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simone volponi

Trono o Anelli?

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C'è una domanda che mi frulla in capo da un po', e così apro una discussione.

Seguendo la serie del Trono di Spade (non ho ancora letto i libri) si sa che uno dei punti di forza scelti è il fare fuori i personaggi, anche quelli importanti, magari nel momento in cui lo spettatore comincia o a amarli, o a odiarli. Al contrario, nel Signore degli Anelli si può dire che tutta la compagnia riporta a casa la pelle (a parte Boromir, sanguinosa perdita direi ingiustificata).

Trasmigrando il tutto in narrativa, secondo voi, qual è la scelta migliore? Uccidere i personaggi durante la storia o farli arrivare sani e salvi all'epilogo?

Voi che fareste? O che fate?

Modificato da simone volponi

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Ammazza simo, bel topic e domanda molto interessante!

Per ora non saprei, non mi sbilancio. Ci rifletto su per un po' e ti rispondo. :)

 

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Una delle cose più interessanti di Tarantino è creare dei personaggi fantastici per poi fargli fare una brutta fine, alcune ridicole, come quella di Vincent Vega di Pulp Fiction che muore sparato mentre fa la cacca. Io amo questo approccio, e la maggior parte dei protagonisti dei miei racconti, infatti, muore.

Lo vedo come un modo per renderli più deboli, umani, e per questo interessanti. Il lettore, come il fruitore di una pellicola, che si affeziona a un personaggio viene spiazzato quando lo stesso muore, su questo sono sicuro; è il massimo grado di empatia, credo.

Modificato da Plata
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@simone volponi

Prima di tutto, il paragone è difficile, perché le due opere sono state scritte e pensate in epoche diverse (il Signore degli anelli negli ultimi anni '30 e metà anni '40, anche se è stato pubblicato nel 1954-55; Il Trono di spade è del 1991 - pubblicato nel '96).

Assodato questo, Martin ha avuto il coraggio di comporre una storia in cui nessuno dei personaggi è "il" protagonista per eccellenza. Ha tanti personaggi importanti e può permettersi di ucciderne alcuni. Quasi tutti :asd:

 

Inoltre dipende tanto dal taglio che si vuol dare alla storia, dallo stile di scrittura e tanto altro. Il taglio di Tolkien è quello del climax senza ripercussioni. Mi spiego:

1) situazione di equilibrio iniziale

2) rottura dell'equilibrio

3) situazione di caos e pericolo - storia principale

4) climax finale

5) situazione di equilibrio iniziale (variata, ovviamente, per quel che riguarda i protagonisti)

 

Il taglio di martin è molto diverso.

1) situazione di equilibrio iniziale (che tanto equilibrata non è)

2) rottura dell'equilibrio che si ripete all'infinito con conseguente morte dei personaggi che ne subiscono le conseguenze

3) non si sa ancora il finale, ma non penso si tornerà all'equilibrio iniziale

 

In ogni caso io preferisco un taglio più forte, magari non così forte come quello di Martin. Secondo me il lettore si immedesima di più nella storia se ogni tanto (soprattutto nel caso delle saghe) perde qualche personaggio a cui si era affezionato. Nel caso di libri secchi, il discorso è ancora un po' diverso, ma la penso uguale.

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Penso che il successo della scelta fatta da Martin nel Trono di Spade derivi dal fatto che, in un certo senso, rispecchi la realtà: la morte non guarda in faccia nessuno, che tu sia buono o cattivo, ricco o povero. Valar Morgulis. Tutti gli uomini devono morire.

C'è quindi un grado di immedesimazione maggiore da parte del lettore, che è un elemento importante che bisogna tenere in considerazione quando si scrive.

 

Come dice @Niko, bisogna capire, che taglio voglio dare alla mia storia?

Assodato che in entrambi i casi ci deve essere un percorso, da una parte il lieto fine per tutti può donare un senso di speranza e illusione. La morale è "Nonostante tutto, puoi farcela".

