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Nicephore

La brevitas - stile retorico o salvagente per principianti?

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Voglio fare un po' di sana eristica, come si faceva nei bei tempi andati, quando se ti sdraiavi su un masso a prendere il sole, ti scambiavano per Talete!

 

Allora...

Cos'è la brevitas? - Nel senso, che intendo dire per brevitas? e a che campo la lego?

 

La brevitas nasce nella letteratura latina - o per quanto mi ricordi, nella letteratura latina aveva lo stesso ruolo che il turismo, la barbabietola da zucchero e l'industria siderurgica avevano in geografia, ovvero, ogni autore preso in considerazione la adorava spassionatamente e la esigeva fra le caratteristiche del proprio stile scrittorio... Tranne Cicerone, che a lui ci piaceva dilungarsi!

Concetti chiari, parole poche - la qualità delle quali non vien detta, insomma sottointesa, poichè per esprimere gravitas, bene o male, non ci si poteva piegare al latino basso, ma nemmeno medio, dunque l'altisonanza (nel cortissimo periodo) era doverosa per dar dignità e letterarietà al componimento.

 

Ma l'impero cade, che ci rimane? Mille anni barbarici - e nelle mie reminiscenze scolastiche, l'unica letterarietà di questo periodo sta nel "periodo" letto sul mio libro di storia delle medie ".. e frollavano la carne sotto le selle dei cavalli".

 

All'università ho fatto storia moderna e contemporanea, prima del 1400 io ho macrosequenze confuse che potrebbero - con la brevitas - riassumersi in "Big Bang, Dinosauri (alla ricerca della valle incantata, ambra e zanzare, "non nell'erba alta"), Meteorite, Uomo delle caverne (fuoco, ruota, disegni rupestri), Sumeri (scrittura cuneiforme), Fenici (rosso porpora, barche velocissime), Egizi (geroglifici, Limo, piramidi, mummie, Cleopatra), Roma (Odoacre depone Romolo Augustolo), buio totale pieno di barbari!

 

Andando avanti veloce, Dal 1200 al 1799 abbiamo il trionfo della retorica, non c'è nessuno che punti all'essenzialità (perdonate l'imprecisione e la grossolaneria, ma cerchiamo di capirci) tutti a ricercare una poesia (e una prosa) che abbia una marcata letterarietà, una grossa e grassa valenza intellettuale, una poesia che s'impunti a essere complessa, una lingua sostenuta (si, anche Cecco Angiolieri e l'Aretino Pietro nonostante cercassero con tutte le forze di farci vedere quanto sboccati e volgari fossero, erano ottimi ottimi uomini di cultura, e capaci di poetare dosando sapientemente il vernacolo solamente laddove potesse dare il maggior effetto).

 

Ora, seguitemi ancora per poco, poi pongo la domandona...

Dicevamo, nell'800, gli illustrissimi questionanti intorno alla lingua decidono di asportare completamente il cancro della retorica dalla letteratura, e anzichè fare un lavoro di bisturi, ci buttano dentro le mani e strappano via tutto indiscriminatamente, tappando poi i buchi con quel che capita: appallottolano un dizionario di fiorentino per far tenere la forma, richiudono e via.

 

Quindi... Abbiamo ancora le lungaggini letterarie, ma con una lingua più bassa rispetto ai secoli precedenti...

Da qui, il novecento, la crisi epistemologica, la psicanalisi, la disgregazione dell'Io e la prima guerra mondiale, estirpano anche il bisogno di letterarietà e formalismo che per tutto questo tempo era rimasto nonostante "l'abbassamento" di registro. 

 

E QUI nasce la "brevitas novecentesca" figlia dei Vociani (Jahier, Rebora, Slataper ecc..), che definiranno le loro liriche di guerra "Frammenti" o "Frantumi" o addirittura "rottami". Poesie dai versi brevissimi, spezzati, caratterizzati oltre che da un linguaggio semplicissimo e da una struttura elementare, da una esigua lunghezza e da una chiarezza espressiva che l'esperienza bellica esigeva.

Ungaretti e Montale NASCONO qui, si complicano col tempo...

