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Joyopi

(Sfida 84) Invito a cena

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Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27747-zig-zag/

 

 

Invito a cena

 

 

Ero arrivato finalmente. Ed ero affamato.

Dopo ore di ricerca, girando come un cieco chiedendo invano aiuto ai passanti, ai pochi negozianti alle prese con le chiusure di giornata, infine l'avevo trovata.

Una graziosa villetta al confine della città.

Diedi ancora un'occhiata alla lettera,

La aspetto con ansia per cena, le offrirò con gioia le più prelibate pietanze che lei abbia mai assaggiato.

Fantastico. Ma la prossima volta magari si firmi, grazie.

Non conoscevo chi mi aspettava.

Non saprei, sarà stata la curiosità o la prospettiva di una cena magnifica a sbafo, quella non la rifiuto mai, ma avevo accettato quell'insolito invito. Avevo deciso di uscire da solo, camminare un po', senza autista o tirapiedi al seguito e di prendermi una pausa dagli affari. Non mi capitava spesso ormai. Non è così semplice essere milionari.

Bussai.

Mi aprì un uomo grosso, tondo e sorridente con sottilissimi baffi neri, vestito da cuoco. Mi fece accomodare, mi prese il cappotto e salutandomi con garbo uscì in strada lasciandomi perplesso, solo in casa altrui.

Se tu vai via chi cucina?

Tentai di raggiungerlo per ottenere spiegazioni ma non ebbi il tempo di metter fuori un piede che mi sorprese un acquazzone spaventoso, gocce grosse e dure come pietre, così rinunciai e l'omone e i suoi baffetti scomparvero nel nulla.

Forse avrà terminato il suo lavoro, in effetti sono parecchio in ritardo.

<< C'è nessuno? >>

Osservai l'ampio ingresso, le pareti gonfie di vecchi dipinti ad olio raffiguranti animali di ogni tipo e razza. Ero circondato da galline, mucche, vitelli, merluzzi, un grosso maiale che mi squadrava inquietante.

Che insolite decorazioni.

<< Ah bene, è arrivato. Venga, venga. >>

Una voce mi chiamava dalla porta che dava nel soggiorno, forse il mio ignoto ospite. Entrai nello spazioso salotto cercandolo, ma non trovai nessuno. Un brontolio accompagnava il mio appetito crescente. Il primo di una lunga serie visto che da quel momento non so per quanto tempo rimbalzai da una stanza all'altra, sempre inseguendo una voce che mi chiamava, un invisibile filo che mi trascinava in un labirinto domestico.

Ma che diavolo. Adesso comincio a stufarmi davvero!

Era trascorso di certo più di qualche ora ed ero stremato, scoraggiato e soprattutto sempre più affamato.

<< Allora, cosa aspetta, venga su. La stiamo aspettando. >>

Che modo di trattare un invitato, è inaudito.

Avrei voluto andarmene, ma chissà dove avrei trovato del cibo a quell'ora, l'appetito aumentava sempre più e quella voce era ormai la mia unica speranza di mettere qualcosa sotto i denti.

Salii le scale seguito da un gattino di cui non mi ero accorto prima, un minuscolo gatto arancione, chissà da quando era lì vicino a me. Non so dire quanti piani salimmo, ma la scalata sembrò interminabile.

Quando finalmente fummo al piano di sopra, il mio tenero accompagnatore iniziò a recitare la parte del feroce predatore, e si impuntò con l'espressione più minacciosa di cui era capace in direzione di un gabbiotto metallico grosso quanto un fienile, e del passerotto che allegramente vi dimorava.

Io non lo farei fossi in te...

Non l'avrei fatto perché le dimensioni del pennuto erano spaventosamente proporzionate a quelle della sua gabbia, ma questo non sembrava intimorire il piccolo felino, che seguendo il suo istinto predatorio passò all'attacco. Pochi istanti dopo il mio nuovo amico era già finito nel becco del pennuto, masticato, ingoiato e diventato un ricordo.

Ero un po' dispiaciuto per lui, ma i crampi allo stomaco mi stavano straziando. Sadicamente invidiai quel passerotto enorme, beato lui, che se ne stava lì sazio e soddisfatto dopo un pasto che in altre occasioni avrei trovato nauseante, ma che in quel momento avrei accettato con gusto.

