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Ospite Bradipi

Via delle Croci

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Ospite

Altro racconto della serie Specchi, scritta da Bradipino e Sin.

È piuttosto lungo, ma non poteva essere diviso.

A voi.

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VIA DELLE CROCI

“Ma che piccola storia ignobile

mi tocca raccontare

così solita e banale come tante”

(Piccola Storia ignobile, Francesco Guccini)

“Prossima fermata: Via delle Croci.”

Roteo gli occhi, accigliata. L'interfono collocato in cima alla carrozza dev'essere rotto, a giudicare dalla voce distorta e gracchiante che emette. Sembra quasi il lamento di un moribondo.

E, effettivamente, questo treno è poco più di un rottame arrugginito, dai vetri sporchi e appannati, dalle poltrone sfondate e rovinate da bruciature di sigarette. Spesso, quando varco le sue porte scorrevoli aggregandomi alla massa brulicante di pendolari, mi chiedo se riuscirò mai a tornare a casa, o se il treno esalerà i suoi ultimi respiri sbuffanti prima del capolinea.

A volte mi ritrovo ad incitarlo mentalmente.

A volte lo paragono a me.

Guardaci, treno; guardati riflesso negli specchi delle altre carrozze che ti passano accanto. Guardami con i tuoi occhi offuscati dalla ruggine. Un tempo eri nuovo e bellissimo, scintillante, e le tue fiancate così bianche da ferirmi gli occhi, quando il sole ti sfiorava. Un tempo sono stata giovane e affascinante, e ti attendevo tutte le mattine con trepidazione; il tuo fischio d'arrivo era il mio buongiorno, i tuoi sedili dalla fodera blu il mio rifugio. Ti venivo incontro con le braccia cariche di sogni, e tu mi accoglievi nelle tue carrozze immacolate e confortevoli. Cantavi per me, attraverso l'interfono. Ora non fai altro che ansimare i tuoi annunci. Ora non faccio altro che sopravvivere.

Siamo invecchiati, amico mio.

Lo sfasciacarrozze ci attende, le fauci spalancate. Quando ci morderà piangeremo insieme, ruggine e lacrime.

Hai mai desiderato non lasciarmi andare, treno?

Sembri così piccolo e indifeso, accostato alla banchina, le fiancate sfregiate dai graffiti e rovinate dall'incuria degli addetti alla manutenzione. Oltrepasso la famigerata linea gialla che dovrebbe dividerci, ti accarezzo. Ti senti solo? Vorresti tenermi prigioniera, per combattere la tua solitudine?

Lo vorrei anch'io, vecchio mio. Non lasciarmi andare. Cantiamo insieme, stanotte, rauchi e stanchi. Voglio addormentarmi stretta nel tuo abbraccio di metallo.

Che vita conduci, quando noi passeggeri siamo lontani?

Pensarti abbandonato in una stazione buia mi stringe il cuore.

E, in fondo, anche io giaccio abbandonata sui binari monotoni della mia esistenza. Quando si spengono le luci, quando cala il sipario, mi trasformo in un inutile burattino a cui sono stati tagliati i fili. Da sola, valgo meno di zero.

Il desiderio di deragliare e lasciarmi andare allo sbando è sempre più forte.

Domani non ti rivedrò, treno. Chissà se te ne accorgerai. Forse, durante questi anni, hai imparato a riconoscere il ritmo dei miei passi.

Perdonami. Corri anche per me.

Domani è il mio giorno libero, il giorno in cui i miei fili vengono recisi.

L'androne di casa mi accoglie con la sua fresca penombra, ingelosito. Sembra volermi ricordare che è a questo abbraccio che appartengo, non alle carrozze sgangherate di un treno che ben presto verrà rottamato.

Frugo nella borsetta per distrarmi da quei pensieri, per non soffermarmi a riflettere su quanto questa casa luminosa, arieggiata e costosa mi metta a disagio. È troppo perfetta per essere vera, priva anche solo di una minuscola crepa sul muro. Le sue finestre non sono appannate né sporche, ma alte intere pareti; sono occhi limpidi che mi scrutano con diffidenza, di fronte ai quali mi sento spogliata, messa a nudo.

La pelle mi formicola per il disagio.

Le chiavi girano nella toppa.

Sbatto la porta alle mie spalle, sprangando l'ingresso all'ansia. Ma già la vedo filtrare dalle fessure degli stipiti, dalla serratura, e la mia pelle sembra impazzire, gridare. Mi si sta contorcendo addosso.

-Amore, sei tornata?

Che domanda idiota, penso infastidita. È ovvio.

-Sì, tesoro, sono io.

Mi costringo a sputare quella risposta velenosa e bugiarda, con una voce che sembra quella crepitante e distorta del treno. Amore, tesoro, ti amo, sposami, uccidimi. Niente ha più senso.

-Come è andato il lavoro?- insiste l'uomo che credevo di amare, mentre mi libero delle scarpe e del cappotto. Dalla cucina si spande un gradevole odore che sembra risvegliare il mio stomaco addormentato, facendolo brontolare rumorosamente.

-Bene.- ribatto, seguendo il copione che mi costringo a interpretare tutti i giorni.

Se dovessi fornirgli una risposta sincera, probabilmente mi getterei a terra urlando e strappandomi i capelli.

Faccio il mio ingresso in cucina, riluttante. È il momento in cui devo confrontarmi con me stessa. L'atrio è spoglio, non racconta niente di me; è privo di specchi in cui possa cogliere il mio orribile riflesso. Ma quando guardo negli occhi mio marito vedo tutto ciò che ero, tutto ciò a cui ho dovuto rinunciare, tutti i sogni che ho gettato sotto le ruote del treno perchè li investisse e li riducesse a una poltiglia indistinta.

-Per domani ho preso un giorno di ferie.- annuncio, la voce piatta.

-Benissimo, amore.- è la sbrigativa risposta che ottengo. -Domani però ho una riunione, te l'avevo detto...

Davvero?

Dì piuttosto che domani hai la tua puttana e facciamola finita.

-Non potresti rimandarla?- chiedo, in tono sorprendentemente esitante e supplichevole.

