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Poldo

Rappresentazione letteraria e immagine sociale della follia

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Mi rendo conto che un titolo così appare molto impegnativo, potrebbe essere un titolo per un convegno a livello accademico, ma a me interessano di più le opinioni della gente perché penso che sia propriamente in questo contesto che il tema si può svolgere meglio.

In un recente convegno a Trieste è stata stilata una carta, un codice etico per i giornalisti che si trovano a trattare notizie che in qualche misura hanno a che fare con la salute mentale (per chi volesse approfondire http://www.news-forumsalutementale.it/l ... ornalisti/ ).

Ovviamente nel forum non si tratta di giornalismo, ma ogni rappresentazione della follia insiste su quella che io definisco “l’immagine sociale della follia”, che di fatto è una componente estremamente rilevante del decorso e dell’accesso alle cure dei pazienti psichiatrici.

Ovviamente lo stimolo ad aprire questo topic mi è venuto dalla lettura di racconti e dei relativi commenti in qualche modo inerenti a questo tema, qui vorrei allargare il discorso.

Dal punto di vista letterario è comprensibile che il tema della follia sia uno dei più frequentati, a mio avviso a torto, la follia come facile escamotage per evocare emozioni, giustificare comportamenti, rendere originale o enigmatico un personaggio, quando invece credo che vi sia una sufficiente dose di follia nella vita di tutti i giorni e nei comportamenti che riteniamo più normali.

Esistono d’altra parte esempi che, se pur romanzati, forniscono una rappresentazione corretta del disturbo mentale. Quelli che ho presente in questo momento sono esempi più cinematografici che letterari, quali: “A Beautyfull Mind”, “Aviator”, “Shine”, tutti film che trattano di storie vere.

Forse la verità della storia giustifica una corretta interpretazione del fenomeno, al contrario in molte altre narrazioni emerge maggiormente l’immagine che la gente comune ha della follia, lo sconcerto, la paura, l’esigenza di difendere la differenziazione tra normale e folle, allora la follia diviene pericolosa, assassina, o al contrario per alcuni esaltante e specchio di una verità superiore. Come se a nessuno fosse interessato alla sofferenza soggettiva di chi è affetto da una patologia.

Da psichiatra non più giovanissimo ho fatto a tempo ad essere testimone delle vicende legate al superamento dei manicomi successivo alla legge Basaglia, ho lavorato nell’Ospedale Psichiatrico di Collegno (quello del famoso smemorato) per sette anni cercando in ogni modo di combattere la logica di quel luogo, rendendomi conto che il muro, seppur abbattuto da tempo era ancora presente e solido nella mente delle persone, compresi medici ed infermieri.

Quando recentemente ho visto alla tv la fiction su Basaglia non nascondo che mi è venuto da piangere per la commozione e la nostalgia di quel periodo ricco di ideali.

Oggi sono responsabile di un Servizio di Salute Mentale e non ho dimenticato quei tempi.

Nel mio lavoro quotidiano cerco di combattere in tutti i modi contro lo stigma della patologia psichica, proponendomi di far comprendere alle persone che si rivolgono al mio servizio che verranno accolte con il preciso intento di prendersi carico della loro sofferenza, come avviene in qualsiasi disciplina medica, senza che si sentano giudicati o, appunto, presi per matti.

Ecco dove lo stigma sociale fa sentire veramente il suo peso, ogni volta che escludiamo qualcuno dalla nostra comunità con la facile etichetta del matto, paradossalmente ci priviamo dell’unica possibilità di curarlo e di combattere la sua malattia.

L’argomento mi accalora (e fa già abbastanza caldo), potrei andare avanti a scrivere per ore, ma preferisco fermarmi qui ponendo un’ultima riflessione.

Ogni volta che scriviamo, parliamo o facciamo anche una semplice battuta ci prendiamo una bella responsabilità. Le parole come le idee possiedono una vita propria, ci sfuggono, entrano nella testa di altre persone e di testa in testa diventano qualcosa con cui prima o poi saremo obbligati a confrontarci.

Per oggi ho detto la mia, vi sarò grato se direte la vostra.

A presto.

Poldo

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Ospite

Il tema che hai introdotto è vasto e complesso.

È come siamo percepiti dagli altri a fare di noi dei "malati"?

E noi invece come percepiamo la malattia?

Perché alcuni preferiscono manifestare un dolore psichico attraverso un sintomo del corpo?

Non ho risposte positive, l’unica cosa che la lunga permanenza su questa terra mi ha insegnato è a non avere certezze e devo precisare che la mia curiosità intelettuale è rivolta verso altri argomenti.

Ma dato che questo dovrebbe essere un forum letterario, per quanto ho l’impressione che gli aspiranti autori leggano veramente poco, offro una indicazione bibliografica: “Memorie di un malato di nervi” di Schreber Daniel P., edito in Italia da Adelphi, storia autobiografica di un delirio psicotico.

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Riprendo questa discussione, chiusasi troppo presto, per porre una domanda.

La follia - qualunque definizione si voglia dare del termine, ora non mi importa - va considerata malattia in quanto generatrice di sofferenza o lo è a prescindere dalla sofferenza che provoca? Ciò che provocaa comportamenti che noi percepiamo come anomali andrebbe necessariamente curato?

