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queffe

La figura dell'"Intellettuale"

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Nel visitare, ieri, la fiera JOB&ORIENTA di Verona mi è capitato di assistere a un interessante incontro con Christian Raimo, scrittore ed editor di Minimum Fax.

Si parlava della possibilità di trovare sbocchi professionali nel campo dell’editoria e non ho potuto fare a meno di notare qualche decina di ragazze e ragazzi molto interessati prendere appunti.

 

Con molta prudenza (non era quello il luogo dove scoraggiare giovani già abbastanza carichi di dubbi ma nemmeno quello dove illuderli), Raimo ha affermato che qualche possibilità di trovare lavoro nell’editoria c’è ma per tentare di coglierla occorre, più che un profilo professionale, poter essere identificati come “intellettuali”.

 

Ecco: mi piacerebbe sapere dai più giovani frequentatori del forum (studenti, laureandi e neolaureati) se la figura di “intellettuale” ha per loro qualche significato e cosa pensano serva per poter essere identificati, su questo specifico mercato del lavoro, come tali.

 

Ho condiviso appieno la definizione delle competenze elencate da Raimo e sappiate che si tratta di cose anche molto pratiche, che probabilmente già fanno parte di molti vostri curricula (scritti o in preparazione) e non comprendono necessariamente solo i vostri percorsi accademici bensì anche le vostre passioni e, più in generale, molti dei vostri interessi (nei quali la pratica e la vostra, per ora pur breve, esperienza di vita possono avervi dato una preparazione seria quanto il vero e proprio studio).

Prima di farne qui il breve elenco vorrei capire se qualcuno ha, in primo luogo, un’attrazione per questa figura (che secondo me – che non lo sono – è un po’ quella di custode della cultura e del pensiero) e poi se c’è un’idea di quali possano essere le competenze che è opportuno poter presentare.

 

Anche l'eventuale intervento degli editor(i) presenti qui su WD sarà molto gradito (loro potranno dire cosa cercherebbero davvero in un giovane editor, nel caso una serie di fortunate contingenze ;) consentisse di assumerne uno o più), ma proviamo prima a lasciare lo spazio ai giovani...

 

E se siete giovani, vorreste solo fare gli scrittori (magari di successo) e vi viene da rispondere: «Ma io vorrei fare lo scrittore, mica l'editor» vi rispondo che se non siete un "caso umano" (come da definizione di Giuseppe Culicchia nel suo E così vorresti fare lo scrittore?) o se non siete un giornalista che ha fra i suoi informatori qualche corvo in Vaticano, la via secondo me più sicura è quella di cercare di fare, prima, l'editor o il (bravo) traduttore.

 

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Urgh. Se penso all'Italia, la figura dell'intellettuale, per me, è una persona agganciata ai partiti che aspetta che, dal tavolo, facciano cadere qualcosa. In pratica, una persona che sa cosa piace sentire a chi è al comando e che sa dirlo in modo tale da ricevere un posto in vista.

 

Gli unici intellettuali "forti" e che stanno in piedi per quello che sono in grado di fare che ho in mente, in questo momento, sono Camilleri e Saviano. Camilleri come una specie di memoria storica, Saviano come una specie di coscienza comune. Questo per quanto riguarda gli intellettuali "pontificanti" - termine che non uso come un insulto, ma con cui intendo chi esprime spesso delle opinioni su vari ambiti dell'attualità. Voglio dire, anche Piero Angela è un intellettuale ed è capace, ma non mi sembra che si esprima così spesso. Parecchi intellettuali giornalisti, oltre agli agganci ai partiti, hanno il problema di dover esprimersi di continuo, che li porta a esprimersi anche quando sarebbe meglio non esprimersi e li rende, secondo me, figure che non possono avere un rango di "custode". Poi ci sono anche gli intellettuali ecclesiastici, che sono custodi, ma per la Chiesa: a parte Martini (ormai morto) che andava a visitare le comunità da cui normalmente i fedeli si tengono alla larga, non riesco a pensare a un altro ecclesiastico da cui potessero imparare tutti.