Perchè sto insistendo?

Beh, è uno dei compiti della brave mogli.

Pulire la casa, rifare i letti, lavare i piatti, insistere, uccidere, stirare i calzini, riordinare gli armadi, strangolare i figli, passare l'aspirapolvere.

-Certo che no!- è la replica indignata di quel disgustoso omuncolo.

Cos'altro mi aspettavo?

Vaffanculo, bastardo.

Ignoro le sue patetiche giustificazioni e gli volto le spalle.

D'altronde, ho smesso di ascoltarlo nel momento stesso in cui l'ho sposato. Le nostre conversazioni sembrano gestite da piloti automatici. Ciao amore, tutto bene, com'è andata la giornata, ti odio e vorrei che tu morissi, dobbiamo pagare la bolletta del telefono, domenica viene a pranzo mia madre, porti tu il bambino all'asilo, vorrei tanto gettarti sotto un treno in corsa e magari essere proprio io a guidarlo e a investirti.

Salgo le scale fino al pianerottolo del primo piano, immerso in una delicata luce rosata. La musica di un carillon invade il corridoio. Sui muri si agita l'ombra di mio figlio che, appena sveglio, sgambetta e si dimena, nel tentativo di raggiungere i sonagli appesi sopra il suo lettino.

La sua ombra è grottesca, enorme, deformata.

Una smorfia mi strazia le labbra.

-Domani la mamma trascorrerà la giornata con il suo piccolino.- lo informo, con voce suadente, sporgendomi sopra di lui. Mio figlio sorride, tende le mani, mi afferra un dito e gorgheggia soddisfatto.

Rimango ad osservarlo per qualche istante prima di sollevarlo e stringerlo a me, così forte da scatenare qualche sua protesta. Si dimena tra le mie braccia, così pieno di vita, incompiuto e carico di possibilità.

Vorrei che fossimo ancora una cosa sola.

Scendo le scale con cautela, mormorando paroline dolci al mio bambino. Mio e di nessun altro. Per nove mesi l'ho portato in grembo, per nove mesi mi ha fatto sentire meno sola. La notte rimanevo sveglia ad ascoltare i suoi impercettibili movimenti, ad accarezzarmi il ventre, a chiacchierare con lui tra i miei pensieri. E ora, la consapevolezza di non poterlo fare più mi rende incredibilmente triste. Posso ancora abbracciarlo, ma non riuscirò più a sentirlo così vicino e vivo in me. Non lo sentirò più crescere – potrò solo vederlo.

Mi manchi, bambino mio. Non lasciarmi.

La senti la mia pelle che formicola? Ti sta chiamando. Torna da me.

Torna da me...

La tavola è apparecchiata con posate splendenti e piatti di porcellana; la cena, fumante, è servita.

Mio marito mi accoglie con un bacio, uno sgradevole incontro di labbra estranee spinte l'una contro l'altra dal dovere.

-Cercherò di tornare presto domani sera, d'accordo?

Sento i fili legati al mio viso tirare verso l'altro, costringendomi a un sorriso. Sono un bravo burattino, davvero bravo.

Sistemo il mio piccolo nel seggiolone e poi mi accomodo a capotavola. Mani esperte riprendono a maneggiare i miei fili, annodandomi lo stomaco in una massa ingarbugliata.

Non ho fame.

Proprio per questo mi ingozzerò.

Più forte è il disagio, più mi rifugio nel cibo.

Più forte grida la mia pelle consunta, più mi riempio la bocca per non urlare a mia volta.

Mi ficco una cucchiaiata di pasta praticamente in gola, deglutendo senza aver quasi masticato. Mangio con ferocia, provo piacere nel sentire la pasta scendermi voluttuosa nella gola.

Ogni boccone è come una sorsata di vita che riempie il mio vuoto interiore. Calma le vertigini, mette a tacere il mio corpo che urla e si contorce. Impegna e occupa ogni pensiero, una forchettata dopo l'altra.

Tutto questo olio mi ingrasserà.

Tutta questa pasta mi sformerà.

Tutto questo vuoto se ne nutrirà.

In lontananza, le luci della stazione ammiccano invitanti, un vero toccasana per il vuoto che mi consuma. Sarebbe così semplice indossare un capotto caldo e poi uscire di casa, le tasche vuote proprio come un tempo, le braccia cariche solo di speranze e desiderio di evasione.

Il mio treno non esiterebbe a portarmi via da qui, lo so. Accenderebbe i suoi fari accecanti per fendere la notte, e mi condurrebbe con sé, lontano da quest'esistenza insensata.

Il pianto di mio figlio mi riporta alla realtà.

Lo cullo tra braccia straziate dal dolore di non poter fare nulla più di questo; braccia insoddisfatte, braccia avide, braccia invidiose della sua freschezza e ingenuità. Annuso il profumo della sua pelle, gioco con le sue piccole mani lisce. Lo bacio con una bocca avida, desiderosa di azzannare la vita che lo anima.

Bambino mio, lasciami nutrire dei tuoi sogni.

Amore, permetti alla mamma di divorare il tuo futuro, concedile di farlo suo.

Piccolo, ricordami com'era essere abbracciati con tanto insaziabile amore, avvolgimi nel tuo bisogno di me. Fammi sentire importante.

Fammi di nuovo sentire viva.

Sollevo gli occhi sullo specchio che adorna il cassettone, incontro il mio riflesso.

Sei grassa, tuo marito ti lascerà per un'altra più bella e giovane, leggo sulle mie stesse labbra. Guarda come ti sei ridotta. Stringi spasmodicamente tuo figlio al petto, insignificante donna nevrotica, lo stringi così forte da sfiorare lo strangolamento.

Un pianto nel silenzio mi strappa ai miei sogni inquieti, velati di sudore.

Sta' zitto!

Sbatto le palpebre, la stanza è sospesa nel buio. La realtà sembra ondeggiare attorno a me. Scivolo fuori dalle coperte, chiedendomi quando mi sono addormentata, intontita. Che ore sono? Per un attimo, non riconosco neppure mio marito, sprofondato sotto le lenzuola accanto a me.

