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Marco Scaldini

L'editing è davvero utile?

Post raccomandati

@Rewind grazie per la lettura interessante. Buoni gli spunti di riflessione. Molto buoni.

11 ore fa, camparino ha detto:
19 ore fa, Rewind ha detto:

 

Aggiungerei:

Rifarsi a stereotipi classici e ben collaudati, rassicuranti come la mano di n vecchio ami

 

@camparino Camp! Ma come devo fare con te. Eh! :facepalm:

:) 

 

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Il 11/2/2017 alle 17:52, Ngannafoddi ha detto:

Leggo di tanti che si lamentano del fatto che alcune CE non facciano un editing accurato e mi si storce il muso. Probabilmente sto per avere un ictus, ma forse sono solo contrariato.

Questi autori inviano il proprio manoscritto sapendo che è pieno di errori? Si sono seccati a rileggerlo o sconoscono la grammatica italiana? Perché sentono questa profonda necessità di avere qualcuno che "gli sistemi" il testo? Forse vogliono risparmiare tempo per scrivere la storia successiva? Forse pensano che un editor possa trasformare una storiella in un capolavoro? 

 

Non capisco. Io, prima di inviare un testo a una casa editrice, lo rileggo almeno un centinaio di volte. Rivedo ogni periodo, ogni frase, ogni parola. Davvero, prendo in considerazione lo scritto parola per parola. E ci perdo giorni e giorni. Un mese o anche due. Se è necessario riscrivo un capitolo. Se serve riscrivo l'intero romanzo.

Capisco e anch'io prima di inviare il testo a una casa editrice lo rivedo e riscrivo, talvolta per anni. Ne conosco quasi a memoria ogni parola e ogni virgola. Non ricordo se sia stato Oscar Wilde a scrivere che, dopo aver rivisto una sua poesia per una intera giornata, aveva finito per togliere una sola virgola, che la mattina dopo aveva rimesso al suo posto (mi scuso per la citazione inesatta, nel caso, ma rende perfettamente l'idea). Il problema sorge quando il feedback delle case editrice maggiori non arriva anche quando, leggendo ciò che hai scritto come se lo avesse scritto un altro, in realtà continua a piacerti, lo trovi perfetto nella sua imperfezione. Il problema è che quando un'opera d'arte esce dallo studio dell'artista non è più arte, ma un prodotto e una merce, perché viviamo tutti nella società delle merci, in cui nulla esiste che non possa essere venduto e comprato, la società che noi "vecchi" negli anni Settanta volevamo distruggere, quella che infine ha trionfato.

Darti dei suggerimenti per fare di un'opera d'arte un prodotto è il lavoro dell'editor. Me ne sono convinta persino io che sono una cavernicola irriducibile e fino a oggi un editor l'ho interpellato, ingaggiando con lui una colluttazione all'arma bianca - solo quando ho dovuto scrivere in inglese. Tuttavia ora mi sono convinta dell'utilità del parere di un professionista, di una consulenza che non implica che io riscriva il romanzo (anzi, è molto probabile che alla fine lo pubblichi esattamente com'è :lol:). 

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Il 19/11/2018 alle 00:22, Rewind ha detto:

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/11/16/wu-ming-e-la-terranova-scrivono-nella-stessa-lingua-i-loro-editor-impa/40154/

 

Articolo che critica le scelte di alcuni editor odierni. Questa la parte più succosa.

 

Leggendo qua e là, sbattendo il cranio sullo stipite della biblioteca e mandando a cagare il libraio – possibile che non ci sia uno che osi una scrittura smodata e non modesta, uno che rischi la vita in un avverbio, uno che ci sorprenda? Perché poi non sorprendiamoci se per i liceali un racconto di Raymond Carver è già un rebus, una sciarada del nonsense – mi convinco che il ‘Super Editor’, quello che sadicamente sodomizza il genio e governa gli editor frustrati delle frustranti case editrici, abbia abborracciato delle norme valide per tutti, l’abbecedario dell’ottimo editor. Indago – è così. Così, dall’amico dell’amico dell’amico di un editor di quelli giusti, che lavora presso un editore-transatlantico, quelli che ti arredano la crociera bibliografica delle cretinate, riesco a estorcere il fatidico decalogo. Eccolo.

a) Scrivere tendenzialmente in prima persona, dando spago ai sentimenti superficiali del proprio fegato; altrimenti, optare per una terza persona non troppo ingombrante;

b) Descrivere il più possibile, in ‘presa diretta’, senza alcuna profondità;

c) Scrivere ciò che ‘si sente’, ciò che ‘si vede’, dimenticando che la scrittura è l’arte dell’allusione, dell’elusione, dell’analogia (non scrivo ciò che sento, ma il dolore che voglio far provare al lettore; non scrivo ciò che vedo, ma ciò che potresti vedere anche tra dieci secoli, indago l’imperituro);

d) Dare, cioè, priorità alla trama più che alla forma, non conta come scrivi ma cosa scrivi, il come è accessorio, il cosa te lo dice l’editore;

e) Usare frasi brevi (meglio) o lunghe (è uguale), purché siano insapori (cioè: assenza di una ‘urbanistica’ della frase, di una ‘topografia’ del capoverso; scrivere, lo sappiamo, non è un gesto ‘immediato’, ma strategico, non s’improvvisa la costruzione di una capitale né la disposizione di un esercito, pensate alla struttura grammaticale di Henry James: ma chi è in grado di leggerlo, oggi, James?);

f) Usare concetti riconoscibili, affinché il lettore non si senta spaventato ma compreso – compreso nelle proprie attese più stupide;

g) Stimolare l’empatia al posto dell’antipatia, essere simpatici e non repellenti (perché la repulsione è il metro della grande scrittura – leggere Thomas Mann o Dostoevskij provoca scatti d’ira e di rifiuto; leggere è una danza: prima si calpestano i piedi allo scrittore, poi se ne comprende il ritmo, la seduzione);

h) Intavolare il ‘dialogo’, interpellare il lettore (al contrario, la grande scrittura è imperiale, impietosa, assoluta: pretende l’obbedienza del lettore, perché lo scrittore si offre al lettore, dandogli in pugno l’ascia)

 

Questa è istigazione al suicidio. Comunque lo sapevo già.

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Discussione densa di commenti molto istruttivi. Sono al mio secondo romanzo e l’editing [del primo] mi ha insegnato moltissimo, da ogni punto di vista. L’editing ti forma, inizi a scrivere in maniera più attenta, più consapevole. È stata una palestra meravigliosa, mi ha dato tanto.

 

Si scrive in solitaria e quando si lavora così a lungo per dare forma a un’opera, essere obiettivi e distaccati diventa difficile. Anche se passano mesi tra una stesura e l’altra. Un autore che cerca di migliorare, consapevole dei propri limiti, può guardare all’editing come a un percorso teso a rafforzare e ampliare gli strumenti di cui dispone. Mi ritengo fortunato; con l’editor c’è stato un buon feeling sin dall’inizio, abbiamo sempre comunicato moltissimo, ci siamo entrambi spesi nella ricerca dell’intesa e abbiamo sempre lavorato per la riuscita del miglior romanzo possibile.

 

A mio modesto avviso, tutti hanno bisogno di essere editati. Da più parti ho letto di Eco che contava su sette editor. Ricordo di avere letto che anche King lavora con quattro editor diversi.

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Il 9/12/2018 alle 09:46, Il Figlio del Drago ha detto:

L'editing serve a ogni tipo d'autore. Punto.