 

Comunque, per me, l'intellettuale ha due particolarità. La prima è quella di esprimersi. La seconda è di esprimersi dicendo o portando gli altri a cose nuove; in pratica, un intellettuale, secondo me, dovrebbe portare un cambiamento tramite "soft power".

 

Certo, qui sto parlando di intellettuali definiti così a posteriori, ma non riesco a pensare a una persona "normale" e chiamarla intellettuale. Al massimo penso a medievisti, matematici, scrittori, sceneggiatori, parolieri, medici e letterati (etc). Per me l'intellettuale deve essere una persona pubblica.

 

Questa comunque è la mia definizione personale. L'intellettuale come credo ci chiedi di identificarlo, per me, sarebbe una persona con una buona cultura in un ambito teorico (lettere o arte o matematica o fisica o medicina...) che è curioso anche riguardo ad altri ambiti, ricerca volentieri cose nuove e non funziona a scomparti chiusi. Sa leggere e comprendere un testo, possiede l'italiano standard ma non va in tilt se incontra un linguaggio particolare, sa riassumere, ha delle idee riguardo a cosa "sta meglio" in una data situazione, sa lavorare insieme ad altri, soprattutto ha l'istinto all'approfondimento ed è in grado di costruire un percorso per la risoluzione dei problemi.

 

Ma poi ci dici quali caratteristiche ha detto Raimo? :P

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Non sono una persona pubblica e non ho cultura. Però tutte le altre qualità descritte da Asopo "...curioso anche riguardo ad altri ambiti, ricerca volentieri cose nuove e non funziona a scomparti chiusi. Sa leggere e comprendere un testo, possiede l'italiano standard ma non va in tilt se incontra un linguaggio particolare, sa riassumere, ha delle idee riguardo a cosa "sta meglio" in una data situazione, sa lavorare insieme ad altri, soprattutto ha l'istinto all'approfondimento ed è in grado di costruire un percorso per la risoluzione dei problemi" credo siano caratteristiche che non mi manchino.

Praticamente sto a due passi dal diventare un intelletuale...

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Per me l'intellettuale è chi sa usare il cervello e farlo parlare in modo comprensibile.

Ce ne sono pochi ai nostri giorni...

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Posso dire che per me la parola "intellettuale", così come la definizione di "destra e sinistra" riferita alla politica, è morta con la fine del ventesimo secolo e che francamente io non ne rimpiango la dipartita?
In fondo cosa sarebbe un intellettuale? Uno che campa col proprio cervello, invece che con le proprie braccia? Ma allora anche impiegati e lavoratori del terziario lo sarebbero. Oppure uno che campa col proprio cervello, non svolgendo attività prettamente produttive, artigianali, industriali o commerciali? Allora perfino tutti i furbi, tutti gli assenteisti e perfino i corrotti sarebbero intellettuali: chi infatti fatica meno di costoro?

Così come sarebbero intellettuali tutti gli attori, gli sceneggiatori e più in generali i lavoratori dello spettacolo. Per non parlare dei professori che non conoscono le materie che insegnano e nemmeno il modo di insegnarle, ma prendono lo stesso lo stipendio.

Facciamo una bella cosa: aboliamola una volta per tutte questa tristissima parola.
Continuiamo a leggere, a studiare, a pensare, a riflettere, a meditare e a coltivare il nostro spirito nel modo che riteniamo più opportuno; ma smettiamola una buona volta di andare in giro a cercare gli intellettuali con la lanterna in mano, così come Diogene cercava l'uomo: non ce ne sono più, forse non ce ne sono mai stati.
Se qualcuno ha la fortuna (perché di questo in primis si tratta, di fortuna) di campare grazie alla propria penna o ai tasti di un computer, ringrazi il cielo e veda di fare quello che in realtà dovremmo sempre cercare di fare tutti quanti, poeti e contadini: rendere il mondo un posto migliore in cui vivere.