 

 

Quindi, dopo milioni di anni di retorica, il novecento - penso sia chiaro io mi stia occupando della sola poesia - ha scelto la strada dell'essenzialità. A parte gli ermetici, a quelli ancora D'Annunzianamente piaceva fare i misteriosi con delle strutture complicatissime e oscure, patetiche (nel senso greco sentimentale della cosa) e molto melodrammatiche. 

 

Dagli anni '60 in avanti, non c'è più stata bisogno nè di struttura nè di lessico, Bukowski ha dato il là ad una serie di "poeticanze" molto molto prosastiche (e prosaiche); così come dalla Beat Generation in avanti si è sdoganata la sacralità della poesia a favore di un sempre più maggior gusto per il "prosastico".

 

E arriviamo ai giorni nostri, e quello che mi chiedo è questo:

ho letto molte poesie "essenziali" qui nel forum, poesie con le quali non sono minimamente d'accordo, poesie che non incontrano i miei favori ma che, a quanto pare, alla maggior parte di voi sembrano aggradare non poco.

 

Il mio pensiero è che IN CERTI CASI si sia andati troppo oltre: la poesia non è "un bel pensiero messo giù bene", è un esercizio espressivo e fotografico, è una architettura ed un bilanciamento;

Il tentativo di scarnificate un metodo espressivo alla ricerca dell'essenzialità e della chiarezza è antitetico (a mio avviso) ad ogni funzione e aspirazione dell'artificio poetico, che poichè artificio VIVE della propria strutturalità e della propria chiaroscuralità - se non addirittura tenebrìa.

 

... Di contro le poesie lunghe mi annoiano terribilmente...

...

Si beh la morale è "scrivere lungo il giusto"... Contare quanti versi usava Montale (o Baudelaire) e non potersi sbagliare! 

E usare un lessico POETICO, non prosastico, poichè, a mio avviso, i bei pensierini, o le facili suggestioni non son poesia ma prosa che - efficace - fa subito presa entrando per la via più facile e affabulatrice...

 

Mi sono dilungato orribilmente, vi chiedo scusa...

Anzi no! Viva le lungaggini! :D

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Mio caro, leggi il Novellino. E' bello, è corto, si capisce abbastanza (la BUR mi pare faccia un'edizione con note) e rappresenta, secondo me, un bell'esempio di brevitas in pieno medioevo italiano.

Anche la cronaca medievale non si perde molto in dettagli. Ci sono quelle in latino e quelle in vecchio inglese.

 

Del resto, io mi chiedo cosa sia la brevitas. La vedo come un uso efficiente della lingua, che non doveva essere facile da ottenere quando il latino era una lingua a uso pratico costretta a vistosi contorsionismi per adeguarsi alla cultura dell'area greca. Tanto per fare un esempio, "mundus" è l'universo. Ma, in realtà, "mundus" voleva dire ornamento. Divenne universo perché la parola greca per l'universo, kosmos, significava anche ornamento.

 

Ecco cosa dice la Retorica a Erennio sulla Brevità:

 

"Un resoconto di fatti dovrebbe avere tre qualità: essere breve, chiaro e plausibile. [...]

Renderemo breve il nostro resoconto, se lo iniziamo al punto da cui occorre iniziare; se non cerchiamo di raccontarlo dagli inizi più remoti; se la nostra constatazione è sommaria e non dettagliata; se lo portiamo avanti, non fino al punto più ulteriore, ma fino al punto cui abbiamo bisogno di arrivare: se non facciamo digressioni e non vagabondiamo dal resoconto che ci siamo proposti di compiere; e se presentiamo il risultato in una maniera tale, che anche i fatti che sono venuti prima possono essere conosciuti, anche se non ne abbiamo parlato. Per esempio, se io dicessi che sono tornato dalla provincia, si capirà anche che sono andato in provincia. E in generale è meglio tralasciare non solo ciò che indebolisce la causa, ma anche quello che, sebbene non la indebolisca, non la aiuta. Inoltre, dobbiamo metterci in guardarci dal ripetere immediatamente quanto abbiamo già detto, come nel seguente: "Simone venne da Atene a Megara la sera; quando venne a Megara, tese un'imboscata alla fanciulla; dopo aver teso l'imboscata, immediatamente abusò di lei.""

La brutta storia dell'assalto alla ragazza di Megara è perché l'opera era dedicata agli avvocati.