Sono d'accordo, considerando però che ci sono vari tipi di editing, da quello lieve (perché il testo è molto buono) a quello pesante (perché il testo non è molto buono) a quello strutturale (il testo magari è buono ma l'opera soffre di qualche difetto d'impostazione).  Io, personalmente, non accetterei un editing pesante né strutturale che mi venisse proposto, dato che in tale duplice caso penserei una delle due seguenti cose: a) ho scritto un testo illeggibile, perciò o lo riscrivo e lo accantono; b) l'editing che mi viene proposto è inadeguato, perciò non l'accetto. Naturalmente potrei essere in errore, ma un autore che propone all'editore un testo dopo averci lavorato seriamente (non solo nella fase creativa ma anche nella revisione e fino alla stesura della versione finale da presentare all'editore) non può (nella mia visione delle cose) accettare che il testo venga significativamente modificato neppure dal più qualificato degli editor. Nella mia breve esperienza (tre libri: un saggio, due romanzi) ho lavorato in piena armonia con gli editor e le osservazioni e i suggerimenti da loro formulatimi sono stati oggetto di confronto fra di noi e assai spesso li ho accettati, apprezzandone (moltissimo) l'utile funzione di perfezionamento del testo mediante l'eliminazione di errori, appesantimenti, ambiguità.

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Riporto in auge questa discussione perché l'editing è tornato a procurar scintille altrove. Riporto il primo messaggio off topic nell'altra discussione, che era di @JPK Dike (ti prego di evitare di lasciare inutili spazi bianchi tra un periodo e l'altro).

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Questi autori hanno la curiosa abitudine di riempire i loro scritti di spazi bianchi e stacchetti tattici per passare da scena a scena XD Sono libri fatti di sole scene. Come tante belle fotografie. O se non lo fanno, è perché hanno capitoli che nemmeno arrivano a 10.000 caratteri. Mancano proprio le basi. Poi oh, qualcuno può anche scrivere benino, ma si vede che è robetta.

E mi si potrebbe dire che un capitolo non ha lunghezza prestabilita. Sì, giusto. Ma li devi scrivere in ogni caso con cognizione di causa, e non corti striminziti perché non sai usare il sommario e le transizioni.

Io non sto dicendo che nel mucchio non ce n'è sia uno capace, ma trovarlo è dura. E infatti poi è tutta gente che sparisce e accumula appena una manciata di commenti su amazon. Vendono bene perché sono pompati dal settore, e poi ciao ciao. I loro libri non si autosostengono in vita.

Quindi per questo non credo alla malafede delle CE. Loro pubblicano il meglio che gli arriva, e non ne hanno colpa. 

Il capitolo editor è lungo e complesso. Se mi dici che un autore non può pubblicare senza errori e refusi allora sì. Un editor è necessario e non si scappa. Ma da un punto di vista di fabula e intreccio e prosa, l'editor ci può fare poco. Quello è compito dell'autore.

Se non sai gestire il ritmo, il foreshadowing, i colpi di scena, i climax o costruire personaggi e dialoghi, sei abbastanza fregato.

 

 

Aveva risposto @TuSìCheVale:

Quota

 

Dagli esempi che riporti mi sembra ci sia confusione tra editing (fabula, inteccio, ritmo e cc.) e correzione di bozze (refusi e ecc.).

Cito @Niko con un suo articolo a riguardo, poi consiglio di tornare a discutere di piccola editoria.

*Editato dallo Staff*

Naturalmente i testi che non è possibile editare, migliorare, non dovrebbero essere pubblicati e qui tornano in ballo gli editori ;-)

 

 

E ancora @JPK Dike

Quota

 

L'editing si divide in developmental editing, line edit e copy editing. 

Il primo è buona parte del secondo sono compito dell'autore. L'editor non dovrebbe metterci bocca, a meno di grandi carenze narrative e di tecnica. Può al massimo consigliare dove migliorare la forma in alcune parti, magari se troppo tell o troppo poco. 

Ma è il copy editing quello in assoluto di cui dovrebbe occuparsi. E quello senza cui un libro non raggiungerà mai la perfezione. 

Ripeto. Se un editor deve mettere le mani su fabula, intreccio e prosa, e varie tecniche come l'anisocronia e il foreshadowing, allora l'autore ha toppato alla grande nel fare il suo lavoro. 

 

 

Risponderò qui sotto, nel prossimo messaggio, così da poter continuare il dibattito e fare chiarezza su questioni così apparentemente complesse.

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Non capisco come sia possibile che ogni volta che interviene @JPK Dike si finisca a parlare di editing, oltretutto con le sue idee strampalate ed estremamente confuse. I termini inglesi con cui gli piace affrontare questi argomenti (esistono in italiano, mio caro JPK; e se non esistono traducili) delimitano l'editing in compartimenti stagni, un po' come funziona per l'italiano "editing strutturale", "editing contenutistico", "editing stilistico"; e ancora altre categorie come "editing leggero", "pesante" oppure di "editing di stacippa" (scusate, non mi sono riuscito a trattenere).

Chi fa queste distinzioni prendendole per categoriche e/o oro colato, non è del mestiere oppure è un professionista o agenzia che per motivi economici e di tempo deve fare distinzioni che nella pratica hanno poi poco senso.

Metto un poco di ordine e parto con le definizioni (mi manterrò sul semplice).

Attenzione! A parte le definizioni, che potete tranquillamente trovare su internet, sono tutti pensieri miei. Potreste non condividere la mia filosofia ma ci tengo a fare un po' d'ordine per chi queste cose non le mastica. 

  • Developmental Editing (letteralmente "editing dello sviluppo", qui in Italia conosciuto come coaching, book coaching e similari; attenzione a non confonderlo con quello che qui in Italia chiamano "editing strutturale", che è una roba ancora diversa).
    Se il romanzo è ancora nelle fasi iniziali e l'autore non è sicuro di come lo vuol strutturare, può chiedere a un editor di aiutarlo a farlo. Con idee, pareri sulla stesura, direzioni da prendere, target di riferimento, taglio stilistico, di trama e chi più ne ha più ne metta. Questo è essenzialmente "coaching", che sarebbe un po' come avere di fianco un co-autore o nei casi più estremi un ghostwriter. Per quanto mi riguarda è essenzialmente inutile; uno scrittore senza idee e che non sa dove andare a parare, meglio che cambi hobby e/o mestiere o che assuma direttamente un Ghost Writer e faccia scrivere la storia a qualcun altro. Io non ho mai proposto di fare questo tipo di "editing", perché per quanto mi riguarda è poco utile alla crescita di un autore, che sarebbe incredibilmente influenzato. A me piace pensare a uno scrittore, durante la prima stesura, nei termini in cui lo definisce King: un uomo in una stanza chiusa. Solo dopo la prima stesura quella porta può essere aperta e ricevere influenze esterne, altrimenti il testo sarà contaminato fin dall'inizio.
  • Line Editing (letteralmente "editing di linea" che sarebbe l'editing "riga per riga").

    C'è poco da dire: questo è un editing che passa al microscopio il testo: grammatica, sintassi, ortografia, fluidità del testo. L'Editor potrebbe in questo caso proporre modifiche a intere frasi oltre che per singole parole. Questo tipo di editing interviene anche su consigli riguardo a trama, personaggi o ambientazione.

  • Copy Editing (letteralmente "editing in copia"?)
    Nella pratica si tratta dell'editing "riga per riga" o line editing senza però la parte contenutistica, cioè senza pareri su trama, ambientazione, personaggi, eccetera. Per me è anche questo essenzialmente inutile perché sarebbe il fratello "ben vestito" della correzione di bozze (chiamata in inglese "proofreading" e che si occupa solo di refusi ed errori di punteggiatura). Per metterla in parole povere, sarebbe una correzione di bozze che sconfina in pareri sulla fluidità del testo e sintassi.