La domanda nasce da un breve testo autobiografico del poeta americano Thedore Roethke. Questo:

 

Senza nessuna ragione cominciai a sentirmi molto bene. All’improvviso ero capace di entrare nella vita di tutto ciò che mi stava intorno. Sapevo come ci si sentisse a essere un albero, un filo d’erba, addirittura un coniglio. Dormivo poco. Mi limitavo ad andare in giro con questo meraviglioso sentimento. Un giorno stavo passando accanto a un ristorante e di colpo seppi come ci si sente a essere un leone. Entrai e dissi all’uomo dietro il banco: "Mi dia una bistecca. Non stia a cuocerla, me la dia e basta" Così quello mi portò la bistecca cruda e io mi misi a mangiarla. Gli altri clienti avevano l’aria disgustata e mi guardavano. Io allora cominciai a capire che forse la cosa era un po’ strana. Così andai dal preside della facoltà e gli dissi: " Mi sento troppo bene. Mi tiri giù da questo stato " Così mi misero in manicomio.

 

Insomma, si può essere richiusi in manicomio perché si sta troppo bene?

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Due cose colpiscono particolarmmente di questo thread immeritatamente trascurato.

la frase del primo post: "ogni volta che escludiamo qualcuno dalla nostra comunità con la facile etichetta del matto, paradossalmente ci priviamo dell’unica possibilità di curarlo e di combattere la sua malattia."

La seconda è il dubbio di Nanni che il "disturbo" mentale non sia "solo" una convenzione.

Di sicuro Poldo esporrebbe meglio la vastità delle patologie.

Dal punto di vista della definizione pura: la malattia mentale esiste. Ciò è vero anche solo per il fatto che nell'essere umano che ne osserva i sintomi nasce la spinta alla cura. A volte sono proprio le definizioni a rovinare tutto. Che si parli di oligofrenia, schizofrenia, nevrosi varie... si definisce di certo il disagio di un essere umano. Questo essere umano abbandonato a se stesso che significa? Che chi lo esclude smette di esserlo. Ci mancherebbe che contraddica un professionista :)

Di certo la mia esperienza mi ha insegnato quanto si può crescere relazionandosi con un uomo di età mentale ferma ai tre anni.

Quindi, Nanni, neanche tu sbagli. Se da una parte non si danneggia nessuno a mangiare una bistecca cruda, salvo parassitosi contagiose è tuttavia vero che l'atteggiamento eccentrico non è paragonabile al comportamento violento di taluni soggetti di fronte al quale ancor oggi ci troviamo a cedere all'uso di contenzioni. La percezione del proprio stato di salute (questo mi è stato insegnato) varia da persona a persona e dipende da tanti fattori, perfino culturali.

Gli altri sono più forti, sono in tanti. Possono stabilire a maggioranza che io e te siamo malati. Prima di Basaglia chiunque poteva esser rinchiuso in manicomio, bastava volersene liberare. Che ne so, quella che si infatuava del prete veniva rinchiusa? ...Oggi scriverebbe libri di uccelli di rovo e nessuno le darebbe della matta.

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Non conoscevo il testo di Thedore Roethke, è una descrizione perfetta di quello che viene definito uno stato maniacale che spesso rappresenta una fase del disturbo bipolare. In parte la risposta alla tua domanda è già contenuta nel testo:

 

Così andai dal preside della facoltà e gli dissi: " Mi sento troppo bene. Mi tiri giù da questo stato "

Il vero problema è stata la risposta:

 

Così mi misero in manicomio.

La malattia mentale è una malattia a tutti gli effetti, il cervello, come ogni altro organo del nostro corpo che svolge delle funzioni specifiche, può ammalarsi e alterare degli schemi del suo funzionamento.

Sarebbe un discorso molto lungo cercare di definire la mente come "funzione del cervello", comprendere il senso di tale funzione per poi definire ciò che riteniamo disfunzionale.

Per semplificare mi limito a dire che il protagonista di quel brano si accorge che qualcosa non va e fa una precisa richiesta di cura, ovvero di poter ritornare a una normalità anche se in quello stato si sentiva molto bene. Purtroppo non sempre questo accade con tutti i pazienti bipolari in fase maniacale e spesso, prima di accorgersi che stanno troppo bene hanno già combinato qualche disastro (il più delle volte si ritrovano pieni di debiti per aver fatto spese eccessive).

Il fatto che una dele funzioni della mente sia proprio quella che ci consente di vivere all'interno di un contesto sociale e di adattarci alle sue regole fa si che il disturbo mentale sia percepito dalla società come un potenziale pericolo; da qui la risposta che non prevede la "cura", ma di fatto l'esclusione del malato. Un po' come se a un paziente affetto da una malattia infettiva non dessimo l'antibiotico e lo tenessimo semplicemente in isolamento per paura del contagio.

D'altra parte, un'altro tipo di tendenza ideologica ha dato corpo a una diversa rappresentazione, a mio avviso identicamente pericolosa; quella di considerare qualsiasi manifestazione "antisociale" frutto di una patologia mentale mettendo in serio pregiudizio il concetto di responsabilità personale.

La definizione dei confini della patologia e di conseguenza della necessità di cure specifiche non è un problema secondario e soleva molte discussioni anche tra noi psichiatri e non solo.

Un fatto è certo, chi si occupa di psichiatria non può non occuparsi di cjò che avviene nel contesto sociale e di ciò che viene rappresentato, il tema che ho posto con questa discussione mirava proprio a far venire allo scoperto queste rappresentazioni, non tanto per affermare delle posizioni scientificamente più o meno accreditate, ma quelle che nascono nel pensiero comune, e perchè no, quelle che si ritrovano nei romanzi.

Che ne pensate di Hannibal the cannibal o dei personaggi della solitudine dei numeri primi, per esempio?

