Prompt di mezzanotte     Il dubbio di non essere se stessi è d'aiuto alla mente che vacilla in una estrema angoscia, finché non trovi ove posare il piede Una irrealtà ci è concessa, un pietoso miraggio che permette di vivere, sospendendo la vita.   «Sei pronta? Dobbiamo andare.» Ho appena indossato la giacca di pelle. Sono pronto, mentre lei è in ritardo; ultimamente lo è spesso. Sono sicuro che mia madre si stupirebbe di ciò: negli ultimi mesi mia moglie è diventata la ritardataria dei due. «Mara?» ritento. Non ottengo risposta e mi avvicino alla stanza da letto: una leggera sensazione di angoscia mi cinge l'animo – da un po' succede spesso, ma non riesco ad abituarmici - come ogni volta che gli rivolgo la parola, senza ottenere nulla in cambio; la cosa è diventata quasi frequente negli ultimi tempi. Busso alla porta. Niente. Giro la maniglia ed entro. Mara è seduta sul letto, il lato sinistro, il suo da quando siamo sposati; il lato che era stato di mia madre e di mia nonna, penso; non glielo avevo chiesto quando prendemmo dimora nel nostro piccolo regno: era diventato il suo secondo un apparente ordine naturale. La testa di Mara è china verso il pavimento, come a guardarsi i piedi che poggiano su di esso; la tv è accesa, il volume basso, e la canzone di un video di Madonna funge da sottofondo. Mi è sempre piaciuto quel video: la popstar, lì su quella spiaggia, in bianco e nero... l'ho sempre trovata deliziosa. Ma di fronte ho la schiena di mia moglie, sinuosa e invalicabile: la sua sottoveste preferita la cinge; solo per puro caso è anche la mia. Cherish the thought... «Mara, dobbiamo andare... dobbiamo salutare i nostri amici; glielo dobbiamo.» Here by my side... Mia moglie si gira: occhi rossi e gonfi che si poggiano su di me; è incredibile la miriade di sensazioni che riescono a scaturirmi ogni volta che mi fissano: mi spogliano, e mi rivestono di brividi; mi svuotano per riempirmi di lei. Sono un rozzo contenitore, e lei è il mare in cui galleggio e che nello stesso tempo contengo. «Non ce la faccio, voglio che tutto finisca.» È inutile che provi a spiegargli che bisogna fare ciò che è giusto, l'ho fatto tante volte; il suo sguardo diventa sempre un muro su cui mi schianto. L'unica è stupirla. E comincio a cantare: «That's the way it's got to be, Romeo and Juliet. They never felt this way...» Sono stonato e il mio inglese fa cagare; ma vedere il risultato del timido sorriso disegnato dalle sue labbra mi fa sentire meno scemo. Anzi, mi fa sentire un eroe. «Regalami questa serata, poi andremo. Te lo prometto.» Allungo una mano verso la figura che per me è tutto: vita e morte, eternità e dannazione: «Andiamo, mia Giulietta.» Sopprimo a fatica la voglia di fargli l'occhiolino, le lacrime potrebbero trovare un pretesto per scivolarmi dagli occhi: è lei quella in diritto di piangere, io non posso permettermelo. Lei sorride; allora mi giro, perché le lacrime stanno per avere la meglio. «Ti aspetto fuori» gli dico, con la voce più dolce e virile che mi riesce. «Va bene, mio Romeo. Finisco di prepararmi.»   Sono alla guida dell'auto, la nostra auto. A Mara non è mai piaciuto guidare; in tutta onestà, non vedo il motivo per cui questa cosa debba cambiare adesso. Percorriamo muti i primi dieci minuti dei venti che ci separano da casa di Federico; la radio spenta, così come le nostre voci. È lei a spezzare la quiete: «Avremmo potuto fare tante cose. Non ho rimpianti, non mi sto lamentando. Ma non avremo mai un figlio...» Il silenzio ripiomba, e stavolta picchia allo stomaco, «Io non avrò mai un figlio, non posso permettermelo, ma tu...» «Basta, per favore. Non farmi questo. Ne abbiamo parlato... riprendere questo discorso è crudele da parte tua!» «Sì, sono crudele. Io sono cattiva, sto diventando come il male che ho dentro. O forse esso è una conseguenza di me, del mio essere; lui è a mia immagine... forse sono io che l'ho creato!» Sono stanco. Accosto la macchina meno bruscamente di quanto vorrei. Aspetto che arrivino le lacrime; potrebbero servire adesso, ma niente. Maledette, arrivano solo quando vogliono loro; ho l'impressione che prima, lasciata la stanza da letto, io abbia versato le ultime. «Cosa vuoi da me?» le chiedo. Lei si gira, il suo sguardo mi spezza qualcosa dentro; in esso un'altra sfumatura a me sconosciuta, una delle migliaia che non conosco, ma che so non dimenticherò mai. «Andiamo dai nostri amici, voglio passare una bella serata; a costo che sia l'ultima» sussurra. La macchina riparte, con noi all'interno. Ma qualcosa è rimasta lì sul ciglio della strada. Per sempre.   