Modificato da Alexmusic
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Volendo far sopravvivere il termine (può essere seppellito, a mio parere), propongo di mettere da parte l'intellettuale "pubblico": opinionista, tuttologo ecc.

Tentiamo di  definire quello "privato"... Ci provo: persona  fornita di cultura, curiosità verso il mondo, originalità di pensiero e capacità di esprimersi, la quale  svolge (svolgerà, vuol svolgere) lavori di vario tipo che ne richiedano l'uso. Può andare?

Mi sembra che i giovani non si siano ancora  espressi, aspettiamo un po'.

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Dico la mia perche' sono il piu' intellettuale di tutti qui dentro U.U

Scherzo :D

No, in realta' la mia opinione non e' dettagliata, argomentata e forbita come quella di Asopo o Alexmusic.

Con Asopo sono d'accordo che il termine intellettuale porta dritti a due diverse interpretazioni, una quella a mio avviso piu' corretta dal punto di vista semantico (ed e' il punto di vista piu' sottovalutato e in realta' importante perche' una parola non ha un significato preciso per caso...) ma non certo la figura chiesta da Raimo, e la seconda e' quella a cui secondo me si riferisce lui, l'intellettuale alla Fazio, alla Sgarbi, l'intellettuale televisivo insomma, che poi se vai a vedere moltissimi non ritengono affatto intellettuale.

Insomma, l'intellettuale in questione e' uno che ha un altissimo ego, che si ritiene piu' di quel che e', che si autodefinisce intellettuale, mentre egli dovrebbe essere riconosciuto tale dagli altri (un po' come, secondo me, lo scrittore), che ha la falsa convinzione che la sua opinione sia unica, irripetibile e mai enunciata in passato, al di la' dell'argomento. Insomma, l'intellettuale che "fa carriera" a mio avviso non e' molto diverso dallo showman... uno showman con la quinta elementare pero' :D

La figura di intellettuale "sano" che viene in mente a me, ma che non e' quella che spicca e che e' richiesta dal mondo del lavoro e' come diceva Asopo Piero Angela e, meglio ancora, Alberto Angela.

Insomma un uomo con un po' di cultura e di conoscenza di molti diversi punti di vista, non necessariamente uno che cerca di imporre un punto di vista radicalmente nuovo.

Non so se mi sono spiegato.

Collegando il mio ragionamento a quello che "cercava" Raimo, direi che si configura nell'archetipo di scrittore impegnato, scrittore che scrive solo di politica, attualita' o tragedie personali. Solo questi insomma hanno possibilita' di "sfondare". Ed e' in fondo quello che ho sempre saputo e pensato riguardo alla grande editoria italiana. Si cercano showman ma per temi impegnati...

Tengo a precisare che ho partecipato alla discussione solo perche' sono giovanerrimo e perche' me l'ha chiesto Eudes :D

Percio' queffe se ho detto troppe boiate per te, prenditela con il buon Eudes! U.U

Modificato da sioux
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Argomento molto interessante. Raimo senz'altro conosce ciò di cui parla, ma dando un'accezione volutamente ambigua al significato di "intellettuale". Ad esempio, nel mio caso l'immagine mentale che esce è un 30/40enne con barba lunga ma curata, la giacca di velluto con le toppe ai gomiti e il quotidiano "di sinistra" arrotolato sotto il braccio, sigaretta rollata oppure pipa a seconda dell'età... ma forse faccio poco testo vivendo a Bologna vedo in giro troppi hipster :D
Comunque, se mai dovessimo diventare editori di successo e aver bisogno di assumere un editor... questa tipologia di "intellettuale" sarebbe il contrario  di quello che avremmo in mente :D Probabilmente ignoreremmo tutti i cv e andremo a fare scouting tra i 20enni con un blog letterario curato, che dimostrano competenze sia letterarie che tecniche (almeno di base) e con una discreta presenza online (ps: per quel che vedo, di questa tipologia al 95% sono donne). Ma noi difficilmente facciamo testo per gli altri editori, quindi probabilmente meglio seguire i consigli di Raimo.

