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Detritus

[HE1] Il lampione (II)

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Commento

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Vivere solo e andare fuori di testa. È brutta davvero. Ma la testa non era il solo problema. Mangiava poco, dormiva poco, usciva poco. Mi toccava andarlo a trovare a casa, ormai, perché era sempre lì, tappato dentro come uno scarafaggio. Magro che gli facevi una radiografia controluce. E grigio, di pelle e faccia. Doveva essere malato, ma malato di cosa? Non lo so. La vecchiaia è piena di malattie e devi essere un asso a schivarle tutte. È la storia delle cose che si guastano alla lunga, no? Anche il corpo, come tutto.

Vieni fuori, gli dicevo. Andiamo al bar, che almeno vedi qualcuno. Vai dal dottore, che magari ti dà qualcosa. E lui no, niente. Sempre seduto in sala, quando c’ero io, sempre davanti alla finestra. Che è normale, per noi, perché almeno vedi un po’ di vita. Ma lui non guardava la vita. Guardava solo il lampione. Anche da spento, guardava solo il lampione. E ascoltava.

Non c’è mica bisogno di uscire, mi diceva. Sono loro che vengono. Ce li ho sempre qui che girano, non mi lasciano stare. Non stanno mai zitti. Son venuti col rumore e adesso non vanno più via. Ma loro chi, gli chiedevo. Loro. Loro, no? Terza persona plurale, il pronome dei matti. Mi preoccupavo, ma cosa ci potevo fare? Farlo interdire? Mica ero un parente, solo un amico. E poi non ero sempre sicuro che fosse matto, sapete? Non del tutto. Perché a volte mi fermavo da lui fino a sera, quando il lampione si accendeva e il rumore cominciava.

Non erano serate belle, seduti nella sua sala scialba, con angolo cottura incorporato, a sentire i deliri su gente che non c’è, al buio, solo il lampione per vederci. Perché non voleva accendere la luce, Amilcare. L’ho pure detto che aveva le sue manie, no? E le ombre erano ovunque, fitte, e non facevano mica bene ai miei occhi. Neanche ai suoi, credo, ma non erano un problema. Quando un vecchio insegnante ti delira di rumori che chiamano cose da altre parti e riempiono la casa di gente, non sono gli occhi il suo problema. Capite?

Diceva che il lampione faceva tremare tutto, apriva delle crepe. Ma crepe dove? Crepe. Attorno. È lì che vivono. Dietro. Ma quando si aprono, ti sentono e vengono a cercarti. E se ti trovano... E lì mi fermavo, perché la sua faccia non mi piaceva. Era la faccia di chi si prepara a salutare tutti e via, verso nuovi mondi della demenza. È una parola brutta, lo so, ma è la parola che pensavo allora. Non la penso più, adesso. Non sempre.

Ma qualcosa tremava, in sala. Dico le ombre. Si muovevano come quelle di rami, quando tira vento. A volte. Altre volte erano persone che si spostavano. Doveva essere quello il problema di Amilcare. Vedeva le ombre, nel buio, e le prendeva per gente. Perché la testa cominciava a fargli acqua. Ma no, lui insisteva.

«Si muovono,» diceva. «Vengono dal lampione. Escono dalle crepe. E mi cercano. Perché sanno chi sono. Sanno dove sono. Ma non stare qui troppo, che poi ti vedono e vengono anche da te.»

E io non stavo lì troppo. Seduto al buio con un mezzo matto: chi ci voleva stare a lungo, anche se era un amico? Non io. E poi le ombre mi davano fastidio. Cominciavo a vederci doppio, con quella luce, e mi facevano strani scherzi agli occhi. E il buurrr del lampione mi tirava scemo.

Da allora lo passai a trovare sempre meno. So che non è bello da dire ed è anche peggio da fare, ma è così. Proprio come non vado più da Carlo, ora che sta alla casa protetta. Perché non ci posso fare niente, capite? Né per Amilcare né per Carlo. Ed è brutto vedere un amico messo così. Meglio girarsi da un’altra parte. Siete d’accordo, vero? Era ancora peggio con Amilcare, perché la pazzia sa essere contagiosa, a volte. Se ci stai troppo vicino, dico. E il rumore che faceva il lampione aveva un modo tutto suo di piantartisi in testa, nel buio della saletta.