 

Comunque, per la brevitas, cito un testo di epoca romana che ha avuto un influsso incomparabile, anche se scritto originariamente in greco: il Vangelo, in particolare i tre sinottici. Anche Auerbach si era espresso sul loro realismo e, se si considera la rapidità della narrazione, sono dei capolavori letterari.

 

Per le poesie: ne leggo molto poche. Ma quello del lessico poetico, in Italia, è un brutto problema. Merini, mi pare, ha cercato di portarlo più in terra, ma c'è ancora molto da fare.

Anche Montale, nelle sue prime composizioni, aveva ricevuto critiche private (secondo me molto giuste) che lo invitavano ad avere un tema solo per poesia di cui parlare (diplomaticamente "troppe bellezze nascondono la bellezza"). Questo è un invito moderno alla brevitas, che venne seguito e i cui risultati più o meno conosciamo tutti.

 

La brevitas ha tanti aspetti. Io ho citato la Retorica, perché esprime bene un concetto. Si può dire anche che la brevitas è dire più di quel che si dice, facendosi capire. Per questo un pensiero messo giù bene non è poesia, se non dice nulla di più di quel che dice. Per me la poesia deve essere così, deve essere più della somma delle parti: le parti leggibili e individuabili devono essere come i puntini numerati, ma il lettore deve vedere il disegno che esce unendo i trattini.

Un altro aspetto è quello della sprezzatura, con cui Castiglione indicava la capacità di nascondere l'arte. In pratica, chi è veramente bravo nasconde lo sforzo dietro il testo, evita le forzature. Il testo deve apparire al lettore come scritto senza sforzo, perché la grazia dipende da questo.

 

Aggiungo solo una cosa: colto da vile pigrizia, ho tradotto il testo della Retorica dall'inglese, non dal latino. Se volete cercare, è 1.9 (1.14).

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Ho letto e studiato il novellino;

non l'ho gradito, non te lo nascondo, ma c'entra veramente poco col mio discorso...

È diretto, pragmatico, essenziale sia per la volontà di essere essere violentemente moraleggiante, sia per questioni di "adattamento linguistico". Scava nella tradizione e nei miti, ma...

Non è poesia...

Il linguaggio di Alda Merini non è per nulla un linguaggio "portato in terra", anzi, non penso fosse suo gran problema farsi comprendere; non sarà Quasimodo ma non è nemmeno Pasolini; è un linguaggio laido ma molto curato, e si cela dietro molta molta retorica - che a dir così sembra quasi di farle un torto, ma il dramma atroce dei manicomi non è in quelle modalità lessico-struttuali che potrebbero crudamente essere quelle di un Ken Kesey...

Così come non sono d'accordo Montale si sia lasciato alla brevitas o a quella che potremmo definire "essenzialità"; anzi, andando per suggestioni le ha caricate di un riverbero poetico affinchè si sfumassero i confini e tutto mostrasse trasfigurazioni e distorsioni tipiche del ricordare, anche accavallando più situazioni ed episodi!

Quindi torniamo al discorso sulla "natura" della brevitas?

Perchè con tutto il resto del tuo intervento sono molto d'accordo;

ma penso si debba distinguere:

voglio dire, in una CRONACA, la brevitas, ovvero l'essenzialità, è fondamentale; deve esserlo, poichè non siamo di fronte ad un messaggio "lirico" ma ad un messaggio "fatico" e dunque "espositivo". Il legame che si crea tra il lettore e questo determinato tipo di testo (e che lo stesso deve impegnarsi a creare) deve forzatamente essere chiaro e preciso, fuggendo ogni ambiguità.

Questa è dunque la differenza fra, ad esempio, Moby Dick e "Solo Intorno al Mondo" di Soleum.

Quello che più altro intendevo è il ricorso ad una sensazione specifica, espressa in pochi versi dalla lungezza esigua, magari raggruppati in un solo periodo, totalmente chiara e comprensibile senza il ricorso ad espedienti poetici che non siano magari una vaga metafora.

Ci sono componimenti brevissimi che io adoro come gli Haiku, ma sono fortemente strutturati sia metricamente (5-7-5) sia semanticamente (il verso finale con riferimento stagionale);

questo per dire, che a mio parere, ok la chiarezza, ma di "Mi illumino d'immenso" ce n'è una, ed è molto più complicato di quel che sembra scriverla - eppure di pessimi emulatori (ma anche di buonissimi è non fraintendetemi) il mondo è pieno!