Superai il corridoio ed entrai nella sala da pranzo, dove trovai finalmente il mio ospite: un essere che, per corporatura e movenze, mi sembrò più somigliante ad un maiale che ad un uomo. Il viso invece era interamente immerso nella nebbia, la stessa che cominciava ad avvolgermi il senno.

Nella stanza le pareti brillavano vive e abbagliavano la vista, la fame mi accecava sempre di più lo stomaco, il caldo era spaventoso, sembrava di essere in un forno di terracotta con tanto di braciere nell'angolo e vapore ardente nell'aria. I crepitii che mi risuonavano nelle orecchie non erano quelli di una carbonella, ma del mio cervello che bruciava se stesso in mancanza di nutrimento.

Un altro minuto senza cibo e sarei svenuto o forse morto.

<< Eccola finalmente. Certo che ce ne ha messo di tempo. Si accomodi prego. >>

Era in piedi a farmi posto in tavola spostando una sedia di legno con le sue zampone rosa.

<< Cosa le prende? >> continuò << Da come mi guarda sembra quasi che non mi conosca più. >>

O questo qui è pazzo, o lo sono io.

Lo guardavo ma non riconoscevo in lui nulla di familiare. Nulla di umano.

Mentre parlava lo vedevo solo rosolare in quella diabolica stanza-forno con una mela in bocca. La mia ragione era deperita insieme al mio corpo in quella trappola infernale, sembrava non mangiassi da settimane, forse era davvero così.

<< Su, su, si segga, sarà affamato. Adesso le porto una cosa deliziosa. E' una ricetta speciale, cucina orientale, un uomo raffinato e di gusto come lei di certo la apprezzerà. >>

Affamato. Deliziosa. Cucina. Affamato.

All'udire di quelle parole, come per l'effetto di un'antitesi fatale tra bene e male, il mio cervello esplose in mille brandelli.

<< Basta. Fammi mangiare. Adesso! >>

Tentai di urlargli addosso, ma partorii solo un soffio, un flebile bisbiglio, e il porco non sembrò nemmeno averlo percepito e scomparve grugnendo qualcosa. Mi abbandonai come un vegetale senza più una goccia di linfa sulla sedia, avevo perso ogni proprietà che rende un uomo quello che è. Occhi che non vedevano altro che bruma lattiginosa,

orecchie sorde come immerse nel nulla.

Ma quando riuscii ad intravedere il porco che tornava con una guantiera profumata, l'olfatto sì che era rimasto ligio al proprio compito, il cuore mi si allargò a tal punto che lo sentii pompare sangue fin sulla lingua arida.

Il mio benefattore mi allungò la migliore argenteria che possedeva, e mi offrì il vassoio porgendolo davanti al mio naso in festa e al mio sguardo cieco ma esultante. Gettai per aria le posate e mi fiondai sul piatto.

Mangiai. Divorai. Azzannai la mia preda inerme con uno scatto isterico per difendere le ultime briciole di dignità umana che mi abitavano. Non capivo cosa stessi masticando, ma ad ogni morso rivivevo, ed era l'unica cosa che contava. A volte dimentichiamo che quando mangi per sopravvivere, per nutrirti e non per compiacere la tua golosità, non c'è differenza tra carne bruciata o al sangue, tra dolce o salato, tra squisito o disgustoso.

Ma non appena il ventre ritorna ad essere pieno, quando la smette di ingoiare se stesso per accogliere ciò che gli offri, le differenze tornano. E così tornò la lucidità nei miei occhi per capire quello che stavo mangiando. E comparve il disgusto.

Sul vassoio i resti di un uomo. Braccia e gambe umane che avevo creduto cosciotti di pollo. Budella sminuzzate travisate per interiora di agnello. E poi la testa, sfigurata, ma inconfondibile.

Stavo divorando me stesso.

Adesso lo vedevo, tuttavia non mi fermai.

Le mie mani, sempre più scheletriche ad ogni morso, non si fermavano, insistevano nello scavare ingorde nel vassoio, costrette dalla bocca vorace, dalla lingua e dalla gola che chiedevano sfrontatamente di più.

