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Il mostro della brevità

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@Giselle Sì ok, bilanciamento e colpo d'occhio. Va bene...ma 900 caratteri a pagina sono una presa in giro. Qualsiasi sia la grandezza del libro. Perché poi ti vendono un libro da 100 pagine scarse, come uno da 250. Quando si parla di cartella editoriale standard a quella è necessario riferirsi. E dalla mia esperienza ci sono tre grandi possibilità di impaginazione: 1800 a pagina (chiamiamola impaginazione normale, romanzo classico), 1500 a pagina (usata spesso nella letteratura per ragazzi o nella giallistica italiana moderna), oppure 1200 a pagina (new age e guide varie). Qualsiasi altra impaginazione è, a mio avviso, atta a confondere e fregare il lettore. 

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Non parlerei di "confondere e fregare il lettore" perché credo che il numero di pagine di un romanzo ne influenzi il prezzo fino a un certo punto. Solo per fare i primi esempi che mi vengono in mente, prendendo alcune favole illustrate e recenti: Topiopì, di Andrea Camilleri, è lungo 96 pagine e costa 16 euro; Qualcosa, di Chiara Gamberale, conta 192 pagine per 16.90 euro. Cento pagine di differenza, e solo 90 centesimi in più.

Poi aggiungiamo Favola in bianco e nero, di Mauro Corona, che ha 98 pagine e costa 11 euro. Stesso numero di pagine di Topiopì, ma per Camilleri si devono spendere ben 5 euro in più. E l'editore è lo stesso (Mondadori).

 

Mi pare quindi che il numero di pagine non sia un fattore determinante (o almeno non nella maggior parte dei casi) quanto lo è il nome dell'autore, o altri fattori su cui non so entrare nel dettaglio perché non me ne intendo, come la qualità della carta e della rilegatura, il costo dell'illustratore, della distribuzione, eccetera. A proposito, (ma dovrei ritrovare il topic) mi pare di aver letto proprio nel forum, o altrove, che stampare 50-100 pagine in più non incida troppo sui costi dell'edizione, perché il prezzo di un libro è determinato soprattutto dalla distribuzione. Ma dovrei recuperare informazioni più precise.

 

E' solo per dire che, a parer mio, quando gli editori cercano di impaginare in un certo modo, lo fanno per rendere il libro più accattivante: a un lettore l'atto di girare le pagine più in fretta, perché sono stampate più "larghe", fa venire ancora più voglia di leggere.

Poi, certo, non dico che gli editori siano sempre in buona fede. Ma tendenzialmente credo che ci siano dietro soprattutto discorsi di leggibilità, colpo d'occhio, eccetera.

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On 9/4/2015 at 02:12, Marcello dice:

Ho fatto di recente la valutazione di un manoscritto "troppo corto".

Il problema in quel caso - e non era la prima volta che mi capitava - era riconducibile a uno sviluppo "scheletrico" della trama.  Mi spiego meglio.

L'autore si era fatto una scaletta, ben costruita a onor del vero, con tutti i passaggi fondamentali.  Il problema è che nello sviluppare il romanzo vi si era attenuto in maniera troppo rigida.  Ti faccio un esempio.

Scaletta del Capitolo 2

Luigi si sveglia e sente il desiderio di rivedere Laura.  Prende l'autobus e va a casa sua.

Quando lei apre la porta è stupita, perché ...  eccetera eccetera (è un esempio di fantasia, ovviamente).

Ora lo sviluppo della prima riga della scaletta occupava sì e no cinque righe del romanzo.  Luigi si sveglia con Laura in mente, sente che non può fare a meno di andare da lei.  Si lava e si veste in fretta e furia, scende le scale, va alla fermata, prende l'autobus, arriva a casa di Laura e suona.

Senza una descrizione.  

Com'è la casa di Luigi? Vive da solo o con i genitori? Ha un cane o un canarino da custodire?  Cosa mangia a colazione? Esce dalla porta di casa: c'è il sole? piove? tira vento?  C'è molta gente in giro?  E dentro l'autobus?  Quante fermate sono da casa sua a casa di Laura?  Cosa pensa mentre l'autobus procede?  Scende alla fermata: quanto dista da casa di Laura?  Che tipo di abitazione è? Una villetta a schiera? Un condominio? In centro o in periferia?