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Poldo hai ragione. Si gioca molto sulla figura stereotipata del pazzo, pericoloso e tanto cattivo ma con una personalità affascinante. Parli di Hannibal non a caso.

Mi chiedo se esistano davvero personaggi così nella vita reale. Credo di no eppure ricordo che quando lessi il libro mi piacque così come il film.

Che dire? Molte volte si cade nel tranello e una personalità come Hannibal risulta attraente. Diversi sono Alice e Mattia, i protagonisti di “La solitudine dei numeri primi”. Sono persone che hanno subito dei traumi e la loro mente forse non ha funzionato a dovere. Tu scrivi che il cervello è un organo come gli altri, si ammala e va curato. Sono d’accordo, tante persone subiscono dei traumi ma ognuno reagisce in maniera diversa. Il contesto sociale in cui vive la persona con un disagio mentale è importante e credo sia fondamentale per le capacità di recupero.

Il tuo quesito mi fa pensare perché non posso che darti ragione. C’è una responsabilità di chi scrive dando visibilità a una realtà che di fatto non esiste. Anch’io ho creato un personaggio con un disturbo mentale che lo ha portato a commettere dei crimini. Avevo pensato a un finale diverso del tipo: il “matto” si rende conto di quello che ha fatto e cerca di recuperare. Ora se ci rifletto ho capito perché. Ho conosciuto persone con disagi mentali tali da provocare invalidità e non posso dire di averli trovati pericolosi. Di “matti” violenti non ne so nulla e da questo è nata la mia difficoltà a concludere. L’ho fatto nel modo consueto, così come vedo nei film o leggo sui libri. Anche se l’approccio a un libro di narrativa è diverso da quello che si ha con un articolo di giornale. Però il tuo quesito fa davvero riflettere.

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Se vale "La solitudine dei numeri primi" visto come film e per restare in tema aggiungerei film come "La ragazza di Trieste" e "Teresa la ladra".

Le posizioni nel pensiero comune sono ovviamente superficiali e non possono essere altrimenti.

Ogni autore può cercare di documentarsi, descrivere il "cosa" e il "come" e le conseguenze. Nei film si possono trovare costumisti e truccatori in grado di compiere miracoli.

Il risultato? A mio avviso nessuno che abbia senso. Paura del folle e di chi è diverso è il primo.

 

Nei numeri primi c'è il continuo scontro fra l'esistenza di tesori nascosti nel profondo dell'anima e il non corrispondere a certi canoni di adeguatezza per far parte del mondo. A mio avviso certe produzioni potrebbero anche avere lo scopo di creare uno spirito di accettazione e solidarietà verso chi soffre un disagio ma il risultato lo si ha nell'elaborazione del lettore/spettatore e non soddisferebbe proprio.

 

Hannibal è un soggetto che affascina finché a proteggerci c'è la copertina del libro o lo schermo del televisore. La sua immagine non sarà mai vera e se proponessimo al lettore più appassionato di incontrare un soggetto simile resterebbe traumatizzato. Chiuse le pagine del libro, Hannibal sparisce come i sogni del risveglio. Per il lettore/spettatore, per i critici, per chiunque voglia farne citazione, Hannibal "È" il suo male, sottolineo "È" il suo deviare. È un soggetto su cui applicare ogni genere di contenzione. Questo giudizio viene dato da coloro che, non conoscendone il significato, si scandalizzano dell'uso di polsiere e cavigliere che tu, specialista, puoi prescrivere sapendo perché-come-quando ma lo fai con estrema sofferenza.

Io in effetti non farei troppo testo perché mi appresto a riavvicinarmi professionalmente al mondo di chi soffre anche in questo modo. Tuttavia ora sono ancora abbastanza spettatore. ;) Quindi per ora mi ci metto anche io.

 

Il mondo che è bello e che corre non può permettersi di rallentare per aiutare chi è indietro e quando lo fa dirige le proprie energie in maniera inadeguata (e tu lo sai). Il lettore/spettatore ha bisogno di sapere che quelle cose esistono ma non vuole esserne coinvolto. Non ha torto, il più semplice dei casi richiede impegno "non naturale".

 

Caso più semplice è quello dei "numeri primi".

"Semplice" per modo di dire. I personaggi non sono pericolosi, non sono da contenere. Stimolano simpatia. Il lettore/spettatore si commuove, si preoccupa, si morde le unghie ma il finale è lo stesso. Il terreno non è fertile. Chiudi le pagine e allontanati da chi resta indietro e non è bello e profumato come i modelli approvati.

 

Sì, forse il risultato è "zero". Un punto perché fa quel che può per insegnare che esiste "la follia", meno un punto perché il risultato è quello che "la follia" è scomoda.

L'accettazione del "folle" è accettata tra chi per qualche forma di obbligo deve accettarla; taluni lo fanno anche con passione.

Per i lettori/spettatori è qualcosa da cui scappare chiudendo le pagine.

 

In sintonia con il thread?

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Il risultato? A mio avviso nessuno che abbia senso. Paura del folle e di chi è diverso è il primo.

 

Per i lettori/spettatori è qualcosa da cui scappare chiudendo le pagine.

 

No Polatron. Io non ho avuto questa reazione. Ti parlo dei libri. A parte l'empatia per Alice e Mattia, sono rimasta affascinata dalla personalità di Hannibal. Thomas Harris è un bravo scrittore ed è riuscito a far emergere in un mostro una forza basata sulla genialità e su una profondità d'animo che difficilmente si trova nella realtà. Da profana credo che una persona capace di fare quello che fa Hannibal non possa avere quel tipo di sensibilità. Io mi chiedo se sia giusto lanciare questo messaggio.

