Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

TempoPerso

La Casa

Post raccomandati

Commento - Aithne, piccolo fuoco.

 

La Casa

L’auto procedeva lentamente lungo la strada, lasciandosi pigramente alle spalle la città con i suoi affanni.


Davanti a sé, sulla cima della collina, la Casa. In città non avevano saputo darle un altro nome, né a Konrad interessava saperlo. Anzi: se la città non si curava di quel luogo, non si sarebbe curata nemmeno di chi vi ci abitava. E questo era esattamente ciò che lui voleva: pace e riservatezza.


Quando il motore tacque, Konrad guardò fuori dal finestrino. E ciò che vide gli piacque perfino più delle affrettate descrizioni che aveva udito, se possibile: la Casa era appartenuta ad un signorotto locale dell’Ottocento, e portava sulle sue arcate il lascito di un’epoca gloriosa quanto lontana.


Konrad si lasciò sfuggire un sorriso triste, pensando a quanto quella Casa sembrasse attendere proprio lui.


Con movimenti consumati dall’abitudine, l’uomo recuperò la valigia dall’auto. Konrad aveva ormai superato i sessant’anni, ma i suoi bagagli erano tanto leggeri da non causargli alcun problema.


Non alla schiena, almeno.


L’odore di aria stantia lo accolse come un vecchio amico, accompagnandolo per tutte le stanze della Casa. Konrad decise di ispezionare meglio la sua nuova residenza: attraversò il lungo corridoio che separava le camere da letto dal soggiorno, constatò che la dispensa era desolatamente vuota, si consolò verificando la presenza della luce elettrica e dell’acqua corrente ed infine visitò un deserto solaio.


Ma in nessuno di questi luoghi trovò la chiave per aprire quella porta.


Era una porta tutto sommato anonima, senza particolari pregi di manifattura. Sembrava quasi che fosse stata lasciata lì per errore da un architetto distratto, o da un Dio esausto dopo sei giorni di sfrenata creazione. Eppure, forse irritata proprio per quella mancanza di considerazione, la porta rifiutava di aprirsi.


Stanco per il viaggio, Konrad decise che avrebbe risolto il problema il giorno successivo, tornando a parlare con l’agenzia che gli aveva venduto la Casa. L’idea di ritornare in città non lo aggradava, ma l’alternativa era morire di fame. E di curiosità.


Tuttavia, almeno per quella notte l’uomo si sarebbe dovuto arrangiare: la valigia conteneva ancora le ultime scorte di cibo acquistate per il viaggio, mentre per mettere a tacere la curiosità sarebbe stato necessario l’aiuto del libro che aveva appena iniziato a leggere, assieme ad una buona bottiglia di liquore.


E così fu. Konrad fu tanto soddisfatto della sua nuova sistemazione che decise perfino di accendere il camino con la legna che il precedente proprietario gli aveva generosamente lasciato. Così, si sedette sulla poltrona posta davanti al fuoco scoppiettante; una mano al libro e l’altra al bicchiere.



Konrad si era assopito già da diverso tempo quando il rumore risuonò per la Casa. Come richiamato, si destò a fatica, con la bocca impastata dall’alcool. Stordito, si guardò intorno, ma il camino era spento e la Casa era immersa nei segreti della notte.


Ed il rumore si ripeté. Non era stata la sua immaginazione, dunque. Ma neppure poteva trattarsi di un ladro: tutti in città sapevano che la Casa era abbandonata da anni e, se vi era stato in essa qualcosa di valore, doveva già essersene andato.


Teso, Konrad rimase in silenzio. Per tutta risposta, udì nuovamente il rumore. Konrad non sarebbe riuscito a dargli un’origine precisa, ma  sapeva di averlo già udito in passato. Dove o quando, impossibile dirlo.


La curiosità vinse sul timore, e l’uomo si alzò dalla poltrona. Ora distante dai tizzoni del camino, egli si rese improvvisamente conto che faceva molto freddo. Eppure le finestre gli parevano chiuse: non gli riusciva di vedere l’esterno da dove si trovava.