Il pasto finì e il mio stomaco famelico smise per un attimo di urlare.

Alzai lo sguardo nella stanza, sullo specchio di fronte.

Non vidi altro che un paio di occhi da vecchio, spenti, avvolti dalle ombre. Un vecchio curvo e decrepito, che aveva trascorso la vita a divorare cose e persone, affamato di anime, fino a consumare la sua.

E non era ancora sazio.

 

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Ciao Joyo! Credo che sia la prima volta che ti commento. Spero di fare tutto bene, per il resto sono a disposizione per chiarimenti e varie cose.
Io solitamente commento dentro al quote e in fondo al commento scrivo considerazioni di carattere generale. Le mie frasi sono quelle in grassetto.
 

Ero arrivato finalmente.
Meglio mettere una virgola dopo arrivato.
 
Dopo ore di ricerca, girando come un cieco chiedendo invano aiuto ai passanti, ai pochi negozianti alle prese con le chiusure di giornata, infine l'avevo trovata.
Una graziosa villetta al confine della città.
Sarebbe meglio mettere un punto e virgola dopo trovata al posto del punto fermo.
 
Diedi ancora un'occhiata alla lettera,
La aspetto con ansia per cena, le offrirò con gioia le più prelibate pietanze che lei abbia mai assaggiato.
Perchè il grassetto per la lettera? E non lo dico perchè lo uso io, ci mancherebbe. Però sarebbe meglio mettere un paio di virgolette. Anche perchè il grassetto spicca subito in mezzo a tutto il testo e immaginavo che si trattasse di qualche rivelazione topica.
 
Fantastico. Ma la prossima volta magari si firmi, grazie.
Non conoscevo chi mi aspettava.
E quindi questo tizio va a un invito senza sapere chi l'ha invitato?
 
Non saprei,
Questo non saprei mi pare un po' colloquiale.
 
sarà stata la curiosità o la prospettiva di una cena magnifica a sbafo, quella non la rifiuto mai,
Sarebbe meglio mettere questo inciso in corsivo.
 
ma avevo accettato quell'insolito invito.
Il MA ha funzione avversativa nei confronti della frase precedente; dove dicevi che il protagonista non rifiuterebbe mai una cena, e nella frase successiva (che dovrebbe essere avversativa) invece si conferma la sua ipotesi.
 
un acquazzone spaventoso, gocce grosse e dure come pietre,
Il nesso grammaticale qui non è chiarissimo.
Sarebbe meglio qualcosa del tipo: "Un acquazzone spaventoso, composto da gocce grosse..."
Non mi piace proprio il verbo composto, ma era giusto per rendere l'idea.
 
così rinunciai e l'omone e i suoi baffetti scomparvero nel nulla.
Troppe correlative per polisindeto.
Così rinunciai. L'omone e i suoi baffetti scomparvero nel nulla.
In questo modo si da anche una maggiore pregnanza alla sparizione.
 
<< C'è nessuno? >>
Non mi piace molto l'uso delle parentesi uncinante al posto dei caporali per il discorso diretto. Il mio consiglio sarebbe di usare la simbologia adeguata.
 
Osservai l'ampio ingresso, le pareti gonfie di vecchi dipinti ad olio raffiguranti animali di ogni tipo e razza.
Non puoi usare il participio in questo modo. Sarebbe meglio un "raffiguravano", oppure devi trasformare la frase in una subordinata.
 
Era trascorso di certo più di qualche ora
Meglio "era trascorsa"
 
Avrei voluto andarmene, ma chissà dove avrei trovato del cibo a quell'ora,
Non giudicando il finale del testo e tutta la narrazione in sè, sicuramente molto allegorica, chi legge il testo completamente ignorando la natura del testo e il genere sembra stonare un po' il fatto che questo tale vada a mangiare a casa dello sconosciuto, e dopo aver vagato per casa sua per ORE non se ne vada a un qualsiasi negozio/market/bar ad orario continuato.
 
Salii le scale seguito da un gattino di cui non mi ero accorto prima, un minuscolo gatto arancione,
O metti un punto e virgola dopo prima, o metti un era dopo la virgola.
 
chissà da quando era lì vicino a me.
Un "quanto tempo" andrebbe meglio.
 
