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Amarene - Luca Viti [Comitato di lettura]

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Titolo: Amarene

Autore: Luca Viti

Editore: Lettere Animate

Genere: Narrativa, Melodramma

Formato: ebook e cartaceo (versione letta: ebook)

Pagine: 164 (cartaceo)

ISBN: 978-8868824099

 

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Trama:

Arnaut, critico teatrale e poeta, insoddisfatto di sé e della distanza che percepisce fra la propria aspirazione estetica e la realtà del mondo, vive nei sogni la propria vocazione alla bellezza e all’Amore. Trova, un po’ per caso, un po’ per determinazione, la via d’accesso al sogno lucido e inizia una vera e propria vita parallela nel mondo che definisce “di là”, dove ama Berenice, trasfigurazione della bellezza ideale.

Tuttavia si accorge presto che gli atti compiuti in sogno non sono senza conseguenze nel mondo reale e che se il sogno può sostituirsi alla realtà, questa non si lascerà sostituire senza reazione e pretenderà di invadere il sogno. Lo scontro fra i due universi pare inevitabile e sfocerà nel dramma, il protagonista ne è consapevole ma non solo non farà nulla per dirigere i propri sogni, che pure ha imparato a governare, lontano dalla rotta di collisione bensì agirà, sia nel mondo reale, sia in quello di là, in modo da precipitare le situazioni e inasprire le conseguenze del dramma.

 

Forma e stile:

Mi pare giusto premettere questo aspetto in quanto lo stile è dichiaratamente melodrammatico. Ebbene sì: questo è un vero e proprio melodramma, pur se ambientato più o meno ai giorni nostri, ed è carico di arcaismi e di forme verbali desuete. Potrebbe pertanto risultare parecchio indigesto al lettore che non ami questo genere piuttosto inusuale nella narrativa contemporanea.

Inoltre si tratta di un romanzo completamente narrato nel quale le battute vere e proprie dei personaggi si contano letteralmente su una mano e anche l’uso dei discorsi indiretti è abbastanza limitato. L’azione è quasi completamente assente e sono le immagini, le sensazioni e le percezioni del protagonista a farla da padrone.

Abbondano le citazioni, le figure retoriche e quelle sintattiche. Non mancano gli interventi metanarrativi, nei quali la voce narrante ammicca ai lettori in seconda persona plurale (e talvolta singolare). Molto spesso si tratta di intermezzi originali, ben costruiti e gradevolmente incastonati nella storia, ma talvolta ne risulta un fortissimo sapore di captatio benevolentiae. Tutto coerente con lo stile melodrammatico, comunque: una volta accettato questo aspetto la mancanza di questi elementi sarebbe addirittura una carenza stilistica, sia chiaro. L’importante è che il lettore gradisca il genere.

 

Ambientazione:

La storia si apre con una situazione onirica la cui natura non è subito palese: scelta narrativa coerente perché tutto il romanzo si dividerà fra sogno e realtà, fra “mondo di là” e “mondo di qua” e spesso la percezione del protagonista sarà confusa (e con essa quella del lettore). Anche quando Arnaut saprà controllare i propri sogni e crederà di potervi entrare e uscire liberamente capiteranno situazioni non immediatamente chiare e questo contribuirà a diffondere nel lettore quella sensazione di sogno che arriva a pervadere anche il mondo reale della storia.

Arnaut è continuamente teso a darsi una forma più che una sostanza e vive ogni situazione come una performance artistica in un doppio universo nel quale il tempo è un paradosso: talvolta pare non esistere nella realtà mentre scorre continuo nei sogni, che prendono a vivere autonomamente anche “in sua assenza” (cioè quando il protagonista è in veglia!)

Arnaut arriverà quindi a confondere sogno e realtà, divenuti due specchi contrapposti fra i quali rimbalzano immagini, situazioni e personaggi. Arnaut si perderà credendo di trovare la bellezza ideale nel mondo reale, ma trasfigurando ogni cosa, comprese le intenzioni del suo migliore amico, Cadamosto, che diviene suo rivale e co-protagonista del dramma proprio malgrado.

Solo con Blanche, il personaggio più reale di tutta la vicenda (unico – non a caso – a portare su di sé i segni del tempo), sua ex insegnante, amica, amante, Arnaut riuscirà (sebbene solo a tratti) a smettere “i panni di scena” cercando un senso al proprio essere e la misura del proprio agire, sia nel sogno che nella realtà. Ma Blanche è la realtà “vera”, non quella che Arnaut ha creato come ibridazione del sogno. Lui la realtà vera non può viverla, non vuole viverla, quindi perderà Blanche.

La vicenda è situata in un tempo anteriore a quello della narrazione e la sensazione che il narratore stia centellinando il dipanarsi della storia, quasi per imporre un’andatura lenta ai lettori, si fa palese molto presto.