Quanto vorrei premere il suo viso sul cuscino fino a soffocarlo.

Il pianto di mio figlio non si arresta, cresce a dismisura. Sembra una sirena che squarcia la notte. Mi sfiora il pensiero di lasciarlo dove si trova, di tornarmene a dormire. Piangerà fino a soffocare, proprio come suo padre. E allora, finalmente, starà zitto, e io potrò riposare in pace.

Le mie gambe, però, mi stanno già conducendo nella stanzetta dall'altro lato del corridoio.

-Piccolo, non temere, la mamma è qui.- sussurro.

È proprio di questo che dovrebbe avere paura.

La luce del mattino che filtra le persiane sbiadisce quella scena, relegandola a un sogno irreale, sospeso tra realtà e fantasia.

Allungo un braccio verso l'altra metà del letto, ma mio marito non c'è. Dev'essere già andato al lavoro.

A quest'ora si starà scopando la sua segretaria.

Non merito forse un risarcimento, una consolazione per tutto questo?

Mi stiracchio soddisfatta, deliziandomi con fantasie grondanti crema e cioccolato.

Ordinerò caffè e pasticcini al bar sotto casa.

Mi abbufferò fino a provocarmi la nausea.

Mentre mi lavo i denti vedo spuntare una ruga che nove mesi fa non c'era. Mi blocco, interdetta, ed eccola scomparire, inghiottita dal mio volto. Mi costringo ad esibire una smorfia di fronte allo specchio, fino a quando non la vedo di nuovo affiorare con naturalezza. Ma certo. In fondo, anche quando i lineamenti del mio viso sono distesi, lei è sempre lì, in agguato, in attesa di scavare di nuovo il suo solco sulla mia pelle – sempre più in profondità.

Da oggi in poi, tutto sarà una corsa verso la rovina. Il trascorrere dei giorni sarà segnato da nuove rughe, dovrò cambiare gli orologi in tutta la casa. Secondi, minuti o ore, non farà più nessuna differenza: no, il trascorrere del tempo sarà quello delle rughe. Con lancette sempre più vecchie, incartapecorite, disgustose.

È l'ora del bagnetto.

Ripongo lo spazzolino, mi sciacquo la bocca e prendo una bacinella dall'armadio a muro canticchiando. Mentre la riempio di acqua calda, mi sembra di sentire la voce del mio bambino. Dev'essersi svegliato, penso. E infatti mi attende nel suo lettino, con un adorabile sorriso sdentato.

Tra poco non riderai più, tesoro.

Entrando in acqua piange, si dimena un po'. Qualcosa mi dice che dovrei consolarlo, accarezzarlo, parlargli con tono rassicurante, ma non ci riesco. Rimango ad osservarlo con le braccia penzolanti lungo i fianchi, incapace persino di pensare.

Solo i miei occhi hanno ancora la forza di trascinarsi di qua e di là, e arrancano lungo lo specchio del bagno, fino a fissarsi sullo sguardo di una sconosciuta. È vuoto, sembra sprofondarle nel viso; gli occhi sono incassati, sprofondano tra le pieghe di decine di rughe.

È una donna vecchia, stanca, grassa.

Quando mi sorride, sulla sua pelle si disegna una trama di crepe, come se il suo volto stesse per frantumarsi in mille pezzi. Annuisce, carezzando la testa del suo piccolo. Anche lei ha un figlio, l'ho notato solo adesso.

All'improvviso la sua mano gentile si trasforma in un artiglio malefico, e spinge la testa di suo figlio sotto il livello dell'acqua. Perchè anche lui sta facendo il bagnetto.

Immobile, stordita, la osservo tenerlo giù, ignorando i suoi deboli tentativi di riemergere. Vuole schiacciarlo, uccidere quel povero bambino che si fidava della sua mamma, che la sera prima si era addormentato tra le sue braccia, che per nove mesi aveva vissuto dentro di lei.

Amore, la mamma non è più qui.

La sconosciuta mi sorride di nuovo, mi parla. Non è il mio bambino che affoga, è il mio corpo grasso, è mio marito con la sua giovane e affascinante segretaria, è il dolore del parto... sono io.

Sì, sono io che annaspo disperatamente sotto la superficie dell'acqua, lottando per respirare, per riagguantare una boccata d'aria. Ho vissuto così per anni, immersa nella noia e nell'inquietudine, senza mai riuscire a riemergere. Senza mai respirare davvero.

Sto morendo.

Il mio sguardo esausto abbandona lo specchio.

Che spettacolo orribile. Non riesco a credere che esistano madri in grado di uccidere a mani nude i loro figli, i frutti del loro amore.

-Tesoro.- chiamo il mio piccolo.

Non ha più paura dell'acqua, adesso sta sdraiato immobile, rilassato. Sembra che dorma, ha gli occhi socchiusi. È così bello, il mio bambino, non potrei mai fargli del male.

-Ehi, amore.- cerco di svegliarlo, il bagnetto è finito. È tempo di rivestirsi e andare a fare un passeggiata. Fuori c'è il sole. La mamma ha il giorno libero. Andremo a fare colazione nel bar sotto casa. Qualcuno chiamerà la polizia e un centro di igiene mentale. Faremo visita alla nonna, che ti riempirà di coccole come sempre. Passeremo dal giornalaio e compreremo un quotidiano per papà. Ti seppelliremo nel cimitero comunale e ti lasceremo lì a marcire.

Non reagisce.

Perchè non risponde?

Lo sollevo di peso, prendendolo in braccio, inizio a scuoterlo.

La testa del mio piccolo sobbalza, inerme.

Non è altro che un burattino a cui hanno tagliato i fili.

La donna nello specchio ride, rovesciando a sua volta la testa all'indietro.

Era mio figlio, il bambino che stava uccidendo.

Ha ucciso il mio piccolo.

Ha ucciso anche me.

Urlo e mi precipito in corridoio, correndo e dibattendomi come un animale in gabbia.

L'assassina di mio figlio mi insegue, senza smettere di ridere.