Non so dire quanti piani salimmo, ma la scalata sembrò interminabile.
Quando finalmente fummo al piano di sopra,
Al piano di sopra rispetto a cosa? All'entrata? Non avevi appena detto che aveva salito un numero indicibile di piani?
 
Io non lo farei fossi in te...
Non l'avrei fatto perché le dimensioni del pennuto
Questa doppia spiegazione mi sembra un po' pleonastica. Io cancellerei la parte che ho rigato e partirei direttamente con le parole successive. Dopotutto ha già detto che non lo farebbe, non serve ripetere il motivo.
 
 istinto predatorio
Forse predatore sarebbe meglio, anche perchè "predatorio" ha un significato leggermente diverso.
 
Sadicamente invidiai quel passerotto enorme, beato lui, che se ne stava lì sazio
Anche qui dopo enorme metterei un punto e farei iniziare la nuova frase.
 
caldo era spaventoso, sembrava di essere in un forno
Dopo spaventoso ci starebbe meglio un punto e virgola.
 
Un altro minuto senza cibo e sarei svenuto o forse morto.
Un addirittura ci starebbe meglio in luogo di forse.
 
 Si accomodi prego. >>
Meglio mettere una virgola dopo accomodi.
 
avevo perso ogni proprietà che rende un uomo quello che è.
Il termine proprietà mi pare usato impropriamente. Sarebbe meglio trovare un'alternativa; come qualità, ad esempio.
 
con una guantiera profumata, l'olfatto sì che era rimasto ligio al proprio compito, il cuore mi
Sarebbe meglio rendere questo inciso in maniera diversa dal punto di vista grafico. Forse con dei trattini o con una parentesi.
 
scatto isterico per difendere le ultime briciole di dignità umana che mi abitavano.
Non ho capito bene questo passaggio; come può uno scatto isterico di questo tipo difendere la dignità umana?
 
 avevo creduto cosciotti di pollo.
Ma non aveva detto di non essere stato in grado di comprendere che cosa stesse mangiando? Va bene al massimo indicare la carne, ma dire che è addirittura pollo e che è un cosciotto. Poi i cosciotti sono piccoli, e il pollo è una carne bianca mentre la carne umana, credo, sia rossa.

 
Ecco, queste sono le cose che ho notato nel tuo testo. Spero di essere stata completa ed esauriente, e se avessi delle domande sulle mie correzioni resto a disposizione per qualsiasi chiarimento di cui tu abbia bisogno.
 
Lo stile non mi ha convinto appieno; la punteggiatura è un po' sbarazzina e avrebbe bisogno di una revisione più accurata. Il mio consiglio è quello di leggere ad alta voce i tuoi testi, e fermarti dopo ogni pausa e invece continuare dove la punteggiatura manca. Potrebbe aiutarti a far sorgere molti dubbi e incongruenze. 
La trama presenta degli spunti di riflessione importante che ci si limita a leggerla dal punto di vista allegorico. Guardarla freddamente si notano alcune incongruenze che andrebbero spiegate meglio.
Prima di tutto, l'invito a cena dello sconosciuto. Potresti spendere una o due righe per trovare una spiegare più convincente del tedio di un milionario: ad esempio il consiglio di un amico (anch'egli traviato) che consiglia assolutamente la cucina di questo tizio, e anzi, lui stesso ha insistito affinchè il protagonista fosse invitato. Insomma, qualcosa del genere.
Alcune figure cerco di leggerle in chiave allegorica ma non ho trovato un significato. Cosa significa ad esempio il gatto divorato dall'uccello? Forse l'inversione fra predatore e preda, ma in questo caso il protagonista mangia se stesso, e quindi non si sono verificate inversioni di parti. O anche tutti i quadri degli animali.
Secondo me alcuni dettagli andrebbero spiegati meglio.
Anche il tema della fame, secondo me, è troppo rimarcato. Qualche riferimento in meno basta comunque per far capire al lettore come si senta il protagonista.
 
Per il resto, ti faccio i complimenti per aver dato vita in maniera coerente sia al genere che al tema.

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Dopo ore di ricerca, girando come un cieco chiedendo invano aiuto ai passanti, 

 

Una virgola?