Nulla di tutto questo.  E così per il resto del capitolo e per tutti i capitoli del romanzo. La trama e tutto quanto è funzionale alla trama, ma nulla di più.

Ne viene fuori un lavoro di un piattume mortale; solo azioni che non permettono mai al lettore di immaginare un personaggio o un luogo.  Mai un incontro casuale o un personaggio di contorno... La trama era anche interessante e ben strutturata, ma resa in quel modo ne è uscita davvero malconcia.

Ti ho dato qualcosa su cui riflettere: anche il tuo romanzo soffre dello stesso problema?

O magari è soltanto un racconto lungo che tu ti ostini a voler trasformare in un romanzo.

Pensaci...

Mi hai dato uno spunto interessante... ho varie idee che hanno una trama descritta come la presenti tu e stanno ferme nel cassetto.

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47 minuti fa, Ludwig von Drake dice:

Mi hai dato uno spunto interessante... ho varie idee che hanno una trama descritta come la presenti tu e stanno ferme nel cassetto.

Felice di esserti stato utile ;)

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On 9/10/2015 at 09:19, Andrea.Dee ha detto:

Comunque il mio primo romanzo sono 155mila caratteri e l'hanno voluto in due CE. Una che pubblica in cartaceo e una che prima faceva solo digitale e ora fa anche cartaceo, quindi pur andando contro ciò che credevo anch'io la lunghezza non è un fatto determinante. Poi voglio dire, ci sono libri veramente famosi che sono 80/190 pagine scritte magari pure con il font grosso. Alla fine uno deve dare il meglio quando scrive e poi affidarsi alla CE e lasciar decidere loro. Vista la mia esperienza non ritengo giusto pensare che sotto i 200mila caratteri non sia abbastanza.

Anche io la penso così e anche a me due CE hanno voluto il mio libro che è di un centinaio di pagine (diciamo con un'impaginazione standard), non ricordo esattamente il numero di battute. Penso che dipenda semplicemente da quello che il libro trasmette, il mio è un diario/monologo interiore con un unico personaggio. Se invece hai molti personaggi e una trama complicata, molto probabilmente devi allargarti di più (descrizioni di ambienti, personaggi etc..), ma non è detto! 

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Proprio oggi in libreria ho visto "Borgo Vecchio" di Calaciura, Sellerio. Breve, circa 140 pagine. Le vado sempre a guardare, le pagine, essendo io "breve".

Ammiro chi scrive tante pagine, chi riesce a confezionare il romanzo perfetto da 200/300 pagine. 

Poi però mi consolo, quando penso che un libro che ho amato moltissimo è  "L'amante" della Duras. 123 pagine di pienezza.

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Ci sono diversi trucchetti per allungare il brodo.

1) aggiungere più sottotrame, comparse, personaggi di contorno

2) aggiungere più descrizioni,

3) aumentare le battute nei dialoghi,

4) aumentare il numero di dettagli.

 

Prendiamo questa frase, sto facendo un esempio a caso: Marco salutò la vicina incontrata per strada.

 

Bisogna allungare il brodo, quindi va descritta per filo e per segno questa scena. Luoghi, suoni, colori ecc ecc

 

Ps, io ho il problema inverso. Mi tocca tagliare!

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@Letiziadilorenzo Un libro del genere mi rifiuterei di comprarlo. Non bisogna mai allungare il brodo; se descrivi per filo e per segno una scena soltanto a questo scopo, rischi di annoiare il lettore. Meglio un romanzo conciso ma con la giusta quantità di testo piuttosto di uno che si dilunga inutilmente.

Se le aggiunte migliorano la storia (rendendola più chiara, approfondendola o introducendo caratteristiche) allora va più che bene, ma se sono superflue andrebbero sempre eliminate.

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Ospite Mirtillasmile

Ragazzi secondo me bisogna distinguere tra brevità e brevità.

