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Detritus

[HE1] Il lampione (I)

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Commento

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L’elettricità ronza, sapete? Dico gli oggetti elettrici. Tipo la sveglia digitale sul mio comodino. Se avvicini l’orecchio, puoi sentire un sottile brrrr, costante, monotono. Non so cosa sia a farlo e non lo voglio sapere. Ma so che può chiamare cose. E poi la sveglia non c’è più. Sul comodino, dico. L’ho tolta. Non potevo tenermela vicino alla testa, di notte. Perché le ombre non stanno sempre ferme. E con quello che è successo ad Amilcare, sapete...

Amilcare Frangiflutti, dico. Nome infelice, ma mica è colpa sua. Il nome ti arriva quando nasci e te lo devi tenere, bello o brutto. A lui è andata così e chissà col suo lavoro, alle scuole medie. Ma è la vita. Comincia con uno schiaffo e un urlo e lì c’è già dentro tutto. Non basta? Amilcare era alto una scoreggia, secco, insegnante di matematica in pensione. La vita non lo aveva baciato in fronte, ma ormai ci era arrivato in fondo. Non molto bene, ma ci era arrivato. Non molto bene nella testa, dico. Aveva le sue manie, come tutti. Forse anche qualcuna in più. E poi il rumore non lo ha aiutato.

Un rumore monotono e costante vi manda fuori di testa, sapete? Vi tira scemi. Come un martello pneumatico sotto casa, un trapano, una moto lasciata accesa proprio davanti a voi, che continua col suo bra-bra-bra-bra e non la finisce mai. Ho un vicino che fa così. A volte lo ammazzerei. Quando viene caldo lui è lì, moto accesa tutto il giorno. Bra-bra-bra-bra. Da strozzarlo. Ma sto divagando. Dicevo di Amilcare e del rumore, vero?

Era un lampione, per lui: il lampione di fronte alla finestra della camera da letto. E alla finestra della sala, che era anche cucina, perché entrambe davano sulla strada, nel bugigattolo di appartamento in cui viveva, in una casa popolare. Appartamento da mangia-caga-e-dormi, avrebbe detto mio padre, fine come sempre. Non un posto da starci con la famiglia, ma ti basta se sei vecchio e solo. Come Amilcare, appunto. E anche io.

Dicevo del lampione. Magari l’avete visto, magari ci siete passati davanti. Forse non avrete badato alla casa, che è anonima come soltanto una casa popolare sa esserlo, in una via piena di altre case popolari, ma il lampione lo avrete notato di sicuro. Lo avrete sentito. Perché ronza. Ronza ancora, che io sappia, ma mi mangerei una gamba piuttosto di tornarci. È come se ci fosse chiuso un insetto, ma bello grosso. Un moscone formato famiglia. So che la gente si girava a guardarlo, qualcuno si è anche lamentato, ma poi... Poi di solito non succede niente, no? Così il lampione deve essere ancora là, a ronzare. Stateci lontano, se potete.

Amilcare ci viveva davanti e lo sentiva tutti i giorni. O tutte le notti, se preferite. Dovevano sentirlo anche i vicini, credo, ma io non ho mai chiesto e Amilcare non lo ha mai detto. Non erano molto amici, in quella casa. Saluti per le scale e stop. Ma Amilcare parlava con me e io parlerò con voi. Con qualcuno bisogna pure parlare.

Lo aveva notato per la prima volta svegliandosi da un brutto sogno, in piena notte. Il ronzio, dico. Il sogno non ha importanza e neanche se lo ricordava, ma il suono sì. Perché c’era silenzio in strada e silenzio in casa. O quasi silenzio. C’era un burrr, ma piano, che appena lo sentivi. Veniva da fuori, assieme alla luce del lampione, che disegnava i puntini della tapparella sulla parete di fronte. Un suono come una mosca, ma non era stagione da mosche. Era inverno, mi pare, o fine autunno. Non ricordo. Ma sentiva ronzare, fuori.