Non saprei, sarà stata la curiosità o la prospettiva di una cena magnifica a sbafo, quella non la rifiuto mai, ma avevo accettato quell'insolito invito. 

 

Fading ti ha fatto notare tutto quello che non va ma io riformulerei proprio.

"Forse la curiosità di una cena magnifica, per di più a sbafo, mi aveva spinto ad accettare quell'insolito invito."

<< C'è nessuno? >>

 

Visto che siamo qui per imparare, questo modo di scrivere i dialoghi è la peste nera (bubbonica) in narrativa. Vanno usati i caporali e soprattutto non va messo nessuno spazio tra il dialogo e le caporali stesse. Puoi dirmi "è stile", e io ti dico "ok, ma è uno stile brutto e che non usa nessuno".

«C'è nessuno?»

Osservai l'ampio ingresso, le pareti gonfie di vecchi dipinti ad olio raffiguranti animali di ogni tipo e razza. Ero circondato da galline, mucche, vitelli, merluzzi, un grosso maiale che mi squadrava inquietante.

 

Alla fine di un elenco va messa la congiunzione al posto della virgola.

Non l'avrei fatto perché le dimensioni del pennuto erano spaventosamente proporzionate a quelle della sua gabbia, ma questo non sembrava intimorire il piccolo felino, che seguendo il suo istinto predatorio passò all'attacco.

 

La melodia di questa frase non è granché (spaventosamente proporzionate!) e c'è abbondanza di possessivi. C'è anche un piccolo errore verbale.

"Le dimensioni del pennuto erano proporzionate a quelle della gabbia, ma questo non sembrò intimorire il felino, che passò all'attacco."

mi sembrò più somigliante ad un maiale che ad un uomo.

 

d eufoniche superflue.

La mia ragione era deperita insieme al mio corpo in quella trappola infernale, sembrava non mangiassi da settimane, forse era davvero così.

 

Insicurezze sulla punteggiatura e finale superfluo.

"La mia ragione era deperita insieme al mio corpo in quella trappola infernale. Sembrava non mangiassi da settimane."

All'udire di quelle parole, come per l'effetto di un'antitesi fatale tra bene e male, il mio cervello esplose in mille brandelli.

 

Eh? Che c'entrano ora bene e male? E sembra poi che il cervello gli esploda davvero, all'inizio non pensavo fosse una metafora.

 

 

 

 

 

Alzai lo sguardo nella stanza, sullo specchio di fronte.

Non vidi altro che un paio di occhi da vecchio, spenti, avvolti dalle ombre. Un vecchio curvo e decrepito, che aveva trascorso la vita a divorare cose e persone, affamato di anime, fino a consumare la sua.

E non era ancora sazio.

 

Con il finale chiudo anche il mio giudizio: non ho capito.

L'uomo milionario si è fatto un film nel cervello, paradossale, per sviare l'attenzione dal fatto che si sta cibando di umani da sempre? Non so ma è l'unica cosa che mi è venuta in mente.

Come ha detto Fading, il tuo stile va affinato. C'è poca scorrevolezza nel testo, e sebbene si noti una certa proprietà linguistica, si perde nelle imperfezioni di punteggiatura e sintassi.

Anche sui contenuti ho qualche dubbio: all'inizio, il racconto non è surreale ma solo paradossale e senza senso (un milionario che potrebbe fare di tutto decide di andare a una cena invitato da uno sconosciuto; poi in casa pensa che non può andarsene perché non ha idea di dove trovare del cibo, cosa che non ha senso, perché da milionario potrebbe fare qualsiasi cosa per trovarlo. Farsi accompagnare ovunque, ordinarlo, farselo cucinare... proprio tutto).

Per renderlo surreale dovresti far cominciare il racconto direttamente lì, senza stare a dare un senso alla sua presenza in quella casa, perché procuri l'effetto contrario.

Poi a metà racconto le cose si fanno più surreali (gatto e uccello, uomo con la testa nella nebbia, sensazioni strani e cena umana). Però, ecco, non ci vedo spunti originali.

Diciamo che questo tema sulla "fame" l'avete preso proprio alla lettera, mentre poteva essere svolto in modo anche totalmente diverso. La "fame" può essere di qualsiasi cosa, non solo di cibo.

