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Niko

[MI62] Perché esisti?

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Commento
 

Prompt di Mezzanotte - Il muro

 

 

 

Perché esisti?

 

 

Mark cade a terra sentendo un forte dolore al petto.

È immerso a pancia in giù nell’erba, ne sente l’odore. Apre gli occhi sbattendo le palpebre più volte, per scacciare la confusione. Muove le mani sul terreno umido per alzarsi e rimane qualche secondo seduto e immobile.

Ci sono molti alberi intorno a lui e un fitto sottobosco; il cielo è nuvolo e l’umidità opprimente.
Non ha idea di dove si trovi.

Una zanzara gli si poggia sulla nuca e lo punge. Impreca e si dà uno schiaffo per schiacciarla: quando porta la mano davanti al viso per controllare che sia morta, si ritrova con il palmo completamente bagnato di sangue.
Un’improvvisa inquietudine lo spinge ad alzarsi e a camminare. Non ha idea verso cosa, ma cammina. Arranca tra cespugli e rami bassi, senza riuscire a trovare un sentiero battuto e graffiandosi spesso il viso e le braccia scoperte.

Gli pare di procedere nella valle per giorni, completamente solo... o quasi. Qualche volta scorge delle ombre nella foresta, confuse e indistinte, che spariscono dopo pochi istanti.

Altre volte sente degli spari in lontananza, delle grida perentorie o impaurite. Ode il suo nome urlato al vento, ma sembra tutto così distante.

Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura. Qui non ci sono alberi e il terreno è sgombro; deboli raggi di sole fanno capolino oltre la coltre spessa di nubi.

In qualsiasi direzione volga lo sguardo alla valle intorno, lo stesso muro alto e impenetrabile di rovi impedisce il passaggio. Oltre di esso intravede un paesaggio soleggiato e immacolato. Bellissimo, ma che non gli apparterrà mai.

Si accorge solo ora che una donna è seduta sull’erba con le gambe raccolte al petto e guarda l’orizzonte, poco lontano da lui.

Mark si avvicina cauto e le siede al fianco.

Il tempo passa in silenzio, mentre l’uomo ascolta il pianto della madre.

«È tempo che tu vada» dice ad un certo punto la donna, guardandolo solo ora negli occhi. Mark vi legge un amore infinito e un odio costretto.

Vorrebbe parlare, quantomeno dirgli addio. Ma lei gli volta le spalle e singhiozza, e lui non ne ha il coraggio.

Scende dall’altura e prende a camminare di nuovo nella penombra, verso il muro di rovi. Il suo cuore è in subbuglio ma si sente forte e sicuro nei suoi abiti militari. Porta degli alti anfibi e una divisa nera, un giubbotto anti proiettili e un AK-47.

Vorrebbe un passamontagna, ma ha la sensazione che nel posto dove si trova non possa nascondere il volto.

Si avvicina sempre di più al muro e degli uomini cominciano ad apparire dagli alberi di fronte a lui, chiedendo pietà e alzando le mani impauriti. In pochi combattono, nessuno rimane vivo.

Davanti al muro di rovi c’è una donna accovacciata e disperata, con un lungo vestito color panna macchiato in più punti di sangue. Tiene la mano a un bambino riverso sul terreno.

«Perché?» chiede, mentre Mark alza il fucile e punta. «L’hai ucciso, l’hai ucciso! Tu l’hai ucciso… l’hai ucciso» ripete ancora, e ancora, la sua nenia di morte.

La rabbia sale prepotente e fa fuoco, uccidendola.

Torna indietro e cerca un altro punto dove attraversare il muro. Quando si riavvicina alla barriera c’è di nuovo lei. Tiene ancora il bambino, stavolta però il piccolo è vivo e si nasconde dietro la madre tenendosi al vestito.

«Non farlo, ti prego!» implorala donna, ma lui alza il fucile e punta.

«Mi è stato ordinato» si giustifica.

Spara a entrambi.