Cominciavi a pensare anche tu a cose strane sulle ombre. Cose che è meglio non pensare, se hai una certa età e vivi da solo. La gente potrebbe prenderti per matto.

Poi è successo che sono passato davanti a casa sua una sera, di ritorno dal bar, e la strada era vuota, il lampione ronzava e ronzava, come se dentro ci fossero tanti qualcosa, che volevano uscire. Forse insetti, o forse altro. E il condominio di Amilcare era silenzioso, due finestre illuminate, tapparelle abbassate ovunque, non un suono, non un movimento. Non nella casa.

Perché tutti i movimenti erano attorno alla casa. La facciata dell’edificio era coperta di ombre.

Ombre informi, come mosconi, che strisciavano sulle pareti, sulle tapparelle abbassate, che si incrociavano, si scavalcavano, si annodavano, si mischiavano e si separavano di nuovo. Come se fossero solide, come se avessero sostanza. Strisciavano sulla casa, in ogni direzione, e a volte si fermavano, attorno a una finestra. Come a spiarci dentro. Vibravano, immobili sul posto. Poi si disperdevano e tutto ricominciava, quel continuo, impossibile strisciare. E io lì, sul marciapiede, a guardare quello schifo, il ronzio del lampione che mi riempiva il cranio, come uno sciame di vespe.

Sono scappato, lo ammetto, ed è stata l’ultima volta che ho percorso quella strada di sera, quando è buio e l’illuminazione è accesa. Non la percorrerò mai più. Perché ero stato al bar, è vero, e avevo bevuto, ma non abbastanza. Non erano ombre uscite da un’ombra di vino, credetemi. Vorrei che lo fossero, ma non è così. Perché la notte non è più stata tranquilla, da allora.

Vidi Amilcare un’ultima volta, di giorno, mentre il lampione era spento. Era spento anche Amilcare, più vecchio che mai, più sciupato negli abiti da casa. «Sono qui,» disse. «Li sento anche di giorno, ormai. La crepa è troppo larga. Mi hanno trovato.»

E come gli rispondi a uno che ti parla così? Non lo so. Forse ho sbagliato, forse voi avreste fatto di meglio, perché l’unica cosa che seppi dirgli era che no, stava male lui, doveva davvero parlarne col dottore. Dormire è importante, sapete, e lui aveva occhiaie che facevano provincia. Da quanto non dormiva tutta una notte? Poi mi ricordai le ombre sull’edificio e non parlai più. Me ne andai. Voltai le spalle al mio amico e scappai. La pazzia è contagiosa, sapete, e io avevo paura.

Paura di essermela presa. Paura che non fosse solo pazzia. Che qualcosa potesse davvero trovarti.

Lo trovarono tre giorni dopo, di notte. Quelli al piano di sotto avevano chiamato i carabinieri, dopo che Amilcare aveva continuato a urlare per cinque o sei minuti. Poi aveva smesso. Definitivamente. Il suo corpo era in sala, davanti alla finestra, due cacciavite piantati storti nelle orecchie. Suicidio, dissero, e suicidio fu. Cos’altro poteva essere?

I carabinieri notificarono anche il rumore del lampione, che era molto forte quella notte. Possibile che il suono lo avesse mandato fuori di testa? Due vicini ne approfittarono per dire che sì, era una gran rottura di scatole e forse era il caso di fare causa al comune. C’erano possibilità? Se ne parlò, ma alla fine non si fece nulla. Perché i coinquilini erano concordi su un punto: il signor Amilcare Frangiflutti era mezzo matto. Un vecchio particolare, pieno di manie, che faceva sempre un gran rumore di sera. È una disgrazia, ma sono cose che capitano. È la vita.