Ora che sapete queste definizioni, su quelle italiane nemmeno mi ci butto perché tanto ogni agenzia / professionista dice una cosa diversa. Chi parla di editing  formale (impaginazione ed estetica), chi di strutturale (cioè intervento solo sulla struttura del testo: trama/fabula e taglio di scene - eventi), chi di contenutistico (dialoghi, personaggi, intreccio), chi di stilistico (che agisce solo sulla forma), chi di editing "profondo" (che contenga editing strutturale e contenutistico e stilistico) o "leggero" (formale e stilistico).

 

Io mi limito a dire una sola cosa: esiste un solo tipo di editing ed è quello di cui ha bisogno il testo.

Un testo già scritto, non in fase di scrittura; un testo che abbia una trama e un finale già concluso. Un romanzo dopo la prima stesura (o anche la seconda o terza dello stesso autore, perché no).

Solo lavorando sul testo si può capire di cosa c'è bisogno, non si può decidere a priori di agire per compartimenti stagni, non è professionale. Ed è per questo che per me (ripeto: per me!) tutto quello che ho spiegato qui sopra è totalmente inutile: aggiungere aggettivi a quello che si chiama semplicemente "editing" è superfluo, fuorviante, complica le cose senza alcun senso. Serve solo per dire alle persone di sborsare un euro di più o un euro di meno già prima di aver lavorato.

La mia filosofia è quella di leggere qualcosina del testo in questione (sinossi e qualche pagina) ed effettuare una tariffa su un range unico non rispetto alla scelta di cosa andare a toccare - quello non lo si può sapere prima, e chiunque vi dica il contrario senza aver letto l'intero testo è un pagliaccio! - ma rispetto al testo stesso.

E poi effettuare l'editing.

L'Editing, quello con la E maiuscola, cioè quello che comprende tutto, forma e contenuto, rispetto - ripeterei all'infinito - a quello di cui ha bisogno il testo stesso.

C'è bisogno di lavorare sullo stile perché la trama è una bomba? E sia.

C'è bisogno di lavorare sulla trama, perché lo stile è buono? E sia.

C'è bisogno di lavorare su entrambi (in diverse percentuali di approfondimento) perché il testo ha bisogno di entrambe? E sia!

Bisogna distinguere (certo) tra editing, correzione di bozze e valutazione editoriale.

Tutto il resto per me è fuffa.

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19 minuti fa, Niko ha detto:

Se il romanzo è ancora nelle fasi iniziali e l'autore non è sicuro di come lo vuol strutturare, può chiedere a un editor di aiutarlo a farlo. Con idee, pareri sulla stesura, direzioni da prendere, target di riferimento, taglio stilistico, di trama e chi più ne ha più ne metta. Questo è essenzialmente "coaching", che sarebbe un po' come avere di fianco un co-autore o nei casi più estremi un ghostwriter. Per quanto mi riguarda è essenzialmente inutile; uno scrittore senza idee e che non sa dove andare a parare, meglio che cambi hobby e/o mestiere o che assuma direttamente un Ghost Writer e faccia scrivere la storia a qualcun altro.

S'impara sempre qualcosa. Ho sempre creduto che uno che vuole scrivere una storia, sa che cosa vuole scrivere, cosa vuole realizzare. Poi dopo si può contattare qualcuno per migliorarlo (editor), ma in questa parte deve entrarci solo l'autore; possono esserci consigli, suggerimenti, ma rimane comunque una cosa di esclusiva pertinenza dell'autore.

 

22 minuti fa, Niko ha detto:

me piace pensare a uno scrittore, durante la prima stesura, nei termini in cui lo definisce King: un uomo in una stanza chiusa. Solo dopo la prima stesura quella porta può essere aperta e ricevere influenze esterne, altrimenti il testo sarà contaminato fin dall'inizio.

Non posso che essere d'accordo.

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55 minuti fa, Niko ha detto:

Tutto il resto per me è fuffa.

I agree with you. :sorrisoidiota: 

Modificato da Marcello
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Il 26/1/2019 alle 18:50, Niko ha detto:

Non capisco come sia possibile che ogni volta che interviene @JPK Dike si finisca a parlare di editing, oltretutto con le sue idee strampalate ed estremamente confuse. I termini inglesi con cui gli piace affrontare questi argomenti (esistono in italiano, mio caro JPK; e se non esistono traducili) delimitano l'editing in compartimenti stagni, un po' come funziona per l'italiano "editing strutturale", "editing contenutistico", "editing stilistico"; e ancora altre categorie come "editing leggero", "pesante" oppure di "editing di stacippa" (scusate, non mi sono riuscito a trattenere).

Chi fa queste distinzioni prendendole per categoriche e/o oro colato, non è del mestiere oppure è un professionista o agenzia che per motivi economici e di tempo deve fare distinzioni che nella pratica hanno poi poco senso.

Metto un poco di ordine e parto con le definizioni (mi manterrò sul semplice).

Attenzione! A parte le definizioni, che potete tranquillamente trovare su internet, sono tutti pensieri miei. Potreste non condividere la mia filosofia ma ci tengo a fare un po' d'ordine per chi queste cose non le mastica. 

  • Developmental Editing (letteralmente "editing dello sviluppo", qui in Italia conosciuto come coaching, book coaching e similari; attenzione a non confonderlo con quello che qui in Italia chiamano "editing strutturale", che è una roba ancora diversa).
    Se il romanzo è ancora nelle fasi iniziali e l'autore non è sicuro di come lo vuol strutturare, può chiedere a un editor di aiutarlo a farlo. Con idee, pareri sulla stesura, direzioni da prendere, target di riferimento, taglio stilistico, di trama e chi più ne ha più ne metta. Questo è essenzialmente "coaching", che sarebbe un po' come avere di fianco un co-autore o nei casi più estremi un ghostwriter. Per quanto mi riguarda è essenzialmente inutile; uno scrittore senza idee e che non sa dove andare a parare, meglio che cambi hobby e/o mestiere o che assuma direttamente un Ghost Writer e faccia scrivere la storia a qualcun altro. Io non ho mai proposto di fare questo tipo di "editing", perché per quanto mi riguarda è poco utile alla crescita di un autore, che sarebbe incredibilmente influenzato. A me piace pensare a uno scrittore, durante la prima stesura, nei termini in cui lo definisce King: un uomo in una stanza chiusa. Solo dopo la prima stesura quella porta può essere aperta e ricevere influenze esterne, altrimenti il testo sarà contaminato fin dall'inizio.
  • Line Editing (letteralmente "editing di linea" che sarebbe l'editing "riga per riga").

    C'è poco da dire: questo è un editing che passa al microscopio il testo: grammatica, sintassi, ortografia, fluidità del testo. L'Editor potrebbe in questo caso proporre modifiche a intere frasi oltre che per singole parole. Questo tipo di editing interviene anche su consigli riguardo a trama, personaggi o ambientazione.

  • Copy Editing (letteralmente "editing in copia"?)
    Nella pratica si tratta dell'editing "riga per riga" o line editing senza però la parte contenutistica, cioè senza pareri su trama, ambientazione, personaggi, eccetera. Per me è anche questo essenzialmente inutile perché sarebbe il fratello "ben vestito" della correzione di bozze (chiamata in inglese "proofreading" e che si occupa solo di refusi ed errori di punteggiatura). Per metterla in parole povere, sarebbe una correzione di bozze che sconfina in pareri sulla fluidità del testo e sintassi.