Cammina per ore, forse giorni… mesi. Ha perso la cognizione del tempo.

Procede e uccide. Guerriglieri curdi, uomini e donne indifesi… bambini. E ogni volta torna indietro per poi riavvicinarsi al muro, in un circolo vizioso e infinito.

All’improvviso, nessuno gli si fa più incontro. Quando raggiunge ancora una volta il muro di rovi, c’è sempre lei ad aspettarlo, con il bambino nascosto dietro la gonna.

«Bastardo, sei solo un bastardo» la donna sputa quelle parole con cattiveria, con rabbia. «Hai fatto mai del bene a qualcuno? Dimmi: perché esisti? Che scopo ha la tua vita?»

Mark alza il fucile.

Hai fatto mai del bene a qualcuno?

Punta.
Perché esisti?

Il bambino fa capolino dalla gonna della madre per guardarlo ed è a quel punto che dovrebbe spararlo in testa.

Che scopo ha la tua vita?

Cominciano a scendere le lacrime sul viso di Mark. Si morde la lingua, buttando il fucile a terra. Volta le spalle alla donna e corre a perdifiato nella foresta. Cade più volte, graffiandosi, ma si rialza sempre. Incontra uomini che implorano pietà, e urla: «Lasciatemi stare!» disperato.

Perché esisti?

Spintona quelli che si avvicinano più di tutti: adesso è lui a implorare che vadano via.

Perché esisti?

Affannato, confuso e affranto, sbuca dal bosco e si trova ancora una volta davanti alla barriera. C’è silenzio, gli uomini sono scomparsi e così pure la donna e il bambino. Poggia le mani sulle ginocchia e cerca di riprendere fiato, di calmare il pianto.

Si guarda a destra e a sinistra, poi si butta a capofitto nel muro di rovi, sperando di raggiungere un posto migliore.

Inciampa spesso, si graffia e il più delle volte deve trascinarsi con la forza per procedere di pochi centimetri. Rimane in quell’inferno per un tempo che gli pare infinito: quando alla fine riesce ad uscirvi, si ritrova nella valle oscura, nel punto in cui era partito.

Si porta le mani insanguinate al viso, sporcandolo ancora di più di sangue nel tentativo di pulirlo dalle lacrime.

All’improvviso gli arriva una violenta gomitata, dritta al mento. Cade in ginocchio, mugugnando dal dolore. Una figura sconosciuta inbraccia un fucile; gli si affianca con movimenti marziali. Mark alza lo sguardo ma il volto dell’individuo è coperto dal passamontagna: con la pianta del piede gli da un calcio sul petto che lo spinge definitivamente a terra.

Uno stivale gli si pianta nel collo, strozzandolo.

«Ti prego…» cerca di dire, ma le parole risultano incomprensibili.

Lo sconosciuto si toglie il cappuccio nero: Mark guarda se stesso negli occhi.

Occhi duri freddi, di un uomo che sembra non avere paura di niente, di un uomo senza pietà.

Gli viene puntato il fucile alla fronte.

 

 

Mark cade a terra sentendo un forte dolore al petto.

È immerso a pancia in giù nella polvere di Kobane, la sente nelle narici. Apre gli occhi sbattendo le palpebre più volte, per scacciare la confusione. Muove le mani sul terreno secco per cercare il fucile ma non lo trova. Rimane immobile e il dolore al petto si fa intermittente, ma sente la pozza di sangue allargarsi sotto di se.

Ode degli spari in lontananza, delle grida perentorie o impaurite. Il suo nome viene gridato al vento da qualcuno dei suoi. Sente infine dei passi avvicinarsi e un uomo lo volta a pancia in su con lo stivale.

Lo stesso stivale gli si pianta nel collo, strozzandolo.

«Ti prego…» cerca di dire, ma le parole risultano incomprensibili. Il guerrigliero curdo che l’ha sparato, disarmato e che lo tiene bloccato a terra lo guarda negli occhi.

Gli occhi di Mark sono umidi e freddi, di un uomo senza pietà che ha paura della morte e del giudizio che verrà.