Così il corpo di Amilcare fu portato via, l’appartamento svuotato e adesso ci vive un’altra famiglia, una che non conosco e non conoscerò mai. Il lampione è sempre lì, davanti alle finestre, e continua ancora col suo rumore, di notte. O così dicono. Io girerò alla larga e sostituirò tutti gli aggeggi che cominciano a ronzare. Perché ogni tanto le vedo qui attorno, di notte.

Dico le ombre, che si muovono da sole, strisciando sulle superfici. Forse cercano qualcuno, uno che hanno visto altrove e non dimenticato. Forse hanno bisogno di un suono, che le guidi dal qualcuno. Forse ci sono crepe e i suoni le fanno uscire. Le ombre, che si muovono di notte.

O forse sono solo deliri, ma io sto meglio al silenzio, senza oggetti che ronzano. Non si sa mai, mi capite? Non si sa mai.

Dite che dovrei far tacere anche la moto?

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occhiaie che facevano provincia.

Non conoscevo questa espressione

 

uno che hanno visto altrove e non dimenticato.

la ripetizione di "hanno" era da evitare, d'accordo, ma senza  verbo la frase suona male.

 

Dite che dovrei far tacere anche la moto?

Avevo capito che il narratore è anziano, non mi aspettavo la moto... In effetti può averla comunque!

 

Be', era chiaro che il povero Amilcare avrebbe fatto una brutta fine. L'ambientazione continua a sembrarmi efficace e "realistica": i vicini poco presenti, l'amico che teme il contagio della follia... Che le ombre rimangano vaghe è un'opzione condivisibile.

Buono lo stile, qualche  interrogativa di troppo.

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In realtà la moto era quella del vicino di casa: il narratore ne parlava all'inizio, lamentandosi dei rumori che ti mandano fuori di testa. L'idea del vecchio che gira in moto, però, non sarebbe male...

Ripetizioni sì, probabile che ce ne siano. Ho cercato uno stile parlato, dato che teoricamente dovrebbe essere raccontato "in diretta" dal narratore, ma forse è uno di quei casi in cui troppo realismo fa male e dovrei rimuovere alcune ridondanze, che nel parlato reale sono molto frequenti, ma in un testo che simula il parlato sono forse spiacevoli, alla lunga.

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Mi è piaciuto.

Bello e coinvolgente lo stile. I personaggi sono veritieri. Complimenti.

La vicenda dell'insonnia mi ha ricordato "cuori in Atlantide"

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Ospite Lynnet Blumstein

Ciao.

 

Ho letto il tuo racconto e mi è piaciuto molto, anche se secondo me c’è qualcosa che non va. 

Inizio con la cosa che più ho gradito: la voce del protagonista. È riconoscibile ed efficace, mi piace il fatto che sia onesto e non giri intorno a quello che pensa realmente, è convincente anche se in alcuni punti troppo ridondante per i miei gusti.

Ho apprezzato anche come hai gestito il tema: in particolare la graduale evoluzione del "problema" di Amilcare, da un semplice lampione che ronza, all'insonnia e ai fantasmi per casa.

Inoltre ho adorato anche il personaggio di Amilcare, il vecchio solo e un po' pazzo. Mi ha fatto tenerezza. 

Non ho nient'altro da dire. 

Alla prossima :li:

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Segnalatemi pure tutto ciò che ritenete debba essere corretto e modificato, in vista della versione finale. Penso che ci saranno diverse cose, dato che non ho potuto lasciarlo sedimentare per un paio di mesi, prima di rimetterci mano (avendolo scrito il 25 maggio, sarebbe stato arduo...), e il parere di occhi diversi dai miei sarà senza dubbio molto più utile di una mia prossima revisione autonoma.

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L'orrore in questo caso nasce da una situazione che inizialmente è banale e poi invece degenera in un crescendo incontrollabile.

Il narratore anticipa spesso la triste fine di Amilcare e questo toglie un po' di sorpresa.

Ma credo sia una scelta voluta perchè ci poniamo ad osservare assieme al narratore e facciamo il suo stesso cammino, accompagnando le sue osservazioni, scoperte e dubbi.