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Ho citato il Novellino perché, dal discorso che hai fatto, sembrava che in poesia (e in prosa) non ci fosse stata brevitas per un millennio.

 

Adesso, vediamo se ho capito:

 

-A te Mattina piace.

-Di Mattina ce n'è una sola.

-Gli imitatori non sono abbastanza bravi; cosa più grave, parte di essi non capisce neppure quanto sia realmente complessa Mattina.

-D'altra parte, le poesie lunghe ti stufano.

-Gli haiku ti piacciono, ma, a differenza degli imitatori, sono estremamente formali.

-...piuttosto è meglio scrivere poesie "normali" con le lunghezze di un Baudelaire o di un Montale?

 

Non sono sicuro che la brevitas sia Mattina. Mattina ha brevitas, ma è al di là della brevitas. Per me un sonetto può avere brevitas, se tratta gli argomenti in un certo modo. Tanto gentile e tanto onesta pare, per me, ha già brevitas in tutti e tre i sensi: 1) (Retorica) Non dice più del necessario e non si ripete 2) Dice più di quel che dice 3) (Sprezzatura) E' apparentemente semplice.

 

Comunque, sul fatto degli imitatori mi troverai sempre d'accordo; d'altra parte, sono una necessità anche loro. Se vuoi suscitare Eris, ad ogni modo, un bel discorso normativo sul buon lessico poetico sarebbe la cosa migliore  :asd:

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Nicephore, tu poni il problema della "brevitas" in poesia, non in retorica (luogo peraltro di sua stretta pertinenza) -- e sarebbe meglio non mischiare (neanche per sbaglio o per leggerezza argomentativa) la retorica con la poesia --, poiché già esiste una cattiva retorica ed esiste fin troppa cattiva poesia inoltre, la questione è disperante, lascerei l'eristica a controparte degenere della dialettica, nonché porrei ancora e sempre l'attenzione sulla differenza tra "poetico" e poesia (sic et sempliciter) -- come, se non erro, fece per primo Sanguineti.

Premetto che credo di aver inteso il fuoco del tuo discorso, mi trovo sostanzialmente d'accordo con te.

Intervengo, dal momento che il discorso sulla poesia e su ciò che possa essere o meno considerato arte / poesia mi è molto caro.

Tuttavia, cercherò di non dilungarmi, anzi di offrire solo alcuni chiari spunti di riflessione.

 

Io credo alla vocazione poetica, credo al sacrificio autentico del poeta, ai "voti claustrali delle Muse" (tutto il resto è "sport" / hobby / ozioso trastullo);

 

Un poeta non è necessariamente un essere pieno di dottrina (spesso è vero il contrario), invece è necessaria la stessa sensibilità del poeta non avulsa da una ottima preparazione e frequentazione poetica per poter distinguere la buona dalla cattiva poesia;

 

Dal frammento al poema, l'unica cosa che conti davvero è la propria voce, la purezza unica dell'artista (e la ricerca, continua, ch'egli persegue). 

 

 

Questo, volendo andare all'osso (ma si può continuare a oltranza). Un saluto :)

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Adesso, vediamo se ho capito:

 

-A te Mattina piace.

-Di Mattina ce n'è una sola.

-Gli imitatori non sono abbastanza bravi; cosa più grave, parte di essi non capisce neppure quanto sia realmente complessa Mattina.

-D'altra parte, le poesie lunghe ti stufano.

-Gli haiku ti piacciono, ma, a differenza degli imitatori, sono estremamente formali.

-...piuttosto è meglio scrivere poesie "normali" con le lunghezze di un Baudelaire o di un Montale?

 

Non sono sicuro che la brevitas sia Mattina. Mattina ha brevitas, ma è al di là della brevitas. Per me un sonetto può avere brevitas, se tratta gli argomenti in un certo modo. Tanto gentile e tanto onesta pare, per me, ha già brevitas in tutti e tre i sensi: 1) (Retorica) Non dice più del necessario e non si ripete 2) Dice più di quel che dice 3) (Sprezzatura) E' apparentemente semplice.