Arriviamo a casa di Federico che son passati poco più dei soliti venti minuti che la separano dalla nostra; attraversiamo in auto l'ampio giardino fino al parcheggio davanti casa, già quasi pieno delle macchine di altri amici; sembra proprio ci siano tutti. Ho paura a guardare mia moglie, ma lo faccio, e ciò che vedo mi stupisce: Mara sorride. «Ci sono tutti!» esclama. Non faccio in tempo a dire qualcosa che lei è già scesa. Scendo dall'auto pure io, un po' confuso, non riuscendo a staccarle gli occhi di dosso; inserisco la centralizzata e infilo le chiavi in tasca. Mara mi afferra la mano. Sto per aprir bocca, ma lei mi precede di nuovo: «Stai tranquillo, amore mio. Stasera farò la brava» dice. È in quel momento che rivedo lo sguardo che mi ha fatto impazzire la prima volta, la prima di tante; tutte diverse, uniche. «Va bene, andiamo» rispondo, arso da un nuovo fuoco, mentre ci rechiamo in un posto pieno di persone che ci vogliono bene. Ed è lì che comincio a sognare.   Io e Mara siamo lì, attorniati dai nostri amici - i più cari - che la sorte cattiva e il nostro dolore hanno reso, in modo lento e inesorabile, degli estranei. Il dolore che diventa uno scudo dagli sguardi altrui; il dolore più pericoloso, quello che ti isola; quello che, superato un certo limite, non puoi più farne a meno, nutrendoti di esso. Alcuni, molti, non li vediamo da tanto, e il benevolo rimprovero nei loro occhi sta lì a ricordarcelo, ma il raggio di sole che ho accanto si insinua tra le nubi dei loro sguardi e tutto si dissolve. Grazie a mia moglie tutti si ricordano del bene che ci vogliono, e noi ce ne saziamo. Poi arriva Federico, bello quanto può esserlo un amico caro. Sorride: i suoi occhi non mi rimproverano; lui non lo fa mai. Vorrei abbracciarlo, ma non lo faccio, e gli stringo la mano; sarebbe tutto troppo perfetto, anche per un sogno. Una volta ricordo, ho sognato di essere un falco: volavo tra gli alberi, risalivo verso l'alto per osservare le montagne che diventavano piccole, poi riscendevo in picchiata verso di esse, fino a quando il battito del cuore non mi soffocava, obbligandomi a virare per evitare di schiantarmi; infine planai sopra un lago, le mie piume che ne sferzavano le acque, e che subito si asciugavano alla luce del sole che le scaldava. In quel sogno, ricordo, mi sentii libero come non mai; ma questa sera, in questa realtà fittizia, provo la stessa sensazione, con l'amore dei nostri cari che ci scalda e ci culla. Guardo mia moglie negli occhi: il dolore è sparito.   È davvero successo questo? Osservo mia moglie seduta in auto, accanto a me. Sorride, sembra serena mentre proseguiamo sulla strada. Non ha importanza, va bene così. «È stata una bella serata, in fondo. No?» mi chiede. È così bella, fragile come una bimba. «Sì, una bella serata. La più bella di tutte» rispondo. «Come stai, mia Giulietta?» chiedo dopo un po'. «Sono stanca, mio Romeo. Sono stanca di esserlo.» «Lo so» rispondo, mentre la strada scivola sotto di noi, e gli alberi che cingono la strada di campagna ci sfrecciano accanto; in quel momento penso che un falco in volo potrebbe provare la sensazione che provo io in quel momento. «Slaccia la cintura, amore mio» le sussurro dopo un tempo che pare infinito, mentre faccio lo stesso con la mia. Lei mi osserva: «Va bene» risponde. La sua mano compie quell'atto, poi afferra la mia, che la cinge come un guscio. L'acceleratore si abbassa più del dovuto, sotto la pressione del mio piede; niente ormai ci può fermare. Nemmeno le montagne.