Ora che sapete queste definizioni, su quelle italiane nemmeno mi ci butto perché tanto ogni agenzia / professionista dice una cosa diversa. Chi parla di editing  formale (impaginazione ed estetica), chi di strutturale (cioè intervento solo sulla struttura del testo: trama/fabula e taglio di scene - eventi), chi di contenutistico (dialoghi, personaggi, intreccio), chi di stilistico (che agisce solo sulla forma), chi di editing "profondo" (che contenga editing strutturale e contenutistico e stilistico) o "leggero" (formale e stilistico).

 

Io mi limito a dire una sola cosa: esiste un solo tipo di editing ed è quello di cui ha bisogno il testo.

Un testo già scritto, non in fase di scrittura; un testo che abbia una trama e un finale già concluso. Un romanzo dopo la prima stesura (o anche la seconda o terza dello stesso autore, perché no).

Solo lavorando sul testo si può capire di cosa c'è bisogno, non si può decidere a priori di agire per compartimenti stagni, non è professionale. Ed è per questo che per me (ripeto: per me!) tutto quello che ho spiegato qui sopra è totalmente inutile: aggiungere aggettivi a quello che si chiama semplicemente "editing" è superfluo, fuorviante, complica le cose senza alcun senso. Serve solo per dire alle persone di sborsare un euro di più o un euro di meno già prima di aver lavorato.

La mia filosofia è quella di leggere qualcosina del testo in questione (sinossi e qualche pagina) ed effettuare una tariffa su un range unico non rispetto alla scelta di cosa andare a toccare - quello non lo si può sapere prima, e chiunque vi dica il contrario senza aver letto l'intero testo è un pagliaccio! - ma rispetto al testo stesso.

E poi effettuare l'editing.

L'Editing, quello con la E maiuscola, cioè quello che comprende tutto, forma e contenuto, rispetto - ripeterei all'infinito - a quello di cui ha bisogno il testo stesso.

C'è bisogno di lavorare sullo stile perché la trama è una bomba? E sia.

C'è bisogno di lavorare sulla trama, perché lo stile è buono? E sia.

C'è bisogno di lavorare su entrambi (in diverse percentuali di approfondimento) perché il testo ha bisogno di entrambe? E sia!

Bisogna distinguere (certo) tra editing, correzione di bozze e valutazione editoriale.

Tutto il resto per me è fuffa.

 

Idee strampalate è abbastanza soggettivo. Gli autori che conosco io queste cose le sanno e le applicano sui propri testi. 

Non capisco perché non dovrei dargli un nome ( italiano o inglese che sia) o perché vi faccia specie la cosa. 

Se più scrittori imparassero queste cose, e come funzionano, sono sicuro ci sarebbero testi migliori. 

Perché inglese? Perché da loro queste cose sono di pubblico dominio è hanno un nome e solo uno. Dai noi, come fai notare, ognuno fa il cavolo che gli pare, e viene meno un approccio formale e professionale alla questione. 

Sono sicuro che uno schema a compartimenti stagni potrebbe aiutare tante persone a mettere ordine e comprendere meglio la questione. 

Altrimenti se resta nel vago e nessuno ci capisce nulla. Come mi sembra sia il caso qua sopra. 

Ti ho costretto a fare tutta questa spiegazione ripetendo ancora una volta queste tre categorie, altrimenti non se ne parlava nemmeno per scherzo. 

Alle volte mi sorprende come qua sopra non si scenda mai nel dettaglio o si parli di tecniche specifiche, che siano di scrittura o editing. 

A me questo approccio sistematico ha aiutato molto, e sono sicuro possa essere lo stesso anche per altri. 

 

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23 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Perché inglese? Perché da loro queste cose sono di pubblico dominio è hanno un nome e solo uno. Dai noi, come fai notare, ognuno fa il cavolo che gli pare, e viene meno un approccio formale e professionale alla questione. 

Sicuramente c'è più confusione in Italia, ma anche lì non si scherza. Come ho fatto notare, il Proofreading e il Copy Editing sono molto simili ed è una distinzione pressoché inutile.

24 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Sono sicuro che uno schema a compartimenti stagni potrebbe aiutare tante persone a mettere ordine e comprendere meglio la questione. 

Altrimenti se resta nel vago e nessuno ci capisce nulla. Come mi sembra sia il caso qua sopra. 

I compartimenti stagni possono aiutare solo nella teoria, per cominciare; nella pratica sono inutili.

E nel caso qua sopra ho fatto chiarezza, al contrario di te, che scrivi sempre termini inglesi che spesso nessuno capisce. Quello che non spiega mai niente e parla alla sanfrasò sei tu, eh :asd:  mica io.

Se vuoi far capire alle persone certe cose secondo la tua filosofia, dire che devono fare foreshadowing, copy editing e paragraphing e tutte quelle belle paroline che piacciono a te, poi ti tocca spiegarle o almeno provarci, e farlo con chiarezza, non scrivendo una solfa esterofila che finisce a capodanno. Altrimenti sei solo un parolaio: tiri lì certe parole e bon, ciaone.

28 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Ti ho costretto a fare tutta questa spiegazione ripetendo ancora una volta queste tre categorie, altrimenti non se ne parlava nemmeno per scherzo. 

Mi hai costretto nel senso che parlando spesso a vanvera mi viene da intervenire e spiegare a chi non ci capisce niente, perché alle volti parli proprio a vanvera, perdonami.

29 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Alle volte mi sorprende come qua sopra non si scenda mai nel dettaglio o si parli di tecniche specifiche, che siano di scrittura o editing. 

Questa è un'altra affermazione tirata lì a caso, senza cognizione di causa. Si parla spesso di editing su questo forum, invece, e pure nel dettaglio. Solo perché non usiamo le belle paroline inglesi non significa che parliamo del niente, sai.

29 minuti fa, JPK Dike ha detto:

A me questo approccio sistematico ha aiutato molto, e sono sicuro possa essere lo stesso anche per altri. 

E mi fa piacere che questo ti abbia aiutato, e anch'io sono certo che possa essere utile agli altri, per cominciare. Se poi cominci a scrivere con queste idee in testa come fossero dei mantra o dei dogmi (dai questa impressione), partorirai testi tecnici, asettici, banali per forza di cose.

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Se qualcuno è interessato lo chiede, o mi manda un mp o mi contatta su fb. Lo hanno già fatto è ne sono venute fuori belle discussioni. 

Dici che vengono fuori testi asettici? Io ho notato che è proprio il contrario. Avere paletti e limiti e regole precise, rende i miei testi chiari, precisi e mi permette di osare con la fantasia e affrontare situazioni e personaggi complessi. 

Senza questa rigidità, mi sarebbe stato impossibile rendere la mia scrittura più complessa e profonda. 

Poi oh, per qualcuno funzionerà in maniera differente. Però per sapere cosa funziona per se stessi è necessario provarle le cose. E non scartarle a priori. 

Io ho notato che funziona, e meglio conosco queste cose, migliori sono i riscontri dai lettori. Per questo le studio come fosse matematica. E le implemento con rigidità. 

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15 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Se qualcuno è interessato lo chiede, o mi manda un mp o mi contatta su fb.

E allora finisce l'utilità del forum: se dobbiamo trovarci qui, per spostarci a parlare da un'altra parte, WD diventa un luogo d'appuntamento e nulla più.

17 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Poi oh, per qualcuno funzionerà in maniera differente

Eh, certo: ognuno ha la propria testa, un modo personale di esprimersi, prova sensazioni e sentimenti diversi dagli altri.  Altrimenti sai che noia...

 

20 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Per questo le studio come fosse matematica

E questa è una cosa su cui non ci troveremo mai d'accordo: un'equazione di secondo grado ha due soluzioni, quelle e basta.  