Nel secondo caso invece possono essere molteplici i sentimenti che s'ispirano. Nel vedere i propri personaggi preferiti torturati si prova angoscia da una parte, dall'altra può anche aiutare nel mettere in prospettiva i propri problemi (Della serie, magari mi tocca pagare il mutuo, ma almeno non mi hanno tagliato la mano come a Jamie Lannister o qualcos'altro come a Theon !:S ). Se invece il personaggio muore, la sua morte e la tristezza che ne deriva ci può far riflettere su quanto ha compiuto quel personaggio in vita, che cosa ce lo ha reso caro, perchè l'abbiamo ammirato e di conseguenza paragonare tutto questo alla nostra esperienza di vita: cosa stiamo facendo noi invece? Abbiamo fatto errori simili ai suoi? Abbiamo combattuto come ha fatto lui? In che cosa possiamo migliorarci?

 

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Il quesito me lo sono posto dopo aver visto la quinta stagione (rapporto il tutto senza aver letto i libri, su un piano di scrittura. Anche se il libro di Tolkien è molto antecedente, i film per me sono ancora attuali e ci ripropongono la storia) e cioè alla morte dell'ennesimo protagonista, tra i tanti, proprio in chiusura di stagione. In quel momento il personaggio in questione poteva prendere varie strade e sviluppi interessanti, che avrebbero arricchito la storia, e invece zac! Tagliato.

Mi sono chiesto perché l'autore ha fatto tale scelta, magari neanche a cuor leggero (o forse c'ha preso gusto), precludendosi i possibili sviluppi, e se io ne sarei capace.

Ovviamente non sarò mai a quei livelli, ma sta cosa mi fa pensare.

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Parafrasando Barthes, ritengo che: se miri al "piacere del testo", devi essere perfetto nell'insieme, ma puoi concederti qualche sbavatura qui e là (es. vedi Tolkien); se invece miri al "godimento del testo", allora puoi permetterti tutte le imperfezioni che vuoi, ma ogni virgola deve essere poi giustificata e funzionale al meccanismo di straniamento. Entrambe le vie sono legittime. Basta che funzioni.

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Ospite
15 ore fa, simone volponi dice:

Uccidere i personaggi durante la storia o farli arrivare sani e salvi all'epilogo?

 

Il quesito è molto interessante ed è possibile allargarlo anche a diversi generi letterari. Segnalo un articolo che tratta proprio di quest'argomento e che mi trova in buona parte d'accordo.

Serie tv morti

 

"Uccidere tanti personaggi è diventata una pratica talmente assodata da diminuire l’impatto e il significato di quelle morti".

 

"Secondo VanDerWerff anche Game of Thrones ha finito per uccidere molti personaggi a casaccio, giusto per tenere alte le statistiche (siamo già a più di 70 morti), senza dedicare il giusto tempo alla costruzione dei personaggi".

 

"Gli spettatori si sono «desensibilizzati», finendo spesso per annoiarsi e diventare apatici".

 

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In primis, ringrazio @simone volponi per aver finalmente attratto la mia curiosità in un thread che non fosse la lettura di frammenti! :)

 

Personalmente detesto G. Martin e apprezzo J.R.R. Tolkien, però in questo caso specifico - se mi è permesso - preferisco una gestione dei personaggi alla R. Jordan (autore della saga "The wheel of Time"), ossia il tutto deve essere funzionale alla storia: se qualcuno deve morire, muore (magari senza tante enfasi, come accade anche in "Master & Commander" di Patrick O' Brian), oppure si salva, ma a carissimo prezzo.

 

Poi non sono qui a dire cosa è giusto o sbagliato, ribadisco solo che - imho - la "vita" dei personaggi dev'essere coerente e funzionale allo svolgimento della trama. ;)

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1 ora fa, Nuwanda dice:

"Uccidere tanti personaggi è diventata una pratica talmente assodata da diminuire l’impatto e il significato di quelle morti".

 

"Secondo VanDerWerff anche Game of Thrones ha finito per uccidere molti personaggi a casaccio, giusto per tenere alte le statistiche (siamo già a più di 70 morti), senza dedicare il giusto tempo alla costruzione dei personaggi".