Forse sto ancora sognando, si disse.


Camminò per il soggiorno, in cerca dell’interruttore della luce elettrica, ma non gli riuscì di trovarlo. La vecchiaia giocava strani scherzi alla memoria, ma mai strani quanto ciò che scoprì tastando lungo la parete.


La porta, la misteriosa porta, era aperta. E da essa giungeva il freddo pungente.


Konrad esitò per un lungo istante, il tempo necessario al suo cuore per fermarsi. Chi aveva aperto la porta? Era certo che fosse chiusa.


Il rumore si ripeté. Questa volta giunse come un eco, rimbombando lungo le scale che dalla porta scendevano nei meandri della terra. Un fragile corrimano di legno era l’unico appiglio che veniva offerto a Konrad per intraprendere quel viaggio nell’ignoto.


Dovrei andarmene, si disse. Ed una parte non trascurabile di lui era sincera nel pensarlo: avrebbe davvero voluto uscire dalla Casa, salire in auto e lasciarsi tutto alle spalle.


Ma un’altra parte di sé gli impedì di fuggire. Era la parte più stanca di lui. Una vita trascorsa a fuggire l’aveva logorata, ma non abbastanza da metterla del tutto a tacere.


Ed ora, davanti a quella porta aperta, quella parte di lui seppe di essere sempre fuggita solo per essere lì. Era il suo momento.


Senza esitazione, Konrad mosse il primo passo verso la gelida oscurità.



La discesa fu lunga.


Il legno delle scale cigolava sempre più e la luce era ormai un ricordo appannato dal suo respiro. Più volte fu tentato di tornare indietro, ma ogni volta quella piccola, scomoda parte di lui glielo impedì.


Finchè non si posò sul corrimano, solo per non trovarvi più ad attenderlo il fragile legno, ma dell’acuminato filo spinato. Konrad urlò nel buio, mentre la carne veniva perforata ed il sangue iniziava a gocciolare. Si tenne la mano ferita, imprecando in tedesco, consapevole che il buio e le vertigini gli avrebbero impedito di fare a meno di quel corrimano.


E così, posò nuovamente la mano sulle spine. Con cautela, con pazienza, ma il filo ottenne comunque il suo tributo cremisi.


Alla fine della scalinata vi era una porta metallica, debolmente illuminata da una fredda luce al neon. E fu sempre quella piccola, quasi dimenticata parte di lui a muovere la sua mano, ormai un groviglio di tagli e sangue, verso la maniglia della porta di metallo.


Che si aprì, rivelando la stanza agli occhi in lacrime di Konrad.


L’aria al suo interno era gelida, ma non avrebbe dovuto esserlo: un enorme forno crematorio era in funzione, la cenere sparsa ovunque intorno ad esso. Intorno al forno, forse nel tentativo di scaldarsi, c’era una figura che, un tempo, doveva essere stato un uomo. Gli abiti che portava non riuscivano a nascondere l’estrema magrezza di quella figura denutrita. Konrad si mosse lentamente, finchè con i propri occhi non incontrò quelli dell’uomo, che in quel momento parvero illuminarsi. Trovare un sollievo a lungo ricercato.


Ti aspettavo, disse l’uomo.


Konrad annuì. Lo so, gli rispose. La piccola parte di lui l’aveva sempre saputo, e forse Konrad aveva cercato di fuggire proprio da lei. In molti avevano cercato di farlo, ma in pochi ci erano davvero riusciti.


Non a tutti riusciva di gettarsi alle spalle il proprio passato.


Farà male? chiese Konrad.


Non più di quanto tu ne abbia fatto, rispose l’uomo. Non c’era rancore in quelle parole, e forse proprio per quello fecero più male. Era la pura e semplice verità. Non poteva fuggirla, né poteva dimenticarla: nessuna casa avrebbe avuto pareti abbastanza spesse per farlo.  