Doveva essersi guastato qualcosa nel lampione lì davanti, aveva pensato, ed era tornato a dormire. C’è sempre qualcosa che si guasta, no? Le cose funzionano sempre peggio, più vai avanti. È la vita anche questa, credo, ma poi ti abitui e alla fine sono proprio le cose che funzionano un po’ storte a formare le giornate. Tipo la finestra che devi spingere un po’ per chiuderla. Ma a volte non è una forma bella. A volte è una forma che si muove al buio. Ma sto divagando, lo so.

La notte dopo si era svegliato ancora. E ancora. E ancora. Sempre quel ronzio nelle orecchie, o nella testa. Che poi è la stessa cosa, no? Passa dalle orecchie ed entra nella testa. E Amilcare non ci dormiva bene. Non è strano, almeno per noi che non siamo più giovani, ma lui dormiva male per il rumore. Diceva che gli faceva vibrare le ossa. Che lo intontiva. Che lo rimbambiva. Che. E ci avevo anche riso, io. Non è mica il lampione, è l’età, gli dicevo. Sbagliavo. Ma ancora non sapevo delle ombre e del resto. Adesso lo so.

Che poi è normale se un lampione fa un po’ di rumore, no? Doveva esserci la lampadina che si stava bruciando. Fanno spesso così. Prima un ronzio un po’ fastidioso, e poi pac!, sei al buio. È così con le lampadine di casa, almeno. O sono i neon? Non lo so. Non so neanche cosa ci sia nei lampioni. Non una lampadina, secondo me, ma forse sbaglio.

Ne abbiamo discusso, a volte a casa sua, a volte giù al bar, quando ancora ci veniva. È la lampadina, è il neon, è quello che è. Alla fine abbiamo deciso che c’era qualcosa di guasto nel lampione e c’era da cambiarlo. Il rumore che non lo lasciava dormire e lo rimbambiva, giusto? E allora fatti sentire! Protesta col comune, chiedi di sostituirlo, no? Cosa ci vuole?

Lo avevo sentito anch’io, il lampione, e sì, era fastidioso. Facevo quella strada, quando tornavo dal bar, e ogni tanto tornavo quando era già acceso. Non un rumore forte, ma sordo, vibrante, di quei suoni che sono carta vetrata sul cervello. Un buuurrr nella testa, più che nei timpani. Un rumore che ti viene di strozzare qualcuno, come la moto del mio vicino. Come facevano a viverci davanti?

Aveva protestato, Amilcare. Non so chi si occupa di quelle robe, forse un ente per la manutenzione delle strade, se ne esiste uno, ma Amilcare si era fatto sentire più volte. Per telefono, prima, e poi di persona, su in comune a lamentarsi, col cappello in testa e i piedi che strisciavano sul marciapiede. Faceva un po’ ridere, a vederlo, ma ormai aveva la sua età e bisogna capire. Era una brava persona, a modo suo: particolare ma brava.

Non è mai venuto nessuno. Il lampione funziona, rispondevano. Il lampione fa un casino che non si dorme, diceva Amilcare, ma loro niente. Il lampione funziona e se fa un po’ di rumore, beh, che ci vuole fare, sono vecchi, lo so, e bisognerebbe cambiarli, ma di fondi non ce ne sono e così... E così il lampione ronzava, i pochi passanti si giravano e Amilcare dormiva male.

E impazziva. Mi costa dirlo, perché era un amico, ma stava andando fuori di testa. Quando invecchi succede: a mia nonna era venuto anche l’Alzheimer, lì, e alla fine non sapeva più neanche da che parte era girata. E Carlo adesso sta alla casa protetta e ha solo qualche anno più di me. Ad alcuni va bene, ad altri no. Amilcare doveva essere uno degli altri.

