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Blame

[Sfida 85] Valvola di sfogo (2/2)

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Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27393-la-fermata/?p=485473

 

torna alla prima parte

 

Questo conclude il breve racconto. Sono un po' insoddisfatto di come ho reso l'idea; principalmente credo che la figura di Duke Convington sia troppo abbozzata perchè si capisca, specialmente nel rapporto con la moglie. Ma vabbé. Mi direte voi se ho ragione.

 

«... qualche volta trovo un povero reietto che non riesco a salvare. Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto nei piccoli confini della mia chiesa.» Marq Delaine aprì la mano sinistra, esponendo il palmo verso l'alto.

«Ma appena tornano nella vostra società, li distruggete di nuovo.» Il pugno destro impattò contro l'altra mano, simulando lo schianto di un martello.

«Alcune persone arrivano da me troppo stanche, troppo deboli. Come passeri nati negli inverni gelidi. Dove tu vedi un barbone, io vedo un uomo che ha provato troppe volte. »

Pausa. Poi sul volto del detenuto riapparve quel ghigno da orecchia a orecchia, quell'espressione di sicurezza che gli faceva voglia di sbattergli la faccia nelle sbarre.

«E qualche volta anche una ricca pelliccia serve solo a nascondere i calci nelle costole.»

«Cosa succede, allora?» Duke avvicinò il viso alla gabbia, ricacciando gli istinti violenti. Non valeva la pena di sfogarsi sul bastardo e togliergli quel vano compiacimento. Cazzo, stava praticamente confessando: o almeno ne aveva tutta l'aria.

«Allora,» riprese Delaine con pacatezza «se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore. Quando la droga ... è l'unico posto in cui possano rifugiarsi, io apro loro le porte alla nostra scorta. Perché si perdano in essa.»

Spiegherebbe i morti d'overdose. Duke si ritrasse, un sorriso accennato agli angoli della bocca.

«Molto bene.»

Si alzò, allontanando via lo sgabello con un gesto del piede. Ci sarebbe stato altro lavoro da fare, ma già la conversazione costituiva una prima ammissione di colpa da parte dall'insopportabile bastardo. Era sceso nella prigione solo per vederlo sudare e, onestamente, infastidirlo: non si aspettava certo un risultato così. Si poteva dire soddisfatto: dopo aver condotto l'arresto, sarebbe stato anche in grado di ottenere un aumento di pena.

Non riuscì a trattenersi: «Capisci di aver ammesso di averli istigati al suicidio, vero Marq?»

L'altro non rispose. Il pugno destro si aprì, rivelando al suo interno la piccola sfera grigia.

«Io non ho forzato nessuno. Mi ricordo dei loro visi, le loro espressioni; alcuni mi erano così riconoscenti che pretendevano di pagarmi per l'aiuto che gli fornivo. Qualcuno con quel poco che aveva, qualcuno con molto.»

Duke lo ignorò. L'odio era sparito dalla faccia del prigioniero, che in quel momento sembrava perso nelle sue farneticazioni. Cominciò ad andarsene, percorrendo il corridoio asfissiante all'indietro. Quando fu arrivato a metà altezza, qualcosa cadde alle sue spalle. Si girò. Marq Delaine doveva avergli lanciato contro la piccola sfera che aveva in mano, che ora rotolava sul pavimento. Vincendo il disgusto iniziale, la raccolse.

«Un'ultima cosa prima del nostro prossimo incontro, Convington» lo apostrofò il prigioniero, invisibile dietro il muro della sua cella «come sta tua moglie?»

Duke sfregò un polpastrello sull'oggetto. Notò al tatto due buchi agli estremi opposti, come se la sfera dovesse essere attraversata da un filo.