Conosco quella voce, conosco quella nota spensierata e felice. È la mia risata di un tempo, prima che mi venisse rubata dal dovere, dalla maternità e dal matrimonio.

La porta del secondo bagno, la stanza del bambino, una finestra, il ripostiglio.

Una finestra.

Aperta!

La finestra da cui, ieri sera, ho rimirato la stazione.

Là quell'assassina non mi raggiungerà mai.

Perchè il mio treno mi sta aspettando, accostato ai binari, la carrozzeria scintillante. La sua voce mi chiama, promettendomi mete lontanissime e irraggiungibili, dovre potrò cominciare una nuova vita. Mi porterà alla discarica dove si sono riversati tutti i miei sogni infranti.

Mi porterà al cimitero dove è stata seppellita la ragazza che ero.

Mi porterà dal mio bambino.

E tutto questo non sarà mai successo.

Non sarà mai

Non sarà

Non

Mai.

Non vide il balcone, e cadde di sotto.

Ad attenderla non c'era nessun treno. La stazione era deserta.

Tornando a casa, il marito si accorse che due nuove tombe decoravano Via delle Croci.

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Da madre con due figli e spasmodico desiderio (frenato dal marito) di averne un terzo, questo racconto non poteva non toccarmi.

Ancora di più, se ti dico che una tragedia simile è capitata abbastanza vicino a me. Una ragazza ha fatto ciò che hai descritto. Il marito era compagno di classe di mio cognato quando era giovane, e ancora si incrociavano qualche volta. Pochi mesi fa ho visto questa ragazza una notte su RaiTre, in un programma che intervista le persone in carcere per un assassinio dovuto a depressione o cause simili. Non so, forse l'hai visto anche tu.

Ora, il racconto. Mi è piaciuto, molto. Soprattutto per la capacità di aver raccontato la storia della donna, di aver fatto capire come è arrivata lì (se una cosa simile si può capire). Inoltre, buono il ritmo narrativo: la tragedia si profila piano piano, la vedi arrivare ma speri che si fermi prima. Non capita.

L'unica cosa, dal punto di vista della trama, è che non ho ben capito cosa centri il treno. La metafora del treno all'inizio mi sembra troppo lunga, visto che poi sparisce completamente. I richiami che nei fai dopo nel testo non mi sembrano giustificare la lunghezza della prima parte.

Ti segnalo anche qualche altro dettaglio.

Roteo gli occhi, accigliata

Non mi è chiaro, nè come fa a farlo (se sei accigliata abbassi le sopracciglia, ruotare gli occhi è difficile) nè il senso: è stupita o arrabbiata?

Sembri così piccolo e indifeso

Tra i miei molti problemi psicologici, c'è la difficoltà a camminare vicino ai binari: i treni in corsa mi danno il panico. Può quindi essere una questione mia, ma come fa un treno a essere piccolo? Forse indifeso, metaforicamente, ma comunque mi sembra tirata

Domani è il mio giorno libero, il giorno in cui i miei fili vengono recisi.

Sembrerebbe una frase positiva, però detta con tristezza. Oltretutto, lei poi, dopo, si paragona ancora spesso a un burattino

Domani però ho una riunione, te l'avevo detto...

Davvero?

Non ho capito a cosa si riferisce quel 'davvero'

appena sveglio, sgambetta e si dimena, nel tentativo di raggiungere i sonagli appesi sopra il suo lettino

Detta così sembra avere pochi mesi, 3 o 4 al massimo. Però allora difficile che la madre sia al lavoro (io sono tornata al lavoro più presto di tutte le mie amiche, i miei figli avevano 6 mesi, ma avevo orari di lavoro ridotti e liberissimi). Poi parli di seggiolone, che si usa dopo i 6 mesi. Inoltre, un bimbo piccolo è raro che si svegli e stia nel lettino buono e tranquillo senza piangere (solo nei telefilm americani): non c'era nessuno pronto ad accudirlo

Poi, non c'è una baby sitter? Quell'uomo gestisce il bimbo lui? Oppure chi lo teneva quando lavoravano?

leggo sulle mie stesse labbra.

Forse meglio in tondo

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Perdonate la volgarità, ma il mio commento a caldo appena ho finito di leggere questo racconto è stato: cazzo.

Essendo un’amante dei racconti evocativi, posso dire quasi con certezza che questa è una delle migliori cose che ho letto su questo forum.

Estremamente triste, amaro, a tratti pesante. Ma non c’è nulla di superfluo e nella sua essenzialità il testo dice tutto.

Fino al racconto del gesto folle mi sono sentita come nella sala d’aspetto di un medico, dove ho atteso con ansia e impazienza il mio turno di lettore sentendomi totalmente impotente di fronte al dramma che sentivo imminente.

Il profilo della donna (sia fisico che psichico) è tratteggiato in maniera convincente, lo stile narrativo è particolare, ricercato, raffinato ma allo stesso scorrevole, semplice e d’impatto.

Hai guidato il lettore attraverso le azioni della donna senza tormentarlo con descrizioni inutili e prolisse, hai permesso che il lettore vedesse il crescendo di questa follia (depressione post-parto, se non ho capito male) e ne rimanesse invischiato, disperandosi per tutta la durata del racconto.

Trovo il paragone con il treno decisamente azzeccato, anche a me i vecchi vagoni mettono malinconia e mi fanno pensare a cose tristi.

La descrizione dell’infanticidio è da brivido: prima c’è la negazione della parte folle della protagonista, attraverso l’identificazione di sé stessa in qualcun altro, poi però arriva la consapevolezza che l’omicidio appena commesso non è altro che l’uccisione dei propri ideali, dei propri sogni, di sé stessa. Mi è piaciuto davvero molto.

Se proprio devo trovare un appunto da fare, probabilmente la descrizione fisica di come si vede la donna nella sua depressione è troppo insistita; hai fatto un’ottimo lavoro introspettivo, sviscerando gli aspetti più profondi del malessere di questa donna, quindi insistere su quanto lei si vedesse brutta, grassa e rugosa probabilmente è superfluo.