Il punto di forza sta nel fatto che la spiegazione non viene data, l'angoscia resta intatta e anzi si insinua il dubbio che le entità d'ombra possano effettivamente trovare anche il narratore attraverso la sveglia iniziale o la moto finale.

La moto potrebbe essere il nuovo lampione insomma, o qualunque altro oggetto ronzante.

Il linguaggio colloquiale e smozzicato con paragoni  ed esempi esplicativi è efficace, sembra proprio che il personaggio si racconti con naturalezza.

Forse si potrebbe limare qualche ripetizione rendendo il testo più agile.

 

Complimenti per il nome di Amilcare, molto azzeccato per il suo destino da spettatore impotente.

 

 

L’elettricità ronza, sapete?

 

 bell'incipit

qui usi la seconda persona plurale altre volte passi alla singolare es qui:

 

ma poi ti abitui e alla fine sono proprio le cose che funzionano un po’ storte a formare le giornate. Tipo la finestra che devi spingere

 

 Nel parlato succede spesso, ma non mi torna molto. Immagino sempre che racconti a molti e non a un ipotetico "te"

 

 

piuttosto di tornarci

 

 preferisco piuttosto che

 

 

Che lo rimbambiva. Che.

 

qui c'è un "che" orfano

 

 

Che poi è normale se un lampione fa un po’ di rumore, no? Doveva esserci la lampadina che si stava bruciando. Fanno spesso così. Prima un ronzio un po’ fastidioso, e poi pac!, sei al buio.

 

 La prima frase è volutamente colloquiale e si scansa il congiuntivo. Ma dopo il pac con punto esclamativo ci va la maiuscola. Personalmente non userei il punto esclamativo, credo basti un corsivo.

 

 

Facevo quella strada, quando tornavo dal bar, e ogni tanto tornavo quando era già acceso.

 

ripetizione di tornavo

 

 

 

Un rumore che ti viene di strozzare qualcuno, come la moto del mio vicino.

Questa frase non mi convince, sembra che il desiderio sia strozzare la moto e non il vicino.

 

 

 

Non so chi si occupa di quelle robe, forse un ente per la manutenzione delle strade, se ne esiste uno, ma Amilcare si era fatto sentire più volte. Per telefono, prima, e poi di persona, su in comune a lamentarsi, col cappello in testa e i piedi che strisciavano sul marciapiede.

 qui la punteggiatura andrebbe un po' rivista. Metterei punto dopo uno e lo eliminerei dopo volte

 

Il lampione funziona, rispondevano. Il lampione fa un casino che non si dorme, diceva Amilcare, ma loro niente. Il lampione funziona e se fa un po’ di rumore, beh, che ci vuole fare, sono vecchi, lo so, e bisognerebbe cambiarli, ma di fondi non ce ne sono e così.

 

le frasi riferite le virgoletterei

 

 

Ma non ti dà più fastidio, gli avevo chiesto. E lui no, non è un problema, mi fa compagnia. È la gente il problema. Quella che mi gira per casa.

 

 anche sono riportati dialoghi senza trattini o virgolette

 

Che qualcosa potesse davvero trovarti.

Lo trovarono tre giorni dopo, di notte

 

 ripetizione di trovare. Voluta credo qui

 

Mi piace il finale col nuovo nemico individuato negli oggetti ronzanti

Modificato da violaliena

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Mi è rimasta nella tastiera la considerazione che non è semplice riuscire a sporcare il linguaggio al punto da renderlo un efficace parlato. E qui ci sei riuscito bene. Può piacere o meno, ma funziona.

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Non psso escludere che alcune costruzioni da parlato siano uscite da uan revisione rapida e senza il necessario tempo di sedimentazione: scritto in un lunedì, rivisto un poco nel corso della settimana e pubblicato la domenica, è probabile che una punteggiatura rivedibile e qualche ripetizione extra siano sempicemente errori non visti o non riconosciuti. La prima stesura di tutto ciò che scrivo tende a essere una efficace alternativa ai lassativi, per cui...