 

Ci ripensò solo molto dopo. Aveva dovuto fare rapporto, parlare con il suo superiore; nel frattempo l'entusiasmo si era un po' spento. Se non riuscivano a dimostrare l'istigazione al suicidio, in effetti, non potevano mantenere l'aggravante. Si sarebbero dovuti accontentare del possesso di quella quantità mastodontica di droga. Delaine negava che fosse sua, ma non avrebbe avuto importanza. In ogni caso aveva mandato Constantine a incalzare alcuni contatti che avevano avuto rapporti con la “chiesa”, aveva raccolto le idee, infine, era uscito in anticipo.

Era salito al volo su uno dei convogli pubblici per tornare a casa; viveva in un quartiere residenziale a quaranta minuti di camminata, solo venti grazie agli sbuffi energici della piccola locomotiva urbana. Il suo palazzo lo aspettava, la facciata rossa scrostata e imperturbabile.

Entrò. Come al solito i primi piani di scale erano permeati dalla puzza di cavolo bollito. Mise la giacca sotto braccio; nel farlo, il piccolo oggetto gli cadde di tasca. Lo raccolse. Doveva averci giocato durante il viaggio di ritorno, perché lo strato di fuliggine e sudiciume era venuto via laddove erano passate le sue dita. Sotto, la superficie era lucida e madreperlacea.

Cominciò a macinare i gradini come una macchina, un fastidioso tarlo nella testa. Al pianerottolo del secondo piano gli venne in mente che Glory non l'aspettava a casa così presto. Avrebbe potuto comprarle dei fiori e farle una sorpresa. Ripensandoci, però, tornare a casa presto voleva anche dire ascoltare le sue fottute lagne per più tempo. Le sue dita si chiusero a pugno istintivamente. Ma ormai non aveva voglia di tornare indietro e cercarsi un pub. C'era da sperare che sua moglie non fosse dell'umore di rompergli le palle.

Una rampa di scale dopo, la puzza di cavolo si tinse di una nota esotica. Al terzo gli tornò in mente quell'ultima domanda di Delaine. Aveva pensato che fosse una minaccia vuota, l'ultimo tentativo di infastidirlo. Non era strano che sapesse che era sposato: portava la fede al dito. Presa in una vera chiesa, quella.

 

Arrivato al quarto riconobbe l'odore nell'aria. Gli riempiva i polmoni – aperti per via dello sforzo fisico – come l'acqua li riempe a un annegato. Penetrante, eppure piacevole. L'oppio dell'uomo folle, lo chiamavano.

Duke fece l'ultima rampa saltando gli scalini a due a due, catapultandosi contro la porta del suo appartamento. Mancò tre volte il buco della serratura e finalmente aprì. Una nebbia sottile aleggiava nell'ingresso, strisciando languida dalla porta socchiusa della camera da letto. Un paio di pantaloni e di calzini spaiati lo fissavano dal pavimento.

«Glory!» si sentì urlare.

Sua moglie giaceva immobile sul matrimoniale, lo sguardo vitreo fisso sul soffitto, coperto da banchi di fumo. Era circondata da cataste di vestiti tirate fuori dall'armadio e poi abbandonate, lasciate sulla coperta come spoglie di guerra. Lei in compenso era quasi nuda, collant a coprirle le gambe e una camicia bianca da uomo aperta sul petto magro. Una delle sue.

La puzza del manadd era quasi insopportabile. Duke guardò sua moglie e la muta accusa dei lividi bluastri sopra le costole sporgenti. Macchie nere sulla pelle chiara. L'altra sera … Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto abbracciarla. Ma le contusioni lo bloccavano. Lo guardavano. Erano una prova di cos'aveva fatto, una prova recente.

Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto, diceva Marq Delaine, nella sua testa. Se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore.

«M-mi dispiace,» riuscì finalmente ad avvicinarsi, a prendere la testa di Glory tra le braccia. Le sentì il polso: il battito era lento, il respiro lieve. Evitò di toccare quelle macchie nere sul costato come se fossero peste. Per ogni contusione visibile dovevano esserci cento, mille nascoste all'interno del corpo e dell'anima di sua moglie. Scivolate. Cadute dalle scale. Una porta presa in faccia …

«... io non …» La voce gli si rompeva. L'altra non sembrò badarci. Sul comodino, in un cassetto aperto, c'era la collana – regalo di qualche compleanno prima. Il filo era rotto e le perle rimaste erano poche, pochissime.