Gli viene puntato il fucile alla fronte.

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Ciao Niko, comunicazione di servizio: potresti inserire un commento col link al racconto nella discussione  del MI?
Grazie :) 

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Racconto che prende il via quando appare per la prima volta il soggetto Militare, sono riuscito a vederlo senza problemi imbracciare il suo fucile e avanzare nella foresta con la canna alta, mentre la donna e il bambino appaiono ovunque.

Ho apprezzato il finale dove si ritrova strozzato da se stesso, come se fosse giunto il momento di capire quanto era stato crudele sulla sua pelle. Me lo ero immaginato prima che si rivelasse, ma la scena ha funzionato bene lo stesso.

 

non ho nulla da segnalarti quindi bravo e a rileggerti :la:

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Ciao! Anche tu hai deciso per il trip mentale del protagonista e mi rendo conto che non ci fossero alternative con il prompt del muro :) 

Segnalazione velocissima sulla grammatica: scrivi due volte il verbo "sparare", come "spararlo", nel senso di "sparare a lui", ma c'è differenza fra "sparargli" e "spararlo", perché "spararlo" può significare anche "mettere una persona in un cannone (o che so io) e spararlo lontano nel cielo" :D Credo tu sia campano, vero? Perché ho diversi amici campani che lo usano indistintamente, ma credo che debba considerarsi dialettale come forma :)

A parte questo excursus il testo è scritto in maniera impeccabile. ben costruito e ci sono degli elementi interessanti. La guerra messa addosso a colui che imbraccia il fucile e non addosso a chi riceve il colpo è un espediente molto originale e l'ho apprezzato :)

A rileggerti ;)

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Ciao! Anche tu hai deciso per il trip mentale del protagonista e mi rendo conto che non ci fossero alternative con il prompt del muro :)

Segnalazione velocissima sulla grammatica: scrivi due volte il verbo "sparare", come "spararlo", nel senso di "sparare a lui", ma c'è differenza fra "sparargli" e "spararlo", perché "spararlo" può significare anche "mettere una persona in un cannone (o che so io) e spararlo lontano nel cielo" :D Credo tu sia campano, vero? Perché ho diversi amici campani che lo usano indistintamente, ma credo che debba considerarsi dialettale come forma :)

A parte questo excursus il testo è scritto in maniera impeccabile. ben costruito e ci sono degli elementi interessanti. La guerra messa addosso a colui che imbraccia il fucile e non addosso a chi riceve il colpo è un espediente molto originale e l'ho apprezzato :)

A rileggerti ;)

Si Incolore, sono campano e ignoravo la differenza (mea culpa). Sistemerò, grazie.

Grazie a entrambi per i complimenti! Verrò presto a leggere i vostri.

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Niko, credo sia proprio un prestito del dialetto campano all'italiano. Tutti i miei amici di quelle zone lo usano tranquillamente nel parlato e parlano un italiano perfetto :) Però in un testo ha quel duplice significato che è meglio evitare per non risultare ambigui :)

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Ciao Niko, 

ti dico cosa ho notato.

 

Ho visto che in generale, ma soprattutto in questa prima parte, usi un sacco di "e"... proverei a rivedere un po' alcuni periodi per eliminarne qualcuna.

 

Ti faccio un esempio:


Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura.


 

"Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua per raggiungere la cima dell’altura."

 

Inoltre in queste due frasi:


Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura. Qui non ci sono alberi e il terreno è sgombro; deboli raggi di sole fanno capolino oltre la coltre spessa di nubi.