Aveva smesso di parlare del lampione, dopo un mese o due. Si era abituato, o forse gli era scappato di mente. Succede anche questo. Gli anni ti scavano buchi nella testa e le cose ti scappano fuori. Come acqua, o urina. Ma non ti dà più fastidio, gli avevo chiesto. E lui no, non è un problema, mi fa compagnia. È la gente il problema. Quella che mi gira per casa.

Gente che gli girava per casa. Lo capite anche voi che si stava rimbambendo, no? Sono tre stanze in croce, non c’è mica tanto posto per girare. Dove la metti tutta quella gente? Viveva da solo, niente famiglia, niente parenti. Una sorella, finita chissà dove. Non si sentivano da anni e io non l’ho mai vista: era già sparita, quando l’ho conosciuto. Sparita come fanno tutti: sposata, trasferita, via. Tanti saluti e magari una cartolina quando capita. O magari no. Più spesso no.

Che gente poteva girargli per casa? La gente del lampione, diceva. Come gli insetti, ma li attira il rumore, non la luce. E se ti vedono che li vedi, poi vengono da te. Capisci? Ah beh. Tutto chiaro, sì. E io scuotevo il capo e sospiravo. Non gli faceva mica bene quel posto, quell’ambiente. Quel suono, sempre nelle orecchie, ogni giorno. Ti tira scemo, appunto.

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Ci rifletto meglio dopo aver letto la seconda parte... L'idea è buona, per ora: hai hai calato il misterioso ronzio nell'ordinaria  quotidianità di una periferia come tante. E Almilcare è uno di quei vecchi poveri e soli, che si fissano sulle cose  insignificanti e, non potendo condividere il cruccio, talvolta danno di matto. Efficace l'ambientazione.

La narrazione, spezzata e autoriflessiva, mi sembra adatta alla storia. Scorrevole coinvolgente la scrittura. C'è qualche ripetizione, specie nella punteggiatura, niente di grave.

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Carissimo Detritus,

eccoti alcune note:

 