Duke gridò di nuovo il nome di sua moglie, ma lei era lontana.

Perché si perdano in essa.

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Poi sul volto del detenuto riapparve quel ghigno da orecchia a orecchia

 

Già non mi era piaciuto tanto la prima volta, usarlo due è troppo. Userei "ghigno largo".

quell'espressione di sicurezza che gli faceva voglia di sbattergli la faccia nelle sbarre.

 

Manca il "venire" in mezzo. Senza è un'espressione comune del parlato, solo di alcuni dialetti, che non va bene in narrativa.

Cazzo, stava praticamente confessando: o almeno ne aveva tutta l'aria.

 

Superfluo e annacqua l'effetto della rabbia di Duke.

Spiegherebbe i morti d'overdoseDuke si ritrasse, un sorriso accennato agli angoli della bocca.

 

Nooo tutto qui? Overdose? Speravo qualcosa di meglio.

Era salito al volo su uno dei convogli pubblici per tornare a casa; viveva in un quartiere residenziale a quaranta minuti di camminata

 

"Di cammino" o "a piedi" è meglio.

Il suo palazzo lo aspettava, la facciata rossa scrostata e imperturbabile.

 

Di solito si usa riferito alle persone e mi fa un po' strano che sia accomunato alla facciata di un edificio. Cercherei qualcosa di più appropriato.

Al pianerottolo del secondo piano gli venne in mente che Glory non l'aspettava a casa così presto. Avrebbe potuto comprarle dei fiori e farle una sorpresa. Ripensandoci, però, tornare a casa presto voleva anche dire ascoltare le sue fottute lagne per più tempo. Le sue dita si chiusero a pugno istintivamente. Ma ormai non aveva voglia di tornare indietro e cercarsi un pub. C'era da sperare che sua moglie non fosse dell'umore di rompergli le palle.

 

In un secondo passa dal pensare a portarle dei fiori e poi a evitarla mangiando fuori? Mah.

La puzza del manadd era quasi insopportabile. Duke guardò sua moglie e la muta accusa dei lividi bluastri sopra le costole sporgenti. Macchie nere sulla pelle chiara. L'altra sera … Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto abbracciarla. Ma le contusioni lo bloccavano. Lo guardavano. Erano una prova di cos'aveva fatto, una prova recente.

 

Ah, ecco. Duke è un coglione schizofrenico? Pensa a quando l'ha picchiata e vuole abbracciarla? Adesso tornerebbe anche il discorso fiori-pub, ma sto solo facendo illazioni.

 

 

 

 

Conclusione: il mistero della perla e dei morti sinceramente mi faceva pensare a tutt'altro. Quindi all'inizio la storia dell'overdose mi ha solo deluso. Alla fine però la storia ne è uscita più che bene, e fa effetto.

L'unica nota stonata è la parte centrale di questa seconda manche: poteva essere asciugata, oppure più interessante (con la previsione di altra carne al fuoco, ma a quel punto non so quanto sarebbe stato positivo).

Il taglio delle due parti non mi è piaciuto molto, è fuorviante e un po' scomodo vista la frase in sospeso di Marq.

Le parti che mi sono piaciute di più è stata la prima (quasi in toto) e il finale di questa.

 

Dovresti affinare un po' lo stile, perché dal punto di vista di tecnica narrativa e personaggi non ho nulla di ridire. Anche la trama alla fine sta in piedi e il tema della sfida è stato svolto bene, penso (parere da lettore). L'unica cosa che non riesco a identificare è la dentiera usata: ci sono dei riferimenti nella prima parte ai denti finti di Bombolo e al sorriso bianco di Marq, ma non scrivi di una dentiera chiaro e tondo.

 

P.S. da staffer

Le note non le mettere in un quote alla fine, ma sempre sotto spoiler all'inizio del brano.

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Il suo palazzo lo aspettava, la facciata rossa scrostata e imperturbabile.