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Ho due giacche di velluto, ma senza toppe. Appartengo a quella generazione, e a quel basso ceto sociale, per il quale le toppe si mettono solo quando servono davvero e non per moda. Lo stesso dicasi per i Jeans usurati: guai se ai miei tempi qualcuno li avesse indossati non essendo lui il diretto artefice di tale usura, ma, che ne so, per esempio il fratello maggiore: sarebbe stato come per un soldato semplice mettersi sulle spalline gradi che non aveva conquistato in battaglia. Roba da corte marziale.
Se un giorno mi vedessi costretto a mettere le toppe alle mie giacche e qualcuno mi considerasse a causa di ciò un intellettuale, io riterrei lui un idiota.

Modificato da Alexmusic
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Intellettuale è chi l'intellettuale fa.

Citazione Forrest Gump, Massimo! :D

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Per prima cosa cerco di fare un po' d'ordine:

Dalla Treccani (ho tagliato qualcosina, come il significato dell'avverbio "intellettualmente"... e ho sottolineato i punti salienti).

 

Come aggettivo: 

  • a. Dell’intelletto, che concerne l’intelletto e la sua attività, di solito in contrapposizione al sentimento, alla fantasia, alla volontà, al senso morale.
  • b. Con riferimento all’intelletto, inteso come complesso delle facoltà mentali e dell’attività culturale: progresso i.; centro i., centro di studi (oggi comunemente centro culturale); proprietà i., il diritto d’autore su un’opera dell’ingegno. 
  • c. Limitato all’intelletto, con esclusione di altre facoltà come il sentimento, la fantasia, il gusto estetico, ecc. (sinonimo, quindi, soprattutto nella critica letteraria e artistica, di cerebrale): arte, poesia, musica i.; una distribuzione di colori, di linee, troppo intellettuale.

Come sostantivo:
2. Riferito a persona, colto, amante degli studi e del sapere, che ha il gusto del bello e dell’arte, o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica: una donna i. e raffinata; in questo sign. è per lo più sostantivato, soprattutto al plur., gli i., per indicare complessivamente coloro che si dedicano agli studi, che hanno spiccati interessi culturali, che esercitano una attività intellettuale o artistica. Nell’uso contemporaneo ha spesso valore iron. o limitativo, per indicare ostentazione di gusti e costumi raffinati o superiorità culturale e spirituale, non di rado solo immaginaria: è un i.; fa l’i.; posa a intellettuale. In ambienti politici, la parola è stata usata con accezioni e sfumature diverse, talora per definire coloro che, in un gruppo sociale, in un partito e sim., costituiscono, per la loro preparazione culturale, per ingegno, ecc., la mente direttiva e organizzatrice (ha questo sign. anche l’espressione gramsciana i. organico); talora, invece, per designare polemicamente chi, in nome di una effettiva o pretesa superiorità culturale, assume atteggiamenti individualistici e critici in seno alla società in cui vive, al gruppo politico di cui fa parte.

 

Interessante vedere come il termine sia stato plasmato, nel significato, nel corso del tempo. Io vi ho sottolineato la definizione "generica" e quella contemporanea, che in definitiva è un gran casino  :asd: , visto che può essere usata in accezione negativa, positiva, come aggettivo e sostantivo. Oggi si usa più che altro insieme a "proprietà", ma a quel punto si cambia discorso (torno in carreggiata).