  • lampione, per lui --> via la virgola
  • un lampione [...] il lampione di fronte --> immagino sia voluta questa ripetizione (così a breve distanza) della parola 'lampione'. capisco l'intento ma il risultato è fastidioso alla lettura. Suggerirei piuttosto di appianare il discorso: "per lui era il lampione di fronte alla finestra della camera da letto"
  • E alla finestra della sala [...] casa popolare --> perido un pò troppo lungo e con troppe virgole. Di nuovo, da sicuramente l'idea di un discorso che prosegue a singhiozzo, ma l'effetto è fastidioso. Suggerirei: "Lo stesso che si vedeva dalla sala-cucina, perché entrambe davano sulla strada, nel bugigattolo in cui viveva, in una condominio popolare"
  • Lo avrete sentito. Perché ronza. Ronza ancora --> ripetizione (ancora). Va benissimo l'effetto 'parlato', ma almeno per me il risultato non è piacevole. Proverei ancora una volta a semplificare: "Lo avrete sentito di sicura perché ronzava allora e lo fa ancora"
  • amici, in quella casa --> 'condominio' al posto di 'casa'
  • con voi. Con qualcuno --> suggerirei i due punti al posto del punto
  • alla luce del lampione, che disegnava i puntini --> sremplificherei un pò il periodo togliendo la virgola e anche 'il lampione' che è stato ripetuto già ababstanza
  • una mosca, ma non era --> suggerisco 'anche se' al posto di 'ma'
  • ronzare, fuori --> via la virgola
  • qualcosa nel lampione lì davanti --> ancora 'il lampione': lo toglierei
  • peggio, più vai --> via la virgola
  • storte a formare le giornate --> ho qualche dubbio sull'uso del verbo 'formare'. Credo che starebbe meglio, visto il livello colloquiale del racconto, qualcosa di altrettanto 'colloquiale' come ad esempio 'dare una forma alla giornata'
  • Tipo la finestra che devi spingere un po’ per chiuderla. Ma a volte non è una forma bella. --> il discorso sulle forme è ben congeniato, ma quel 'tipo la finestra...' è davvero fuori posto: distoglie l'attenzione dal discorso della forma
  • nelle orecchie, o nella testa --> via la virgola
  • Passa dalle orecchie ed entra nella testa. E Amilcare non ci dormiva bene --> renderei il tutto in un'unica frase, declinando alla terza persona la prima frase, ovvero: "Gli passava dalle orecchie e gli entra in testa e Amilcare non ci dormiva bene"
  • Prima un ronzio un po’ fastidioso --> ancora la parola 'ronzio'. proverei a variare con 'fruscio' o 'creptio'
  • Il rumore che non lo lasciava dormire e lo rimbambiva, giusto? --> taglierei: una ripetizione ulteriore di un concetto già illustrato. meglio alleggerire quando possibile il testo
  • anch’io, il lampione, e sì --> via 'il lampione'
  • strada, quando tornavo dal bar, e --> via le virgole
  • Non un rumore forte --> aggiungerei 'era' dopo 'non'
  • di quei suoni che sono --> semplificherei in ' di quellii che sono'
  • Un buuurrr nella testa, più che nei timpani. Un rumore che ti viene di strozzare qualcuno, come la moto del mio vicino --> non starei a ripetere il concetto del rumore nel cervello anizhè sui timpani. Che ne diresti piuttosto di: "Un buuurrr come la moto del mio vicino, che ti verrebbe da strozzarlo per quanto è fastidioso"
  • di quelle robe, forse un ente --> il punto al posto della virgola
  • Per telefono, prima, e poi di persona --> suggerirei di riscrivere la frase in modo più fluido, ovvero "Prima per telefono e poi di persona"
  • ridere, a vederlo --> via la virgola
  • non si dorme, diceva Amilcare --> suggerirei 'ribatteva' anzichè 'diceva'
  • Il lampione funziona e se fa un po’ di rumore, beh --> cancellerei "il lampione funziona e" in modo da evitare l'ennesima ripetizione e semplificare il passaggio
  • ci vuole fare, sono vecchi --> punto interrogativo al posto dlela virgola
  • a mia nonna era venuto anche l’Alzheimer, lì, --> ti piaciono proprio le incise? :D ometterei il 'lì'. rallenta troppo la lettura
  • E Carlo adesso --> e chi è sto Carlo? Immagino che si tratti di un conoscente o un altro amico, ma con il fatto che ne dici nulla resta il dubbio. suggerisco di contestualizzarlo meglio, altrimenti così fa solo confusione.
  • lampione, dopo un mese --> via la virgola
  • abituato, o forse --> via la virgola
  • acqua, o urina --> la virgola. via
  • il problema. Quella --> qui invece la virgola ci stava bene :)
  • Una sorella, finita chissà dove. Non si sentivano da anni e io non l’ho mai vista: era già sparita, quando l’ho conosciuto --> metterei meno pause in questa frase, di modo che la lettura risulti più fluida. Ovvero: ". Una sorella finita chissà dove con cui non si sentiva da anni. Non l’ho mai vista: era già sparita quando l’ho conosciuto"
  • sposata, trasferita, via --> un pò inelegante questo passaggio. Suggerirei di riscrivere in modo meno 'frmmentato', ovvero: "sposata o trasferita, comunque andata via"
  • Come gli insetti, ma li attira il rumore, non la luce --> credo che ci siano un pò troppe ellissi in questo periodo. Non sarebbe male invece specificare: "Attirati come gli insetti dalla luce, solo che per loro era il rumore a richiamarli"
  • E se ti vedono che li vedi, poi vengono da te --> anche qui un pò troppe ellissi, per un periodo che è già complicato abbastanza. Proporrei di specificare meglio i verbi: "E se tu li vedi e loro capiscono che li hai visti, poi vengono da te. "
  • quel posto, quell’ambiente. Quel suono --> ancora una ridondanza. In questo punto invece credo sia utile incalzare. Mi limitirei a dire "Quel posto non gli faceva bene", di modo da non ripetere lo stesso concetto per l'ennesimo volta.