"terreno" è ripetuto vicino

 


In qualsiasi direzione volga lo sguardo alla valle intorno


ne sceglierei uno solo dei due... o "In qualsiasi direzione volga lo sguardo" oppure "guardando la valle intorno"

 


dice ad un certo punto la donna


via la "d"

 


Ma lei gli volta le spalle e singhiozza, e lui non ne ha il coraggio.


altro esempio:

"Ma lei gli volta le spalle singhiozzando, e lui non ne ha il coraggio."

e poi lascerei o la "e" o la virgola

 


un giubbotto anti proiettili


anti proiettile

 


...e un AK-47


 

mi son perso tutto l'armamentario... arrivando fin qui, tra lui che "muove le mani sul terreno umido" e che schiaccia una zanzara, me lo immaginavo a mani libere... ovviamente il tutto si risolve andando avanti a leggere... ;)

 


a quel punto che dovrebbe spararlo in testa.


sparargli

 


il guerrigliero curdo che l’ha sparato


che gli ha sparato

 

A parte le poche segnalazioni e il discorso delle "e", direi che è un buon racconto.

Già nella scorsa edizione mi aveva piacevolmente stupito la tua scrittura, quindi non posso che confermare la prima impressione.

Complimenti... a rileggerci e buona scrittura

Modificato da Hieronymus

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Ciao Niko, 
ti dico cosa ho notato.
 
Ho visto che in generale, ma soprattutto in questa prima parte, usi un sacco di "e"... proverei a rivedere un po' alcuni periodi per eliminarne qualcuna.
 
Ti faccio un esempio:
Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura.
 
"Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua per raggiungere la cima dell’altura."
 
Inoltre in queste due frasi:
Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura. Qui non ci sono alberi e il terreno è sgombro; deboli raggi di sole fanno capolino oltre la coltre spessa di nubi.
"terreno" è ripetuto vicino
 
In qualsiasi direzione volga lo sguardo alla valle intorno
ne sceglierei uno solo dei due... o "In qualsiasi direzione volga lo sguardo" oppure "guardando la valle intorno"
 
dice ad un certo punto la donna
via la "d"
 
Ma lei gli volta le spalle e singhiozza, e lui non ne ha il coraggio.
altro esempio:
"Ma lei gli volta le spalle singhiozzando, e lui non ne ha il coraggio."
e poi lascerei o la "e" o la virgola
 
un giubbotto anti proiettili
anti proiettile
 
...e un AK-47
 
mi son perso tutto l'armamentario... arrivando fin qui, tra lui che "muove le mani sul terreno umido" e che schiaccia una zanzara, me lo immaginavo a mani libere... ovviamente il tutto si risolve andando avanti a leggere... ;)
 
a quel punto che dovrebbe spararlo in testa.
sparargli
 
il guerrigliero curdo che l’ha sparato
che gli ha sparato
 
A parte le poche segnalazioni e il discorso delle "e", direi che è un buon racconto.
Già nella scorsa edizione mi aveva piacevolmente stupito la tua scrittura, quindi non posso che confermare la prima impressione.
Complimenti... a rileggerci e buona scrittura

 

 

 

Grazie, ho sistemato le tue segnalazioni, tutte molto pertinenti. Per quanto riguarda il suo vestiario, in effetti quando si "sveglia" nella valle oscura non è vestito con abiti militari né ha un fucile. Se li "ritrova" addosso solo dopo. Essendo un sogno o qualcosa di molto simile, ho cercato di mantenere alcuni aspetti (proprio come quello da te citato) confusi e sfocati.

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Inizio anch'io da una questione di stile (più che altro, perché non si tratta di errori):

(Il cielo) "nuvolo"; (Mark che dovrebbe) "spararlo alla testa"; (il guerrigliero curdo che) "l’ha sparato"... trattandosi di regionalismi trovo che siano decisamente fuori luogo per un racconto così caratterizzato (con chiari accenni alle guerre contemporanee mediorientali). Molto meglio mantenere un registro narrativo più neutro.

 

Arranca tra cespugli e rami bassi, senza riuscire a trovare un sentiero battuto e graffiandosi spesso il viso e le braccia scoperte.

Anche questo, non è propriamente un errore ma mi convince: con "spesso" passa più il senso di un'azione abitudinaria mentre sioamo in un'azione che per quanto lunga è invece temporanea. Lo eliminerei o lo sostituirei con "più volte".

