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Alb†raum

[Sfida 85] Scherzo della natura (1/2)

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Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28005-una-sera-estiva/?p=485531

 

La rampa di scale terminò con un pianerottolo dove un ragazzino con una tonaca bianca sfogliava il numero della sera alla luce di un candelabro. Aveva i piedi con due calze di diverso colore posati su uno sgabello e voltava le pagine troppo velocemente per leggere la tiritera di discorsi parlamentari elencata su quel noiosissimo papiro, e nascondeva con una mano sudata il viso non poco arrossato. Simon ghignò notando la sagoma di un giornaletto al di sotto delle pagine, ma tacque. L'ultima cosa che voleva era vedere un diacono volare fuori dalla finestra.

 

«Fai in modo che nessuno ci disturbi per un'ora, Theodore». Il cardinale Morrigan si era fatto avanti indicando a Simon la porta del suo studio. Simon rimase a guardarla per un istante, indeciso. Sull'intera parete era affrescato il viale principale di Lerige di cent'anni prima, quando ancora i grandi viali costruiti su edifici abbattuti non erano che un progetto. La stessa porta vi si fondeva e diventava l'entrata della cattedrale della metropoli. Accarezzò la maniglia, insicuro di turbare quel quadro, poi imboccò la porta rimanendo a metà dell'uscio per ascoltare. «E, soprattutto, evita di avvicinarti a un raggio di cinque piedi dallo studio».

«Ma la scrivania è a meno di tre» protestò Theodore. Morrigan lo squadrò.

«Mi hai sentito balbettare, ragazzo? Non origliare e non avvicinarti». Simon si scostò per far passare il cardinale. Questi si fermò a metà di un passo per un istante. Chiuse la porta, la riaprì.

«Cancella quello che ho detto. Dovrebbe essere arrivato quel magnifico vin santo di Shirazamar. Porta su una bottiglia e due boccali».

 

Così dicendo finalmente si avvicinò alla propria scrivania e sprofondò nel sedile di pelle sciogliendo i nodi di rughe che aveva sulla fronte. Simon rimase in piedi a fissare un bicchiere sulla scrivania con dentro una dentiera di ottone brillante incrostata di cibo.

«Mi scusi davvero, si sieda. Oggi è stata una giornata piuttosto difficile» ridacchiò il cardinale, nascondendo i denti in un cassetto. Quale fosse la parte difficile di andare a pranzo al ristorante e trangugiare quattro boccali di rosso per annaffiare un capretto era la parte che Simon non avrebbe mai potuto capire da borghese. Si tenne questo dubbio per sé accomodandosi sulla propria poltrona e immergendosi nel suo abbraccio. In effetti una dormita non sarebbe stata davvero fuori luogo.

«Voleva dirmi qualcosa riguardo alla nostra statua vivente, se non sbaglio». Simon annuì e fece cenno col dito di aspettare un istante. «Oh, mi scusi, dimenticavo» rise il cardinale portandosi una mano alla bocca.

Simon cavò dal proprio zaino un marchingegno di rulli girevoli tenuti assieme da una struttura metallica. Sopra ogni rullo vi erano punzonature come in un carillon. Girò la chiave per caricare il meccanismo a molla, crak crak, poi tirò una levetta.

«Volevo parlarle riguardo ai problemi che ho riscontrato» disse il marchingegno con voce calma, quasi seducente, eppure a tratti secca come unghie sul metallo. Il ronzio di sottofondo era come un artiglio che scavava la spina dorsale di Simon. Tutte le corti se lo strattonavano per questi trucchetti da esibizionista, ma era un orrore dover avviare ogni volta quell'affare per poter parlare.

«Lei mi ha espresso il desiderio che essa possa essere un perfetto simulacro umano, ma... temo che questo non sia possibile». Simon tirò la levetta e si mise a sostituire i rulli. Il cardinale si sporse in avanti sulla scrivania aggrottando la fronte.

«Cosa intende dire? Ci eravamo accordati sull'avere un simulacro di Immanuel che ricalchi quello del Moriano. Solo... vivente. In grado di fare cose da vivente, quindi. Comprende la logica?»