 

Comunque, sul fatto degli imitatori mi troverai sempre d'accordo; d'altra parte, sono una necessità anche loro. Se vuoi suscitare Eris, ad ogni modo, un bel discorso normativo sul buon lessico poetico sarebbe la cosa migliore  :asd:

 

Penso il tuo riassunto non sia molto lusinghiero;

 

ma a parte questo, per andare avanti non come bambini annoiati di fronte alla vetrina della pasticceria, come a quanto pare sono,

non ho detto che "gli imitatori" non sono bravi perchè non capiscono la complessità FORMALE della stessa, che FORMALMENTE non ha alcuna complessità...  Ho detto che è "complicato scriverla", per raggiungere l'eccellenza nel suo incastonarsi in un contesto preciso, storicizzato, e nella sua puntualità e capacità di caratterizzarlo.

 

"Tanto gentile e tanto onesta pare" NON È brevitas, e soprattutto è nata NON semplice, lessicalmente e strutturalmente, nemmeno apparentemente - non è il linguaggio colloquiale dell'epoca, non è una virata verso l'essenzialità, lo stile molto leggiadro può pur dare sensazione di leggerezza, ma, per l'epoca, era proprio della "retorica amorosa", e in quella poesia i TOPOS della retorica amorosa ci entrano a piè pari!

Cecco Angiolieri o Folgore da San Gimignano, allora, nonostante il ricorso al sonetto, possiamo vederli come alfieri della brevitas, perchè non nascondono nulla e non lasciano al superfluo; ma è comunque un tipo di poetare AULICO, rispetto al volgo.

 

Io parlo di "BREVITAS NOVECENTESCA", che non è quella arcaica; io intendo la secchezza espressiva a favore di maggior chiarezza, o l'essenzialità di versificazione senza il ricorso a particolari accortezze formali (lessiche o strutturali).

La mia perplessità si inserisce in questo alveo, nelle poesie brevi, non strutturate, lontane da quello che potrebbe essere considerato un lessico squisitamente poetico. Non sono "imitatori" nella più classica delle accezioni, bensì la risultante di una progressiva "liberazione" dalle cure poetiche che ha avvicinato la lirica al prosastico; avendo come risultante quella che io considero "pessima prosa che va a capo". Questo è il mio discorso.

 

 

1) Nicephore, tu poni il problema della "brevitas" in poesia, non in retorica (luogo peraltro di sua stretta pertinenza) -- e sarebbe meglio non mischiare (neanche per sbaglio o per leggerezza argomentativa) la retorica con la poesia (...)

 

2) Io credo alla vocazione poetica, credo al sacrificio autentico del poeta, ai "voti claustrali delle Muse" (tutto il resto è "sport" / hobby / ozioso trastullo);

 

 

3) Dal frammento al poema, l'unica cosa che conti davvero è la propria voce, la purezza unica dell'artista (e la ricerca, continua, ch'egli persegue). 

 

1) La retorica come "arte di parlar bene" è l'essenziale della poesia, secondo me - e da qui parte tutto il mio discorso 

 

PERCHÈ

(e qui sono i punti 2) e 3) a mio parere, non basta la vocazione poetica, o meglio, ci sta bene anche non averla questa "vocazione" -

non dico che un eccellente manierista possa essere uno straordinario poeta, ci mancherebbe che ora ci si affidi ai cesellatori di precisione :D , ma che l'ispirazione sola non regali una voce abbastanza incantevole per adagiarsi sulla lirica senza che si senta il soffrire di laringite...

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La Retorica (come prassi e come teoria) non c'entra NULLA con la Poesia (o davvero molto poco), ne è semmai una sorta di paludamento apparentemente necessario. 

La poesia non deve persuadere o convincere nessuno, dovrebbe invece scuotere affascinare incuriosire sconvolgere commuovere ecc, ma in modo del tutto disinteressato! La Retorica nasce in ambito giudiziario con dei fini precisi, ma non ha una cogenza prescrittiva quanto certe grammatiche della lingua e dell'uso, anche se i suoi dettami e principi sono imprescindibili (per il buon oratore). Ovviamente, vi sono dei "luoghi" teorici (penso soprattutto all'Elocutio) dove essa tratta e descrive fenomeni strettamente poetici, ma ciò non c'entra nulla col fare poetico (con la poiesi in senso alto e profondo) o con la fenomenologia dello spirito poetico.

