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Komorebi

Girasole e gli ippogrifi

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Girasole e gli ippogrifi

 

Ogni tanto mi domando dove sia finita Girasole. Conoscendola, probabilmente non lo sa neanche lei.

Girasole aveva denti bianchi e sottili, il sorriso largo e sincero. Gli occhi diventavano fessure, quando le labbra si curvavano.

Più piccola di me, appena maggiorenne, la incontrai la prima volta una mattina di primavera nel parco. Rannicchiata nell’erba, con le ginocchia piegate e le gambe raccolte, vestiva un abito turchese e lunghe calze bianche, che la gonna lasciava scoperte. Passava una mano sui fiori, li accarezzava. Ero convinto stesse scegliendo la margherita più bella da aggiungere a una ghirlanda, ma le mani rimanevano vuote e non si decidevano a piccare il gambo. I petali ondeggiavano e il suo sguardo era remoto.

Mi avvicinai e la salutai con un inchino. Le offrii un gelato. Ringraziò con una risata e confidò di adorare i dolci, perché erano freschi. Mentre in inverno preferiva i piumoni del letto, perché ci si raggomitolava e restava al calduccio appena sveglia.

«Non è incredibile», aggiunse, «come in momenti diversi cose diverse ci diano felicità?»

Passeggiavo per Venezia con lei e me ne sentivo il tutore, anziché l’amante. Girasole saltellava, non camminava; in piazza San Marco correva a spaventare i piccioni, rideva e girava su se stessa mentre i volatili si alzavano tra le nubi. Sulle gondole si sporgeva, faceva oscillare l’imbarcazione per osservare i cerchi che si formavano in acqua. Nei nostri pic-nic sotto il castagno raccontava di aver viaggiato una volta fin sulla luna, ma di essere tornata indietro perché non c’era nulla di interessante, lassù nello spazio.

«Nemmeno i gelati.»

Di fronte a un mendicante si fermava commossa: donava ogni spicciolo avesse in tasca, puliva le guance sporche del barbone col fazzoletto di seta. Giocava coi bambini al gioco del mondo, saltellava avanti e indietro sul marciapiede senza mai provar noia. Mi obbligava a comprarle cappellini, insisteva per andare a teatro. Se rifiutavo, faceva capricci e puntava i piedi, stringeva le braccia sul petto.

Dopo gli amplessi, mentre mi rilassavo sul materasso, lei domandava se secondo me esistessero i folletti, se ne avessi mai visto uno.

«Certo» le risposi una volta.

Lei si puntellò sul gomito, si piegò su di me.

«Davvero?», sgranò gli occhi. «E dove? Come era fatto? Dai, racconta!»

Girasole amava le piccole cose: il cielo coperto alla sera e il primo raggio di sole in grado di vincere la bruma al mattino, la fontana scheggiata nella piccola piazza, una lucertola immobile sulle mattonelle del sagrato. Desiderava gioielli, perché si stupiva dei bagliori che mandavano le pietre preziose, fischiettava motivetti allegri e si allenava a comunicare con le tartarughe. Acquistava le maschere più raffinate e costose solo per farne dono ai poveri, in vista del carnevale.

«Non è bellissimo il sorriso di uno sconosciuto?»

Se non si stava attenti era capace di smarrirsi tra le calli: si sarebbe addentrata in un qualche labirinto fatto di vicoli e serpentine, ponti coperti e finestre ad altezza caviglie e non ne sarebbe mai più uscita.

Nei giardini si trasformava in un’ape; per studiare il mondo da un altro punto di vista e per godere ancora di più della dolcezza dei fiori, spiegava. C’erano giorni in cui si mimetizzava con gli arbusti, a tal punto che gli uccelli prendevano a farle il nido tra i capelli. Quando rideva, la voce si mescolava al cinguettio degli usignoli.

Un giorno mi distrassi a una bancarella. Quando mi voltai, Girasole era scomparsa.

La cercai sotto i sanpietrini, tra le erbacce solitarie, sui tetti spioventi, sul fondo dei cestini della merenda, nelle fessure delle pietre dei pozzi a pianta ottagonale. A un tratto mi parve di scorgerla: sorvolava la laguna a dorso di un gabbiano, le braccia alzate in segno di vittoria.

Mi piace pensare che sia ancora a Venezia, trasformatasi in qualcosa di piccolo, fragile, che pochi notano e quasi nessuno apprezza. È l’odore di torta all’uva al banchetto del mercato, il gioco di pezza che un bambino stringe al petto nell’addormentarsi, la parentesi all’interno di un racconto, la nube a forma di ciambella in un cielo di primavera. O magari, chissà, cavalca ippogrifi e parla coi tritoni: spiega loro quanto siano buoni i gelati alla fragola.

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Due parole, solo per spiegare agli utenti del forum perché, tra gli oltre settanta racconti di luglio, alla fine la mia scelta di giurato è caduta su questo. 