Per gli errori ho notato solo questo:

È vuoto, sembra sprofondarle nel viso; gli occhi sono incassati, sprofondano tra le pieghe di decine di rughe.

C’è una piccola ripetizione.

Una mia curiosità: vi siete ispirati a uno specifico fatto di cronaca? Perché a me ne ha ricordato uno in particolare, anche se la dinamica dell’infanticidio non c’entra nulla con quanto accaduto nella realtà.

I miei sinceri complimenti all’autore/agli autori.

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Ospite Saranghae
Sembri così piccolo e indifeso, accostato alla banchina, le fiancate sfregiate dai graffiti e rovinate dall'incuria degli addetti alla manutenzione. Oltrepasso la famigerata linea gialla che dovrebbe dividerci, ti accarezzo.

Il paragone con il treno è suggestivo, anche se a mio avviso è troppo marcato. Ho trovato poi il punto in cui lei supera la linea gialla e accarezza il treno poco credibile benché lei sia depressa. Il gesto di accarezzare il treno è reale, giusto?

Frugo nella borsetta per distrarmi da quei pensieri, per non soffermarmi a riflettere su quanto questa casa luminosa, arieggiata e costosa mi metta a disagio. È troppo perfetta per essere vera, priva anche solo di una minuscola crepa sul muro. Le sue finestre non sono appannate né sporche, ma alte intere pareti; sono occhi limpidi che mi scrutano con diffidenza, di fronte ai quali mi sento spogliata, messa a nudo.

C'è un certo sbilanciamento tra la descrizione di quella che sente come la sua vera casa, il treno, e quella reale che è invece più sbrigativa, veloce. Voglio sperare che sia voluto perché mi piace la scelta: è come sottolineare ancora di più che né la mente né lo sguardo considerano quella casa come un nido sicuro e caldo.

Amore, tesoro, ti amo, sposami, uccidimi. Niente ha più senso.

Mi piace l'ironia. Qui inizia a fare capolino lo sdoppiamento di personalità: la mogliettina perfetta tutta frasi sdolcinate combatte contro l'altra, quella frustrata... quella che sta risalendo in superficie, dal suo inconscio.

Beh, è uno dei compiti della brave mogli.

Pulire la casa, rifare i letti, lavare i piatti, insistere, uccidere, stirare i calzini, riordinare gli armadi, strangolare i figli, passare l'aspirapolvere

E' bellissimo: mischiare l'ordinario, la normalità al macabro alla follia, come se dopotutto fossero solo due facciate di una stessa medaglia. In questa frase è come se l'altra "Lei" facesse "Toc, Toc" per entrare, come se si annunciasse.

D'altronde, ho smesso di ascoltarlo nel momento stesso in cui l'ho sposato. Le nostre conversazioni sembrano gestite da piloti automatici. Ciao amore, tutto bene, com'è andata la giornata, ti odio e vorrei che tu morissi, dobbiamo pagare la bolletta del telefono, domenica viene a pranzo mia madre, porti tu il bambino all'asilo, vorrei tanto gettarti sotto un treno in corsa e magari essere proprio io a guidarlo e a investirti.

1. Forse dopo "piloti automatici" inserirei i due punti.

2. Non sono domande e risposte? Dove sono i punti interrogativi?

La verità sembra sdoppiarsi nel suo esatto opposto, che sembra essere poi, scusatemi il gioco di parole, "la vera verità" ;) . Superbe queste battute!

Rimango ad osservarlo per qualche istante prima di sollevarlo e stringerlo a me, così forte da scatenare qualche sua protesta. Si dimena tra le mie braccia, così pieno di vita, incompiuto e carico di possibilità.

Vorrei che fossimo ancora una cosa sola.

Scendo le scale con cautela, mormorando paroline dolci al mio bambino. Mio e di nessun altro. Per nove mesi l'ho portato in grembo, per nove mesi mi ha fatto sentire meno sola. La notte rimanevo sveglia ad ascoltare i suoi impercettibili movimenti, ad accarezzarmi il ventre, a chiacchierare con lui tra i miei pensieri. E ora, la consapevolezza di non poterlo fare più mi rende incredibilmente triste. Posso ancora abbracciarlo, ma non riuscirò più a sentirlo così vicino e vivo in me. Non lo sentirò più crescere – potrò solo vederlo.

Mi manchi, bambino mio. Non lasciarmi.

La senti la mia pelle che formicola? Ti sta chiamando. Torna da me.

Torna da me...

Depressione post- parto?

Mangio con ferocia, provo piacere nel sentire la pasta scendermi voluttuosa nella gola.

Quel "con ferocia" non mi convince; forse, "con avidità".

Ogni boccone è come una sorsata di vita che riempie il mio vuoto interiore

Stai paragonando un cibo/alimento solido a una bevanda/liquido? Lo so è una fesseria e sicuramente la vostra scelta non è sbagliata, ma l'ho notata leggendo. Non fateci caso! :o

incapace persino di pensare.
Tornando a casa, il marito si accorse che due nuove tombe decoravano Via delle Croci.

La fine non l'ho compresa. L'ambientazione è reale o è tutto un viaggio simbolico? Come fanno a esserci già le tombe?

Ho poco da aggiungere. Quelle che vi ho fatto notare sono solo quisquilie che non deturpano nella sostanza un racconto che è scritto magistralmente e curato in ogni suo aspetto. L'ho trovato molto più fluido e scorrevole rispetto agli altri due, nonostante lo stile sia sempre raffinato e non semplice. E' chiaro ormai che amate sguazzare nei pensieri folli e distorti dei vostri personaggi, il lato introspettivo è dominante anche questa volta.

E' il racconto più bello che abbia letto fin'ora al WD.

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Anche a me è piaciuto, tanto è vero che non mi sono ancora ripreso, sono lento a metabolizzare.

Ho vissuto il racconto come una sequenza cinematografica e se presumo sia un bene per lo scritto, perchè vuol dire che è reale, proprio per questo non è un bene per me.

Spiego: è che sono sensibile a certi argomenti e a quelli come questo in modo particolare, tanto che non riesco a scindere tra finzione, realtà e cronaca quotidiana.