Aspetterò ancora un paio di settimane (come tempi ci siamo, considerata la scadenza del 30 giugno) e poi procederò con una revisione a colpi di martello.

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Arriviamo alla seconda e ultima parte del commento:

 

  • era sempre lì, tappato dentro come uno --> eliminerei un pò di virgole e alleggerirei la lettura: " era sempre tappato lì dentro come uno "
  • grigio, di pelle --> o aggiungi un 'sia' dopo la virgola oppure elimini la virgola e la frase diventa più scorrevole
  • Anche il corpo, come tutto --> ometterei: un'enfasi trascurabile per un concetto espresso già abbastanza fino ad ora
  • E lui no, niente --> sostituirei la 'e' con un 'ma'
  • insegnante ti delira --> userei l'espressione 'va delirando' piuttosto che 'ti delira': suona decisamente meglio
  • dal bar, e la strada era vuota --> sospenderei il periodo con un bel punto al posto della virgola e della 'e'
  • tanti qualcosa, che volevano --> via la virgola. So che è inflazionato il termine 'cose', ma non credi che suoni meglio di 'qualcosa'?
  • Forse insetti, o forse altro --> via il primo forse e anche la virgola
  • informi, come mosconi, che strisciavano --> via le virgole
  • direzione, e a volte si fermavano, attorno a una finestra --> via le virgole
  • ricominciava, quel continuo --> due punti al posto della virgola
  • cranio, come --> via la virgola
  • tranquilla, da allora --> la virgola. via
  • di giorno, ormai --> via la virgola
  • i carabinieri, dopo che Amilcare --> via la virgola
  • rumore, di notte --> via la virgola
  • attorno, di notte --> di nuovo 'di notte': suggerirei piuttosto di usare l'espressione 'al buio'
  • ombre, che si muovono --> via la virgola
  • un suono, che le guidi dal qualcuno --> via la virgola e anche 'dal qualcuno'
  • ma io sto meglio al silenzio --> aggiungerei un 'comunque' alla fine della frase

Che dire? Potente!

Detritus, hai scritto un racconto horror bello e coinvolgente. Come ti hanno fatto notare anche gli altri, la vera efficacia sta nella struttura della narrazione, nel crescendo ben studiato di emozioni che si conclude con la visione delle ombre-insetti (bellissima) e del suicidio di Amilcare. davvero bello: mescoli bene elementi di orrore cosmico a altri di tipo psicologico puro.

 

A livello di trama e di concept non ho niente da dire: è uno dei migliori scritti fino ad ora per il progetto. L'unica cosa: la punteggiatura :asd:

 

Capisco che è una scelta quella di rendere con una punteggiatura così frequente, i dubbi e i tentennamenti del protagonista, il classico anziano eccentrico che ha bisogno di ripetere, attendere e ragionare su ogni parola. Tuttavia (almeno per me) l'effetto è devastante. In alcuni punti ho fatto fatica a capire quale fosse il ritmo del racconto.

Ti ho segnalato qua e là quelli che mi sembravano più evidenti. in generale ti suggerisco di provare a rileggere la storia come se dovessi recitarla a voce alta: vedrai da solo se e come la punteggiatura aiuta la storia.

 

Complimenti!

Da amante del genere ho apprezzato moltissimi.

 

A presto

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Ospite Joy

Davvero una bella sorpesa il tuo testo. Mi piace la scelta della prima persona e il modo in cui ti rivolgi al lettore. In questo modo riesci a conversare e a spiegare nel dettaglio non solo ciò che vedi, ma anche i pensieri, le paure, le domande che si affollano nella mente. La trama è chiara e molto interessante, il finale è aperto e a me piace molto una scelta di questo tipo. Sullo stile ho solo un appunto da farti: le troppe precisazioni. Tendi a spiegare troppo, a volte spieghi la stessa cosa più volte. Al lettore arriva il messaggio "hai capito cosa intendo? Sei sicuro di aver capito bene? No, perché adesso te lo rispiego, nel caso avessi qualche dubbio". :asd: Scherzo. Il mio consiglio è di continuare ad essere chiaro ma senza insistere. Dai fiducia al lettore :D

Un bel racconto, originale e scorrevole, l'ho letto con piacere.