Con gesto liberatorio, Konrad si mise a gattoni per entrare nella bocca del forno. Si voltò per un attimo verso l’uomo, e vide che ora erano in molti con lui. Tutti lo stavano fissando. Lo stavano aspettando.


Non li avrebbe delusi. Non più. Con movimenti lenti, Konrad si mosse verso le fiamme.



La polizia giunse dopo una settimana. Non trovarono nulla, finchè non riuscirono a forzare la porta chiusa a chiave dall’interno. Le due rampe di scale portavano alla cantina, dove trovarono il cadavere di Konrad, la testa resa quasi irriconoscibile dal proiettile che l’aveva spaccata in due. In una mano teneva ancora la pistola, nell’altra una lettera nella quale raccontava della sua vera identità come medico di Auschwitz, degli esperimenti letali che aveva condotto sui prigionieri e di come dopo la guerra per anni fosse riuscito a sfuggire alla giustizia, ma non alla propria coscienza.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

L’auto procedeva lentamente lungo la strada, lasciandosi pigramente alle spalle la città con i suoi affanni.

non faccio parte della corporazione dei cacciatori di avverbi in -mente, ma due così ravvicinati fanno un brutto effetto cantilena. Ci sono diversi avverbi dello stesso tipo nel racconto e non sempre sono necessari: proverei a cercare quelli che si possono eliminare senza che il senso del testo risulti alterato. 


Anzi: se la città non si curava di quel luogo, non si sarebbe curata nemmeno di chi vi ci abitava.

Piccolo refuso.

 

Quando il motore tacque, Konrad guardò fuori dal finestrino. E ciò che vide gli piacque perfino più delle affrettate descrizioni che aveva udito, se possibile: la Casa era appartenuta ad un signorotto locale dell’Ottocento, e portava sulle sue arcate il lascito di un’epoca gloriosa quanto lontana.

modificherei questa parte perché la frase dopo i due punti contiene una descrizione non visiva e hai cominciato il periodo con un "vide".

tipo 

Quando il motore tacque, Konrad guardò fuori dal finestrino e ciò che vide gli piacque perfino di più delle affrettate descrizioni che aveva udito: la Casa, costruita da un signorotto locale nell'Ottocento, portava sulle arcate il lascito di un'epoca gloriosa quanto lontana. 


Con movimenti consumati dall’abitudine, l’uomo recuperò la valigia dall’auto.

direi movimenti automatici dettati dall'abitudine o qualcosa del genere: altrimenti sembra che l'abitudine abbia consumato i movimenti...

 

Konrad aveva ormai superato i sessant’anni, ma i suoi bagagli erano tanto leggeri da non causargli alcun problema.

Non alla schiena, almeno.

bello

 

Konrad decise di ispezionare meglio la sua nuova residenza: attraversò il lungo corridoio che separava le camere da letto dal soggiorno, constatò che la dispensa era desolatamente vuota, si consolò verificando la presenza della luce elettrica e dell’acqua corrente ed infine visitò un deserto solaio.

se la casa era chiusa, la dispensa non può che essere vuota :)

meglio: solaio deserto. 


Era una porta tutto sommato anonima, senza particolari pregi di manifattura.

taglierei: non avendo una funzione particolare, non c'è motivo per cui non debba essere identica alle altre porte della casa. 

 

Stanco per il viaggio, Konrad decise che avrebbe risolto il problema il giorno successivo, tornando a parlare con l’agenzia che gli aveva venduto la Casa. L’idea di ritornare in città non lo aggradava, ma l’alternativa era morire di fame. E di curiosità.

bruttino quel aggradava

che ne dici di: Non gradiva l'idea di ritornare (andare, per evitare la ripetizione) in città ecc...