 

Diciamo che il termine è antichissimo e dall'illuminismo in poi aveva l'accezione positiva di:

"Persona colta, che ha il gusto del bello e dell’arte o che si dedica attivamente alla produzione letteraria e artistica, ma anche individuo che svolge attività lavorativa di tipo culturale o nella quale prevalenti sono la riflessione e l’elaborazione autonoma. Al plurale, il termine indica un gruppo o élite formato da individui di diversa classe sociale, accomunati da una cultura o un’istruzione superiori (accademici, artisti, giuristi, scrittori, professionisti), i quali godono della pubblica stima e sono considerati depositari di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi partigiani." [aggiunta mia: partigiano inteso come "fazioso"]

 

Dopodiché, essendo di per sé un termine molto vago che si può accostare a tante cose, è stato usato nel modo sbagliato fino ad arrivare in politica (e lì, è morto: non appena si comincia a usare un termine per scopi politici, se ne perde quasi sempre il vero significato, o almeno lo si confonde. Basta pensare alla stessa parola "politico"... ma lasciamo perdere).

 

Ecco, insomma, gli usi che ne possono fare sono troppi. Può essere riferito a Piero Angela (come qualcuno ha già detto) perché è una persona di cultura; può essere riferito a chi si interessa di arte e letteratura (tipo Sgarbi: Piero Angela e Sgarbi vi sembrano due intellettuali in egual misura? A me no); e può essere usato da una ragazza in un bar, che vede un giovane belloccio con occhiali grandi, un libro in mano, barba incolta e una tazza di tè sul tavolo: Cavolo che affascinante! Hai un ché di "intellettuale"! (mi è capitato, il ragazzo belloccio sono io  :trollface: )

 

Finisco col dire che secondo me la parola in sé, oggi, ha troppi significati per essere ancora "importante" e sono d'accordo con @sefora: me ne sbarazzerei e penso che Raimo abbia sbagliato a usarla (forse?).

Per "rendere onore" al vero senso che aveva, è meglio usare l'aggettivo/sostantivo "colto" o al limite "acculturato" (che si è dotato di cultura) magari accostato a "intelligente". Una persona curiosa, interessata alla cultura, "depositario di valori culturali universali che trascendono gli interessi particolari e i pregiudizi". 

Una persona colta e intelligente è il vecchio "intellettuale".

 

E non è una questione di età, di sesso, razza, abbigliamento o cose simili.

Raimo ha affermato che qualche possibilità di trovare lavoro nell’editoria c’è ma per tentare di coglierla occorre, più che un profilo professionale, poter essere identificati come “intellettuali”.

 

Con questa frase, ecco... mi sembra che si stia friggendo con l'acqua.

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Ho due giacche di velluto, ma senza toppe. Appartengo a quella generazione, e a quel basso ceto sociale, per il quale le toppe si mettono solo quando servono davvero e non per moda. Lo stesso dicasi per i Jeans usurati: guai se ai miei tempi qualcuno li avesse indossati non essendo lui il diretto artefice di tale usura, ma, che ne so, per esempio il fratello maggiore: sarebbe stato come per un soldato semplice mettersi sulle spalline gradi che non aveva conquistato in battaglia. Roba da corte marziale.

Se un giorno mi vedessi costretto a mettere le toppe alle mie giacche e qualcuno mi considerasse a causa di ciò un intellettuale, io riterrei lui un idiota.

Alex permettimi una precisazione. Appartengo anch'io a quella generazione che ha lungamente fatto uso delle toppe per la loro finalità primordiale: rattoppare un buco. Ah, quante toppe hanno visto i cavalli dei miei calzoni, o le ginocchia quando i calzoni corti son stati sostituiti (assai in ritardo rispetto a oggi) da quelli un po' più lunghi e non eravamo abituati a non ruzzolar per terra, così invece delle ginocchia finivamo per sbucciarci i pantaloni. 