 

Vivere solo e andare fuori di testa. È brutta davvero. Ma la testa non era il solo

Ripetizione solo/solo

 

 Mangiava poco, dormiva poco, usciva poco.

Perché tutte queste ripetizioni? D’accordo che sono volute, sembra una litania.

 

E grigio, di pelle e faccia.

Se dici che è grigio neanche servirebbe aggiungere di pelle e di faccia. Ti propongo: “aveva un colorito spento, grigio”.

 

Doveva essere malato, ma malato di cosa? Non lo so.

Al posto di “Non lo so” ti propongo “Chissà/Vai a sapere”

 

Sempre seduto in sala, quando c’ero io, sempre davanti alla finestra.

Taglierei “quando c’ero io”. Basta dire che stava sempre seduto in sala. Il lettore capisce che tu lo hai sempre visto lì. Quando non c’eri poco importa dove fosse.

 

E io non stavo lì troppo. Seduto al buio con un mezzo matto: chi ci voleva stare a lungo, anche se era un amico? Non io. E poi le ombre mi davano fastidio.

Taglierei “Non io” perché dalla domanda precedente la risposta è ovvia.

 

Da allora lo passai a trovare sempre meno.

Da allora passai a trovarlo sempre meno.

 

Amilcare era silenzioso, due finestre illuminate, tapparelle abbassate ovunque, non un suono, non un movimento. Non nella casa.

Taglierei “Non nella casa” in quanto precisazione superflua.

 

Così il corpo di Amilcare fu portato via, l’appartamento svuotato e adesso ci vive un’altra famiglia, una che non conosco e non conoscerò mai.

Taglierei a “adesso ci vive un’altra famiglia” perché ai fini del racconto non è importante che il lettore sappia che tu non li conosci né hai intenzione di farlo. Perché dovresti?

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Rispondendo a entrambi in un colpo solo (dacché sono pigro).

La forma. Era un esperimento. Non è il modo in cui scrivo di solito, anche se riconosco di avere una tendenza alla ripetizione e forse anche alla ridondanza: la mia idea era di rendere il modo di parlare del narratore, con punti e virgole a segnare dove si fermava, esitava, eccetera, e usare per questo anche le ripetizioni, che sono la realtà di ogni vero dialogo (a meno che non controlliamo ogni singola parola che ci esce dalla bocca, parlando ripetiamo sempre le stesse cose, e ancora, e ancora, e ancora: è una cosa che non riesco a non notare, quando ascolto qualcuno). A quanto vedo, l'esperimento può dirsi fallito.

Classico caso di realismo irrealistico, direi. Provederò a revisionare il testo, spingendolo verso un realismo letterario, invece di un realismo reale: un parlato da libro, anziché un parlato da parlato.

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Ospite Joy

A quanto vedo, l'esperimento può dirsi fallito.

 

Ho capito quello che vuoi dire, anche a me capita di ripetere le cose, soprattutto se sono ansiosa. Non lo definirei un esperimento fallito, piuttosto qualcosa che va affinato.

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VERSIONE RIVEDUTA (e corretta? Di nuovo, ai posteri l'ardua sentenza)

 

Vivere solo e andare fuori di testa. È brutta davvero. Ma i problemi non finivano con la testa: partivano da lì, semmai. Faceva poco di tutto: mangiare, dormire, uscire. Mi toccava andare sempre a casa sua, ormai, dove era rintanato come uno scarafaggio. Magro che gli facevi una radiografia controluce, grigio in faccia. Doveva essere malato, ma di cosa? Saperlo! È piena di malattie la vecchiaia e ce ne vuole a schivarle tutte. È la storia delle cose che alla lunga si guastano, no? Vale anche per noi.