 

Se rileggi attentamente il mio intervento precedente, ne dedurrai che per me è incontestabile la necessità di un lavorio continuo accanto all'ispirazione (ma che senza ispirazione o vocazione ogni lavoro è freddo e sterile).

 

Poi, se vogliamo discutere di Poesia nella fattispecie (e in modo appropriato), possiamo commentare qualche testo (anche qui su WD).

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Nicephore, io non sto cercando né di essere lusinghiero né di non esserlo, sto cercando di capire quello che dici per poterti dare una risposta che c'entri con la domanda.

 

Ora finalmente ho capito che intendi solo la brevitas novecentesca, che è un tipo molto particolare di brevitas e che abbraccia solo un ventesimo del tempo in cui si è parlato di brevitas. E prima ho capito che ti riferivi solo alla poesia. Per me non è così ovvio, perché le epoche cui hai accennato, ma di cui preferisci non parlare qui, sono quelle che, personalmente, conosco meglio; sono arrivato pronto a fare una tirata in difesa della brevitas del medioevo latino. :asd:  A parte questo, credo che la sprezzatura richieda di apparire semplice, non di esserlo, e che un testo vada letto nell'ambito letterario in cui deve collocarsi, e solo in secondo luogo in quello generale del linguaggio dell'epoca. 

 

Torniamo al novecento. Mattina è complessa; non ho detto che lo sia formalmente, anche perché non so che cosa indichi esattamente questa parola in poesia: metrica? figure di suono? figure di concetto? Si tratta di due versi ternari (m'illùmino d'immènso) di lunghezza metrica uguale a causa della posizione dell'accento; il verso sdrucciolo appare più veloce a causa della sequenza rapida delle sillabe posttoniche e indica l'immediatezza della percezione della luce; il verso piano provoca un rallentamento e indica il pervadere nel tempo. Questo è un artificio tecnico, ma può anche essere letto in chiave storica, in riferimento all'esametro spondaico con meno sillabe e più lento e l'esametro dattilico, con più sillabe e più veloce. Le corrispondenze foniche fra i due versi sono chiare a vedersi: nessuna occlusiva, se non la d che segna l'inizio del nuovo verso; la posizione delle geminate dopo la i; la presenza delle consonanti, che, nel secondo verso, attorniano la i mancante e presente invece nel primo verso. Il primo verso ha un'alternanza fra suoni chiari e scuri (i-u-i-o), il secondo verso parte con un suono chiaro (i), si incupisce (e) e si chiude con un suono cupo (o), in una discesa graduale. Alla fine, la o della prima persona singolare (la o dell'io; la contaminazione di significato fra desinenze verbali e pronomi non è una novità: "eglino" = essi per via di egli + desinenza 3pp. -no) è divenuta la o dell'immenso.

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La Retorica (come prassi e come teoria) non c'entra NULLA con la Poesia (o davvero molto poco), ne è semmai una sorta di paludamento apparentemente necessario. 

La poesia non deve persuadere o convincere nessuno, dovrebbe invece scuotere affascinare incuriosire sconvolgere commuovere ecc, ma in modo del tutto disinteressato! La Retorica nasce in ambito giudiziario con dei fini precisi, ma non ha una cogenza prescrittiva quanto certe grammatiche della lingua e dell'uso, anche se i suoi dettami e principi sono imprescindibili (per il buon oratore). Ovviamente, vi sono dei "luoghi" teorici (penso soprattutto all'Elocutio) dove essa tratta e descrive fenomeni strettamente poetici, ma ciò non c'entra nulla col fare poetico (con la poiesi in senso alto e profondo) o con la fenomenologia dello spirito poetico.

 

Se rileggi attentamente il mio intervento precedente, ne dedurrai che per me è incontestabile la necessità di un lavorio continuo accanto all'ispirazione (ma che senza ispirazione o vocazione ogni lavoro è freddo e sterile).

 

Poi, se vogliamo discutere di Poesia nella fattispecie (e in modo appropriato), possiamo commentare qualche testo (anche qui su WD).