Un testo di narrativa ha infinite soluzioni e, fatte salve le regole di grammatica e alcune considerazioni di stile, volerle irregimentare dentro regole fisse non credo porti dei vantaggi, tutt'altro.

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7 minuti fa, Marcello ha detto:

Un testo di narrativa ha infinite soluzioni e, fatte salve le regole di grammatica e alcune considerazioni di stile, volerle irregimentare dentro regole fisse non credo porti dei vantaggi, tutt'altro.

Esatto. L'ho già ribadito più volte e non mi stancherò mai di farlo: se escludiamo la grammatica, le "regole" di scrittura sono in realtà delle linee guida. Bisogna conoscerle e capire perché esistono; a quel punto, l'autore è libero di infrangerle con cognizione di causa.

La scrittura non è un testo scientifico, non è soltanto tecnica; è una combinazione di tecnica e creatività (non per niente si dice testo creativo). Non ci sarà mai creatività se ci si attiene a gabbie rigide e inamovibili.

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11 minuti fa, Marcello ha detto:

E allora finisce l'utilità del forum: se dobbiamo trovarci qui, per spostarci a parlare da un'altra parte, WD diventa un luogo d'appuntamento e nulla più.

 

Eh, lo so. Però si può chiedere qua sopra e rispondo nella conversazione. Se sono interessati. 

 

Quota

 

E questa è una cosa su cui non ci troveremo mai d'accordo: un'equazione di secondo grado ha due soluzioni, quelle e basta.  

Un testo di narrativa ha infinite soluzioni e, fatte salve le regole di grammatica e alcune considerazioni di stile, volerle irregimentare dentro regole fisse non credo porti dei vantaggi, tutt'altro.

 

Però come fai a creare aspettativa senza foreshadowing (anticipazione di un elemento di trama)? Facilità di lettura senza parole di collegamenti e transizioni logiche tra paragrafi? Unità di testo e scorrevolezza senza anisocronia? È così via. 

È struttura e tecnica, con cui e su cui impostare la prosa. È in definitiva editing strutturale. 

Che poi ho notato che nemmeno serve applicarle volontariamente. Una volta apprese il cervello le usa di suo, e a me basta scrivere senza pensarci. E anche meglio, ora che le so, a parità di tempo passato a scrivere, scrivo molto di più e molto più facilmente. 

Proprio perché non devo andare a caso, e so cosa mettere, e dove, per creare ritmo, velocità, suspance, climax e cose così. Mi ha facilitato il tutto. 

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@JPK Dike Non si arriverà mai a un punto d'incontro e quindi evito di continuare sulla questione "filosofica" dello scrivere, tanto sono ben chiare entrambe le posizioni (rigidità di attuazione tecnica VS consapevolezza della tecnica e di quando usarla o farla a pezzettini).

Torno però sul tema per cui spesso dici che l'autore può farsi da solo l'editing. 

Tutto quello che hai appena descritto è quello che un autore dovrebbe fare durante la stesura e dopo (costruzione della storia, uso di tecniche ben precise come l'anticipazione, cliffhanger e così via; miglioramento dei passaggi tra paragrafi, eccetera). Benissimo.

 

Ma cosa c'entra tutto questo con l'occhio esterno di un Editor? Niente, sono due cose diverse. Tu non potrai mai avere l'occhio esterno sul tuo testo, è fisicamente e concettualmente impossibile.

Ed è per questo che l'editing (chiamiamolo line editing, così sei contento) sarà sempre necessario anche agli autori più navigati ed esperti. Senza alcuna esclusione.

Poi si può avere la libertà di dire "io preferisco non farlo". Ma dire che non è necessario oppure che un autore può farselo da solo, implica una vera e propria ignoranza di fondo rispetto ai meccanismi della scrittura creativa.

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17 minuti fa, Niko ha detto:

@JPK Dike Non si arriverà mai a un punto d'incontro e quindi evito di continuare sulla questione "filosofica" dello scrivere, tanto sono ben chiare entrambe le posizioni (rigidità di attuazione tecnica VS consapevolezza della tecnica e di quando usarla o farla a pezzettini).

Torno però sul tema per cui spesso dici che l'autore può farsi da solo l'editing. 

Tutto quello che hai appena descritto è quello che un autore dovrebbe fare durante la stesura e dopo (costruzione della storia, uso di tecniche ben precise come l'anticipazione, cliffhanger e così via; miglioramento dei passaggi tra paragrafi, eccetera). Benissimo.

 

Ma cosa c'entra tutto questo con l'occhio esterno di un Editor? Niente, sono due cose diverse. Tu non potrai mai avere l'occhio esterno sul tuo testo, è fisicamente e concettualmente impossibile.

Ed è per questo che l'editing (chiamiamolo line editing, così sei contento) sarà sempre necessario anche agli autori più navigati ed esperti. Senza alcuna esclusione.

Poi si può avere la libertà di dire "io preferisco non farlo". Ma dire che non è necessario oppure che un autore può farselo da solo, implica una vera e propria ignoranza di fondo rispetto ai meccanismi della scrittura creativa.

 

Io non ho mai detto che non serva o non sia necessario. Io ho detto che il primo editor è l'autore stesso, ed è lui l'unico giudice per fabula, intreccio e prosa. Così come per questioni tecniche. 

È diverso. 

Un editor corregge là dove l'autore sbaglia, o non fa abbastanza. Ma non si sostituisce all'autore nella creazione della storia o nella composizione della forma. 

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5 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Però come fai a creare aspettativa senza foreshadowing (anticipazione di un elemento di trama)? Facilità di lettura senza parole di collegamenti e transizioni logiche tra paragrafi? Unità di testo e scorrevolezza senza anisocronia? È così via. 

È struttura e tecnica, con cui e su cui impostare la prosa. È in definitiva editing strutturale. 

Che poi ho notato che nemmeno serve applicarle volontariamente. Una volta apprese il cervello le usa di suo, e a me basta scrivere senza pensarci. E anche meglio, ora che le so, a parità di tempo passato a scrivere, scrivo molto di più e molto più facilmente. 

Proprio perché non devo andare a caso, e so cosa mettere, e dove, per creare ritmo, velocità, suspance, climax e cose così. Mi ha facilitato il tutto. 

Carisssimo, credo che il fraintendimento alla base di tutti questi discorsi sia che tu non stai parlando di editing. Tu stai parlando di tecniche di scrittura (che possono essere apprese su manuali, da dei corsi, da dei mentori, ci si può arrivare da soli... si può chiamarle con nomi italiani o esteri ecc ecc) che nel tuo caso, a quanto capisco, ti sono servite tantissimo per migliorarti e renderti più consapevole. Il che è una cosa buona, ottima anzi. Come, a mio avviso, è una buona cosa che tu ti applichi "nello studio". Lo fai applicando sistematicamente determinate tecniche? Se ci ti trovi... alla grande. Semmai, a questo riguardo, ci sarebbe da puntualizzare che ciò che per te può andar bene per un altro può essere castrante, se non addirittura dannoso. Ognuno, al di là delle tecniche e di ciò che dicono i manuali, si deve approcciare al processo creativo di scrittura nel modo a lui più congeniale. Non esiste un "modo corretto" in assoluto, ma esiste un "modo migliore" per ogni singolo autore.

 

Detto questo, il problema è che tu parli spesso e volentieri di "editing" senza avere alcuna esperienza in merito.

Per tua stessa ammissione (in un discorso che abbiamo fatto in non ricordo quale topic) hai detto di non esserti mai confrontato con un editor professionista.

Ebbene, allora ti chiedo, senza alcun intento polemico: ma cosa ne vuoi sapere tu, di editing?