«Il problema è che i comportamenti umani non sono semplicemente difficili da imitare». I rulli ripresero a girare con il nuovo discorso che Simon aveva impresso loro. Si passò una mano sulla fronte mentre incideva quelli successivi con tutte le risposte alle possibili domande del cardinale. Essere nati muti non era facile, essere nati muti e geni era una cosa che gli aveva fatto considerare la morte più volte. «Questo macchinario, ad esempio, dice solo quello che io gli comando di dire. Non sarebbe mai capace di realizzare qualcosa da solo».

Morrigan fece una smorfia. «Andiamo, lei non sta realizzando un dannato marchingegno, lei sta... oh, ecco il vino».

Theodore entrò con un vassoio sormontato da una bottiglia e due calici di vetro soffiato. Ora aveva il volto molto più rilassato. Stappò la bottiglia con rapida abilità, e Simon si chiese se si fosse pulito le mani dopo aver usato il giornaletto nascosto.

«Versa, dannazione, versa. Il medico mi ha detto un bicchiere a settimana, e un bicchiere sia». Si leccò il palato con una certa voluttà, ma aspettò che Simon si facesse riempire anche il suo fino all'orlo prima di bere.

«Alla salute del nostro progetto, allora» propose Morrigan. Simon trangugiò la propria parte con avidità. Il sapore dolce, quasi di vaniglia di quel vin santo gli fece perdere per qualche istante la cognizione del tempo. Il vino di Shirazamar arrivava a costare mille pistole al fiasco se era delle annate giuste, e quello era dell'annata giusta, secondo il marchio impresso sulla cera. Theodore offrì a entrambi tovaglioli per pulirsi le labbra e rimase in attesa. Il cardinale lo guardò sottecchi.

«Che hai?»

«Volevo chiedere se sua Eccellentissima Santità mi potrebbe permettere di avere un assaggino» si esibì il diaconetto in un discorso che calcava tutte le maiuscole dei titoli. Il cardinale sollevò gli occhi al cielo.

«Ma sì, ma sì, fatti fuori la bottiglia. Ammazzati» gli tirò la porta dietro, poi si rimise al proprio posto.

«Forse non è stata una buona idea» fece notare pacatamente Simon, che avrebbe desiderato un altro goccio di quella meraviglia. La testa gli ronzò un istante e perse quasi la presa sul punteruolo che usava per incidere. Avrebbe voluto morire di quella roba.

«Bando alle ciance, di cosa parlavamo?»

«Della statua». Non si doveva nemmeno impegnare a prevedere cosa incidere, a volte.

«Giusto, giusto» Morrigan fece scorrere un dito sulla pergamena di fronte a lui, forse più inscimunito dall'alcol di Simon. «Dicevo: lei sta realizzando un'opera d'arte. Qualcosa di grandioso, che deve essere ricordato negli anni avvenire...»

«Come un gigante ammasso rigido che perderà un braccio sopra il pubblico. La sua idea è buona, eccellenza, ma non credo che sia applicabile nell'immediato presente. Sono un orologiaio, non un esperto di anatomia».

Il cardinale sogghignò. «Suvvia, mastro Vermat, lei è un genio».

«Un genio» ora tenere traccia del discorso era diventato difficile e la fronte di Simon era bagnata di sudore mentre il punteruolo scattava e scattava sui rulli di cera. Si punse un dito e se lo portò alla bocca per pulirlo. «Sì, potrei essere un genio, ma si rende conto che anche se apprendessi tutta l'anatomia umana e come essa funziona non potrei mai, e dico mai, rendere il movimento dei muscoli come lo ha richiesto? Una macchina non può imitare l'apparenza di un braccio. Non può imitare le espressioni umane né può fingere pietà o misericordiosa compassione come lei ha descritto. Una macchina può solo rispondere a un comando come una calcolatrice che arriva alla decima potenza di quattro».

«Allora le comandi di essere umano!» sbraitò il cardinale, facendosi avanti, quasi sormontando la scrivania. «Io la considero mio amico, mastro Vermat, e lei non vuole che questa mia amicizia venga a mancare. Dico bene?».

«Dice bene, sua santità». Il rullare del macchinario si era fatto più lento, rispettoso. Morrigan era furioso e Simon avrebbe voluto si calmasse per riportarlo alla via della ragione.