 

Poi sul volto del detenuto riapparve quel ghigno da orecchia a orecchia

 

 

Sono d'accordo in linea di massima con quello che mi segnali, a parte le due frasi sovracitate. L'espressione "da orecchia a orecchia" la trovo molto più evocativa, anche se in questo caso magari l'avrei potuta evitare visto che l'avevo già scritta una volta.

Per quell'imperturbabile, riferito alla facciata, anche qui si tratta di gusti: mi sembra un buon modo di rendere l'idea di quei palazzoni trasandati di periferia. Poi non so, magari funziona solo per me.

 

 

Al pianerottolo del secondo piano gli venne in mente che Glory non l'aspettava a casa così presto. Avrebbe potuto comprarle dei fiori e farle una sorpresa. Ripensandoci, però, tornare a casa presto voleva anche dire ascoltare le sue fottute lagne per più tempo. Le sue dita si chiusero a pugno istintivamente. Ma ormai non aveva voglia di tornare indietro e cercarsi un pub. C'era da sperare che sua moglie non fosse dell'umore di rompergli le palle.

 

In un secondo passa dal pensare a portarle dei fiori e poi a evitarla mangiando fuori? Mah.

 

La puzza del manadd era quasi insopportabile. Duke guardò sua moglie e la muta accusa dei lividi bluastri sopra le costole sporgenti. Macchie nere sulla pelle chiara. L'altra sera … Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto abbracciarla. Ma le contusioni lo bloccavano. Lo guardavano. Erano una prova di cos'aveva fatto, una prova recente.

 

Ah, ecco. Duke è un coglione schizofrenico? Pensa a quando l'ha picchiata e vuole abbracciarla? Adesso tornerebbe anche il discorso fiori-pub, ma sto solo facendo illazioni.

 

Qui torniamo sul personaggio di Duke. Come dicevo in spoiler non sono affatto soddisfatto da come l'ho reso; la tua illazione sulla schizofrenia è giustificata, dopo tutto. Come "scrittoruncolo" dovrei lasciare parlare lo scritto, ma visto che lo scritto balbetta: quello che volevo mostrare è ipocrisia, è il "voltare lo sguardo dall'altra parte". La picchia quando è incazzato, ma la mattina dopo se ne dimentica non tanto per schizofrenia, quanto perché pensa che sia normale e minimizza. Quando viene messo davanti alla realtà, scattano i sensi di colpa.

 

 

 

Conclusione: il mistero della perla e dei morti sinceramente mi faceva pensare a tutt'altro. Quindi all'inizio la storia dell'overdose mi ha solo deluso. Alla fine però la storia ne è uscita più che bene, e fa effetto.

 

Quindi suppongo fosse una delusione buona, visto che non ti aspettavi la storia prendesse questa piega?

Per la divisione, non ho potuto fare molto diversamente. Il dialogo con Delaine si aggira mi pare attorno ai diecimila caratteri, dovevo spezzarlo per forza. 

 

 

 

Dovresti affinare un po' lo stile, perché dal punto di vista di tecnica narrativa e personaggi non ho nulla di ridire. Anche la trama alla fine sta in piedi e il tema della sfida è stato svolto bene, penso (parere da lettore). L'unica cosa che non riesco a identificare è la dentiera usata: ci sono dei riferimenti nella prima parte ai denti finti di Bombolo e al sorriso bianco di Marq, ma non scrivi di una dentiera chiaro e tondo.

 

Mi fa piacere che tu abbia apprezzato l'idea di fondo, i personaggi e la trama in sé. Cercherò di migliorare lo stile, ma vediamo. Suppongo venga solo scrivendo, e anche tanto. In ogni caso grazie per le dritte e il commento.

Per la dentiera, in realtà dovrebbe coincidere coi denti finti. Forse non ho descritto bene la cosa, ma il fatto che li tenesse in un bicchiere sporco mi sembrava sufficiente a descriverli come dentiera (e non come denti d'oro, tipo).

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