 

Le toppe alle giacche, però, avevano uno scopo preventivo, oserei dire,un po' analoghe all'uso delle mezze maniche per gli impiegati: servivano, cioé a evitare che giacche  si rovinassero per l'uso specifico che ne faceva chi le indossava . Così, la mezzamanica serviva all'impegato per evitare di macchiarsi d'inchiostro la giacca (o la camicia), e la toppa ai gomiti della giacca aveva lo scopo di evitare che il continuo strusciare della stoffa del gomito della giacca sul tavolo si mangiasse tutta la stoffa, nel mentre l'intellettuale era concentrato nello studio e passava da un libro all'altro, 

 

Per cui, la giacca con la toppa - come gli intellettuali autentici ben sapevano - è una necessità da povero e non un orpello di un millantante raffinato intenditore di cultura. Certo, i tempi cambiano, e oggi giorno se paghi duecento euro in più coi jeans ti vendono pure i tagli.

 

Detto questo, sull'intellettuale moderno non mi esprimo, io son vecchio e anche a me interessa il pensiero dei giovani al riguardo.

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Ho due giacche di velluto, ma senza toppe. Appartengo a quella generazione, e a quel basso ceto sociale, per il quale le toppe si mettono solo quando servono davvero e non per moda. Lo stesso dicasi per i Jeans usurati: guai se ai miei tempi qualcuno li avesse indossati non essendo lui il diretto artefice di tale usura, ma, che ne so, per esempio il fratello maggiore: sarebbe stato come per un soldato semplice mettersi sulle spalline gradi che non aveva conquistato in battaglia. Roba da corte marziale.

Se un giorno mi vedessi costretto a mettere le toppe alle mie giacche e qualcuno mi considerasse a causa di ciò un intellettuale, io riterrei lui un idiota.

Nulla contro giacche di velluto o toppe, se non sono accompagnate da kefiah, iPhone perennemente in mano e da espressioni come "Dai ho sentito che al caffè letterario fanno un'apericena veramente trendy". Ma sto andando off-topic, credo che per rispondere alla domanda iniziale bisognerebbe che qualcuno chieda a Raimo che cosa intendeva con "intellettuale"!

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Mah, la Treccani mette in contrapposizione il sostantivo con l'aggettivo. Come aggettivo, l'arte, la fantasia, il sentimento ecc. entrano in conflitto con l'essere "intellettuali", mentre nella definizione di sostantivo va a sposare tutte queste qualità, che invece, appunto, nella definizione del sostantivo vengono viste come "difetti".

Secondo me, in due parole si è avvicinato di più @Joyopi che dice: "Per me l'intellettuale è chi sa usare il cervello e farlo parlare in modo comprensibile.
Ce ne sono pochi ai nostri giorni..."

Ecco, sono della stessa opinione e credo che il senso delle parole di Raimo fosse proprio questo. L'intellettuale secondo me è colui che sa un po' di tutto, magari non è un esperto di qualcosa in particolare, ma è in grado di sostenere con intelligenza (con l'intelletto) praticamente qualunque tipo di discorso, su qualunque argomento. Una "cultura generale superiore", direi. E, come ha già scritto @Joyopi, qui in Italia scarseggia alla grande. Forse è per questo che in Italia gli sbocchi in campo letterario sono pressoché preclusi ai più ed è questo, sempre a mio avviso, il fulcro del discorso di Raimo: non serve un esperto su un preciso argomento, ma un intellettuale con una cultura generale superiore, che nel nostro Paese temo sia più raro dell'Elio3 (ma no, dai, ho esagerato un po'! Ma solo un po'...). E sono totalmente d'accordo.

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Porca miseria! Nonostante la mia vasta cultura, mi ero scordato della rarità dell'Elio 3 ! Niente da fare: a causa di questa grave lacuna, sento che, nonostante la mia giacca di velluto a righe, verrò per sempre bandito dal mondo degli intellettuali. Dovrò farmene una ragione.

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Io ho un'opinione molto semplice a riguardo: credo che sia da considerare intellettuale chi, indipendentemente dall'età, non sia mai stanco di cercare e di imparare; insomma, chi si mette costantemente in discussione.