 

Quello che mi piace di più di questo horror molto sottile è che degenera lentamente. davvero interessante questa visione dell'orrore cosmico che si spalanca appena dietro un lampione. Bravo.

Tuttavia a livello di punteggiatura... cumpà, i fatt na stragge! :asd: :asd: :asd:

Scherzi a parte, capisco la scelta di rendere la narrazione un po' 'a singhiozzo' per seguir ei tentennamenti tipici di un anziano. Però il risultato 8almeno per me) è  fastidioso.

Arrivo alla seconda parte e commento il tutto ;)







 

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Ospite Joy

Molto interessante, ti segnalo qualche appunto poi appena letta la seconda parte faccio un commento più approfondito. Intanto mi congratulo con te per l'idea originale.

 

Ma so che può chiamare cose.

Chiamarle

 

Perché le ombre non stanno sempre ferme.

Ti giro un consiglio che ho trovato su un manuale di scrittura. Evitare, se possibile, le frasi negative e metterle sempre nella forma positiva. Esempio “Le ombre si muovevano di continuo…”

 

Il nome ti arriva quando nasci e te lo devi tenere,

“ti viene affibbiato quando nasci”

 

Amilcare era alto una scoreggia, secco, insegnante di matematica in pensione.

Invertire. Inizia dicendo che era un insegnante.

 

Era un lampione, per lui: il lampione di fronte alla finestra della camera da letto. E alla finestra della sala, che era anche cucina, perché entrambe davano sulla strada, nel bugigattolo di appartamento in cui viveva, in una casa popolare.

Serve la precisazione che si trovava anche davanti alla finestra della sala? Appesantisce secondo me e distoglie.

 

Come Amilcare, appunto. E anche io.

E come me.

 

una via piena di altre case popolari, ma il lampione lo avrete notato di sicuro.

Sta ipotizzando quindi direi “lo avreste” (se lo aveste visto).

 

Lo avrete sentito.

Lo avreste sentito.

 

Lo aveva notato per la prima volta svegliandosi da un brutto sogno, in piena notte. Il ronzio, dico.

Più che notato, direi sentito

 

di guasto nel lampione e c’era da cambiarlo.

E bisognava cambiarlo

 

E se ti vedono che li vedi,

vedono che li vedi non funziona. “Se si accorgono che li hai visti…”

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VERSIONE RIVEDUTA (e corretta? Ai posteri l'ardua sentenza)

 

L’elettricità ronza, sapete? Dico gli oggetti elettrici. Tipo la sveglia digitale sul mio comodino. Se avvicinavo l’orecchio, sentivo un sottile brrrr, costante, monotono. Non so cosa sia a farlo e non lo voglio sapere, ma so che può chiamare cose. E poi la sveglia non c’è più. Sul comodino, dico. L’ho tolta. C’è da essere matti a tenerla vicino alla testa, di notte. Perché le ombre non stanno sempre ferme. E con quello che è successo ad Amilcare, sapete...

Amilcare Frangiflutti, dico. Nome infelice, ma mica è colpa sua. Il nome ti arriva quando nasci e te lo devi tenere, bello o brutto. A lui è andata così e chissà le risate alle scuole medie, dove lavorava. Ma è la vita. Comincia con uno schiaffo e un urlo e lì c’è già dentro tutto. Amilcare era insegnante di matematica in pensione, secco, alto una scoreggia. La vita non lo aveva baciato in fronte, ma ci era arrivato in fondo, ormai. Non molto bene, ma ci era arrivato. Non molto bene nella testa, dico. Aveva le sue manie, come tutti. Forse anche qualcuna in più. Il rumore non lo ha aiutato.