Tutto ciò che l'autore fa da solo sul proprio testo, ad esempio, non potrà mai essere definito "editing" in senso stretto. Magari possiamo definirlo così per semplificare, ma in realtà si tratta di riletture, correzioni e cose del genere. L'editing è un processo esterno che nessuno può eseguire sul proprio testo, neanche un autore capace che fosse al contempo anche un grandissimo editor. Perché? Perché è così: l'autore non può guardare a ciò che ha scritto con occhio esterno e critico ( a meno che non abbia due personalità distinte inconsapevoli l'una dell'altra, che potrebbe anche essere un soggetto interessante per un romanzo su un autore sciroccato che detesta il proprio editor che gli fa riscrivere sempre il testo e lo vuole uccidere, ma alla fine scopre che è lui stesso).

Fino a che non ti confronterai con un professionista (il che può avvvenire sostanzialmente in  2 modi: pagandone uno o firmando con una CE che te ne assegni uno, e in questo secondo caso non parlo di correzione di bozze, ma di qualcuno che lavora sul testo per N mesi, quindi chiunque pensi che la CE con cui ha firmato un contratto gli ha assegnato un editor anche se la stampa è prevista di lì a uno o due mesi sappia che no, non ha un "editor", ha un correttore di bozze) non potrai mai parlare di editing e dell'incisività di un editing su un testo con cognizione di causa. Mai. 

 

Puoi, e ne hai tutto il diritto, sostenere che secondo te il primo editor di un testo è l'autore, ma secondo me sarebbe meglio sostituire "giudice" con "editor", in questo caso.

 

3 minuti fa, JPK Dike ha detto:

ed è lui l'unico giudice per fabula, intreccio e prosa. Così come per questioni tecniche. 

ecco, questo non lo credo affatto.

cioè, puoi pensarla così, ne hai tutto il diritto... ma va da sè che con questo approccio non riuscirai mai ad apprezzare il valore di un buon editor.

Personalmente, credo che il salto di qualità un autore lo fa quando fa un paio di passi indietro e, armandosi di una certa umiltà, si rende cosnto che in effetti un giudice esterno giudica meglio di lui il suo lavoro (se competente, ovvio).

E te lo dico con la consapevolezza che qualche anno fa la pensavo come te. Oggi la penso in modo diametralmente opposto, perché ho avuto la fortuna di potermi confrontare con alcuni professionisti del settore che mi hanno "fatto toccare con mano" la differenza.

 

 

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@Bango Skank Cosa ne so di editing? Lo so perché lo faccio. L'ho studiato e lo applico su tutti i miei testi. Sia durante che dopo la stesura. E quello più importante è quello fatto durante la prima stesura, che dà il tono a tutto il libro.

L'uso delle tecniche narrative è editing. Voi pensate all'editing come qualcosa di postumo, da fare dopo la scrittura. E per gran parte lo è, ma decidere quanto sarà lungo un capitolo, un dialogo, dove mettere azione, dove pause, dove dettagli, dove sommari per far passare il tempo più velocemente e così via, è editing che si svolge contemporaneamente alla stesura di un testo.

Siccome per scrivere diciamo un capitolo mi servono anche 3/4 giorni, e non avviene tutto in una volta, ho il tempo sia di buttare parole su schermo, sia di aggiustarle e farle incastrare tra loro prima di proseguire.

Un professionista mi farebbe migliorare? Mai messo in dubbio, e lavorare con chi ne sa più di me è una cosa che amo. In ogni ambito della vita, però non è che siccome al momento sono ancora io da solo, allora mi precludo possibilità di miglioramento solo perché "da soli non si può fare".

E voglio dire, queste vostre obbiezioni sono le stesse che mi facevate quando per la prima volta sono venuto sul forum. E io mi dicevo, avranno ragione? E' impossibile piacere e interessare da solo? E ho scoperto che la risposta è no. Si può fare.

Con un editor e una casa editrice seria sarebbe meglio. Di sicuro. Però non sta a me costringere qualcuno ad accettarmi, sta a loro. Fino a quando non succederà, se mai succederà, continuerò a fare il massimo che posso da solo, o come ora pagando un editor per aiutarmi a rivedere quello che ho fatto fino a ora.

Ne parlate come se fosse una mia scelta lavorare o no con un esperto del settore. Non lo è. Ed essendo da solo mi devo attrezzare con quel che ho: un cervello, due mani e lo studio. Non ci vedo nulla, ma nulla, di male.

Ogni tanto tirerò qualche stronzata, ma pace XD Come sempre imparerò sbagliando.

 

 

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1 ora fa, Niko ha detto:

Come ho fatto notare, il Proofreading e il Copy Editing sono molto simili ed è una distinzione pressoché inutile.

 

Non proprio. Il problema nasce dal fatto che la filiera editoriale è in parte diversa in Italia rispetto agli USA, soprattutto perché lì spesso si tratta di CE mastodontiche dove ogni singolo passaggio è svolto da persone diverse. Inoltre non dimentichiamoci che sono termini generici e lavori diversi a seconda che si tratti di narrativa o pubblicazioni scientifiche.

 

La situazione è poi complicata dal fatto che "editor" in inglese significa "curatore", non editor come lo intendiamo in italiano. Per cui col termine "copy editor" in senso largo si può intendere anche quello che in Italia è un "editor" e basta.

 

Detto questo, la distinzione tra le due figure, a grandi linee, è che il copy editing corregge il contenuto del libro, quindi prepara il testo e gli apparati prima dell'impaginazione. Si occupa quindi, oltre che di refusi e correzioni grammaticali, anche di applicare le norme della casa editrice per dialoghi, citazioni bibliografiche, indici, stile delle figure, ecc. In narrativa ha un ruolo relativo, ma nei testi scientifici o didattici è fondamentale.

 

Il proofreading invece corregge il libro nel suo complesso dopo l'impaginazione. Quindi, oltre ai soliti refusi che non mancano mai, si occupa anche di regolare l'estetica del libro, quindi recupero di vedove e orfani, posizionamento delle figure, ecc. Può incidere sul contenuto per cose come titoli dei capitoli troppo lunghi o frasi da riscrivere perché tipograficamente brutte (per esempio con parole lunghe che provocano dei buchi nella riga) o altre amenità di questo tipo.

 

Da notare che spesso l'ultimo proofreading, quando il testo è definitivo, lo fa l'autore stesso per dare il "visto si stampi".

 

 

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1 minuto fa, JPK Dike ha detto:

E' impossibile piacere e interessare da solo? E ho scoperto che la risposta è no. Si può fare.

Nessuno lo mette in dubbio.

 

2 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Ed essendo da solo mi devo attrezzare con quel che ho: un cervello, due mani e lo studio. Non ci vedo nulla, ma nulla, di male.

Nessuno con un minimo di sale in zucca ha mai affermato il contrario o si azzarderebbe a farlo.

 

3 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Cosa ne so di editing? Lo so perché lo faccio. L'ho studiato e lo applico su tutti i miei testi. Sia durante che dopo la stesura. E quello più importante è quello fatto durante la prima stesura, che dà il tono a tutto il libro.

L'uso delle tecniche narrative è editing

La differenza dei punti di vista è tutta qui.

Quello che tu ritieni sia "editing", a mio avviso (e secondo tanti altri) non è "editing".

Quella è scrittura.

Lo scrittore scrive, l'editor fa l'editing.

Andando a ragionare su questo: lo scrittore può scrivere in modo talmente buono da non avere necessità alcuna di editing? Certo che sì e beato lui... ma in quel caso non è che lo scrittore è "anche" un bravo editor: è semplicemente uno scrittore talmente bravo da non averne bisogno.