Proposito che venne a mancare quando il cardinale scagliò il carillon parlante a terra, facendolo esplodere in pezzi di cera e ferro.

Morrigan afferrò l'orologiaio per le spalle. «A voce, mastro Vermat, con la sua voce!».

Simon rimase immobile spalancando le labbra, senza riuscire a dire niente.

 

vai alla seconda parte

Modificato da Marcello

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La rampa di scale terminò con un pianerottolo dove un ragazzino con una tonaca bianca sfogliava il numero della sera alla luce di un candelabro. Aveva i piedi con due calze di diverso colore

Non mi piace tanto questa ripetizione di con, potresti alleggerire un po' , tipo ad esempio:

La rampa di scale terminò sul pianerottolo, dove un ragazzino in tonaca bianca... Aveva i piedi in due calze...

 

 

 

Accarezzò la maniglia, insicuro di turbare quel quadro, poi 

 

Non mi convince l'aggettivo insicuro, forse potresti sostituirlo con timoroso e tagliare il resto.

 

 

 

Quale fosse la parte difficile di andare a pranzo al ristorante e trangugiare quattro boccali di rosso per annaffiare un capretto era  la parte  quello che Simon non avrebbe mai potuto capire da borghese qual'era.

 

Suona meglio, non credi?

 

 

 

«Lei mi ha espresso il desiderio che essa possa essere

 

 

 

«Volevo chiedere se sua Eccellentissima Santità mi potrebbe permettere di avere un assaggino»

 

Qui non so se mi sbaglio ma credo ci voglia il congiuntivo potesse. Forse non è del tutto inesatta come l'hai scritta ma non mi convince molto.

 

Ti ho fatto qualche appunto come da spirito di questo forum, scusami se sono stato troppo pignolo, ma si tratta di osservazioni personali.

Detto questo passo al commento generale su questa prima parte, più tardi passerò all'altra:

Lo stile non è affatto male, hai una buona proprietà di linguaggio e ottime capacità di descrizione; solo in qualche tratto tendi ad appesantire un po' (è quello che spesso imputano anche a me...) con eccessi di aggettivi e proposizioni molto lunghe. Se riesci ad alleggerire un po' sei a posto;

altre buone qualità che emergono da questa parte del racconto sono la caratterizzazione dei personaggi e i dialoghi, entrambi verosimili e fantasiosi; mi piace il personaggio del prelato e Simon ha una certa dose di mistero;

ottima idea l'invenzione del macchinario per parlare.

Per ora non ho idea di dove tu sia andato a parare, a dopo per il commento finale.

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La rampa di scale terminò con un pianerottolo dove un ragazzino con una tonaca bianca sfogliava il numero della sera alla luce di un candelabro. Aveva i piedi con due calze di diverso colore posati su uno sgabello e voltava le pagine troppo velocemente per leggere la tiritera di discorsi parlamentari elencata su quel noiosissimo papiro, e nascondeva con una mano sudata il viso non poco arrossato. Simon ghignò notando la sagoma di un giornaletto al di sotto delle pagine, ma tacque. L'ultima cosa che voleva era vedere un diacono volare fuori dalla finestra.

 

Questo incipit (intera parte quotata) è confuso.

In pratica l'ho dovuto rileggere per capire che era Simon il pov; lo dici troppo tardi. Io non avrei disdegnato un'introduzione onnisciente per poi inserire solo dopo il pov di Simon.

Ti dico dopo perché ho sottolineato la prima frase.

Simon si scostò per far passare il cardinale. Questi si fermò a metà di un passo per un istante. Chiuse la porta, la riaprì.

 

Questa scena mi sembra assurda. Il cardinale rimane con la gamba a mezz'aria (metà di un passo) e chiude la porta, poi la riapre. A me ha fatto un effetto strano  :asd:

Così dicendo finalmente si avvicinò alla propria scrivania e sprofondò nel sedile di pelle sciogliendo i nodi di rughe che aveva sulla fronte.

 

Ecco perché avevo sottolineato la prima frase dell'incipit. Ma una virgola ogni tanto? Mi sembra di correre quando leggo queste frasi, per stare dietro a chi le scrive.