Mi trovo d'accordo, sono le mie stesse sensazioni.

1 ora fa, ettore70 dice:

In primis, ringrazio @simone volponi per aver finalmente attratto la mia curiosità in un thread che non fosse la lettura di frammenti! :)

Grazie a te. Ne apro raramente e mi fa piacere che questo abbia attirato interesse. Tra l'altro la saga "The Wheel of Time" ne ho sentito parlare bene e male, dovrò approcciarla prima o poi. E sono d'accordo sulla coerenza e funzionalità, che nel caso cche ho citato, non ho trovato.

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17 ore fa, Plata dice:

Una delle cose più interessanti di Tarantino è creare dei personaggi fantastici per poi fargli fare una brutta fine, alcune ridicole, come quella di Vincent Vega di Pulp Fiction che muore sparato mentre fa la cacca. Io amo questo approccio, e la maggior parte dei protagonisti dei miei racconti, infatti, muore.

Lo vedo come un modo per renderli più deboli, umani, e per questo interessanti. Il lettore, come il fruitore di una pellicola, che si affeziona a un personaggio viene spiazzato quando lo stesso muore, su questo sono sicuro; è il massimo grado di empatia, credo.

 

Come disse, più o meno, un critico: "vedi Travolta drogarsi, ballare con la Thurman, salvarla e ri-drogarsi: diventa il tuo idolo. Poi Bruce Willis lo uccide e... sei contento! Geniale"

Modificato da Rewind

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Topic molto interessante.

Ho visto che è già stato sviscerato per bene l'argomento. Ma vorrei fare un piccolo appunto.

Premetto che ho letto il signore degli anelli mentre non ho letto i romanzi di del trono di spade né vista la serie, questo perché le saghe infinite mi mettono ansia, difetto mio.

È vero che nel signore degli anelli si salvano quasi tutti, ma è davvero così? Guardano il film non si nota ciò che è invece prepotente nel libro, ovvero che il lutti sono tanti e si sentono.

Farò gli esempi che mi vengono in mente:

 

Quando Gandalf sparisce negli abissi con il Balrog la cosa viene vissuta da tutti pesantemente come un gravissimo lutto. Vedendo i film non si nota perché sembra resuscitare non molto tempo dopo, ma in realtà la perdita si sente. Inoltre viene ben specificato che quello che ritorna (Gandalf il bianco e non più il grigio) non è più la stessa persona. Ha dovuto sacrificare se stesso in quella battaglia e ritornare sì, ma come qualcun'altro. Il senso di perdita si avverte chiaramente tra le pagine del libro e lascia una certa malinconia.

 

La morte di Boromir ha un significato ben preciso. Lui era stato corrotto dal male, il suo animo era ormai sporco. La morte cercata difendendo gli hobbit è la redenzione dei suoi peccati. Senza la sua morte non ci sarebbe stato perdono e il lettore avrebbe continuato a odiarlo in quanto uomo corrotto dal male.

 

Frodo in un certo senso muore. Per tutto il libro sembra che voglia tornare a casa ma l'anello lo sta cambiando. Giunto alla fine della sua missione non è più lo stesso, Frodo non esiste più. Infatti deve lasciare casa sua e dirigersi in un nuovo mondo oltre mare. Nel libro questa scena è piena di tristezza, come un vero e proprio funerale. A Sam (che secondo me è più di tutti il protagonista) è chiaro: il suo padrone è morto sul monte Fato.

 

Poi c'è Gollum. Nonostante sia un essere del tutto meschino la sua morte viene comunque vissuta come quella di un innocente, corrotto da un potere più grande di lui.

 

Anche Théoden muore, schiacciato dal proprio cavallo. Anche questa morte densa di significati.

 

Per non parlare del fatto che i morti sono costantemente presenti, come nelle paludi o sotto forma di fantasmi.