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Sì, naturalmente la mia era solo una ipotesi basata su una visione parziale. Ammetto anche parzialmente "prevenuta" ;)

Aggiungo che l'autorevolezza del mio intervento (in merito alle reazioni generali) è anche diminuita dalla fruizione esclusivamente delle pellicole.

Di certo è quanto costruisce in me ogni racconto di questi, sebbene sia nel mio futuro doverci nuovamente lavorare.

La genialità dell'autore non costruirà la sensazione che ho provato nel dovere gestire non da solo, per non più di un paio d'ore, un "comune" soggetto "folle" e a tratti violento. Lanciare un messaggio "Hannibal è affascinante"? Me lo chiedo anche io ma resto coerente con quanto già scritto (non avevo letto il tuo intervento prima, sai?) e per quanto il messaggio non sia produttivo lo chiudi con la copertina. Sì, se la metto così forse è meglio.

Questo però è valido per il fatto che nessuno scrittore ti mostrerà mai come stanno le cose realmente e tu (noi) non avrai mai una visione reale della follia anche perché non si avrà mai; Hannibal contenuto che si fa la pipì addosso e non solo, dovere stare vicino a un numero primo e sentire l'impotenza di trainare un carro senza ruote.

Questo perché purtroppo l'argomento può basarsi solo sull'esperienza parallela di ciascuno. Non è una provocazione: riusciresti a concepire una tua immersione in un ambiente di follia? Ne hai avuto esperienza? Chiedo solo per capirti meglio.

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La questione è la rappresentazione letteraria della follia. Parlando sempre da profana credo che nel libro "La solitudine dei numeri primi" le patologie siano state descritte in maniera giusta. La sofferenza e i problemi sociali dei protagonisti ci sono tutti, almeno da quanto ricordo, il libro l'ho letto qualche anno fa. Ne "Il silenzio degli innocenti" l'autore conduce un gioco più sottile. Denota Buffalo Bill in modo accurato e forse (?) preciso ma Hannibal è il vero protagonista. Di lui il lettore sa che uccide e mangia le sue vittime. Orribile, non ci sono dubbi. Però Harris riesce a farti arrivare anche l'immagine di una personalità geniale che riesce laddove non è riuscito Jack Crawford, mentore e capo di Clarice, tanto che alla fine lei sceglierà il mostro. E il lettore è pure contento se anche i libri successivi hanno avuto quel successo. Ci vuole arte e mestiere per scrivere in quel modo, tanto di capello. Torno a chiedermi se sia giusto. Così come tutta la letteratura nata sulla presunta o reale anoressia dell'Imperatrice d'Austria, descritta come una donna dall'intelligenza raffinata e piena di fascino. Omettendo che di anoressia si muore. Anche qui la domanda è d'obbligo: è giusto lanciare il messaggio ricamando su una malattia di fatto letale? La follia, per rispondere alla tua domanda, non mi spaventa. nella realtà non ho mai conosciuto "pazzi" violenti. E' ovvio che non ho avuto esperienze dirette ed è sicuro che non saprei come gestirle. Ma la letteratura è capace di portarti al di là del reale. :)

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Ecco che ci stiamo avvicinando a un punto estremamente interessante.

 

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Spero che conosciate già guesto celebre quadro di Magritte; dice che quella non è una pipa, semplicemente perché quella è la rappresentazione di una pipa e nessuno potrebbe mai mettersi a fumare la pipa di Magritte.

 

Nel momento in cui la follia entra nella rappresentazione letteraria, in realtà non si tratta della follia, quella vera, quella dei pazienti che vedo tutti i giorni. Potrei raccontarvi un sacco di storie vere, ma sarebbero casi clinici, non letteratura.

Il discorso si potrebbe estendere forse a qualsiasi cosa venga rappresentata all'interno di una cornice letteraria. Si rappresenta un elemento qualsiasi purchè sia efficace nel fornire senso alla storia che vogliamo raccontare.

Quando però incontriamo la rappresentazione della follia in un'opera letteraria, o quando pensiamo di servirci di questa rappresentazione per una storia che vogliamo scrivere, quale è il senso che avvertiamo o che vogliamo trasmettere?

La fascinazione di Hannibal o quella diversa di Alice e Mattia, così come tutti gli altri esempi che si possono fare, parlano realmente della follia? Oppure ciò che rappresentano o che vogliamo rappresentare attraverso la follia è qualcosa che risponde a un elemento indefinito che non comprendiamo pienamente, ma fa parte di noi?

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Poldo ho capito la domanda ma la risposta è complessa e devo elaborarla con calma. Ci dormo sopra e forse domani a mente fresca riesco a  fare ordine e a dare il mio contributo alla discussione.

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Bellissimo post, questo. Che oltretutto mi torna molto utile proprio ora, quindi grazie, Poldo.

A questo riporto solo una frase di Basaglia, appunto: "La follia è parte di noi, della nostra vita". E' una produzione della normalità, degenerazioni di meccanismi normali.

Non nego che a volte è proprio questo che vorrei trasmettere. 

Con tutta la mia incapacità

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E' una produzione della normalità, degenerazioni di meccanismi normali.

Non nego che a volte è proprio questo che vorrei trasmettere. 