Indubbiamente devo farti i complimenti, io non avrei il coraggio di scrivere così, non così apertamente, sarebbe troppo per me. Oltre a suscitare la mia profonda commozione, suscita in me anche una profonda rabbia nei confronti di questo mondo (vedi, valico il sociale, chissà cosa ne sarebbe venuto fuori se avessi studiato...) e allora riaffiora in me la parte più intransigente e reazionaria.

Mi viene da ridere (ma non è vero) al pensiero che in un paese come il nostro (già l'ho detto) ci vuole una patente e un esame per ogni cosa, per guidare la macchina, per andare a caccia, aprire un tabacchino, fare il vigile socialmente utile per tre mesi e via vaneggiando. E non ci voglia nessuna patente, nessun esame per mettere su la cosa più importante: una famiglia.

Diciamoci la verità: taluni di noi, anche senza averne i titoli, sono perfettamente in grado di riconoscere "a pelle"

uomini e donne che anche se apparentemente normali, in realtà sono dei pericolosi disadattati, persone incapaci di comprendere la vita nel suo senso primordiale, incapaci di reggere alla minima difficoltà, imprevisto, sacrificio, privazione. Quando accade qualcosa del genere esplodono, uccidono, come quel buon padre di famiglia che perso il lavoro ha ucciso moglie e figli per la disperazione. Non aveva dato nessun segno, dicono. Famigia felice, dicono.

Non è vero. Conosco molti potenziali assassini in parecchie persone "normali". Se gli togliessero la patente dell'auto diventerebbero delle belve, alcuni subito, altri con calma. La calma dei pazzi.

E a questi pazzi bisogna impedire di farsi una famiglia. Forse sto andando troppo fuori argomento, OT, come si dice, ma certi argomenti questo fanno, a questo portano.

Una cosa è certa: gli esseri umani, mentalmente, non sono tutti uguali. Non parlo di censo o di razza o di titolo di studio, parlo di capacità di capire quello che li circonda, gli altri esseri umani, il rapportarsi con loro.

E a chi non capisce, bisogna affiancargli persone che capiscano, per accompagnarli, insegnarli. Anche proibire loro di fare cose per le quali tutta la società ne pagherebbe poi le conseguenze.

Lo so, è un discorso troppo complicato per le mie capacità, non sono sicuro di aver reso bene il mio pensiero e sono andato veramente OT. Ma certe cose, anche a livello di racconti, mi fanno pensare e questo lo ha fatto davvero.

Rinnovo con sincerità la mia ammirazione mista a senso di angoscia per questo scritto. (non sembri irriverenza o sarcasmo il mio, perchè se mi avete conosciuto un po in questo forum, non ne sarei capace.)

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Ospite

Intanto ringrazio tutti per i commenti.

Ora andiamo a rispondere alle puntualizazzioni :ugeek:

Emma:

L'unica cosa, dal punto di vista della trama, è che non ho ben capito cosa centri il treno. La metafora del treno all'inizio mi sembra troppo lunga, visto che poi sparisce completamente. I richiami che nei fai dopo nel testo non mi sembrano giustificare la lunghezza della prima parte.

Il treno è l'elemento che lega questo ad altri 9 racconti, di cui alcuni sono su questo forum(Piazza della Concordia, Turano Alcolica, Piazza della Vittoria, Campo de' fiori, Largo Sarajevo, Desolation Row,Via Pulcinella).

Detta così sembra avere pochi mesi, 3 o 4 al massimo. Però allora difficile che la madre sia al lavoro (io sono tornata al lavoro più presto di tutte le mie amiche, i miei figli avevano 6 mesi, ma avevo orari di lavoro ridotti e liberissimi). Poi parli di seggiolone, che si usa dopo i 6 mesi. Inoltre, un bimbo piccolo è raro che si svegli e stia nel lettino buono e tranquillo senza piangere (solo nei telefilm americani): non c'era nessuno pronto ad accudirlo

Poi, non c'è una baby sitter? Quell'uomo gestisce il bimbo lui? Oppure chi lo teneva quando lavoravano?

Devo dire che non mi sono posto il problema :)

Non saprei come ovviare al problema, hai ragione.

leggo sulle mie stesse labbra.

Forse meglio in tondo

Non ho capito la precisazione :)

Nayan:

C’è una piccola ripetizione.

Una mia curiosità: vi siete ispirati a uno specifico fatto di cronaca? Perché a me ne ha ricordato uno in particolare, anche se la dinamica dell’infanticidio non c’entra nulla con quanto accaduto nella realtà.

Un sinonimo che suggerisci? si ripete, ma non mi viene in mente un sinonimo appropriato.

No, nessuna ispirazione da fatti di cronaca, se non inconsapevole.

Saranghae:

Il paragone con il treno è suggestivo, anche se a mio avviso è troppo marcato. Ho trovato poi il punto in cui lei supera la linea gialla e accarezza il treno poco credibile benché lei sia depressa. Il gesto di accarezzare il treno è reale, giusto?

reale.

Perchè poco credibile?

C'è un certo sbilanciamento tra la descrizione di quella che sente come la sua vera casa, il treno, e quella reale che è invece più sbrigativa, veloce. Voglio sperare che sia voluto perché mi piace la scelta: è come sottolineare ancora di più che né la mente né lo sguardo considerano quella casa come un nido sicuro e caldo.

È voluto.

Quel "con ferocia" non mi convince; forse, "con avidità".
È l'ennesima violenza contro se stessa, per questo è un ingozzarsi feroce.

La fine non l'ho compresa. L'ambientazione è reale o è tutto un viaggio simbolico? Come fanno a esserci già le tombe?

La fine è che sono morti entrambi, il bambino ucciso dalla madre e la madre uccisa probabilmente da sè stessa.

La frase finale è lì per citare il titolo, intanto( :mrgreen: ), in secundis sono simboliche, non tanto tombe fisiche.

BRADIPINO

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leggo sulle mie stesse labbra.