Tuttavia, almeno per quella notte l’uomo si sarebbe dovuto arrangiare: la valigia conteneva ancora le ultime scorte di cibo acquistate per il viaggio, 

non c'è nessun altro in casa perciò taglierei l'uomo


Ma neppure poteva trattarsi di un ladro: tutti in città sapevano che la Casa era abbandonata da anni e, se vi era stato in essa qualcosa di valore, doveva già essersene andato.

meglio la casa era disabitata: dopo anni di abbandono la casa va incontro al degrado, ma nelle descrizioni precedenti non vi accenni. 


Teso, Konrad rimase in silenzio. Per tutta risposta, udì nuovamente il rumore. Konrad non sarebbe riuscito a dargli un’origine precisa, ma  sapeva di averlo già udito in passato. Dove o quando, impossibile dirlo.

 


La curiosità vinse sul timore, via la virgola e l’uomo si alzò dalla poltrona. Ora virgola distante dai tizzoni del camino, egli si rese improvvisamente conto che faceva molto freddo. Eppure le finestre gli parevano chiuse: non gli riusciva di vedere l’esterno da dove si trovava.

ha fatto tutto il giro della casa quindi dovrebbe ricordare se le finestre sono chiuse o aperte; il fatto che non riesca a vedere l'esterno da dove si trova, invece, non l'ho proprio capito. 

 

Camminò per il soggiorno, in cerca dell’interruttore della luce elettrica, ma non gli riuscì di  trovarlo.


Konrad esitò per un lungo istante, il tempo necessario al suo cuore per fermarsi. Chi aveva aperto la porta? Era certo che fosse chiusa. 

ha cercato la chiave per tutta la sera: siamo tutti certi che la porta fosse chiusa :), inutile precisare

 

 

Ma un’altra parte di sé gli impedì di fuggire. Era la parte più stanca di lui. Una vita trascorsa a fuggire l’aveva logorata, ma non abbastanza da metterla del tutto a tacere.

 


Ed ora, davanti a quella  alla porta aperta, quella parte di lui seppe di essere sempre fuggita solo per essere lì. 

 

Il legno delle scale cigolava sempre più e la luce era ormai un ricordo appannato dal suo respiro.

qui non sono riuscita a visualizzare: come fa il respiro ad appannare la luce?

 

Finchè non si posò sul corrimano, solo per non trovarvi più ad attenderlo il fragile legno, ma dell’acuminato filo spinato.

Finché (con un controllo di ortografia del programma di scrittura queste robette si eliminano facilmente).

 

Konrad urlò nel buio, mentre la carne veniva perforata ed il sangue iniziava a gocciolare. Si tenne la mano ferita, imprecando in tedesco, consapevole che il buio e le vertigini gli avrebbero impedito di fare a meno di quel corrimano. 

non credo sia possibile avere le vertigini al buio

a parte le vertigini, bello. 

 

Konrad annuì. Lo so, gli rispose. La piccola parte di lui l’aveva sempre saputo, e forse Konrad aveva cercato di fuggire proprio da lei. In molti avevano cercato di farlo, ma in pochi ci erano davvero riusciti.

Ho suggerito un taglio perché è una considerazione a carattere generale che distrae, a mio avviso, dalla storia che stai raccontando. 

 

---

Ho trovato la storia ben condotta fino quasi alla fine. 

All'inizio l'attenzione è concentrata sulla casa che, appare chiaro fin dal titolo, ha un ruolo importante nel racconto; gli indizi che Konrad abbia qualcosa che lo tormenta sono sparsi con giudizio lungo tutto il testo, in modo da tenere viva la curiosità e lasciare nell'incertezza se la trama evolverà verso un horror con mostri o in una direzione più psicologica.

Ben condotto anche l'incontro con il passato di Konrad con conseguente morte del protagonista.

Quello che invece non funziona, a mio avviso,  è l'ultima parte: la lettera del protagonista e il colpo di pistola alla testa smentiscono tutto quello che hai raccontato in precedenza . Se tutta la parte della ricerca della chiave e della discesa nella cantina deve essere letta come una metafora dei rimorsi che lo tormentano, avresti dovuto condurre la narrazione su due binari: da una parte i gesti che preparano il suicidio (la lettera, la pistola), dall'altra le sensazioni (tipo il filo spinato). 