Se le poche pagine sono il frutto di una scarso sviluppo della trama, della costruzione dei personaggi,  vedi l'esempio di @Marcello allora è opportuno leggere, chiedere consigli. Un libro che sembra la lista della spesa a mio parere non si possa nemmeno definire libro.

 

Ma se la brevità è il risultato di un'ottima capacità di sintesi, senza però appiattire la trama e la psicologia dei personaggi, allo viva la brevità. Ci sono scrittori, beati loro, che con una parola racchiudono un'intera frase. Questo per me è un punto di forza non di svantaggio. 

Personalmente preferisco un testo di 130 pagine, interessante, coinvolgete rigo per rigo non uno di 700 (es. Uomini che odiano le donne) che ripete all'infinito sempre le stesse cose.

Non è la lunghezza a fare di un romanzo un buon romanzo.

 

Poi c'è Thomas Mann che con la sua Montagna Incantata di regala  700 pagine di emozioni. Ma c'è anche Pinocchio di Collodi  scarse 180 pagine che ha lo stesso valore letterario.

 

@Black concordo!

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Anch'io ho un po' il problema della brevità e non riesco a capire se è per onesta d'intenti (per non volere allungare il brodo) o mancanza d'ispirazione o di mestiere. Comunque rifacendomi al discorso di @Mirtillasmile, personalmente penso che anche un grande scrittore qual'è Philip Roth, capace di scrivere pagine intense, è anche un allungatore di brodi fenomenale a volte quasi imbarazzante.

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Bisogna essere precisi e concisi. E saper usare la perifrasi per rendere un'idea senza nominarla, ma facendola immaginare al lettore.

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Per me la divisione non è così netta, è più sfumata. Noi adesso diciamo allungare il brodo e detta così sembra una cosa terribile, ma chi ha esperienza e mestiere, per gestire i tempi narrativa e fare magari anche qualche pagina in più, usa ad arte gli espedienti di cui parlava @Letiziadilorenzo senza fartelo capire. Comunque ripeto che secondo me tanti scrittori anche grandi, allungano il brodo e come se lo allungano.

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Bella domanda: come gestire i tempi della narrativa. Io fatico molto per trovare il giusto equilibrio tra la quantità di notizie che vorrei dare al lettore e la leggerezza del testo, e non sono mai sicura del risultato. Scrivo romanzi storici e ne ho di cose da raccontare. La mentalità, le usanze, l'abbigliamento, perfino la gestualità erano diversi da quelli di oggi... Ho sempre paura di perdermi nei particolari, e anche quella di non spiegare abbastanza

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A giorni il mio terzo romanzo sarà in libreria.

Non so neanche io perché tutti abbiano, più o meno, la stessa lunghezza: il primo 499.000 caratteri, il secondo 518.000 e il terzo 520.000…

Le storie e le ambientazioni sono diverse e non ho fatto calcoli particolari. È capitato…

 

9 ore fa, Elisabeta Gavrilina ha detto:

Io fatico molto per trovare il giusto equilibrio tra la quantità di notizie che vorrei dare al lettore e la leggerezza del testo, e non sono mai sicura del risultato. Scrivo romanzi storici e ne ho di cose da raccontare. La mentalità, le usanze, l'abbigliamento, perfino la gestualità erano diversi da quelli di oggi... Ho sempre paura di perdermi nei particolari, e anche quella di non spiegare abbastanza

 

Occhio alla sindrome del professore (o della guida?) !

Bisogna sempre sapere distinguere il saggio dal romanzo storico.

Proviamo a immaginare un turista che visiti Roma nel 2017: un buon romanziere descrive la città esattamente nel modo in cui il turista la vede, soffermandosi sui particolari che interessano il personaggio in questione. Quindi puoi dilungarti su di alcuni particolari storici  sui quali, altrimenti, dovresti essere veloce.