Il protagonista-narratore sa e non vuole dire, vuole rivivere, narrandola, la propria storia passata, vuole interpretare per i suoi lettori il dramma come prim’attore. Compiacendosi anche un po’: ce ne sarebbe a sufficienza per trovarlo oltremodo antipatico, ma in effetti lui non vuol piacere. Forse è un personaggio che ha bisogno d’essere compatito e come tale è ben caratterizzato. Inoltre, pur non celiando, lascia nel lettore una gradevole sensazione di non prendersi completamente sul serio, esagerando come un attore sul palco, che ama, brama, soffre e muore per il proprio pubblico consapevole che tutto è finzione ma che, non di meno, vuole vedere amore, desiderio, sofferenza e morte “vere”. E lui, attore, è lì per offrirgliele e il suo atto sarà compiuto solo se gliele offrirà al meglio.

Lo spazio, quello reale della storia, potrebbe essere quello di una cittadina francese, oppure quello di una città del nord Italia.

Il tempo, per quanto distorto dalla visione arcaica, decadente e onirica del narratore, è chiaramente quello odierno, ma spazio e tempo reali non hanno, in fondo, molta importanza perché alla fine resterà il dubbio se quella che è apparsa come realtà non sia stata anch’essa un sogno senza tempo, che conteneva un altro sogno.

Sogno che alla fine lascerà, comunque, almeno un effetto concreto sulla vita del protagonista.

 

Personaggi:

Arnaut è il protagonista e voce narrante, critico teatrale, esteta, idealista lucido, ironico (anche molto autoironico), disincantato ed infelice.

Gli altri personaggi sono tutti caratterizzati secondo la percezione che ne ha la voce narrante:

Cadamosto, amico del protagonista, da lui visto come competitore dalla superiorità e dal fascino inarrivabili, sicuro di sé e temprato da una vita piena, avventurosa e concreta.

Neiva è una giovane pittrice di talento, compagna di Cadamosto, fascinosa e misteriosa. Attrae il protagonista verso un’onirica illusione nel mondo della realtà.

Berenice è la trasfigurazione della bellezza ideale, è colei che Arnaut ha creato come proprio punto di riferimento, ambizione e desiderio nell’universo di sogno.

Blanche è una professoressa di storia del teatro e amante di Arnaut. È l’ancora che lo tiene vincolato alla realtà, alla concretezza, alla lucidità (quella vera, quella del “mondo di qua”), quella imperfetta e che fa essere imperfetti, che fa invecchiare, rende mortali e fa accettare sé stessi come tali. Attraverso di lei Arnaut giudica sé stesso e riesce a percepire il baratro che gli si prepara nell’illusione del sogno ma, non di meno, le si allontana, pur consapevole del fatto che lei, e solo lei, ha ragione.

 

Giudizio:

Il romanzo è sicuramente inconsueto. L’idea è senz’altro buona (a me è parsa una buona metafora del limite, che può rappresentare una molteplicità di situazioni reali nelle quali si può essere portati a “spingere sull’acceleratore” laddove il buon senso consiglierebbe invece di “mantenere il controllo della velocità”).

I due universi che prima si alternano, poi si confondono e alla fine si compenetrano interferendo fra loro sono, oltre che ben rappresentati, sicuramente originali grazie all’inusuale registro. Con una trama del genere si potrebbe costruire una storia di fantascienza o un buon mistery, ma in entrambi i casi la storia avrebbe bisogno di qualche ulteriore trovata narrativa per risultare così efficace.

C’è da dire che questa è una storia che giunge al lettore completamente come percezione del protagonista e come tale va accettata adeguandosi alle sue visioni, al suo linguaggio, al suo stile (non solo narrativo).

Alcune citazioni sono davvero azzeccate; una, da Kafka, l’ho trovata addirittura spettacolare.

Bella la ricorrenza cromatica del rosso che, mi pare di poter dire, compare in prossimità del proibito (o del limite) in modo, spesso, tutt’altro che banale.

Dal punto di vista della scrittura lo stile è sostanzialmente interpretato bene anche se a tratti risulta un po’ pesante. Ho trovato qualche acrobazia sintattica e grammaticale, pur imposta dal registro, un po’ troppo spericolata e, in alcuni casi, decisamente forzata. Si tratta però, in fin dei conti, di scelte stilistiche che, come tali, io tendo a considerare insindacabili: potranno piacere o non piacere al lettore, ma la cosa non le rende meno lecite.

Purtroppo, invece, ho trovato nel testo un numero non trascurabile di refusi: peccato.

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Ringrazio Queffe per la meravigliosa meravigliosa recensione!

 

Preciso e puntuale, molto accorto, molto competente (beccare la citazione di Kafka è 10+)

 

Peccato peccato per gli errori (sui quali ci stiamo confrontando privatamente e che conto di risolvere in tempo brevissimo)

Grazie grazie davvero ancora.

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Ospite

 

Peccato peccato per gli errori (sui quali ci stiamo confrontando privatamente e che conto di risolvere in tempo brevissimo)

Nel testo recensito ho incontrato due passaggi nei quali avevo creduto di rilevare degli errori grammaticali ma devo precisare che si sono rivelati, senza alcun dubbio in almeno un caso (per il quale l'autore mi ha fornito nobilissimi esempi dalla nostra Letteratura), arcaismi che io non avevo riconosciuto.

Nell'altro caso possiamo ridurre la questione ad aspetti stilistici che io non ho particolarmente apprezzato, ma si tratta di un semplice dettaglio nel quale il gusto dell'autore e quello del lettore non si sono incontrati.

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