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Alberto Tosciri

Un incontro a Céline Haute

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Un incontro a Céline Haute

 

Si fece sera. Il campo di battaglia di Céline Haute era coperto di morti e feriti.

Una casa bianca si ergeva su un promontorio ai limitari della contrada.

La porta si spalancò di botto. Nella piccola stanza buia rischiarata dal fuoco di un caminetto, entrarono una folata d’aria gelida e la luce rossastra del crepuscolo. Comparve un cavaliere in armatura, privo dell’ elmo, i lunghi capelli bagnati di pioggia e sudore, il viso sporco,  la sovra veste bianca che copriva l’armatura macchiata di sangue e fango. Reggeva fra le braccia il corpo esile di un ragazzo che sembrava dormire,  il capo reclinato, i capelli sciolti. Il cavaliere lo depose con delicatezza vicino al fuoco, chinandosi a osservare il suo viso, poi si alzò voltandosi  e sguainando al contempo  la spada; alle sue spalle era comparso un uomo di bassa statura con un randello in mano. Nel vedere la croce sulla veste del cavaliere l’uomo s’inchinò gettando il bastone. «Perdonatemi cavaliere. Non vi avevo riconosciuto»

«Poco importa. Devo curare il mio paggio, è ferito. Portami dell’aceto, fai bollire dell’acqua»

«Mio signore…»

«Che c’è?»

«I colori del vostro paggio…»

«Dunque?»

«Sono i colori… del nemico!»

Il ragazzo indossava una sovra veste nera con due fulmini d’oro incrociati sul petto.

«Da quando un servo osa fare delle osservazioni?», disse il cavaliere.

Una donna bassa dai capelli grigi comparve dal buio.

«Perdonatelo mio signore. Mio marito ha la lingua lunga, non si contiene. Provvedo per l’acqua e l’aceto». Prese una brocca, versò l’acqua in una pentola e la posò su un treppiede, scostando le braci del camino.

Il cavaliere tornò a chinarsi verso il paggio, poggiando la mano guantata di ferro sull’elsa della spada. Si guardò intorno. «Fate luce!» disse perentorio.

«Non abbiamo candele», rispose l’uomo.

«Quelle sono torce pronte e impeciate. Accendetene due!»

L’uomo prese una torcia di malavoglia avvicinandola al fuoco e rischiarando la stanza. Lo stesso fece la moglie.

Gli occhi del cavaliere si illuminarono.

«La notte», disse «Vediamo queste torce aggirarsi sul campo di battaglia»

«Oh si, mio signore. A volte prestiamo soccorso ai feriti»

«Si», disse la donna con reverenza. «Cerchiamo di portare loro conforto»

Il cavaliere prese la fiasca che l’uomo gli porse. L’annusò senza staccare gli occhi di dosso alla coppia. Tolse la sovra veste nera del paggio posandola con delicatezza a un lato del camino. Le fiamme facevano brillare l’emblema dei due fulmini ricamati in oro. Slacciò il corpetto di cuoio e metallo scoprendo il petto  bianco ed esile del ragazzo, attraversato da un taglio sanguinante. Vi versò l’aceto. Il ragazzo emise un lamento, aprì gli occhi, guardò il cavaliere e sorrise richiudendoli.

«Portate conforto anche ai moribondi?» disse il cavaliere continuando a medicare il ragazzo.

«Si mio signore»

«Con questa misericordia?» Allungò la mano in un angolo buio e prese una mazza chiodata.

«Noi… abbiamo trovato la misericordia sul campo», disse l’uomo con voce tremante.

«È vero mio signore», aggiunse la donna.

Il cavaliere esaminava la mazza alla luce del camino. «In verità viene usata dalla feccia pari vostra al servizio dei crociati ma…», la puntò sulla testa del ragazzo «… un conto è usarla in combattimento. Un conto è usarla su feriti e moribondi inermi per depredarli o peggio. Non è così?»