Girò la chiave per caricare il meccanismo a molla, crak crak, poi tirò una levetta.

 

Le onomatopee vanno in corsivo, sempre.

ma non credo che sia applicabile nell'immediato presente.

 

Superfluo. Conosci un presente che non sia immediato?

 

 

 

All'inizio traballi un po', soprattutto nella punteggiatura. Quando il dialogo comincia a prevaricare sulla narrazione, fai un salto qualitativo spaventoso.

Buona scelta di "taglio". Vado alla seconda parte!

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Ciao sfidante :indicare:

Visto che Black ci ha dato il benestare, recensisco&commento.

 

 

La rampa di scale terminò con un pianerottolo ...

 

Mi è piaciuta l'immagine - abbastanza ironica - del diacono che fa finta di leggere il giornale, mentre in realtà guarda una rivista pornografica. Però contesto un po' la scelta di metterla come incipit. Non so bene spiegarti perché, ma iniziare a leggere un testo dove, nella prima frase, il soggetto è una rampa di scale che termina non mi dà il massimo del coinvolgimento.

Ti sto facendo le pulci, ovvio, ma sono solo impressioni. In ogni caso leggendo piano piano ci si immerge lo stesso nell'atmosfera del racconto, per quanto l'inizio sia un po' traballante come ti han già fatto notare.

 

 

dentiera di ottone brillante incrostata di cibo

 

Ma se è incrostata, come fa a essere brillante l'ottone? Forse è incrostata solo in alcuni punti? Anche questo è un dettaglio insignificante, ma mi è saltato all'occhio alla seconda lettura.

 

 

Quale fosse la parte difficile di andare a pranzo al ristorante e trangugiare quattro boccali di rosso per annaffiare un capretto era la parte che Simon non avrebbe mai potuto capire, da borghese.

 

Questa te la cito perché mi è piaciuta parecchio. è una di quelle frasi (insieme al diacono lanciato fuori dalla finestra) che fanno simpatizzare con Simon e strizzano l'occhio a chi ha una mentalità un minimo anticlericale come la mia (toglierei "un minimo"). Leggendo mi viene automaticameente da mettere la virgola dove ti ho segnato, poi non so se sono io.

 

 

in un discorso che calcava tutte le maiuscole dei titoli.

 

Un modo di dire che non avevo mai sentito, ci sta bene per esprimere la riverenza ostentata del diacono.

 

Nota finale. Una volta capito chi sono i personaggi - Simon e il cardinale - e che il primo parla solo attraverso il carillon, tutto scorre liscio come l'olio. Gli inceppi sono solo nei primi paragrafi introduttivi, comunque. La cosa che ho apprezzato di più è forse il meccanismo con cui Simon parla: lo trovo l'idea più geniale del racconto. Sarà che lo steampunk lo conosco solo di vista, ma il carillon con i rulli scrivibili usato per sostituire la voce è un dettaglio azzeccatissimo. Tienilo da parte, in caso, perché come idea funziona.

Altro: alla prima lettura l'insistenza del cardinale per la verosimiglianza della statua mi era sembrata eccessiva, ma in generale non ero riuscito a inquadrare bene il personaggio.

Si capisce meglio nell'ottica che dai nella seconda parte, con la frase

 

Aveva capito quanto l'ego di quel vecchio considerasse spazzatura qualunque cosa non rientrasse nelle sue aspettative, e che lo avrebbe gettato fra i topi nell'istante stesso in cui avrebbe pensato questo.

Non è necessariamente un male che sia così.

Però semmai vorrai rivedere il racconto, potresti pensare a rifinire il cardinale.

In questa parte Theodore sembra più un vecchio incline a grossi sbalzi d'umore che un individuo bieco e approfittatore (ok che poi quella sarà "solo" il punto di vista di Simon). ll sadismo viene fuori solo quando spezza il carillon, e considera che poco prima ha appena regalato una bottiglia costosissima al diacono. Ok, gli ha anche augurato di ammazarcisi, ma appunto sembra il comportamento di uno con grossi sbalzi di lunatismo.

O forse era proprio questo il punto? :oOo:

 

 

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