 

A me questo serve a indagare. Mi spiego: non riesco a capire come i meccanismi normali arrivino a degenerarsi fino a trasformare un essere umano in omicida seriale. Non me lo spiego perché in me non esiste una tale possibilità. Non so dove ho letto che l'istinto a uccidere faccia parte della natura dell'uomo. Non mi ci trovo e quando questo accade cerco di capire illudendomi che trovando una spiegazione riesca a mandare giù il rospo. 

Oppure ciò che rappresentano o che vogliamo rappresentare attraverso la follia è qualcosa che risponde a un elemento indefinito che non comprendiamo pienamente, ma fa parte di noi?

 

Mi fermerei a "pienamente", non fa parte di me. Che poi cosa vuol dire pazzia? L'esempio fatto da Nanni è quello di una persona che si sente leone e mangia carne cruda. Io a volte mi sento un cane e mi è capitato anche, non sto scherzando, di mostrare il mio disappunto sollevando le labbra e mostrando i denti. Non ricordo con chi l'ho fatto ma credo che il mio interlocutore sia rimasto sconvolto. Non ha chiamato il 118, forse avrà detto in giro che sono un po' strana. Ognuno di noi credo abbia delle sfumature di follia ma da questo a uccidere...

Qualche anno fa chiesi a un amico: quando un determinato comportamento diventa un disturbo? Lui mi rispose: quando quel comportamento ti crea un disagio. Se io ringhio e "chi se ne frega di quello che pensa la gente" sto bene ma i miei meccanismi normali stanno degenerando? Come scrittore potrei anche essere affascinata da una figura del genere, nel mio romanzo potrei definirla anche "una mezza matta" ma quello che mi interessa è il motivo per cui quella persona arriva a reagire in quel modo. Poi come dice Poldo a voler definire la malattia con le cartelle cliniche ci si allontana dalla letteratura e si parla di casi clinici. Lasciamo stare i serial killer e parliamo del classico caso di un omicidio a scopo di rapina o di altro tipo di interesse. Ne sono pieni i libri gialli. Il marito che uccide la moglie perché non la sopporta più è meno pazzo di un Hannibal Lecter? Nei gialli così come ne "il silenzio degli innocenti" si descrive il fatto, non si entra a fondo nella psicosi dell'omicida, il lettore è preso dalla trama e dall'intreccio e si dimentica di avere a che fare con un "pazzo". Anche per chi scrive può succedere la stessa cosa, sei preso dalla storia e la figura del protagonista ti limiti ad abbozzarla. Il mio approccio da scrittrice e da lettrice non è quello di spaventare o sentirmi spaventata. Cerco solo di capire. Se lo specialista mi dice che alcuni comportamenti trovano una giustificazione scientifica, ok la prendo come informazione ma la mia attenzione è focalizzata sulla trama, sui personaggi che creo e che mi sforzo di definire trattandoli come uomini o donne che si trovano ad avere un vissuto e quindi un carattere e delle reazioni che li portano ad agire in un determinato modo. Per me è così che nasce il romanzo, diverso dal saggio. Sto attenta a comunicare informazioni precise, laddove non sono sicura non approfondisco. Il punto cruciale resta il messaggio che l’autore trasmette e sì, bisogna stare attenti senza tralasciare però il fatto che comunque chi prende in mano un romanzo sa che nasce dalla fantasia dello scrittore. Leggendo un saggio le aspettative cambiano.

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Poldo ha scritto:

 

La fascinazione di Hannibal o quella diversa di Alice e Mattia, così come tutti gli altri esempi che si possono fare, parlano realmente della follia? Oppure ciò che rappresentano o che vogliamo rappresentare attraverso la follia è qualcosa che risponde a un elemento indefinito che non comprendiamo pienamente, ma fa parte di noi?

Premetto che non ho mai letto La solitudine dei numeri primi, né conosco Il silenzio degli innocenti (se non di fama).

Secondo me la seconda che hai detto. Molto spesso (non sempre, come facevi notare all'inizio della discussione) la follia che si può leggere in un libro o vedere in un film è definita follia, ma è in realtà la proiezione di qualcosa che abbiamo dentro tutti quanti e non comprendiamo pienamente. Mi viene da fare un paio di esempi fra i molti disponibili, non vincolati alla rappresentazione letteraria, però.

 

C'è la "pazzia" simpatica e/o buffa, per esempio. Come quella di Jack Sparrow, che però non è davvero pazzo, quanto invece eccentrico. Eppure nei film lo chiamano proprio pazzo. Ma anche nella vita quotidiana, capita di ridere affettuosamente di stranezze e bizzarie e utilizzare "pazzo", "matto" o equivalenti. In questo caso si dice pazzia ma mi pare che in realtà si parli dell'emergere e del manifestarsi di quel pizzico di stranezza ed eccentricità che probabilmente tutti abbiamo ma normalmente reprimiamo chi più chi meno.

 

C'è la "pazzia" distruttiva, per esempio quella del Joker di The Dark Knight. E in questo caso, di nuovo, piuttosto che una rappresentazione realistica di un caso di follia si prende un elemento che tutti abbiamo, perché a tutti capita di voler prendere a calci il mondo e rifarsi delle sue "ingiustizie", e lo si ingigantisce.

 

Io confesso, peraltro, di non avere idea di cosa significhi la pazzia vera. Non ci ho mai avuto a che fare e immagino che sia lo stesso per molte altre persone. La mia idea di follia è condizionata dalle rappresentazioni filmiche, letterarie, sociali, deformata dalle lenti che queste rappresentazioni pongono. Forse dovrei conoscere meglio la realtà della follia.