Un rumore monotono e costante vi manda fuori di testa, sapete? Vi tira scemi. Come un martello pneumatico sotto casa, un trapano, una moto lasciata accesa proprio davanti a voi, che continua col suo bra-bra-bra-bra e non la finisce mai. Il mio vicino fa così. Lo ammazzerei. Quando viene caldo lui è lì, moto accesa tutto il giorno. Bra-bra-bra-bra. Da strozzarlo. Ma sto divagando. Dicevo di Amilcare e del rumore, vero?

Era un lampione, per lui: quello davanti a casa. Lo vedeva dalla camera da letto e dalla sala-cucina, dalle due finestre che davano sulla strada nel bugigattolo di appartamento in cui viveva, in un condominio popolare. Appartamento da mangia-caga-e-dormi, avrebbe detto mio padre, fine come sempre. Non un posto da starci con la famiglia, ma basta e avanza se sei vecchio e solo. Come Amilcare, appunto. O come me.

Dicevo del lampione. Magari l’avete visto, magari ci siete passati davanti. Forse non avete badato all’edificio, che è anonima come soltanto una casa popolare sa esserlo, in una via piena di altre case popolari, ma il lampione lo avrete notato di sicuro. Lo avrete sentito. Perché ronza. Lo fa ancora, che io sappia, ma mi mangerei una gamba piuttosto di tornarci. È come se ci fosse chiuso un insetto, ma bello grosso. Un moscone formato famiglia. So che la gente si girava a guardarlo, qualcuno si è anche lamentato, ma poi... Poi di solito non succede niente, no? Così il lampione deve essere ancora là, a ronzare. Stateci lontano, se potete.

Amilcare ci viveva davanti e lo sentiva tutti i giorni. O tutte le notti, se preferite. Dovevano sentirlo anche i vicini, ma non so come reagissero loro: io non ho mai chiesto e Amilcare non ha mai detto. Non erano molto amici, nel condominio. Saluti per le scale e stop. Ma Amilcare parlava con me e io parlerò con voi: con qualcuno bisogna pure parlare.

Lo aveva sentito la prima volta svegliandosi da un brutto sogno, in piena notte. Il ronzio, dico. Il sogno non importa e lui neanche se lo ricordava, ma il suono sì. Perché c’era silenzio in strada e silenzio in casa. O quasi silenzio. C’era un burrr, ma piano, che appena lo notavi. Veniva da fuori, assieme alla luce che disegnava i puntini della tapparella sulla parete di fronte. Un suono come una mosca, ma non era stagione da mosche. Era inverno, mi pare, o fine autunno. Non ricordo. Ma fuori si sentiva ronzare.

Doveva esserci qualcosa di guasto in strada, aveva pensato, ed era tornato a dormire. C’è sempre qualcosa che si guasta, no? Più vai avanti e più le cose funzionano male. È la vita anche questa, credo, ma poi ti abitui e alla fine è proprio quello che funziona un po’ storto a formare le giornate: la finestra da spingere per chiuderla, la serratura che gira a fatica, il cassetto che si incastra quando c’è umido. Ma a volte non è una forma bella. A volte è una forma che si muove al buio. Ma sto divagando, lo so.

La notte dopo si era svegliato ancora. E ancora. E ancora. Sempre quel ronzio nelle orecchie, o nella testa. Che poi è uguale, no? Passa dalle orecchie ed entra in testa. Amilcare non ci dormiva bene. Non è strano, almeno per noi che non siamo più giovani, ma lui dormiva male per il rumore. Diceva che gli faceva vibrare le ossa. Che lo intontiva. Che lo rimbambiva. Che. E ci avevo anche riso, io. Non è mica il lampione, è l’età, gli dicevo. Sbagliavo. Ma non sapevo mica delle ombre e del resto, prima. Adesso lo so.

Che poi è normale se un lampione fa un po’ di rumore, no? Doveva esserci la lampadina che si stava bruciando. Fanno spesso così. Subito un frrr un po’ fastidioso, e poi pac! Al buio. È così con le lampadine di casa, almeno. O sono i neon? Non lo so. Non so neanche cosa ci sia nei lampioni. Non una lampadina, secondo me, ma forse sbaglio.