«Vi assicuro mio signore che se pure l’abbiamo usata, è stato per finire i nemici… i nemici»

Il cavaliere annuiva. Sembrava arrabbiato, ma la sua calma era innaturale, spaventosa. L’uomo e la donna si erano stretti vicini fra di loro e lo osservavano preoccupati.

«Questo ragazzo è di sicuro il paggio di un cavaliere nemico, a quanto pare», disse a voce bassa il cavaliere.

«Certo. È quello che…»

«Quindi gli si potrebbe usare la misericordia per finirlo, per quanto non mi pare abbia grandi ricchezze addosso. No: non ne ha»

La coppia taceva. Il cavaliere porse la misericordia all’uomo.

«Finiscilo»

«Oh! Mio signore, ma qui, ora… voi…»

«Vi incute timore la mia presenza? O quella della vostra donna?  Ma voi siete dalla parte dei giusti. Io sono un cavaliere crociato. Quindi siamo dalla stessa parte. O no?»

«Voi siete alquanto strano…» proruppe la donna con voce roca. Fece un passo indietro, come un guizzo. Unì le mani  come a creare delle forme nell’aria e pronunciò queste parole: «Esk tuy, maximuse et profundis;  eras de magnificentia proxima, semper noncurabilis et tremendis…»

Il cavaliere sorrise. «Mi hai dato la conferma, strega». Si tolse la sovra veste con la croce scoprendo sotto un’altra veste nera, con  ricamati sul petto due fulmini d’oro incrociati. L’uomo e la donna si inchinarono dicendo «Noi riconosciamo il tuo signore come nostro. Noi apparteniamo a lui»

Il cavaliere scuoteva la testa, come deluso. «Se fossi un servo del vostro signore, sarei  felice di avere voi come servi… feccia.  Ma…» scuoteva la testa sorridendo tristemente «Gli uomini non capiranno mai».

«Mio signore… ma tu non sei un servo di Lucifero, nostro signore?»

«Sono uno di quelli che lo seguirono cadendo dal cielo»

La coppia sorrise. «Abbiamo agito sempre nel suo nome! Sia gloria a Lucifero!»

«Soltanto… sono uno di quelli che si pentirono di averlo fatto e cercai di tornare indietro». Sollevò la testa in alto, come a voler vedere qualcosa. «Invano», aggiunse con tristezza. «Fui respinto. Combatto nelle battaglie degli uomini, non godo per la loro cattiveria, la loro prevaricazione vigliacca sui deboli e sugli inermi. Non posso fare molto per impedirlo, non ho grandi poteri, a parte l’immortalità. Ma quello che posso lo faccio, per liberare gli uomini dalla feccia come voi che preferisce godere nel fare il male. Ho il potere di farlo. Vi farò raggiungere il vostro signore»

 

Se qualcuno si fosse trovato a passare nel campo di battaglia di Célin Haute, in quel cupo tramonto di morti, in mezzo ai flebili lamenti  dei feriti e moribondi avrebbe sentito le urla atroci di un uomo e una donna levarsi da dentro una casa in fiamme ai limitari della contrada. E avrebbe visto un cavaliere e il suo paggio, con indosso i colori delle tenebre, uscire lentamente dalla porta passando indenni tra le fiamme, senza guardarsi indietro.

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@cynthia collu

Ciao, scusa il ritardo nella risposta, ma quando hai scritto  ero in procinto di traslocare...  :D Grazie del passaggio :)

Tra l'altro, e lo dico sinceramente per vantarmi... questo racconto messo fra i migliori, a parte altri fra quelli che ho cancellato e cancellerò, ha ricevuto 1083 visite a oggi...:)

Niente male per un modesto scribacchino dagli studi  farraginosi come me. Ma coltivo speranze. Come ben saprai, essendo Sarda... Grazia Deledda aveva la quinta elementare e vinse il Nobel per la letteratura...

 

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