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Ospite Bradipi

Ribadisco la mia limitatezza, io non so neppure cosa sia la letteratura, Poldo scrive:
 

 

Potrei raccontarvi un sacco di storie vere, ma sarebbero casi clinici, non letteratura.

 ma il libro di Sacks "l'uomo che scambio sua moglie per un cappello" è letteratura o un saggio?

 È inserito tra i saggi, ma è molto "letterario".

In inglese la parola "letteratura" è "finction" finzione, e quindi "non reale". In italiano invece è "narrativa" e si può anche narrare una storia reale.

 

Per Sissi: più che Hannibal dovresti rivedere sempre di Harris "Drago rosso" uscito anche come "il delitto della terza luna" con la storia di "faccia di figa".

 

Infine vorrei invitarvi a leggere, se non lo avete ancora fatto, "lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Haddon dove in prima persona un ragazzo affetto da autismo (sindrome di Aspeger) descrive il suo mondo.

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Mi fermerei a "pienamente", non fa parte di me. Che poi cosa vuol dire pazzia?

Questo è un altro punto cruciale.

Sono passati tanti anni da allora, ero ancora uno studente di medicina e da poco avevo deciso che da grande avrei fatto lo psichiatria, così chiesi di poter frequentare il reparto di psichiatria dell'università di Genova.

Avevo assistito alle lezioni e avevo dato l'esame, tutto in teoria sembrava chiaro e interessante. Nulla di tutto ciò però servì a prepararmi all'impatto con la realtà. Nonostante tutto, prima di entrate in quel reparto, coltivavo ancora l'idea che la follia potesse essere solo una cosa completamente estranea da me, Il termine stesso "alienati" stava a indicare qualcosa di altro, di alieno, magari di extraterrestre, per cui non ero preparato a incontrare persone "come me".

Se ci chiediamo così spesso che cosa vuol dire pazzia, forse è segno che semplicemente non riconosciamo qualcosa che è troppo difficile da vedere perchè nello scoprirla così vicina ci terrorizza. Allora pensiamo di costruire un'immagine della pazzia talmente lontana e anacronistica, talmente irreale da renderla persino paradossale, ma rassicurante, perchè noi non saremo mai così.

Ricordo ancora l'angoscia e il senso di disorientamento che provai nel frequentare quel reparto, ricordo le persone, le loro storie; da lì iniziai a comprendere molto gradualmente dove la loro mente iniziava a discostarsi dal solco della "normalità", ma che questo "scostamento" potenzialmente avrebbe potuto toccare in sorte a ogniuno, e che la mia sanità mentale non era altro che un generoso dono del destino.

 

 

Ribadisco la mia limitatezza, io non so neppure cosa sia la letteratura, Poldo scrive:

 

Quote

 

Potrei raccontarvi un sacco di storie vere, ma sarebbero casi clinici, non letteratura.

 ma il libro di Sacks "l'uomo che scambio sua moglie per un cappello" è letteratura o un saggio?

 È inserito tra i saggi, ma è molto "letterario".

Il libro di Sacks è bellissimo e lo consiglio a tutti, ma per quanto molto letterario, ritengo giusto che sia inserito tra i saggi.

 

In inglese la parola "letteratura" è "finction" finzione, e quindi "non reale". In italiano invece è "narrativa" e si può anche narrare una storia reale.

A mio modo di vedere il problema non è se ciò che racconto sia reale o meno, ma di quale è il mio obbiettivo nel raccontare qualcosa.

Nello scrivere un saggio renderò partecipe il lettore del risultato dei miei studi e delle mie osservazioni, cercherò di essere il più rigoroso e oggettivo possibile.

Se scrivo un romanzo posso utilizzare anche fatti reali e concreti, ma a mio piacimento, al fine di comporre quella visione metaforica che potrà rendere il senso di ciò che intendo comunicare.

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Il punto credo che sia proprio quello che ha introdotto Nicolaj... Conoscere la realtà della follia. Con tutte le sue declinazioni. L ' immagine sociale della follia,come la definisce Poldo, è forse un po' troppo stereotipata. Letteraria, appunto. Ritengo addirittura in molto così strumentalizzata. Quello che dell 'animo umano non vogliamo accettare lo spieghiamo con la follia.

Rilancio. Lo scrittore - che per me ha una funzione anche sociale e non puramente ricreativa- dovrebbe tentare di costruire la strada, in accordo con le sue possibilità, per giungere a una " realtà " della follia. E portarci per mano anche i suoi lettori. Non spiegandolo- che a volte potrebbe sembrare una giustificazione e basta, una sorta di " ha iniziato a volere la carne umana perché da bambino abusavano di lui" , un altro modo per prendere le distanze da gesti che non riusciamo ad accettare- ma semplicemente mostrandolo.

@ Bradipi. Devo leggere quel racconto o romanzo ;)

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Una cosa che secondo me sarebbe interessante è studiare la linea di confine. Tutti conosscono il termine inglese border line ma, secondo me, il termine non è usato in modo da comprendere tutte le sue possibilità. Di solito si intende per bordeline una persona che sia "quasi pazza" - qualunque definizione si voglia dare del termine di pazzia - una persona che presenta una malattia ai suoi esordi. Magari non diventerà mai conclamata, ma quello è, un neo che presenta alterazioni ed è meglio togliere prima che diventi un tumore.

Confesso che il brano di Roethke mi coinvolge. Quello che a lui succedeva in grande, e che lo portò in manicomio, a me succedeva molto in piccolo. Nel periodo, diciamo, dai quindici ai diciotto anni mi capitava di avere momenti di forte esaltazione. Niente di ecceziionale, intendiamoci, comunque sufficenti a mettermi al centro dell'attenzione. Dicevo a qualcuno di fare una cosa e quello la faceva. Se a scuola c'era un'assemblea quello era il mio momento e, a posteriori, posso dire che stavo mettendo a punto le tecniche attoriali che poi avrei utilizzato molto tempo dopo.