Devo dire che la maggior parte dei testi erano ben scritti. A parte piccole e grande imperfezioni stilistiche o sintattiche, ho tuttavia spesso riscontrato nella maggior parte di essi due difetti principali: la ricerca dell'originalità a ogni costo, che spesso sfociava in bizzarria, e il tentativo, a volte goffo, di essere sempre poetici.
@Komorebi , invece, secondo me è riuscito a essere poetico e originale al tempo stesso, proprio perché non ha cercato di esserlo per forza o, se davvero lo ha fatto, è riuscito a mascherarlo molto bene. Se il trucco c'è, insomma, non si vede e il gioco di prestigio è riuscito. Perché in fondo la magia delle parole è il vero segreto di un buon scrittore. Leggerezza e poesia pervadono tutto il racconto e alla fine il sapore amarognolo dell'abbandono, viene stemperato dalla dolcezza dell'ultima immagine, che, proprio come le fragole, alla fine ci lascia in bocca un buon sapore.
 

N.d. G. (Nota del Giurato)
Ovviamente il miglior racconto del mese di luglio, pubblicato (sfiga vuole) proprio l'ultimo giorno, sarebbe stato il mio, ma @Niko mi ha impedito di auto votarmi, o di cambiare la data di pubblicazione, spostandolo a posteriori nel mese di agosto, che (ulteriore sfiga) guarda caso non ha avuto vincitori. :asd:

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E io ringrazio @Alexmusic di questo commento e assicuro che, se tentativo di meravigliare c'è stato, ho comunque cercato di nasconderlo al meglio per costruire un racconto godibile e sincero. Inoltre, per quanto riguarda il racconto di luglio di Alexmusic... :P 

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Racconto davvero ben composto. E' palpabile la scelta stilistica e se ne percepisce la spontaneità. La semplicità del racconto, quasi fiabesco nel modo in cui è riportato, ne rende piacevolissima la lettura. Complimenti :)

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On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

Girasole aveva denti bianchi e sottili, il sorriso largo e sincero. Gli occhi diventavano fessure, quando le labbra si curvavano.

Descrizione molto breve e semplice, ma allo stesso tempo focalizzata sul particolare. Bella.

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

Non è incredibile», aggiunse, «come in momenti diversi cose diverse ci diano felicità?»

Riflessione semplice ma profonda e quanto mai vera.

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

Dopo gli amplessi, mentre mi rilassavo sul materasso, lei domandava se secondo me esistessero i folletti, se ne avessi mai visto uno

Non si usa più fumarsi una sigaretta? :)

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

che mandavano le pietre preziose,

Non mi piace "mandavano". Potresti sostituirlo con un altro verbo.

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

Nei giardini si trasformava in un’ape; per studiare il mondo da un altro punto di vista e per godere ancora di più della dolcezza dei fiori,

Mi è piaciuta molto questa metafora.

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

Un giorno mi distrassi a una bancarella. Quando mi voltai, Girasole era scomparsa.

Questa è da manuale. Usare una frase brevissima e di una semplicità disarmante per far svoltare il racconto verso la rivelazione finale.

 

On 12/10/2016 at 22:48, Komorebi dice:

È l’odore di torta all’uva al banchetto del mercato, il gioco di pezza che un bambino stringe al petto nell’addormentarsi, la parentesi all’interno di un racconto, la nube a forma di ciambella in un cielo di primavera

L'originalità dei riferimenti qui raggiunge il picco massimo.

 

Ciao Komo!

Scusa se son passato prima di qua e non sul racconto lungo come promesso, ma ero curioso di leggere il miglior racconto del mese! ;)

Riconoscimento meritato!

Il pezzo è di una brevità e di una semplicità incredibile se paragonata alla profondità dei significati che nasconde e alla difficoltà di interpretazione.

Lo stile è quello tuo: pulito e leggero, in cui si mescolano picchi di riflessione poetica e girotondi infantili. Un mix azzeccato e piacevole. Se dovessi paragonarlo a qualche autore eccellente, direi Calvino per la leggerezza verso cui tendi e di cui lui è sempre stato un maestro.

La storia qui è ridotta all'osso, ma allo stesso tempo trova mille sviluppi possibili, con un finale aperto e dalle sfumature magiche. La trama è infatti molto lineare, ridotta al rapporto tra un uomo e una donna molto giovani. Ma è evidente che non si tratti di una storia d'amore comune. I personaggi sono antitetici: da un lato il narratore, di cui non sappiamo quasi nulla; dall'altro la protagonista, di cui sappiamo nulla e tutto, forse, descritta come un vortice di vita e umanità.

L'interpretazione sul senso di questo racconto è libera, secondo me, all'interno di una cornice di fiaba e di armonia con la natura che ci circonda e, a volte, ci avvolge fino al cuore.

Ottimo lavoro compare!

 

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