 

La mia non voleva essere una filippica sul Signore degli anelli, volevo semplicemente far notare come anche in un romanzo apparentemente a "lieto fine" vi siano diverse morti importanti, e come ogni lutto sia funzionale al sentimento che si vuole suscitare nel lettore. Da Tolkien il lutto è vissuto come qualcosa di più di una semplice morte, è una perdita di qualcosa. Anzi per lui il lutti peggiori sono quelli in cui si rimane ancora in vita. Lui aveva fatto la guerra e forse di tali lutti ne sapeva qualcosa. 

 

Detto ciò amo Tarantino e le sue morti totalmente ingiustificate ma questo perché la sensazione che si vuole suscitare è di diverso tipo.

Così come ho amato la scena di Burn After Reading dei fratelli Coen in cui Brad Pitt viene ucciso in un armadio :asd:

Insomma mi associo a ciò che è stato detto: la scelta deve essere funzionale allo scopo.

 

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Il problema de Il Trono di Spade (o Cronache del Ghiaccio e del Fuoco se parliamo dei libri) è che i morti non è che restino proprio morti.

L'unico di cui si può essere certi è Ed Stark (lo stesso attore di Boromir, si vede che è bravo a morire).


La moglie è resuscitata. 

Rob Stark è davvero morto? Di lui c'è un corpo senza testa, siamo sicuri che sia il suo?

John Snow resuscita (almeno nella serie tv)

Mance Rider muore, ma poi si scopre che non era lui.

Poi ce ne sono altri che sembrano morti ma riappaiono, sono passati un po' di anni da quando ho letto i libri e non ricordo i dettagli, ma ricordo che c'erano altre morti incerte.

Far morire qualche personaggio importante da sicuramente una scossa al lettore e indirizza la storia verso nuovi percorsi, però Martin ha pasticciato tutto.

I primi libri sono molto buoni, poi si è perso. Quando ha capito che avrebbe guadagnato di più allungando la storia ha aggiunto personaggi e situazioni a caso, mi ricorda molto Lost, ottimi inizi che poi si perdono per strada.

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@libero_s Grazie per gli spoiler! Ho specificato che sono fermo alla quinta stagione!... cribbio... @Niko modificagli il messaggio affinché me ne possa dimenticare. ;(

 

34 minuti fa, libero_s dice:

Ed Stark (lo stesso attore di Boromir, si vede che è bravo a morire).

Sean Bean, un mito.

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hahaha scusa @simone volponi,  io non guardo la serie per cui non so quando succedono le varie cose. Ho degli amici che la guardano e ogni tanto ne parlano e quindi so più o meno come prosegue. Ho iniziato parecchi anni fa leggendo i libri e mi sono limitato a dare qualche occhiata alla serie tv, abbastanza per rendermi conto che è fatta bene, ma poi non l'ho seguita.

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@libero_s abbi però la bontà, la prossima volta, di mettere sotto spoiler le cose che dici, perché potresti rovinare tutto a chi non ha visto o letto ancora quegli avvenimenti.

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@simone volponi Vai tranquillo che le cose dette da @libero_s non succedono nel telefilm. v_v (Tranne una)

I libri infatti sono diversi, Game of Thrones ne è una adattamento, ma segue il proprio percorso. 

Nei libri per esempio compaiono tanti personaggi chiave che nel telefilm proprio non ci sono e non ci saranno, idem morti nei libri che nel telefilm non ci sono e viceversa. Il seguente spoiler è per chi ha almeno finito di vedersi la quarta stagione!

Spoiler

Tanto per dirne una, nei libri Sansa non sposa Ramsey, non si avvicina proprio a quello psicopatico e a Grande Inverno, è da tutt'altra parte.

 

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Parlando di libri invece, se vi piace il fantasy in stile Martin, consiglio i libri di Joe Abercrombie. Le sue storie hanno il vantaggio di avere una fine, il che non è affatto un pregio secondario. La trilogia della prima legge è interessante, c'è un mondo complesso, ci sono intrighi politici, personaggi ben delineati e tridimensionali. Ci sono poi altri libri collegati alla trilogia, ma che non ne fanno parte direttamente, fra questi consigli The heroes che è molto diverso da qualsiasi altro fantasy. È un libro corposo, la cui vicenda si svolge in soli tre giorni e narra di un'unica battaglia, dalla preparazione all'epilogo, con tutto quello che avviene di contorno.