Il problema è che sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. Tempo un'ora o due, tre al massimo, il mio umore crollava e, inevitabilmente, mi ritrovavo a piangere disperatamente da qualche parte. Se possibile in solitudine. Quanto ho pianto in quegli anni non avete idea, ma mi sono anche parecchio divertito. Passata l'adolescenza la faccenda è terminata. Non che non abbia più avuto momenti di esaltazione e di depressione, naturalmente, ma non più così strettamente legati in sequenza temporale.

Che cos'è questa, ciclotimia? Sicuramente non era pazzia e nemmeno l'essere "borderline" secondo la concezione tradizionale. Era semplicemente il mio modo di essere in quel periodo particolare. Mai mi sarebbe venuto in mente di dovermi curare.

Credo che noi si sia più o meno tutti d'accordo che non è solo la ragione a guidarci nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, ma probabilmente le cose sono ancora più complicate di quanto si suppone. A guardarle molto da vicino.

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Quale "filosofa" ho ovviamente letto Foucault. Come lo giudicano i tecnici?

Potremmo intendere il percorso che va da Basaglia all'attuale chiusura (peraltro procrastinata) dei manicomi criminali come  un a ritroso dell'internamento? E magari praticare concettualmente la follia quale componente  del quotidiano e occasione di ripensamento critico della nostra saggezza?

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Nel periodo, diciamo, dai quindici ai diciotto anni mi capitava di avere momenti di forte esaltazione. [...]

Il problema è che sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. Tempo un'ora o due, tre al massimo, il mio umore crollava e, inevitabilmente, mi ritrovavo a piangere disperatamente da qualche parte. Se possibile in solitudine. Quanto ho pianto in quegli anni non avete idea, ma mi sono anche parecchio divertito. Passata l'adolescenza la faccenda è terminata. Non che non abbia più avuto momenti di esaltazione e di depressione, naturalmente, ma non più così strettamente legati in sequenza temporale.

A me succede sempre così. :sss: Tanto che ho cominciato a pensare che sia una specie di "risacca emotiva" e non escluderei che fosse molto più chimica che psicologica, un po' come la spossatezza dopo una scarica di adrenalina. Del resto certi momenti euforici sono molto faticosi da sostenere.

Per tornare all'argomento del topic, io credo ci sia qualcosa di molto sbagliato nella rappresentazione della malattia mentale che viene fatta nella fiction (tv/cinema/letteratura), anche se con alcune eccezioni (King tra tutti). Non per niente è ancora difficile per molti accettare di rivolgersi a uno specialista e la stigmatizzazione sociale è grande anche per disturbi minori.

Credo che uno degli sbagli stia nel fatto che la malattia mentale viene presentata spesso come il motore primo degli eventi negativi: penso a una serie come Criminal Minds (al di là del profilo sempre identico - maschio bianco 35 anni con disturbo X compatibile con la scena del crimine) in cui non è mai successo che il "malato" di turno non fosse anche l'assassino o che l'assassino non fosse chiaramente disturbato, quantomeno in casa sua (che so, collezionava topi in formalina). Insomma, se hai un disagio finirai per ammazzare il vicino e tutta la sua famiglia.

Per non parlare del fatto che quasi inevitabilmente un personaggio che assume un qualche psico-farmaco (compreso banali ansiolitici) finisce con lo sviluppare una dipendenza grave.

D'altro canto, quando non è così vengono banalizzate: uno dei personaggi di CSI ha problemi con l'alcol e un altro con il gioco d'azzardo ed entrambi li risolvono con una decina di sedute dallo psicologo del dipartimento e una chiacchierata o due col capo.

Facendo due più due, è chiaro che se uno non risolve i propri problemi psicologici con una pacca sulla spalla e al più qualche seduta, prima o poi massacrerà tutti. :sss:

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Ospite Bradipi
Facendo due più due, è chiaro che se uno non risolve i propri problemi psicologici con una pacca sulla spalla e al più qualche seduta, prima o poi massacrerà tutti. :sss:

 

Un altro esempio malefico, ma ce ne sono a bizzeffe, è il film "la voce del silenzio" del 1993, dove per magia una bambina guarisce dall'autismo.

Ma del resto si sa che sono le vaccinazioni a fare diventare autistici...

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Ovviamente CSI non ha proprio nulla di realistico. L'abilità degli sceneggiatori è quella di spacciare per realistica una realtà parallela che non ha nulla a che fare con la nostra. In questo a volte sono geniali.

Il problema piuttosto è quanto questa versione distorta della realà può influenzare (e modificare) il nostro comportamento. Problema che non riguarda solo CSI ma possiamo, tanto per convenzione, far risalire a "galeotto fu il libro e chi l'ha scritto". La letteratura o, in questo caso, la fiction, può essere pericolosa e mandarti all'inferno.

Purtroppo quello di scambaire il prodotto di fantasia altrui per la propria realtà oggettiva è un vizio di cui l'uomo non sembra volersi liberare. Preferisce pagarne il prezzo

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Avevo scritto un bel messaggio, ma è andato perso, riprovo più in breve.

È giusto trattare i problemi psichiatrici in maniera cruda e rimarcandocici sopra per spettacolo? Mi verrebbe da dire di sì.