Cambierei  perciò i dettagli della morte: niente colpo di pistola e niente lettera ma una causa naturale, tipo una caduta. Inoltre la lettera non aggiunge nulla a quanto è emerso già in modo chiaro durante la narrazione. 
 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Tempoperso.

Condivido tutte le osservazioni sui vari refusi e sulla forma che ti sono state mosse dall'impagabile Wy, alle quali mi permetto di aggiungere solo qualcosina, che riguarda soprattutto la gestione dei vari capoversi: va bene andare a capo; ma lasciare sempre, o troppo spesso, uno spazio tra un capoverso e l'altro invece non va bene per nulla. Stilisticamente, lasciare tale spazio dovrebbe assumere un significato ben, preciso, tipo un cambio di scena o di argomento, e non dovrebbe mai essere adoperato a caso. Visivamente, da un punto di vista diciamo così "tipografico", l'effetto è davvero terribile, credimi.

Passiamo al titolo "La Casa", che davvero mi pare avere poca attinenza con la storia e soprattutto con il suo epilogo. Fino alla fine uno pensa che dovrebbe esserci un nesso, ma poi rimane deluso nel constatare che non esiste: perché l'uomo dovrebbe essere assalito dai rimorsi proprio in quel luogo? Che legame c'era tra quell'edificio e i campi di sterminio? Nessuno? E allora perché quel titolo? E soprattutto perché nella prima parte ripeti quelle due maledette sillabe un sacco di volte, fino a farcele risultare fastidiose: casa, casa, casa, casa, senza far ricorso a dei sinonimi? 

Se il tuo intento era quello di depistare, fuorviandolo, il lettore, devo dire che ci sei riuscito; ma nel contempo hai corso pure il rischio di irritarlo, più che di fuorviarlo, visto che tutti gli interrogativi che ti ho posto alla fine rimangono senza uno straccio di risposta.
Veniamo appunto al finale. Il protagonista entra gattonando nel forno crematorio, che si presume acceso: non è credibile nemmeno in un sogno. Non c'è bisogno infatti di aver studiato Freud, come purtroppo a me è toccato fare, per sapere che le sensazioni fisiche che proviamo dormendo, spesso sono lo specchio di quelle reali: se abbiamo sete, sogniamo di bere; se abbiamo fare, sogniamo di mangiare... ed è meglio non sognare che ci scappi la pipì. Per rendere più reale il tutto e mettere il credibile dentro all'incredibile, che dovrebbe essere poi il compito di ogni  scrittore, avresti potuto, tanto per fare un esempio, far avvicinare l'ex medico nazista nel suo sogno-delirio alle fiamme alte del cammino acceso.

Poi c'è la chiusura
 

3 ore fa, TempoPerso dice:

una lettera nella quale raccontava della sua vera identità come medico di Auschwitz, degli esperimenti letali che aveva condotto sui prigionieri e di come dopo la guerra per anni fosse riuscito a sfuggire alla giustizia, ma non alla propria coscienza.


Al di là del superfluo effetto didascalico (non è una favola e quindi la morale ognuno dovrebbe trarla da sé) , anche qui la credibilità va a farsi benedire. Ci piacerebbe che le cose andassero in questo modo, caro Tempoperso, ma la realtà è ben diversa: gli atti del processo di Norimberga, nonché di quelli che l'hanno seguito in varie località del mondo, non solo in Israele, sono lì a dimostrarci che ben pochi, per non dire nessuno, dei criminali nazisti mostrò in seguito, anche a distanza di anni, il  benché minimo pentimento, nemmeno di fronte al patibolo o alla prospettiva di un ergastolo!
Tutto ciò, premesso, ritengo che tu sia in possesso degli strumenti tecnici, uso della grammatica e della sintassi, che ti consentono di dar vita a qualcosa di più curato e completo.
A rileggerti.