Ne abbiamo discusso, a volte a casa sua, a volte giù al bar, quando ancora ci veniva. È la lampadina, è il neon, è quello che è. Alla fine abbiamo deciso che c’era qualcosa di guasto nel lampione e c’era da cambiarlo. Lo disturbava, giusto? E allora fatti sentire! Protesta col comune, chiedi di sostituirlo, no? Cosa ci vuole?

Lo avevo sentito anch’io e sì, era fastidioso. Facevo quella strada quando tornavo dal bar e a volte tornavo quando era già acceso. Non un rumore forte, ma sordo, vibrante, di quei suoni che sono carta vetrata sul cervello. Un buuurrr che ti viene di prendere e strozzare qualcuno, come quando sento la moto del mio vicino. Come facevano a viverci davanti?

Aveva protestato, Amilcare. Non so chi si occupa di quelle robe. Forse un ente per la manutenzione delle strade, se ne esiste uno, ma Amilcare si era fatto sentire più volte. Prima per telefono e poi di persona, su in comune a lamentarsi, cappello in testa e piedi che strisciavano sul marciapiede. Faceva un po’ ridere a vederlo, ma ormai aveva la sua età e bisogna capire. Era una brava persona, a modo suo: particolare ma brava.

Non è mai venuto nessuno. Il lampione funziona, rispondevano. Il lampione fa un casino che non si dorme, ribatteva Amilcare, ma loro niente. Funziona, dicevano, e se fa un po’ di rumore, beh, che ci vuole fare? Sono vecchi, lo so, e bisognerebbe cambiarli, ma di fondi non ce ne sono e così... E così il lampione ronzava, i pochi passanti si giravano e Amilcare dormiva male.

E impazziva. Mi costa dirlo, perché era un amico, ma stava andando fuori di testa. Quando invecchi succede: a mia nonna era venuto anche l’Alzheimer, e alla fine non sapeva più neanche da che parte era girata. O come Carlo, con cui ho lavorato una vita: sta alla casa protetta, adesso, e ha solo qualche anno più di me. Ad alcuni va bene, ad altri no. Amilcare doveva essere uno dei no.

Aveva smesso di parlare del lampione dopo un mese o due. Si era abituato o forse gli era scappato di mente. Succede anche questo. Gli anni ti scavano buchi nella testa e le cose ti scappano fuori. Come acqua o urina. Ma non ti dà più fastidio, gli avevo chiesto. E lui no, non è un problema, mi fa compagnia. È la gente il problema, quella che mi gira per casa.

Gente che gli girava per casa. Lo capite anche voi che si stava rimbambendo, no? Sono tre stanze in croce, non c’è mica tanto posto per girare. Dove la metti tutta quella gente? Che poi non aveva più quasi nessuno: chi lo andava a trovare, a parte me? Aveva una sorella finita chissà dove e forse era ancora viva, ma non la sentiva da anni. Io neanche l’ho mai vista, se non in una foto vecchia di anni.

Che gente poteva girargli per casa? La gente del lampione, diceva. Sono come gli insetti con la luce, ma loro vanno dal rumore. Ma se scoprono che tu li vedi, poi vengono da te. Capisci? Ah beh. Tutto chiaro, sì. E io scuotevo il capo e sospiravo. Non gli faceva mica bene starsene chiuso tutto il giorno in quell’ambiente. Ti tira scemo, appunto.

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Ospite Joy

VERSIONE RIVEDUTA (e corretta? Ai posteri l'ardua sentenza)

 

Detritus, stiamo per pubblicare la raccolta! Faccio questo tentativo con il quote sperando tu legga la notifica per e.mail. Ci serve al più presto la tua autorizzazione per la pubblicazione, fatti sentire. A presto carissimo :)

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