Non mi fido di quelle persone che si autodefiniscono intellettuali e che sentono il continuo bisogno di nutrire il loro ego con l'approvazione della gente.   

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Quello che ha detto Sefora è quanto di più vicino alla definizione che ha dato Raimo nell'incontro con i giovani: persona fornita di buona cultura, curiosità verso il mondo, originalità di pensiero e capacità di esprimersi.

Inoltre: conoscenza approfondita di almeno una lingua oltre a quella madre (approfondita in modo tale da poter leggere e tradurre autonomamente letteratura in una lingua originale, chiaro che l'inglese offre il massimo di possibilità ma non necessariamente quello o solo quello).

Avere due o tre lauree pone d'ufficio nel novero degli intellettuali ;) ma anche "solo" un vivo interesse (con una preparazione che io ho interpetato come autodidattica) per altre discipline oltre a quella (preferibilmente umanistica) scelta per il proprio percorso accademico, possono essere più che sufficienti.

Chiaro, inoltre, che un giovane non può darsi da sé la patente d'intellettuale, nè questo è un titolo che si possa spendere sul mercato del lavoro. Tuttavia un profilo come quello qui descritto, unito a un sincero amore per la cultura (e per la verità - questo lo ha detto esplicitamente Raimo - ) può offrire qualche chance nel campo dell'editoria.

 

Aggiungo (io) che potremmo chiederci: più di quanto una laurea in una disciplina tecnica e un'ottima conoscenza del computer (intesa come conoscenza dell'architettura delle macchine e pratica in qualche linguaggio di programmazione o sistema operativo) possa offrire qualche chance in ambito informatico?

Il mio parere è che, se non vogliamo proprio far morire d'inedia la cultura, le possibilità dovrebbero essere almeno pari. Ma qui il discorso si sposterebbe sulla politica, quindi lasciamo pur perdere... :facepalm:

 

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Dimanticavo una cosa fondamentale (sebbene potrà apparire banale): dev'essere un amante della lettura, un vero divoratore di libri.

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Un intellettuale è un divoratore di libri, direi per definizione. Ed è anche molto di più. Anch'io sono una divoratrice di libri, eppure sono quanto di più lontano dalla definizione di "intellettuale".

Inoltre, per rispondere alla simpatica battuta di Alexmusic (che tanto mi è stato di aiuto consigliandomi un libro, tra parentesi, che poi ho letto e apprezzato e per questo ancora lo ringrazio), non è sapere cosa sia l'Elio 3 a rendenre una persona "intellettuale". Per esempio, nel mio caso potrebbe essere l'unica cosa che so, quindi sono la persona più lontana da questa definizione, come ho già ribadito. Qualcun altro, invece, potrebbe non sapere cosa sia esattamente questo elemento, ma avere una cultura generale molto profonda su quello che realmente serve sapere nella vita, pur fregandosene dell'Elio 3, ed essere un perfetto intellettuale. Quindi io non lo sono di certo, ma Alexmusic forse sì. Quindi non si abbatta e non si sottovaluti!

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Quello che ha detto Sefora è quanto di più vicino alla definizione che ha dato Raimo nell'incontro con i giovani: persona fornita di buona cultura, curiosità verso il mondo, originalità di pensiero e capacità di esprimersi.

Inoltre: conoscenza approfondita di almeno una lingua oltre a quella madre (approfondita in modo tale da poter leggere e tradurre autonomamente letteratura in una lingua originale, chiaro che l'inglese offre il massimo di possibilità ma non necessariamente quello o solo quello).

Avere due o tre lauree pone d'ufficio nel novero degli intellettuali ;) ma anche "solo" un vivo interesse (con una preparazione che io ho interpetato come autodidattica) per altre discipline oltre a quella (preferibilmente umanistica) scelta per il proprio percorso accademico, possono essere più che sufficienti.