Modificato da Alexmusic

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Cita

Se il tuo intento era quello di depistare, fuorviandolo, il lettore, devo dire che ci sei riuscito; ma nel contempo hai corso pure il rischio di irritarlo, più che di fuorviarlo, visto che tutti gli interrogativi che ti ho posto alla fine rimangono senza uno straccio di risposta.

 

La Casa è l'essere umano. Costruito come un edificio (il paragone tra Dio e l'architetto è lì apposta), ma ha sempre quella "porta sul retro" che conduce nei posti meno desiderati, che si vorrebbero lasciare dove sono.

Comunque capisco che sia una finezza, ma purtroppo in meno di 8000 battute (decisamente poche per me, ho dovuto tagliare molto dall'originario 9000+) tant'è  :)

 

Cita

Ci piacerebbe che le cose andassero in questo modo, caro Tempoperso, ma la realtà è ben diversa: gli atti del processo di Norimberga, nonché di quelli che l'hanno seguito in varie località del mondo, non solo in Israele, sono lì a dimostrarci che ben pochi, per non dire nessuno, dei criminali nazisti mostrò in seguito, anche a distanza di anni, il  benché minimo pentimento, nemmeno di fronte al patibolo o alla prospettiva di un ergastolo!

 

Non sono solito criticare le critiche, ma qui mi ci trovo costretto. So bene come si è svolto il processo di Norimberga e credo che ormai in tanti abbiano ben presente che soggetti si sedettero sul banco degli imputati.

Questo attiene al racconto? No. E' implausibile pensare ad un moto di coscienza in un essere umano? No. Il racconto riguarda Konrad, non gli effettivi dottori nazisti che finirono a processo o lo evitarono.

Di conseguenza, la credibilità non è mai stata un obiettivo in un racconto che, tolte le ultime righe, è evidentemente surreale, non semplicemente onirico. Capisco che negli anni del Trono di Spade sia difficile ricordarlo, ma non servono per forza spade e draghi per scrivere una storia di fantasia.

 

Grazie comunque dell'intervento.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 ora fa, TempoPerso dice:

Non sono solito criticare le critiche

Hai tutto il diritto di criticare le critiche, Tempoperso. Le polemiche, portate avanti con civile educazione, sono il sale di questo forum e il confronto ci aiuta sempre a migliorare. 
Tu scrivi che
 

 

1 ora fa, TempoPerso dice:

ma non servono per forza spade e draghi per scrivere una storia di fantasia.

e io sono assolutamente d'accordo con te. Se avrai la pazienza di leggere qualcosa che ho pubblicato in questo sito, ti renderai conto quanto io per primo sia amante della fantasia e del surreale. Tuttavia la delicatezza dell'argomento che tu hai trattato è tale che lo spazio dedicato all'aspetto chiamiamolo "fantastico" avrebbe potuto, e forse dovuto, essere gestito con maggior cautela; ma si tratta, è ovvio, della mia personalissima opinione. Così come resto convinto del fatto che aggiungere dettagli e particolari che rendano credibile e reale ciò che non lo è sia uno degli sforzi più duri, ma allo stesso tempo gratificanti di uno scrittore.
Grazie dunque a te per aver risposto con garbo e intelligenza alle mie osservazioni.
A rileggerti.

 

Modificato da Alexmusic

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao TempoPerso,

ho letto il tuo racconto e per riuscire a focalizzare il punto chiave, risparmiando nel contempo preziosi caratteri, io avrei tagliato tutta la parte iniziale, quella della presentazione della casa, facendone solo un breve accenno. Tu invece hai messo l'accento molto spesso sulla desolazione della villa e su particolari, come il bagaglio di Konrad, che hanno poca utilità nella storia e l'appesantiscono inutilmente. Sei stato comunque bravo a condurre il lettore fino all'ultima riga in un crescendo di suspance e interrogativi. Per quanto riguarda la figura del protagonista io non lo avrei reso un medico di un campo di sterminio, ma proprio come uno dei suoi comandanti in quanto molto più diretto responsabile e meccanismo portante di un abominio. Come già espresso dagli altri utenti il finale stona un po' con il sogno: mi piacerebbe che la figura incontrata da Konrad davanti al forno gli consegnasse una pistola invitandolo a usarla e a confessare per ripagare in piccolissima parte il debito che l'uomo ha con l'umanità.