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Far morire i personaggi inizialmente aumenta molto la tensione. Quelli positivi, in cui ci si immedesima. E questo immagino che funzioni. Ho riguardato per tre volte il punto in cui Ed Stark veniva decapitato perché non volevo crederci!

Tu che ti stai immedesimando ti senti fragile, molto a rischio. Non hai le rassicurazioni di quegli autori che sai che, una volta creato un personaggio che ti ha conquistato, questo personaggio arriverà sano e salvo fino alla fine del libro. 

Però nel Trono di Spade, essendo la saga lunga, col passare del tempo si diventa credo più  distaccati. Si ha paura ad affezionarsi... Almeno così è successo a me. E questo credo sia un peccato, anche perché i personaggi sono così ben costruiti.

Personalmente io non riuscirei a far morire così i miei personaggi... Sono la prima ad esserci troppo affezionata. :)

 

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Dipende. La morte di un personaggio dovrebbe avere un suo senso, non come fa Martin che, non sapendo più che fare, non trova altra idea che cominciare a eliminare dei personaggi per colpire il lettore.

Jordan in La Ruota del Tempo porta i personaggi fino alla fine (e lì qualcuno muore) perché vuole creare qualcosa di epico. Erikson nella saga Malazan presenta un gran numero di morti, anche di personaggi principali, ma la loro morte è giustificata. Anche Guy Gavriel Kay non si esime dal far morire i suoi personaggi, ma anche qui c'è un senso, cosa che invece in Martin in diversi casi manca e che per questo fa levare delle critiche ai lettori.

 

The Heroes di Abercrombie è la miglior opera dello scrittore (e Bayaz uno dei più gran bastardi della letteratura).

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On 8/6/2016 at 10:27, Thea ha detto:

Da Tolkien il lutto è vissuto come qualcosa di più di una semplice morte, è una perdita di qualcosa. Anzi per lui il lutti peggiori sono quelli in cui si rimane ancora in vita. Lui aveva fatto la guerra e forse di tali lutti ne sapeva qualcosa. 

Credo che questo aspetto sia molto sottovalutato nei libri, in particolare.

I film stessi ci insegnano che "ci sono cose peggiori della morte".

Il trauma psicologico di chi è sopravvissuto a situazioni al limite è una vera morte interiore, e la scelta dell'autore è se fare precipitare il personaggio in quel luogo ("non sarà mai più lo stesso", o "nulla sarà più come prima") o farlo rinascere.

Esempio: Heimerich in Hunger Games. Passa tutto il suo tempo ad annegare nell'alcol il suo passato di sopravvissuto agli Hunger Games, una cosa che l'ha ucciso dentro, infatti non lo vedremo mai fare qualcosa per combattere contro l'alcolismo né cercherà di rifarsi una vita.

Katniss e Peeta, invece, ci provano come possono, pur rimanendo segnati dall'esperienza.

 

Comunque, i lutti devono essere significativi, se devono esserci, altrimenti fai solo passare al lettore la voglia di affezionarsi e immedesimarsi.

Va bene il realismo, ma in un'opera letteraria si deve anche rispondere alle logiche del lettore che vuole poter contare almeno su qualcosa.

Che nella realtá ti possa morire ogni singola persona che conosci è una logica che posso capire nell'autobiografia di un sopravvissuto all'olocausto (e molte sono di tale stampo) o in zona di guerra (rifugiati), ma in un romanzo di fantasia rischi che i lettori perdano la voglia di interessarsi alla sorte dell'ennesimo morituro (parafrasando dal latino).

Spesso, causa più shock la morte di un singolo personaggio in tutta la serie, proprio perché è solo lui/lei.

Tipico esempio: Oda, l'autore di One Piece, fa continuamente "risorgere" personaggi e nemici che si credevano ormai andati. Tranne Ace. Lui è morto morto. La gente l'ha odiato per questo e mio marito ancora gli porta rancore, dopo tutto questo tempo.