 

Non era la mia un'accusa, ovvero non intendevo dire che per te bastasse l'ispirazione, era per argomentare la mia convinzione che anche nella poesia la retorica c'entra, eccome!

Son secondo me punti di vista differenti; capisco che una poesia non debba convincere, ma il convincimento non è forse affabulazione? Fascinazione? E un minimo di paraculismo? Cose che in una poesia io ricerco. Se prendiamo ad esempio alcune poesie di Baudelaire (e qui dico subito, a mio gusto, più grande poeta d'ogni tempo e cardine inossidabile di ogni modernità), vi troviamo non solo l'apostrofe al lettore, ma un gioco lirico verso il convincimento e la persuasione: non è retorica?

In generale, io penso che la retorica sera, non sia l'essenziale ovviamente, ma serva come - passatemi la grossolaneria - "arte di metter giù bene le cose".

Solo questo...

Dunque, salvo eccezioni (vedi Ungaretti, vedi Emily Dickinson) preferisco una poesia che fa ampio uso della retorica.

 

 

Nicephore, io non sto cercando né di essere lusinghiero né di non esserlo, sto cercando di capire quello che dici per poterti dare una risposta che c'entri con la domanda.

 

Ora finalmente ho capito che intendi solo la brevitas novecentesca, che è un tipo molto particolare di brevitas e che abbraccia solo un ventesimo del tempo in cui si è parlato di brevitas. E prima ho capito che ti riferivi solo alla poesia. Per me non è così ovvio, perché le epoche cui hai accennato, ma di cui preferisci non parlare qui, sono quelle che, personalmente, conosco meglio; sono arrivato pronto a fare una tirata in difesa della brevitas del medioevo latino. :asd:  A parte questo, credo che la sprezzatura richieda di apparire semplice, non di esserlo, e che un testo vada letto nell'ambito letterario in cui deve collocarsi, e solo in secondo luogo in quello generale del linguaggio dell'epoca. 

 

Torniamo al novecento. Mattina è complessa; non ho detto che lo sia formalmente, anche perché non so che cosa indichi esattamente questa parola in poesia: metrica? figure di suono? figure di concetto? Si tratta di due versi ternari (m'illùmino d'immènso) di lunghezza metrica uguale a causa della posizione dell'accento; il verso sdrucciolo appare più veloce a causa della sequenza rapida delle sillabe posttoniche e indica l'immediatezza della percezione della luce; il verso piano provoca un rallentamento e indica il pervadere nel tempo. Questo è un artificio tecnico, ma può anche essere letto in chiave storica, in riferimento all'esametro spondaico con meno sillabe e più lento e l'esametro dattilico, con più sillabe e più veloce. Le corrispondenze foniche fra i due versi sono chiare a vedersi: nessuna occlusiva, se non la d che segna l'inizio del nuovo verso; la posizione delle geminate dopo la i; la presenza delle consonanti, che, nel secondo verso, attorniano la i mancante e presente invece nel primo verso. Il primo verso ha un'alternanza fra suoni chiari e scuri (i-u-i-o), il secondo verso parte con un suono chiaro (i), si incupisce (e) e si chiude con un suono cupo (o), in una discesa graduale. Alla fine, la o della prima persona singolare (la o dell'io; la contaminazione di significato fra desinenze verbali e pronomi non è una novità: "eglino" = essi per via di egli + desinenza 3pp. -no) è divenuta la o dell'immenso.

 

 

Con "Formalmente" intendo di struttura sintattica, metrica e lessicale.

La tua è un'analisi ineccepibile alla quale, come a tutte le analisi che ho dovuto studiare a lettere, compilate dai

, credo poco... :D

Ma questa è colpa mia.

 

Nonostante la mia mancanza, grazie d'aver dato un alibi alle mie teorie! :D

 

Il mio discorso "storico" era più che altro un excursus frettoloso per mostrare l'evoluzione della poesia (italiana ovviamente), che si è piano piano trasformata da un gioco di corte nel metodo espressivo di chiunque con un progressivo allontanarsi da quelli che sono gli stilemi della poesia a favore di quelli prosa manipolati a guisa di lirismo.

Ripeto, è un mio astio nei confronti di una certa brevitas che non ha dietro quello studio (supposto :D ) che tu hai incantevolmente svelato!

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