Se, invece di un turista, si tratta di un impiegato di banca che fa il solito tragitto casa lavoro, è normale, poiché tutti i giorni egli vede le stesse cose, che il nostro sorvoli su palazzi, monumenti e chiese, mentre pensa, magari, alle solite beghe quotidiane…

Adesso proviamo a immaginare un barbaro (o all’ispanico de “Il gladiatore”)) che sia finito nell’antica Roma per la prima volta in vita sua: puoi descrivere il suo stupore davanti alla magnificenza della città e, nel contempo, renderne partecipi ed edotti i tuoi lettori.

Se, invece di un foresto, il protagonista fosse un semplice cittadino romano, probabilmente passerebbe vicino al Colosseo senza neppure tirar su gli occhi e pensando solo agli affaracci suoi...

 

Quindi le descrizioni e i dettagli vanno citati  ed eventualmente approfonditi sempre tenendo conto della trama.

 

Ho un amico, professore in pensione, che scrive e pubblica saggi di filosofia. Distingue àncora da ancòra, in quanto ritiene che i lettori, come forse un tempo i suoi allievi, possano equivocare.

Ecco la sindrome del professore…

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4 ore fa, Fraudolente ha detto:

Occhio alla sindrome del professore (o della guida?) !

Hai colto in pieno.

Ho descritto Leonardo fanciullo che per la prima volta vede Firenze. Il pezzo è venuto un po' lunghino. Che dici, sarà un buon segno? :asd:

 

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On 4/9/2015 at 02:12, Marcello ha detto:

Ne viene fuori un lavoro di un piattume mortale; solo azioni che non permettono mai al lettore di immaginare un personaggio o un luogo.  Mai un incontro casuale o un personaggio di contorno... La trama era anche interessante e ben strutturata, ma resa in quel modo ne è uscita davvero malconcia.

Ebbene sì!

Caro Marcello, ho appena iniziato a leggere un tuo romanzo e mi sto gustando... le tue melanzane! Sì, perché credo proprio che siano le tue...

Abbiamo due modi di scrivere molto diversi. Tu arricchisci il tuo racconto ambientando e caratterizzando i tuoi personaggi con il gusto di un'autobiografia. I dettagli servono a far intuire al lettore il tuo modo di vedere le cose. Io, forse anche per gli argomenti che tratto, vedo tutto come un osservatore esterno e non mi immedesimo affatto nei personaggi. Me li immagino, sia fisicamente che psicologicamente, e li faccio agire di conseguenza. Forse perché uno storico, anche se romanziere, sente la necessità di essere oggettivo, o almeno ci prova.

Comunque sia, il lavoro di caratterizzare è indispensabile e, se ben fatto, mostrando e non solo descrivendo, porta via un sacco di pagine e di tempo. Nel mio caso e, almeno per quanto sto leggendo, anche in quello di Marcello, il problema non è la brevità, ma il cercare di contenersi entro certi limiti. 

Il mio vecchio editore mi ha sgridato perché il mio romanzo era troppo lungo... 

Credo, e temo, perché più è lungo e piu costa stamparlo!

Comunque sia ,uno scarno piattume mortale ti può indurre ad abbandonare anche la trama più avvincente e bella.

Meglio, piuttosto, il gusto per il dettaglio del verismo ottocentesco!  

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39 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Caro Marcello, ho appena iniziato a leggere un tuo romanzo e mi sto gustando... le tue melanzane!

:rosa:Spero che ti piacciano...  Sì, il mio stile è molto descrittivo, ma andrà un po' meglio (non troppo) procedendo perché il primo capitolo di quel romanzo serve a far conoscere i "precedenti" dei personaggi seriali.

 

39 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Comunque sia, il lavoro di caratterizzare è indispensabile e, se ben fatto, mostrando e non solo descrivendo, porta via un sacco di pagine e di tempo

Parole sante...

39 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Il mio vecchio editore mi ha sgridato perché il mio romanzo era troppo lungo.

Il mio per fortuna no, e lesse quel romanzo in pochi giorni perché avevo già un contatto con un altro editore.  Il romanzo nuovo, che sta per uscire, sarà di "sole" 458 pagine!  

Ci sono in effetti editori che mettono paletti alla lunghezza del testo; non tutti per fortuna.

Grazie carissimo!

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