 

E in effetti, cosa colpisce di più tra tanti morti e pochi? oh, sennò c'è sempre il metodo Rowling: li tengo vivi fino alla battaglia finale e poi li faccio cadere come mosche nell'ultimo libro, nel giro di pochi capitoli. Così puoi ammazzarne tanti senza alienarti eccessivamente i lettori, nel senso, i libri ormai li hanno comprati, sei una botte di ferro xD

Ovviamente scherzo, le motivazioni della Rowling sono perfettamente sensate, nella fase più dura del conflitto è inevitabile che le morti fiocchino da entrambi i lati, checché se ne sia lagnata la gente.

Capisco che Martin narra di una guerra, ma far morire a frotte personaggi molto ben caratterizzati cui la gente si è affezionata è diverso, non puoi operare un eccidio sui personaggi senza che la cosa abbia delle conseguenze, la Rowling ha fatto morire molti personaggi secondari, sebbene ci siano rimasti nella memoria, ma mica potete dirmi che far morire Tonks e Cedric Diggory è stato la stessa cosa di quando sono morti Piton e Silente, indubbiamente le perdite più sentite dell'intera saga.

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Ospite gecosulmuro

Bella domanda. Personalmente, penso che la morte del personaggio sia un elemento narrativo come gli altri, né più né meno, sta lì, cioè, per dire qualcosa. La mia risposta pertanto è che la scelta tra vita e morte dipende da cosa si vuol dire.
Per quanto mi riguarda, la scomparsa del personaggio, per lo più, non ci sta, perché nelle storie che mi interessa raccontare (e leggere) è più importante ciò che si trova piuttosto che ciò che si perde. Tuttavia, non la escludo a priori.
Parlandone in generale, trovo che nel raccontare vicende di fantasia sia un espediente un po’ “facile” e che vada “economizzata”, a meno che non la si usi per dire qualcosa di più astratto. Per Tarantino, ad esempio, la morte è una scelta necessaria perché tutto, nel suo cinema, è, o deve essere, apicale, sopra le righe. Nel suo caso, è una consapevole scelta artistica, poiché tutto quello che fa è una celebrazione dei “B-movies”
 

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On 6/6/2016 at 21:58, simone volponi ha detto:

Trasmigrando il tutto in narrativa, secondo voi, qual è la scelta migliore? Uccidere i personaggi durante la storia o farli arrivare sani e salvi all'epilogo?

Voi che fareste? O che fate?

Io li uccido, non tutti, quelli che servono.

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On 5/9/2017 at 22:21, Stellina_90 ha detto:

E in effetti, cosa colpisce di più tra tanti morti e pochi? oh, sennò c'è sempre il metodo Rowling: li tengo vivi fino alla battaglia finale e poi li faccio cadere come mosche nell'ultimo libro, nel giro di pochi capitoli. Così puoi ammazzarne tanti senza alienarti eccessivamente i lettori, nel senso, i libri ormai li hanno comprati, sei una botte di ferro xD

Ovviamente scherzo, le motivazioni della Rowling sono perfettamente sensate, nella fase più dura del conflitto è inevitabile che le morti fiocchino da entrambi i lati, checché se ne sia lagnata la gente.

 

Ora mi faccio odiare, ma leggendo l'ultimo libro mi è parso che la Rowling facesse morire i personaggi un po' a casaccio per fare effetto ecatombe finale "oh quanto sono cattivi i Mangiamorte". Ammetto di non aver seguito i dibattiti e le ragioni del "perché" li avesse ammazzati dopo aver letto il libro, ma la lettura mi ha deluso molto rispetto ai precedenti.

 

Tornando a Martin, da rompipallottole lettrice della saga porrei un caveat per la serie: gli sceneggiatori, soprattutto nelle ultime due-tre stagioni, hanno la tendenza a far morire la gente un po' così perché yeah, dobbiamo chiudere delle storyline, yeah!