 

Sembra che io ti abbia smontato il racconto (e l'ho fatto) ma sono tutti spunti che ti voglio dare per migliorare, visto che da quel che vedo puoi eccome. Anzi, ti consiglio di cimentarti in altre sfide o anche nei MI per fare esercizio!

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@FadingAway,@Niko, innanzitutto grazie per aver ferocemente criticato il mio racconto, sono felice di poter imparare e confrontarmi senza buonismi inutili. Scusatemi se vi rispondo solo adesso. Ho trovato nei vostri commenti numerosi spunti interessanti per poter migliorare il mio stile grezzo, spero di essere riuscito a fare qualche piccolo passo in avanti già nel modesto racconto che ho scritto ieri per il MI. Fatemi sapere.

Tornando qui, mi rendo conto di aver partorito un mostriciattolo, ma è il mio primo racconto che pubblico e quindi spero mi sarà perdonato. In particolare la sfida era sul genere surreale, di cui sono a digiuno, e per farmi ispirare ho cercato tra dipinti surrealisti e racconti di Buzzati e Landolfi (non so se avete mai letto "Il mare di blatte",un racconto in cui un marinaio lotta per amore di una donna contro un verme azzurro che gli spunta da una ferita e finisce con la sua ciurma inghiottito in un mare di insetti:una cosa oscena! Ed è solo un esempio, ce ne sono a dozzine così) e mi son trovato a trascinare il mio personaggio in un mare di nonsense e allegorie strane. Nella mia testa il senso della trama c'era, ma ho pensato, forse erroneamente, che per centrare il genere avrei dovuto inserire degli elementi propriamente surreali,tipo l'invito senza spiegazione,il gatto e il passerotto,i quadri degli animali e la cena bizzarra, e da quello che è il vostro giudizio ho esagerato. Per quel che riguarda l'eccessivo rimarcare sulla fame "materiale" è anche questo un errore probabilmente dovuto al voler restare attinente al tema della sfida, che tra l'altro era stato scelto da me e inteso proprio come fame di cibo. Poi nel trip surreale del personaggio ho cercato di inserire un modesto significato allegorico, in cui la fame crescente si trasforma in cupidigia e ingordigia, divorando lo spirito di chi la subisce.

Comunque grazie ancora per i consigli e spero vogliate leggermi ancora per seguire i miei sperati progressi. :)

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L'ho trovato un po' fuori fuoco.

L'idea era carina, per quanto non fosse niente di nuovo (non prenderla come una critica, io reputo la maggiorparte delle idee "niente di nuovo". Certi concetti vengono ripetuti da anni senza che sia necessariamente un male). Perdi un po' nella resa.

Innanzitutto, la premessa. So che già dal prompt della sfida un'influenza esterna doveva agire sul protagonista, ma trovo difficile da digerire (si, sto facendo un gioco di parole sulla fame) che un milionario accetti l'invito di uno sconosciuto. Per carità, non è importante perchè poi il racconto scivola nel surreale macabro, quindi è un po' fine a se stesso parlare di realismo. Tuttavia trovo che sia necessario un minimo, soprattuto nell'introduzione: questa mancanza iniziale cozza un po' con la tua caratterizzazione del protagonista. Come cercare di costruire una casa con fondamenta un po' traballanti.

In secondo luogo, cercherei di ... nascondere un po' di più il finale. Già forse dal secondo paragrafo si inizia a pensare che ci sia qualcosa di strano nella villa (ma anche all'inizio, c'é qualcosa di strano nell'invito). Prendi quei quadri con i vari animali. L'associazione di idee è immediata: "si parla di una cena" + "qualcosa chiaramente non va" = il protagonista rischia di finire mangiato. Poi io avrei scommesso che venisse mangiato da altri e non da se stesso, ma riconoscerai che ho sbagliato di poco. In questo discorso rientra anche la scena del gattino che sale le scale con lui e si getta contro l'enorme passerotto. Qui l'intento simbolico è evidente. è impossibile non pensare che il protagonista, come il gattino, verrà mangiato. Poi magari il gattino doveva rappresentare la consapevolezza dell'uomo - impotente contro e annullata da - lo stimolo primordiale della fame cieca. Bella idea, ma anche qui migliorerei la resa, oppure toglierei del tutto. Perché anticipare? Probabilmente puoi dire le stesse cose nell'epilogo del protagonista senza "rovinare" la sorpresa al lettore.