Finire nell'orrido: dai al pubblico quello che vuole, non quello che è. Una lenta e silenziosa morte della realtà.

È questo che non posso tollerare la morte della realtà che deve sempre tendere una mano alla fiction.

Ecco, questo non è un futuro che vorrei, anzi sarei ben contento che la realtà si facesse sentire ed eliminasse certi obbrobri moderni.

Ma fino all'ora continuerò a giocare e divertirmi con i miei personaggi che non sono proprio normali, ma neanche da TSO.

In definitiva la mia idea sarebbe quella di mitigare la figura del malato restituendoli i suoi tratti umani, ecco, forse quello che servirebbe davvero è rendere il paziente di nuovo un essere umano

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ritorno con un'ultima domanda.Quand'è che l'uomo diventa paziente e il paziente un uomo? Sono forse i suoi comportamenti, dei fogli di carta? Passando nel lato più letterario: al comm. Rossi vengono restituiti tutti i fascicoli e le armi dopo due sedute e strigliate del capo. Mi chiedo, è giusto che sia così? non sarebbe meglio raccontare un vero e crudo processo di riabilitazione? Anche se in fondo credo di aver già la risposta, sì, lo so, ' sempre la solita e banale, ma funziona. i soldi

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Ho letto tutti gli interventi e provo a rimettermi al passo.

La rapresentazione della follia, per quanto ciascun autore possa documentarsi, sarà sempre romanzata. L'autore stesso rifiuterà di mettere dettagli di disturbo: perfino quando vorrà essere crudo.

L'autore non deve nè formare nè informare.

Può essere realistico, sì, ma deve intrattenere.

La domanda iniziale era sull'effetto che produce. Aggiungo quindi: "intrattiene".

Intrattiene trasmettendo inquietudine e ci introduce in quell'ambiente che sottrae il "diverso", normalmente scomodo alla nostra vita quotiana. Quell'ambiente che (brutto...) ci "protegge" perché chiuso ma in cui vogliamo sbirciare perché incuriositi dall'effetto che ci fa il violare il pudore del disagio.

Se "leggo" di un cannibale mi "affascina"; se incontro un cannibale mi spavento. Se si venisse inviati a spiare un folle in contenzione ambientale verrebbe fuori la nostra follia di una inconscia sadica curiosità.

"Rain man" ha commosso perché non veniva illustrato un caso di autismo con accessi di violenza.

Forrest Gump nella realtà non sopravviverebbe 30 minuti.

Forse l'effetto che produce in me è quello di allontanarmi dalla realtà della "follia".

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“L’autore deve intrattenere”. Ma si può farlo nella maniera giusta. Penso ai programmi di intrattenimento della TV. Ormai non la guardo più tranne i telegiornali ma anche quelli vanno interpretati: sono diventati una forma di intrattenimento più che di informazione. Eppure i gestori delle emittenti televisive non sono stupidi. Se quei programmi continuano a essere trasmessi vuol dire che c’è un sacco di gente che li segue. Per me il problema sta nell’educare il telespettatore o, nel nostro caso, il lettore. Prima che entrasse in vigore la legge contro il fumo nei locali pubblici era del tutto naturale uscire da una pizzeria con gli occhi arrossati e i vestiti affumicati. Per non parlare del periodo in cui era consentito fumare nei cinema. Io sono una fumatrice e quando anni fa mi recai in Austria dove ancora non c’era la legge contro il fumo, non mi è passato nemmeno per la testa di accendermi la sigaretta all’interno di un ristorante. È solo una questione di educazione. Sono convinta che l’uomo abbia bisogno di qualcosa in più del semplice intrattenimento. Iniziamo a trasmettere programmi destinati a esseri pensanti, iniziamo a scrivere preoccupandoci del lettore dotato di cervello, solo in questo modo si può avere un cambiamento. Si può intrattenere anche stimolando la mente. Più vado avanti in questa conversazione e più mi convinco che chi scrive deve porsi questo problema. Tanti romanzi hanno avuto successo perché l’autore è riuscito a sfruttare la curiosità insita in tanti lettori di sbirciare il disagio. Alla domanda se sia giusto o no, io rispondo di no: non è giusto. La prima cosa che cerco in un romanzo è un arricchimento, può essere anche un paesaggio ben descritto o una condizione di disagio realistica. Quando ho bisogno di allontanarmi dalla realtà mi leggo una favola o mi vedo un film di Walt Disney. Il rischio è di rimanere uno scrittore di nicchia ma ogni cambiamento prevede una buona dose di sacrificio.

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Per me il problema sta nell’educare il telespettatore o, nel nostro caso, il lettore.

 

 

Sono d'accordo, e ci provo pure...

Ovviamente va fatto con mezzi "tecnici" di buon livello e una cifra accattivante.  Che insomma non palesino intenti didascalici, ovvero non siano a tesi. I romanzi e testi teatrali di Sartre, per esempio, appaiono in questo senso molto datati.

E ricordo bene una recensione ai miei racconti in cui (pur lodando, meno male, temi e scrittura) mi si rammentava che il vorace lettore di gialli  non ama essere "distratto" dal corso dell'azione!

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Scusate il ritardo, ma di questi tempi non riesco a seguire il forum come vorrei.

Mi sembra che la discussione si stia aprendo su altri temi più generali seguendo un corso di pensiero che mi è congeniale.

Non a caso, tempo fa, dopo aver aperto questa discussione ne avevo iniziata un'altra che andava proprio in questa direzione.

Per non ripetermi e non rischiare l' OT ve la segnalo qui

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