 

Spoiler

La morte di Stannis nei libri non si è (ancora) verificata, nella serie lo hanno fatto morire un po' da povero idiota che non capisce niente di strategia, si butta in una battaglia suicida che sa di non poter vincere e alla fine viene ucciso da Brienne perché, yeah, vendetta! E una storyline ce la siamo tolta dei piedi. Stesso discorso per l'estinzione di massa dei Tyrell esplosi nel fuoco verde eco-friendly. Personalmente, se lo trovassi nei libri (cosa che dovrebbe essere poco probabile), resterei molto delusa...

 

Anche in Martin, le morti sono sempre funzionali alla trama per i personaggi principali, non solo per dire "nessuno è al sicuro".

Al contrario, la morte di Boromir ne "Il Signore degli Anelli" mi ha sempre lasciato perplessa, ma è un problema mio. :)

 

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C'è anche il fatto che Tolkien conclude lo Hobbit con un sacco di morti. Fili, Kili e Thorin sono morti alla fine del libro. Le parole di Thorin, poi, sono anche più pesanti se si calcola che lui non sarà mai Re sotto la Montagna, mentre Bilbo, che è partito perché spintonato, se ne tornerà a casa, cambiato, a fare le solite cose pensando a cose diverse. E questo in un racconto per bambini, in cui Bilbo sviene quando qualcuno dice "qualcuno potrebbe non tornare!".

 

Oltre a questo, la morte è davvero sempre vicina. Non solo ai buoni: l'unico motivo per cui Eomer non fa fuori Grima è che qualcuno lo ferma. E poi, di personaggi ammazzati ce ne sono anche nel SdA. Prima di tutto, veniamo informati che i personaggi che ricordavamo dallo Hobbit sono morti: Beorn è morto, Bard è morto. Poi troviamo che anche Balin è morto, così come Ori e Oin. Gandalf muore. Boromir muore. Theoden muore. Denethor si uccide. Hama viene ucciso e fatto a pezzi. Halbarad muore. Deagol viene strangolato. Il povero Lotho, che, alla fine, era solo uno stronzo, non certo un malvagio, viene ucciso e presumibilmente divorato da Grima. Certo, questi ultimi non sono personaggi principali. Ma è evidente che nessuno dei protagonisti è stato risparmiato dai lutti. E credo che sia molto realistico, perché, alla fine, quello che si vede è che la guerra non risparmia nessuno, neppure i sopravvissuti, che vedono che il mondo è sì salvo grazie a quello che hanno fatto, ma anche diverso, in primis per i vuoti che si sono aperti intorno a loro.

 

E penso che questo consenta una storia migliore. Faramir poteva morire, Eowin poteva morire, invece si sposano. Che cosa si sarebbe potuto realizzare, uccidendoli? Andrej Bolkonskij 2.0? A parte il fatto che questo episodio serve per far capire che Aragorn è effettivamente il re, quindi ha uno scopo nella trama.

 

Visto che ogni tanto se ne parla: la morte di Boromir serve, a livello di trama, per preparare i personaggi di Faramir e Denethor.

 

Poi c'è il fatto che, in Tolkien, i personaggi di solito hanno molta più libertà di scelta che non in altre opere. Non c'è una gabbia di eventi che li costringe, il che, per come si considera a volte la trama (un diagramma di flusso), può rendere difficile vedere i collegamenti logici fra trama e azioni dei personaggi.

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24 minuti fa, Asopo ha detto:

Poi c'è il fatto che, in Tolkien, i personaggi di solito hanno molta più libertà di scelta che non in altre opere. Non c'è una gabbia di eventi che li costringe, il che, per come si considera a volte la trama (un diagramma di flusso), può rendere difficile vedere i collegamenti logici fra trama e azioni dei personaggi.

Questa frase è interessante, ma ti chiedo per cortesia se puoi approfondirla, personalmente non vedo illogicità nelle azioni dei personaggi. O, per essere più precisi, c'è illogicità nelle azioni, perché le persone non agiscono sempre in modo logico, ma c'è la consequenzialità.

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