Vieni fuori, gli dicevo. Andiamo al bar, che almeno vedi qualcuno. Vai dal dottore, che magari ti dà qualcosa. Ma lui no, niente. Sempre seduto in sala, sempre davanti alla finestra. Che è normale, per noi, perché almeno si vede un po’ di vita. Ma lui non guardava la vita. Guardava solo il lampione. Anche da spento, guardava solo il lampione. E ascoltava.

Non c’è mica bisogno di uscire, mi diceva. Sono loro che vengono. Ce li ho sempre qui che girano, non mi lasciano stare. Non stanno mai zitti. Son venuti col rumore e adesso non vanno più via. Ma loro chi? Loro. Terza persona plurale, pronome dei matti. Mi preoccupavo, ma cosa ci potevo fare? Farlo interdire? Mica ero un parente, solo un amico. E poi non ero sempre sicuro che fosse matto, sapete? Non del tutto. Perché a volte mi fermavo da lui fino a sera, quando il lampione si accendeva e il rumore cominciava.

Non erano serate belle, seduti nella sua sala scialba, con angolo cottura incorporato, a sentire i deliri su gente che non c’è, al buio, solo il lampione per vederci. Perché non voleva accendere la luce, Amilcare. L’ho pure detto che aveva le sue manie, no? E le ombre erano ovunque, fitte, e non facevano mica bene ai miei occhi. Neanche ai suoi, credo, ma non erano un problema. Quando un vecchio insegnante ti delira di rumori che chiamano cose da altre parti e riempiono la casa di gente, non sono mica gli occhi il suo problema. Capite?

Diceva che il lampione faceva tremare tutto, apriva delle crepe. Ma crepe dove? Crepe. Attorno. È lì che vivono. Dietro. Ma quando si aprono, ti sentono e vengono a cercarti. E se ti trovano... E lì mi fermavo, perché la sua faccia non mi piaceva. Era la faccia di chi si prepara a salutare tutti e via, verso nuovi mondi della demenza. È una parola brutta, lo so, ma è la parola che pensavo allora. Non la penso più, adesso. Perché altrimenti la dovrei pensare anche di me.

Ma qualcosa tremava, in sala. Dico le ombre. Si muovevano come rami quando tira vento, a volte. Altre volte come persone che camminavano. Doveva essere quello il problema di Amilcare. Vedeva le ombre, nel buio, e le prendeva per gente. È chiaro, no? Perché la testa cominciava a fargli acqua. Ma no, lui insisteva.

«Si muovono,» diceva. «Vengono dal lampione. Escono dalle crepe. E mi cercano. Perché sanno chi sono. Sanno dove sono. Ma non stare qui troppo, che poi ti vedono e vengono anche da te.»

E io mica stavo lì troppo. Seduto al buio con un mezzo matto: chi ci voleva stare a lungo, anche se era un amico? E poi le ombre mi davano fastidio. Cominciavo a vederci doppio, con quella luce, e gli occhi mi facevano strani scherzi. E poi il buurrr del lampione mi tirava scemo.

Da allora passai a trovarlo sempre meno. So che non è bello da dire ed è anche peggio da fare, ma è così. Proprio come non vado più da Carlo, ora che sta alla casa protetta, anche se abbiamo speso anni in ufficio assieme. Perché non ci posso fare niente, capite? Né per Amilcare né per Carlo. Ed è brutto vedere un amico messo così. Meglio girarsi da un’altra parte. Siete d’accordo, vero? Era ancora peggio con Amilcare, perché la pazzia può essere contagiosa. Se ci stai troppo vicino, dico. E il rumore del lampione aveva un modo tutto suo di piantartisi in testa.

Cominciavi a pensare anche tu a cose strane sulle ombre. Cose che è meglio non pensare, se hai una certa età e vivi da solo. La gente potrebbe prenderti per matto.

Poi è successo che sono passato davanti a casa sua una sera, di ritorno dal bar. La strada era vuota, il lampione ronzava e ronzava, come se dentro ci fosse chissà cosa che voleva uscire, insetti o forse altro, e il condominio di Amilcare era silenzioso, due finestre illuminate, tutte le tapparelle giù, non un suono, non un movimento. Come se non ci fosse nessuno, dentro.