Quello che proviamo a dirti non è: "se non ti rivolgi a un editor non sei nessuno". Non è questo il punto. Il punto è: chi scrive, non può farsi l'editing da solo. Qualunque cosa faccia sul suo testo, rientra nel processo di scrittura e revisione.

 

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8 minuti fa, Bango Skank ha detto:

La differenza dei punti di vista è tutta qui.

Quello che tu ritieni sia "editing", a mio avviso (e secondo tanti altri) non è "editing".

Quella è scrittura.

Lo scrittore scrive, l'editor fa l'editing.

Andando a ragionare su questo: lo scrittore può scrivere in modo talmente buono da non avere necessità alcuna di editing? Certo che sì e beato lui... ma in quel caso non è che lo scrittore è "anche" un bravo editor: è semplicemente uno scrittore talmente bravo da non averne bisogno.

Quello che proviamo a dirti non è: "se non ti rivolgi a un editor non sei nessuno". Non è questo il punto. Il punto è: chi scrive, non può farsi l'editing da solo. Qualunque cosa faccia sul suo testo, rientra nel processo di scrittura e revisione.

 

 

Non so, per me è solo semantica. Voglio dire, le regole della scrittura son sempre le solite. Mi si dice che un autore non deve conoscerle a memoria, e poi che ha bisogno di un editor esterno. E' chiaro che ne ha bisogno. Se non le conosce e non le applica, deve farlo l'editor per lui.

 

O mi sfugge qualcosa? Ditemelo voi. Cosa fa un editor che non ho considerato? Un giudizio esterno al libro completo. Ovvio, è una persona diversa da me, è normale che abbia un senso critico suo personale e viva il libro da un punto di vista esterno.

 

 

 

 

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Il problema delle pieghe prese da queste discussioni, secondo me, risiede nel fatto che si finisce per arroccarsi su due posizioni tagliate con l'accetta.

Capisco però che viene naturale nel tentativo di fare chiarezza. Però così facendo, a mio avviso, si va un po' a perdere un ventaglio di sfumature che sono molto utili in ottica WD, ossia di una comunità volta all'arricchimento (non in termini monetari, ahimè :asd:) di chi aspira a fare narrativa.

36 minuti fa, Bango Skank ha detto:

Lo scrittore scrive, l'editor fa l'editing.

Andando a ragionare su questo: lo scrittore può scrivere in modo talmente buono da non avere necessità alcuna di editing? Certo che sì e beato lui... ma in quel caso non è che lo scrittore è "anche" un bravo editor: è semplicemente uno scrittore talmente bravo da non averne bisogno.

Quello che proviamo a dirti non è: "se non ti rivolgi a un editor non sei nessuno". Non è questo il punto. Il punto è: chi scrive, non può farsi l'editing da solo.

L'intervento di Bango è chiarissimo. Non ho alcuna intenzione di contraddirlo, anche perché mi trova d'accordo.

Però anche nel piccolo dello scrittore ritengo che sia utile una certa contaminazione dei ruoli. Non dico che uno scrittore sia anche editor di se stesso, perché non potrà mai essere così (per definizione, l'editing necessita di occhi terzi); conoscere il mestiere dell'editing, la teoria che c'è dietro e il lavoro nel pratico, d'altro canto, lo trovo utilissimo per chi scrive.

Ho frequentato personalmente un corso di editing e questo mi ha aperto la mente in una maniera tale che forse non avrei raggiunto altrimenti. E sono sicuro che valga anche per molte altre persone, oltre a me.

Quindi, in un certo senso essere consapevoli del lavoro di editing può giovare alla qualità in tutte le fasi di scrittura: progettazione, stesura e revisione.

Ribadisco, in ogni caso, che non sto dicendo che si possa essere editori di se stessi, ma "solo" scrittori più efficaci, se si fanno propri determinati strumenti, se si allenano determinate sensibilità.

Per questo penso che lo scontro di posizioni nette "mi edito da solo" vs "lo scrittore scrive ebbasta" è sì realistico, ma preclude un po' la possibilità di accrescere il proprio spirito critico.

Modificato da AdStr
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13 minuti fa, AdStr ha detto:

Il problema delle pieghe prese da queste discussioni, secondo me, risiede nel fatto che si finisce per arroccarsi su due posizioni tagliate con l'accetta.

Capisco però che viene naturale nel tentativo di fare chiarezza. Però così facendo, a mio avviso, si va un po' a perdere un ventaglio di sfumature che sono molto utili in ottica WD, ossia di una comunità volta all'arricchimento (non in termini monetari, ahimè :asd:) di chi aspira a fare narrativa.

L'intervento di Bango è chiarissimo. Non ho alcuna intenzione di contraddirlo, anche perché mi trova d'accordo.

Però anche nel piccolo dello scrittore ritengo che sia utile una certa contaminazione dei ruoli. Non dico che uno scrittore sia anche editor di se stesso, perché non potrà mai essere così (per definizione, l'editing necessita di occhi terzi); conoscere il mestiere dell'editing, la teoria che c'è dietro e il lavoro nel pratico, d'altro canto, lo trovo utilissimo per chi scrive.

Ho frequentato personalmente un corso di editing e questo mi ha aperto la mente in una maniera tale che forse non avrei raggiunto altrimenti. E sono sicuro che valga anche per molte altre persone, oltre a me.

Quindi, in un certo senso essere consapevoli del lavoro di editing può giovare alla qualità in tutte le fasi di scrittura: progettazione, stesura e revisione.

Ribadisco, in ogni caso, che non sto dicendo che si possa essere editori di se stessi, ma "solo" scrittori più efficaci, se si fanno propri determinati strumenti, se si allenano determinate sensibilità.

Per questo penso che lo scontro di posizioni nette "mi edito da solo" vs "lo scrittore scrive ebbasta" è sì realistico, ma preclude un po' la possibilità di accrescere il proprio spirito critico.

 

Ecco sì. E vorrei precisare che la mia non è una critica agli editor o al sistema editoriale, ma al massimo un voler spronare lo scrittore a fare di più, a scavare di più e a sapere di più.

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21 minuti fa, AdStr ha detto:

Per questo penso che lo scontro di posizioni nette "mi edito da solo" vs "lo scrittore scrive ebbasta" è sì realistico, ma preclude un po' la possibilità di accrescere il proprio spirito critico.

Io però non ho mai detto che lo scrittore dovrebbe scrivere e basta.

Anzi, le "auto revisioni" sono importantissime (ci ho scritto pure un articolo!), e proprio tu sai cosa consiglio agli autori nella pratica. Di lavorare molto su sé stessi e di non prendere mai per oro colato quello che dice qualcun'altro (compreso l'editor, compreso il caso in cui l'editor in questione sono io, per intenderci!).

La contaminazione dei due ruoli non è auspicabile ma anzi necessaria: contaminazione intellettuale (di amorosi - letterari - sensi...), non di ruoli.

Gli occhi esterni sono essenziali; non perché arrivo io con la bacchetta magica e all'improvviso ti dico che è meglio scrivere come piacerebbe a me, ma perché offro un ventaglio di possibilità che magari l'autore nemmeno vedeva.

"E se qui invece di così interpretassi colà? E se, e se, e se...?"

Poi l'autore completa il quadro.

 

Questo vale per i contenuti, riguardo alla forma se la consecutio va a rotoli bisogna solo sistemare e basta, per dire.

Questo tipo di lavoro non si può fare in autonomia, mai.