Forse meglio in tondo

Non ho capito la precisazione

Metti in corsivo i penseri 'dello specchio', per così dire, mentre quello è pensiero della protaonista, quindi il corsivo mi sembrava confondere

Picolo OT

E non ci voglia nessuna patente, nessun esame per mettere su la cosa più importante: una famiglia.

Unius, se non sbaglio questa frase è una citazione del film 'Parenti, amici e tanti guai', titolo ridicolo (non conosce l'originale) per un film simpatico eprofondo allo stesso tempo. Se non è citazione, ne consiglio la visione.

Fine OT

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Bradipino mi ha avvisata su Facebook dei commenti che ci avete lasciato. Non entravo sul WD da un po' di tempo e farlo trovando tutti questi complimenti è stato una sorpresa bellissima. Non potevo non ringraziarvi, perché ogni vostra singola parola è stata un'emozione. Grazie, grazie, grazie.

Riguardo tutti gli appunti che ci avete mosso, sveliamo la mia identità: ho scritto questi racconti a 17 anni (tra poco ne compirò 18, giusto per la cronaca), quindi è ovvio che ci siano alcuni errori e contraddizioni, alcuni anche piuttosto sciocchi, come quelli che Emma ci ha fatto notare... Imbarazzanti per una che ha studiato pedagogia e lavorato in un asilo nido/scuola materna. Ehm ehm.

Devo aggiungere altro? Sentire che è il racconto migliore che qualcuno abbia letto sul WD mi ha aperto il cuore. Sono rimasta a fissare lo schermo cercando di assimilare bene i vostri commenti, ma mi sa che ancora non mi sono ripresa del tutto... Non credo che dimenticherò questa mezzanotte, mentre fuori gocciola la pioggia. Raramente qualcuno mi ha rivolto parole così lusinghiere (ahia, il mio ego cresce a dismisura :P).

Di nuovo grazie a tutti.

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Bravi. Avete affrontato un argomento difficile e delicatissimo senza sprofondare nella retorica, il lettore viene accompagnato nella storia con un senso di stupore e d'impotenza, che appartiene alla protagonista.

Bello questo continuo oscillare tra la quotidianeità e il desiderio di distruzione, tra la follia e l'apparente normalità, che è anch'essa follia.

Il tema è importante, e appartiene a tutti: vivere vite vuote, gestire affetti apparenti che ci corrodono l'anima, lasciarsi ghermire da realtà monotone ed insoddisfacenti, ingoiando il quotidiano fallimento di sè fino a perdere totalmente il controllo, e fare quello che nessuna madre dovrebbe mai neanche pensare: uccidere il proprio figlio.

Il finale si consuma in un gioco di simboli che immagino voluto: lo specchio in cui la madre vede il suo doppelganger, tramite il quale si sdoppia e si permette di compiere quel gesto atroce, poi la bacinella con l'acqua, altro "specchio" in cui il bimbo viene annegato; e poi la finestra da cui si getta: terzo specchio, il passaggio definitivo dalla vita alla morte, dalla follia al silenzio, dal dolore alla pace. Tramite la finestra la storia si chiude, ricongiungendosi al tema del treno con cui la storia è cominciata.

Io non ho letto cosi' tante storie da poter sapere se questa sia tra le migliori, ma è sicuramente un'ottimo racconto, ben scritto e raccontato con un'enfasi che lascia trasparire una reale empatia degli autori con la storia descritta.

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Premesso che non c'è verso, non riesco a fare correttamente le citazioni, comunque, eccomi qui, mi ero stampata questo racconto per leggerlo mentre ero via e per prima cosa devo dire che anche io ho molto apprezzato l'intensità e la profondità della narrazione.

Aggiungo alcune considerazioni personali.

Tutto subito non riuscivo a dare un'età alla protagonista.

Un tempo sono stata giovane e affascinante, e ti attendevo tutte le mattine con trepidazione; il tuo fischio d'arrivo era il mio buongiorno, i tuoi sedili dalla fodera blu il mio rifugio. Ti venivo incontro con le braccia cariche di sogni,e tu mi accoglievi nelle tue carrozze immacolate e confortevoli. Cantavi per me, attraverso l'interfono. Ora non fai altro che ansimare i tuoi annunci. Ora non faccio altro che sopravvivere.

Siamo invecchiati, amico mio.

Lo sfasciacarrozze ci attende, le fauci spalancate. Quando ci morderà piangeremo insieme, ruggine e lacrime.

A parte che quest'ultima frase l'ho letta e riletta tanto mi è piaciuta, ecco, qui vedevo la protagonosta molto vecchia, la facevo prossima alla pensione, per intenderci. Poi ho capito che è lei a sentirsi vecchia.

Pensarti abbandonato in una stazione buia mi stringe il cuore.

E invece, non so perchè,questa considerazione mi ha fatto venire in mente l'immagine di una ragazzina, ma forse è solo perchè questa cosa me l'ha detta mia figlia, una sera tornando a casa, non so. Poi però, quando nel proseguire della storia mi sono trovata davanti una giovane madre, mi sono detta che questa confusione di età forse fa parte di una confusione di identità, che è parte della patologia della protagonista.

Ciao amore, tutto bene, com'è andata la giornata, ti odio e vorrei che tu morissi, dobbiamo pagare la bolletta del telefono, domenica viene a pranzo mia madre, porti tu il bambino all'asilo, vorrei tanto gettarti sotto un treno in corsa e magari essere proprio io a guidarlo e a investirti.

Questo flusso di coscienza è perfetto, perchè non c'è ancora l'idea di commettere effettivamente un crimine, c'è quel susseguirsi di immagini che si pensano quando non si sopporta più una situazione.

Rimango ad osservarlo con le braccia penzolanti lungo i fianchi, incapace persino di pensare.

C'erano già state avvisaglie, ma è questa immobilità che segna, secondo me, il punto di non ritorno.

E' reso anche molto bene l'elemento dello sdoppiamento, come se ci fosse una puntata schizofrenica che si slatentizza improvvisamente.