Perché tutti i movimenti erano attorno alla casa. La facciata dell’edificio era coperta di ombre.

Ombre informi, che strisciavano come mosconi sulle pareti, sulle tapparelle abbassate; ombre che si incrociavano, si scavalcavano, si annodavano, si mischiavano e si separavano di nuovo. Come se fossero solide, come se avessero un corpo. Strisciavano sulla casa in ogni direzione e a volte si fermavano attorno a una finestra, come a spiare. E vibravano, ferme sul posto. Poi si disperdevano e ricominciava il continuo, impossibile strisciare. E io lì, sul marciapiede, a guardare quell’orrore, il ronzio del lampione a riempirmi il cranio di uno sciame di vespe.

Sono scappato, lo ammetto, ed è stata l’ultima volta che ho percorso quella strada di sera, quando è buio e l’illuminazione è accesa. Non la percorrerò mai più. Perché ero stato al bar, è vero, e avevo bevuto, ma non abbastanza. Non erano ombre uscite da un’ombra di vino, credetemi. Vorrei che lo fossero, ma non è così. Perché da allora la notte non è più stata tranquilla.

Vidi Amilcare un’ultima volta, di giorno, mentre il lampione era spento. Era spento anche Amilcare, più vecchio che mai, più sciupato negli abiti da casa. «Sono qui,» disse. «Li sento anche di giorno, adesso. La crepa è troppo larga. Mi hanno trovato.»

E come gli rispondi a uno che ti parla così? Non lo so. Forse ho sbagliato, forse voi avreste fatto di meglio, perché l’unica cosa che seppi dirgli era che no, stava male lui, doveva davvero parlarne col dottore. Dormire è importante, sapete, e lui aveva occhiaie che facevano provincia. Da quanto non dormiva tutta una notte? Poi mi ricordai le ombre sull’edificio e non parlai più. Me ne andai. Voltai le spalle al mio amico e scappai. La pazzia è contagiosa, come ho detto, e io avevo paura.

Paura di essermela presa. Paura che non fosse solo pazzia. Che qualcosa potesse davvero trovarci.

Lo trovarono tre giorni dopo, di notte. Quelli al piano di sotto avevano chiamato i carabinieri dopo che Amilcare aveva continuato a urlare per cinque o sei minuti. Poi aveva smesso. Definitivamente. Il suo corpo era in sala, davanti alla finestra, due cacciavite piantati storti nelle orecchie. Suicidio, dissero, e suicidio fu. Cos’altro poteva essere?

I carabinieri notificarono anche il rumore del lampione, che era molto forte quella notte. Possibile che il suono lo avesse mandato fuori di testa? Due vicini ne approfittarono per dire che sì, era una gran rottura di scatole e forse era il caso di fare causa al comune. C’erano possibilità? Se ne parlò, ma alla fine non si fece nulla. Perché i coinquilini erano concordi su un punto: il signor Amilcare Frangiflutti era mezzo matto. Un vecchio particolare, pieno di manie, che faceva sempre un gran rumore di sera. È una disgrazia, ma sono cose che capitano. È la vita.

Così il corpo di Amilcare fu portato via, l’appartamento svuotato e adesso ci vive un’altra famiglia, una che non conosco e non conoscerò mai. Il lampione è sempre lì, davanti alle finestre, e di notte continua ancora col suo rumore. O così dicono. Io girerò alla larga e sostituirò tutti gli aggeggi che cominciano a ronzare. Perché ogni tanto le rivedo qui attorno.

Dico le ombre che si muovono da sole, strisciando sulle superfici. Forse cercano qualcuno, uno che hanno visto altrove e non dimenticato. Forse hanno bisogno di un suono che le guidi. Forse ci sono crepe e i suoni le fanno uscire. Le ombre, che si muovono di notte.

O forse sono solo deliri, ma io sto comunque meglio nel silenzio, senza oggetti che ronzano. Non si sa mai, capite? Non si sa mai.

Dite che dovrei far tacere anche la moto del mio vicino?

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