 

29 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Voglio dire, le regole della scrittura son sempre le solite. Mi si dice che un autore non deve conoscerle a memoria, e poi che ha bisogno di un editor esterno. E' chiaro che ne ha bisogno. Se non le conosce e non le applica, deve farlo l'editor per lui.

O mi sfugge qualcosa? Ditemelo voi. Cosa fa un editor che non ho considerato? Un giudizio esterno al libro completo. Ovvio, è una persona diversa da me, è normale che abbia un senso critico suo personale e viva il libro da un punto di vista esterno.

Ti sfugge tutto, e cioè il senso dell'editing. Questo perché sei molto rigido nella scrittura ma questa rigidità è anche mentale; anche per questo un bell'editing ti farebbe bene, a mio parere :P 

7 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Ecco sì. E vorrei precisare che la mia non è una critica agli editor o al sistema editoriale, ma al massimo un voler spronare lo scrittore a fare di più, a scavare di più e a sapere di più.

Una cosa buona e giusta l'hai detta. Lo scopo è condiviso e l'appoggio. Ma il mezzo per farlo è... opinabile?

Però per quest'affermazione ti ho dato un +1 (dopo parecchi -1 :P). Meritato, però.

 

@swetty

Ho letto con interesse la tua specifica sui due ruoli e la apprezzo. Ma in Italia quella differenza non c'è, qui esiste solo l'Editor e il Correttore di bozze (e poi c'è il Valutatore/Lettore, a seconda di come venga chiamato e dallo scopo che ha). Sapere che altrove è diverso è utile nella teoria, ti fa ampliare gli orizzonti, ma nella pratica qui non cambia niente.

Una big (ma anche media e piccola editoria seria) quando ti pubblica ti assegna un Editor che ti segue per qualche tempo (l'ha spiegato bene @Bango Skank, che ci è passato in prima persona) e che fa l'editing (line editing) completo, agendo su tutto (riga per riga, tagli e modifiche, aggiunte e spostamenti, ambientazione, personaggi, colesterolo...)

Punto e basta, poi ci sono i passaggi di correzione bozze, impaginazione (interna alla CE) e pubblicazione.

Per questo dico che a noi italiani in realtà interessa poco dividere l'editing in ciccio editing, pinco editing e tizio editing...

Ripeto sempre che questo è il mio pensiero e non è detto che tutti debbano condividerlo.

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@Niko e ci mancherebbe se non lo so come la pensi. Lo apprezzo moltissimo e fai bene a ribadirlo.

Perché altrimenti, sempre secondo me, certe discussioni tendono ad assumere (vagamente) i connotati di uno scontro fra tifoserie, cosa che fra l'altro non vuole neppure nessuno degli interessati. :) 

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30 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Cosa fa un editor che non ho considerato?

Rompe il cazzo.

 

Questa è la definizione definitiva. Forse un po' estrema, volgare, secca e quel che si vuole, ma è quello che fa l'editor.

Nessuno mette in dubbio che l'autore debba conoscere più cose possibile. Più sa, meglio è. Più sa, meno il suo lavoro avrà bisogno di revisione e aggiustamenti esterni. E, per dare ragione ad @AdStr sì, non solo più l'autore sa di "editing" meglio è, ma più sa di correzione di bozze, di regole redazionali e tante altre cose, meglio è: il testo sarà più fluido e ci sarà meno lavoro "per chi viene dopo".

Ma il nocciolo della questione è che nessun autore può essere un critico sereno e un giudice imparziale di ciò che ha scritto.

Il perché è talmente ovvio da essere scontato: se io, autore e magari anche grandissimo editor, mi innamoro di un'idea che a me sembra perfetta a causa di un giudizio emozionale e non critico razionale, non riuscirò mai a dire a me stesso che quell'idea è una pessima idea.

Nessun autore può fare questa autoanalisi in modo compiuto, perché se la facesse rientrerebbe in un paradosso concettuale: distruggere - parzialmente o completamente - l'idea che si è fatto, am che per lui, avendola partorita, era "L'idea". 

Il che non vuol dire, e lo ripeterò fino allo sfinimento, che un autore non possa padroneggiare talmente bene l'arte narrativa in ogni sua forma, da quella strutturale a quella stilistica, da riuscire a scrivere un romanzo "perfetto" che non necessiti di nulla. Beato chi ci riesce, dico io.

Il punto, però, è che questo processo non è "editing". Per quello serve un "occhio esterno".

Quando studiavo metodologia delle tecniche dello spettacolo all'uni rimasi molto colpito da una figura che andava nelle drammaturgia tedesca negli anni '70 (mi pare): il Dramaturg, mi sembra si chiamasse. che faceva costui? rompeva le palle al regista. metteva becco in ogni cosa, dicendogli tutto quello che, a detta sua, non andava. certo, per molti questa figura era concettualmente sbagliata, inutile e forse anche dannosa: il genio del regista deve esprimersi senza che uno gli dica che, a suo avviso, ci sono criticità.

Ora, si può traslare e avere lo stesso approccio anche con la narrativa. Posso dire: per me il "vero autore" è quello che scrive romanzi che siano esclusivamente farina del suo sacco.

Non discuto. Chi dovesse affermare una cosa del genere avrebbe tutto il mio rispetto.

Per me, ritengo che un intervento esterno possa giovare, e molto.

Per citare Donne, "Nessun uomo è un isola". Neanche uno scrittore.   

 

 

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11 minuti fa, Niko ha detto:

quando ti pubblica ti assegna un Editor che ti segue per qualche tempo (l'ha spiegato bene @Bango Skank, che ci è passato in prima persona) e che fa l'editing (line editing) completo, agendo su tutto (riga per riga, tagli e modifiche, aggiunte e spostamenti, ambientazione, personaggi, colesterolo...)

Aggiungo una cosa.

Nel mio caso di editor ne "sono serviti" ben 3.

quello assegnatomi dalla CE ha agito riga per riga, tagli e modifiche al testo, ma non ha messo mano ad spostamenti, ambientazione e personaggi. Perché sono "così" bravo da non averne bisogno?

No, perché tutto questo aspetto lo ha curato, durante la seconda stesura, un altro editor (che ho la fortuna di avere in casa, perché è la mia compagna).

E quello che ho passato a lei è stato comunque il frutto di una totale riscrittura del testo dopo aver pagato di tasca mia un fior di professionista a cui presentai la prima stesura. Me la fece a pezzi dicendomi cosa non funzionava.

quindi: prima stesura.

penso: che figata, sono un genio!

editor professionista: non è una figata e non sei un genio, guarda quante criticità. se vuoi che funzioni le devi aggiustare tutte, cambiando proprio struttura.

quindi: seconda stesura.

penso: che figata (e basta)

secondo editor professionista: non è tutta sta figata, guarda che ad esempio (tra le altre cose) non hai inserito manco un personaggio femminile, così non funziona, non può funzionare.

quindi: terza stesura

penso: andrà bene? boh...

andava bene e sono riuscito a piazzarlo "in alto", ma nonostante questo

terzo editor professionista: mi sta tagliando qualcosa come il 25% del testo. perché è inutile. e ha ragione. il mio stile zoppica ancora.

ora penso: cazzo, quanto ho ancora da imparare...

 

questo è  un "processo di editing".

Non io che scrivo, rileggo, penso "che figata... ora aggiusto qualcosina qui e là et voilà, ecco che il capolavoro è pronto".

Ripeto e ribadisco: chi riesce a scrivere qualcosa di veramente valido da solo ha tutta la mia stima, ma vuol dire che è un autore capacissimo (immensamente più capace di quanto io sarò mai, lo ammetto senza problemi), non che è uno "che si è fatto editing da solo". Non puoi farti editing da solo.

 

 

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