A rileggerti.

 

Edison  

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

L’auto procedeva lentamente lungo la strada, lasciandosi pigramente alle spalle la città con i suoi affanni.

"lentamente", "pigramente", adagio, senza fretta... Se aggiungi ancora un sinonimo la macchina si ferma e si pianta lì come un mulo ostinato.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

E ciò che vide gli piacque perfino più delle affrettate descrizioni che aveva udito, se possibile

Superflua la congiunzione; superfluo il "se possibile", oppure lo metterei prima: "Ciò che vide gli piacque, se possibile, persino più delle..."

 

Devo concordare con la diagnosi di Wyjkz31 sull'abitudine logorante.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Ma in nessuno di questi luoghi trovò la chiave per aprire quella porta

Quale porta? Non mi sembra che tu abbia menzionato una porta prima d'ora. Solo a questo punto il protagonista si accorge di una porta chiusa, quindi prima non poteva essersi posto il problema di trovarne la chiave.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Konrad fu tanto soddisfatto della sua nuova sistemazione

Meglio "Konrad era..." in quanto stiamo indicando sì un'azione del passato ma di una certa durata.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

una mano al libro e l’altra al bicchiere.

Hai mai provato a tenere un bicchiere in una mano e un libro nell'altra? 

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

la Casa era immersa nei segreti della notte.

Un'espressione che dice tutto e niente. Molto vaga e quindi (a mio insindacabile giudizio) da evitare. 

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

se vi era stato in essa qualcosa di valore, doveva già essersene andato

DA quando in qua gli oggetti di valore prendono e se ne vanno di propria iniziativa?

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

il rumore

continui a ripetere il termine "rumore" senza definirlo.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Konrad non sarebbe riuscito a dargli un’origine precisa, ma  sapeva di averlo già udito in passato

 In realtà, quando dici "origine" in questo contesto, chi legge pensa ad un "luogo" di provenienza.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

La curiosità vinse sul timore

Meglio: "La curiosità ebbe la meglio sul timore."

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

La porta, la misteriosa porta, era aperta

A parte che eviterei il doppio soggetto, leggendo sopra, ho avuto l'impressione che la porta misteriosa fosse nel sottotetto, o nelle sue vicinanze.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Ti aspettavo, disse l’uomo.

Okey, non siamo più nell'esercito, comunque manterrei ancora i "caporali": «Ti aspettavo», disse l'uomo.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Lo so, gli rispose.

 «Lo so», gli rispose.

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Farà male? chiese Konrad.

 «Farà male?», chiese...

 

On 7/2/2016 at 14:32, TempoPerso dice:

Non più di quanto tu ne abbia fatto, rispose l’uomo.

 «Non più di quanto tu ne abbia fatto», rispose l'uomo.

 

Mi è piaciuta la trovata del suicidio con pistola che ha così riportato il racconto ad una realtà allucinata e creata da una mente autodistruttiva.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

ciao @TempoPerso leggo solo ora il tuo racconto. Salto le annotazioni di forma e contenuto e vado al focus. C'è di sicuro molto su cui lavorare, ma il racconto mi è piaciuto: l'atmosfera onirica, da incubo rende la paranoia e lo stato d'animo del personaggio. Konrad fugge da anni dall'orrore, ma alla fine ci si trova di fronte in quella Casa vivente, metafora del lager. Borges ha scritto: "Finché dura il rimorso, dura la colpa". E Konrad, ci fai capire, da qualche parte nel suo animo ha sempre coltivato il rimorso per le sue azioni e ora è giunto il momento di confessare la sua colpa e punirsi.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×