Se vuoi mantenere la scena, suggerirei anche di migliorare le reazioni del nostro protagonista. Sta girando di stanza in stanza e vede un gatto divorato, non senza dettagli macabri, da un passerotto sproporzionato. A me darebbe da pensare. Anche qui immagino tu possa obiettare che il genere era surreale, quindi forse dovrei spegnere io un po' il cervello: probabilmente siamo abituati/ci piacciono generi di surreale diversi.

Il finale: mi è piaciuta la stanza forno. La funzione del porco non mi è tanto chiara, ma ci sta come "influenza esterna" e, se vuoi, pistola di Čechov.

Come regola generale, ti consiglierei inoltre di limitare i punti in cui spezzi la narrazione per fornire giudizi o impressioni "dall'esterno". In questo caso il consiglio vale tanto di più, visto che in teoria il tuo narratore dovrebbe coincidere col personaggio stesso. Ti faccio qualche esempio:

 

Mi abbandonai come un vegetale senza più una goccia di linfa sulla sedia, avevo perso ogni proprietà che rende un uomo quello che è

 

Azzannai la mia preda inerme con uno scatto isterico per difendere le ultime briciole di dignità umana che mi abitavano

 

Assieme alla già citata

 

All'udire di quelle parole, come per l'effetto di un'antitesi fatale tra bene e male

 

ma, sopra a tutte:

 

La mia ragione era deperita insieme al mio corpo in quella trappola infernale,

 

Queste frasi non sono il male di per sé, è che interrompono il narrato. In generale dobbiamo seguire il narratore nel presente, mentre ci racconta passo passo cosa succede, e poi staccarci per sentire un suo parere esterno su quello che gli stava accadendo. Per carità, dopotutto stai usando il passato e non il presente - per quanto assurdo il narratore potrebbe essere sopravvissuto e potrebbe fermarsi a fare queste considerazioni durante il racconto, ma anche qui l'effetto sarebbe quello di bloccare, svilire, annacquare l'efficacia di tutta la storia.

 

"Mi sentivo come una merda, avevo perso ogni sentimento che rende umano l'uomo"

è molto diverso dal dire

"Mi sentivo una merda e non mi importava. Bruciavo, gridavo, volevo solo scendere più a fondo, bruciare di più, gridare di più."

 

è un esempio abbastanza pessimo il mio, però in teoria il secondo dovrebbe essere più immediato, perché invece di raccontare quello che effettivamente succede in termini generali, racconta come il protagonista si sente in termini specifici.

Io ho un po' la fissa di personaggi che perdono la ragione, per cui mi sono spesso trovato a scrivere di situazioni così: in genere mi diverto esasperando al'estremo i pensieri che magari si possono susseguire da ubriaco: una valanga di dati sensoriali e associazioni libere l'una dopo l'altra. Almeno se usi la strada della narrazione in prima persona.

Liberissimo di dissentire, ovviamente: se ti va di parlarne sai dove trovarmi.

 

Ci becchiamo alla prossima, spero di non aver esagerato a sottolineare alcuni concetti. Se sono stato pesante dimmelo.

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@Blame, ciao, scusami ma leggo il tuo commento solo adesso, questo racconto l'avevo già rimosso dalla mia memoria per quanto mi fa schifo. È stato il mio primo racconto e si vede...in più essendo una sfida su un genere a me non molto congeniale ho esagerato con gli elementi surreali. Ho voluto trasmettere un generale senso di irrealtà, probabilmente perdendo il senso del racconto, trasformandolo in un'accozzaglia di situazioni e scene bizzarre e surreali, per timore di uscire dal genere su cui verteva la sfida. Comunque grazie per i consigli e le correzioni, tutte ben accette e giustissime. Non aver paura di offendere la mia suscettibilità, sono qui per imparare e ricevere soprattutto critiche. Le tue sono costruttive e puntuali, quindi sono felice di leggerle. A presto.

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