lui sai che fece, quel morto di fame?
Bandì il bel sorriso da tutto il reame!
Niente più sudditi allegri e ridenti,
solo musoni con sguardi morenti.
Guarda ad esempio, la mia dolce figliola»
disse indicando la giovane Viola,
la principessa dal seno invitante
e dal visino di donna eccitante,
«ella è stupenda, una stella splendente
ma senza sorriso, è una stella cadente.»
Bracciadilegno, alla bella visione
accettò la richiesta, e pose la condizione:
«Ti aiuto sì, contro il mago demonio,
ma appena ritorno voglio un bel matrimonio.
Io avrò tua figlia nel mio caldo letto
e tu e la tua gente un sorriso perfetto!»
La dolce Viola si oppose indignata,
eh sì, mio lettore, poiché già sposata!
«Padre, la prego, io amo già Ernesto
Il principe è uomo gentile ed onesto!»
Ma a nulla serviron proteste e preghiere;
il re acconsentì senza parol proferire.


Dunque la coppia iniziò l’avventura
mentre lontano, nella sua grotta oscura,
il mago cattivo che tutto ascoltava,
alla dura battaglia, di già si preparava.
I due arrivarono in una foresta
dove li accolse una bestia funesta:
aveva due teste e due bocche feroci,
le lingue di fuoco e le zanne voraci.
«Attento! Ci attacca!» lo gnomo gridò.
Bracciadilegno una fiammata scansò,
poi corse veloce verso il fiero nemico
facendosi scudo col piccolo amico.
«Scusami gnomo, ho bisogno di te»
gli disse tenendolo davanti a sé.
Così lo gnometto, mezzo abbrustolito
riuscì nel sfiorare il mostro col dito.
La belva toccata, una risata improvvisa,
cominciò a dimenarsi e cadde distesa,
fino a morir dal troppo ridicolo.
«Bene, perfetto, scampato pericolo!»
Disse Bracciadilegno, tutto festante.
Intanto lo gnomo, ancora fumante
iniziò a dubitar dell'amicizia dell'altro
Che quando voleva, allor sì che era scaltro!

 

Intanto, lontano, nella roccaforte,
le urla facevan tremare le porte.
Il principe Ernesto sapeva del patto:
«Come ha potuto! Che mentecatto!»
Parlava del re, con tutto lo sdegno,
che s’era venduto a quel Bracciadilegno.
Lui, un bel principe fedele e azzurro...
messo in disparte dal primo buzzurro!
Non sopportava l'idea disgraziata
di farsi strappare di mano l'amata.
Così si apprestò, di furia e di fretta
sul suo cavallo bianco a cercare vendetta.


Lasciamolo un po’, così, al suo trotto
e ricominciamo dove m’ero interrotto:
la coppia viaggiava nella buia selva
tra trappole, fiere e ogni tipo di belva:
prima un leone dal grande appetito,
poi un colosso dal pugno appuntito,
vipere e tigri dai velenosi artigli,
un ragno gigante con tutti i suoi figli.
Tutte le armi che il mago poteva
furono vane, la coppia avanzava.
Merito non dell’eroe di gran forza
(che mal soppesava l’assenza di scorza)
quanto del grande coraggio del nano,
sempre felice nel dare una mano.
Sconfitti i nemici, trovata l'entrata,
al Passo la coppia era infine arrivata,
dove da un piccolo buco in un muro
spuntò d’improvviso il magico Arturo.
Bracciadilegno, che era pure razzista,
sparò una pernacchia di tutta risposta.
«Ma quale potere! Ma quale stregone!
Questo mi sembra un infame negrone!»
Eh già, mio lettore, di fatti era vero,
il mago di pelle era più nero del nero.
E il nostro campione, perfetto ignorante, 
diceva dei neri: «La peggior razza tra tante!»
Così cominciò a insultar con piacere,
«Crudele! Cattivo! Filibustiere!»
«Ma quale malvagio, sei stato imbrogliato»
disse subito il mago con tono agitato,
«il re mi ha cacciato e mi vuole punire,
nulla feci di male, non so cosa dire!
Forse è solo invidioso di tutte le belle
a cui è sempre piaciuto lo scuro di pelle.»
Bracciadilegno non volle ascoltare,
voleva soltanto da Viola tornare,
così come sempre, senza avere rispetto,
lanciò verso Arturo il suo fido amichetto.
Tralascio il narrar della campale battaglia,
ti dico però che, da vera canaglia,
Bracciadilegno restò fermo a guardare
lo gnomo e il maghetto sfidarsi e crepare.


A battaglia conclusa, vincitore oramai,
tornò verso il regno, più felice che mai.
«Che bello, che gioia, stasera si balla!»
pensava leggero come dolce farfalla.
Invece doveva ancor fare li conti
col principe che tosto gli apparve davanti.
«Ernesto son io, vile marrano!»
gli disse sfidante, spadon nella mano.
Quanto vigore, oh! Quanta fierezza...
ma, ahimè, con la spada una vera schifezza.
Infatti, stavolta, fu Bracciadilegno,
dei due combattenti, di poco il più degno,
così in un minuto era già ripartito
e il principe Ernesto già bel che stecchito.
Giunto al castello, il fusto arrogante
fu accolto da folla per nulla esultante.
Sì, perché in fondo, diciamola tutta,
il re e la regina eran quasi alla frutta
e Bracciadilegno, con la man della figlia,
divenne l'erede della reale famiglia!
Ci fu un gran banchetto con torta nuziale,
ma in tutto il paese: peggio di un funerale!


La prima nottata, dopo il banchetto,
Bracciadilegno trovò Viola nel letto;
la principessa, ormai rassegnata
decise di darsi, per essere amata.
Ma come, dirai, che donna meschin
si da all'assassin del suo ex maritin?
Eh sì, c'hai ragione, però, questa Viola
era tutto al di fuor di una brava figliola!
Comunque, tranquillo, il destin la punì,
adesso ti dico come la storia finì:
l'atipico eroe, seppur bello tosto,
tra tanti difetti, ne avea un più nascosto:
si narra che infatti, al momento maturo,
il nostro era molto più molle che duro!
Già, fu così, l'eroe perse la faccia
perché dur come il legno avea solo le braccia.
Si sa, mio lettor: c'è chi ha il pane e chi i denti...
e vissero tutti, infelici e scontenti.

 

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1 ora fa, skorpio dice:

se ero il giudice, vincevi a man bassa;)

Grazie Carlo, sono (siamo) stati sfortunati a non incontrare i gusti della giuria. Vabe'.

 

@Komorebi

Grazie compà! Sei sono Arrosto tu sei un pollo? :)

 

@Emy

Grazie (di nuovo) per i complimenti!

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