Chiaro, inoltre, che un giovane non può darsi da sé la patente d'intellettuale, nè questo è un titolo che si possa spendere sul mercato del lavoro. Tuttavia un profilo come quello qui descritto, unito a un sincero amore per la cultura (e per la verità - questo lo ha detto esplicitamente Raimo - ) può offrire qualche chance nel campo dell'editoria.

 

Aggiungo (io) che potremmo chiederci: più di quanto una laurea in una disciplina tecnica e un'ottima conoscenza del computer (intesa come conoscenza dell'architettura delle macchine e pratica in qualche linguaggio di programmazione o sistema operativo) possa offrire qualche chance in ambito informatico?

Il mio parere è che, se non vogliamo proprio far morire d'inedia la cultura, le possibilità dovrebbero essere almeno pari. Ma qui il discorso si sposterebbe sulla politica, quindi lasciamo pur perdere... :facepalm:

Caspiterinicchia, chi è costui che intenderebbe spacciarsi per il sottoscritto?! :V (Scherzi o-sceni, a me piacerebbe lavorare nell'editoria) ^^

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queffe, on 07 Dec 2015 - 23:39, said:snapback.png

Quello che ha detto Sefora è quanto di più vicino alla definizione che ha dato Raimo nell'incontro con i giovani: persona fornita di buona cultura, curiosità verso il mondo, originalità di pensiero e capacità di esprimersi.

Non ero lì, ma... Diciamo che non posso essere ignara dell'argomento (*dati i tempi, una bella amnesia avrebbe i suoi vantaggi!*).

E sì, certo: il nostro giovane "intellettuale" deve conoscere le lingue e cavarsela con l'informatica. Che legga molto lo davo per scontato, sennò addio "buona cultura".

 

un giovane non può darsi da sé la patente d'intellettuale, nè questo è un titolo che si possa spendere sul mercato del lavoro

Neanche un adulto o vecchio! Ma, come dicevo nel post, abolirei il termine, sia per la difficoltà di attribuirlo opportunamente che  per evitarne il mal uso. Nessuno, credo/spero, lo inserisce nel curriculum quando cerca lavoro; tuttavia sul mercato, specie mediatico, di intellettuali per così dire patentati ne girano parecchi. Per nostra sfortuna!

 

Avere due o tre lauree pone d'ufficio nel novero degli intellettuali

  Dici? Se è ancora così, ragione in più per sotterrare il termine. Le persone che pratico sono in maggioranza plurilaureate: a ben poche

si attaglia la definizione che abbiamo cercato di proporre. Più d'uno ha letto soltanto i suoi  testi disciplinari : Eeek :, è privo di curiosità, esprime opinioni banalissime e parla per frasi fatte : Rolleyes :.

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 Più d'uno ha letto soltanto i suoi  testi disciplinari  : Eeek :, è privo di curiosità, esprime opinioni banalissime e parla per frasi fatte  : Rolleyes :.

Sante parole, Sefora! 

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Per me la figura dell'intellettuale per eccellenza è Alberto Angela. Non solo per la sua cultura sconfinata in ambito storico e letterario, ma sopratutto perchè dimostra di amare sinceramente quello che fa, ed a differenza di molte persone lo fa per genuina curiosità e con umiltà.

 

L'ho incontrato alla presentazione del suo libro per caso, perchè prima di parlare al pubblico si era fermato nel bar della libreria per autografare i libri, e fatalità mi ero presa da bere in precedenza in un tavolo accanto al suo. Mentre firmava, scherzava e chiacchierava con i suoi collaboratori, e mi ha sorpreso come tirasse continuamente fuori aneddoti di storia con vivace entusiasmo, cercando un confronto genuino con le persone che aveva attorno. Da lì ho capito che il suo interesse era reale, e non televisivo. 

 

L'umiltà e la passione per me sono caratteristiche primarie, e scarto chiunque voglia semplicemente mettersi in mostra, facendosi scudo e vanto delle proprie conoscenze, come se sostasse su un piedistallo. 

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