Ma direi che ciò che più di tutto mi è piaciuto è il fatto di aver saputo esprimere il concetto che la follia non è un elemento che si possa isolare semplicemente nel "diverso" e confinarlo lì. La follia è in ognuno di noi e tutti gli elementi patologici, in piccola misura, sono potenzialmente presenti in ogni individuo. Questo è un principio importante, culturalmente e socialmente. Credere che il matto, lo schizofrenico, il paranoico, il depresso, sia "altro da noi" è un meccanismo di difesa per proteggerci da ciò che è dentro ognuno di noi. Ed è importante conoscere bene ciò di cui siamo fatti. Perchè non è isolando il diverso ma conoscendoci senza paura ci si può veramente difendere dal dolore.

Aggiungo solo più che, essendo Guccini e De Andrè i miei cantautori più amati, non potevo che partire bene nel leggere questo racconto.

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Ot

Per le citazioni cicciuzza.

Copia il testo che ti interessa. Es: Premesso che non c'è verso

Clicca sul tasto quote e incolla il testo fra le due sezioni racchiuse fra parentesi.

Es: [quot] qui [quot] (NB: il precedente quote è valutamente errato, per questo non compare come tale).

Dovrebbe comparirti così

Premesso che non c'è verso

Fine OT

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Per le citazioni cicciuzza.

Ho capito!

Clicca sul tasto quote e incolla il testo fra le due sezioni racchiuse fra parentesi.

Faccio esempi a vanvera ma il concetto è questo, nevvero? Scusate l'OT ma proprio era un dramma e GRAZIE Emma!

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Vorrei condividere con voi una riflessione seguita alla lettura di questo bel racconto: pensavo a come spesso gli infanticidi vengano provocati per soffocamento e riflettevo sul fatto che, anche in vita molti genitori tendano a " soffocare " i propri figli con il loro atteggiamento, la loro apprensione e la loro frustrazione.

Avete mai notato di come alcune madri insistano a far poppare i bambini con il biberon, anche quando hanno la bocca piena e il latte gli esce in rivoli lungo le guance?

Trovo tutto questo molto simbolico e significativo.

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alcune madri insistano a far poppare i bambini con il biberon, anche quando hanno la bocca piena e il latte gli esce in rivoli lungo le guance?

Onestamente, no. Che e madri spingano i figli a mangiare sì, è l'istinto materno che esce in maniera un po' distorta. Anche coi neonati insisti, è vero, temi sempre che dopo abbiano fame e tu non sia pronta. ma che spingano il latte in bocca che esce sulle guance, questo non l'ho visto

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Senza parole.

Non riesco a commentare nè criticare ulteriormente. Il racconto è bellissimo e devastante.

Sarà che sono straordinariamente sensibili ai molti temi espressi (i bimbi, il loro dipendere dalla follia degli adulti, le vite strozzate...), ma sono stato preso dalla narrazione fino a commuovermi e rimarco come già fatto da altri, la vostra bravura nel far sprofondare il lettore in un maelstrom (Poe docet) del quale si capisce già che i protagonisti conoscono bene il fondo. Gli accostamenti, le immagini, l'assoluta allucinazione di questa donna che sembra muoversi in un mondo di ombre e specchi deformanti, mi hanno completamente soggiogato e vedo di non essere il solo.

Poi di certo, se mi citate De Andrè e Guccini siamo già su un'ottima strada, anzi, su un'ottima via...Delle croci!

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Ospite

Non è semplice criticare questo racconto.

Per due ragioni.

In primo luogo secondo me l'avete scritto come doveva essere. Evidentemente con mano abbastanza ferma (l'abbastanza è per la prima parte, il treno, non mi ha convinto), ottimo ritmo e un'adesione creativa quanto onesta al tema e all'intreccio.

In secondo luogo ha raccolto talmente tanti consensi che mi sembra difficile non sembrare inopportuno.

Ma mi sono spinto a scrivere questo commento forse proprio perchè si pala di un tema che ho molto a cuore. Per ragioni che non sto qui a trattare.

I depressi, raccontati, molto spesso sono intimamente logorroici. E, come questo racconto conferma, sembrano anche piuttosto attenti a tessere una narrazione esteticamente congrua e sbilanciata verso una sorta di autoindulgenza; quasi che la forma più ossessiva della depressione poi si rivelasse infine paranoia, percezione di una persecuzione che rende il soggetto vittima e il contesto carnefice.

Confermo di questa ipotesi due aspetti di base: parlare tanto fa male quando la depressione dà il LA cui tutto il resto si accorda; la depressione pone il soggetto a percepirsi come centro del reale e quindi vittima di una negatività irriducibile, un assedio privo di spiragli. Detto questo rimango perplesso perchè.

Chi ascolta un depresso? Chi l'ha ascoltato mentre opera le azioni che racconti? No, non voglio dire che occorre esser dentro di lui o accanto a lui per essere legittimati a "scriverlo". Dico però che quando leggiamo storie di depressione, o meglio, quando si assiste a un'interpretazione creativa di una depressione spinta finanche a un omicidio-suicidio, tendenzialmente ci si riferisce a modelli condivisi. E sono questi modelli condivisi a non convincermi. Luoghi comuni del male dell'anima, forse. O forse no. Ma fatto sta che in poche interpretazioni ho percepito uno scarto che giustificasse poi quell'ulteriore i(n)ter(pret)azione. Non nego che: se è vero che la depressione può non "parlare così di se stessa", è possibile anche che invece lo faccia. La domanda successiva allora è: perchè se la ri-conosciamo così bene in questo racconto di sè... Dovrebbe essere interessante.

Faccio un riferimento e la finisco. Ho profondamente amato una scrittrice e drammaturga anglosassone, Sarah Kane.

Che in 4:48 psychosis ha secondo me superato i modelli del male dell'anima, arrivando a un'arte straordinariamente ricca ed essenziale. Talmente esuberante, straripante, che vederla in scena quasi sempre risulta un passo indietro.

In Italia mi sovviene invece Deserto rosso di Antonioni con una eccezionale Monica Vitti.

Via, non mi dilungo oltre! Grazie per l'occasione di ragionare su queste cose. A partire da uno scritto maturo, ben fatto. Altrimenti non sarebbero venute giù.

A.

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Ospite
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