 

Ode il suo nome urlato al vento, ma sembra tutto così distante.

Altro dettagli che non mi convince "visivamente": hai creato (per altro bene) un'ambientazione quasi opprimente di foresta particolarmente fitta. I suoni quindi giungeranno estremamente smorzati e il vento sicuramente non batterà. Il "nome urlato al vento" sa di spazi più grandi e non è molto coerente. Non credo del resto che tu voglia intendere la locuzione con il senso di "sentirsi chiamare invano" (anche se ci starebbe. in un certo senso).

 

Il terreno prende a salire e, seppur stanco, non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura.

Adesso inizio con una serie di considerazioni che vanno proprio nel senso opposto ai rilievi che hai fatto nel commento al mio racconto (e - credimi - non per rivalsa! ;))

Chiaro che il soggetto è sempre Mark ma in questo periodo non lo puoi dare così per scontato perché una frase del genere non suona molto bene.

Suggerirei una "soluzione queffe" (cioè di un tipaccio che spesso cade nell'eccesso di specificazione :asd:):

Il terreno prende a salire; seppur stanco Mark non si dà tregua e raggiunge la cima dell’altura.

 

In qualsiasi direzione volga lo sguardo alla valle intorno, lo stesso muro alto e impenetrabile di rovi impedisce il passaggio. Oltre di esso intravede un paesaggio soleggiato e immacolato.

"di esso" lo eliminerei (decisamente)

 

Mark si avvicina cauto e le siede al fianco.

"le si siede a fianco" oppure "le siede a fianco". In ogni caso via la preposizione articolata.

 

Vorrebbe parlare, quantomeno dirgli addio. Ma lei

"dirle"

 

Si avvicina sempre di più al muro e degli uomini cominciano ad apparire dagli alberi di fronte a lui, chiedendo pietà e alzando le mani impauriti. In pochi combattono, nessuno rimane vivo.

Qui c'è un'improvvisa svolta onirica: ll'AK47 è comparso da poco (e abbastanza improvvisamente) e il combattimento che ora si accenderebbe con questi uomini è abbastanza inatteso. Vero che prima si sono uditi degli spari ma questa svolta in atmosfera di guerra narrativamente sarebbe troppo poco preparata se non si prendesse, a questo punto chiaramente, il tutto come un sogno (è tipico dei sogni, infatti, che alcuni dettagli possano quasi materializzarsi dal nulla e sembrare non meno reali e credibili). Ok ci sto. (Anche se una svolta meno improvvisa non sarebbe stata malvagia).

 

La rabbia sale prepotente e fa fuoco, uccidendola.

Anche qui, come prima: attenzione. Per me il soggetto reale va ribadito:

La rabbia sale prepotente e Mark fa fuoco, uccidendola.

Oppure, dato che ho decontestualizzato il frammento, potrebbe in effetti anche andare così:

La rabbia gli sale prepotente e (lui) fa fuoco, uccidendola.

Potrei trovare anche un'interessante immagine considerando che in quel momento Mark "è" pura rabbia, quindi potresti aver voluto proporre una sorta di scambio di agenti e aver voluto raffigurare che sia la rabbia a far fuoco. Non male, ma mi pare che io la stia un po' forzando come interpretazione.

 

Inciampa spesso, si graffia e il più delle volte deve trascinarsi con la forza per procedere di pochi centimetri.

Come nella nota di prima: questa è un'azione veloce, non c'è spazio per forme avverbiali più adatte alla routine.

 

Occhi duri freddi

Doppio aggettivo: lo eviterei. Separerei con una virgola.

 

Insomma: ti ho fatto un bel po' di pulci. :asd:

 

Concludo con un consiglio. Magari non originalissimo perché ricordo un film con questa struttura (non lo cito per evitare di "spoilerarlo"). Il consiglio è questo: dare più la forma di incubo del soldato morente. Potresti creare un incipit al quale il finale si ricolleghi più esplicitamente. Il senso diverrebbe quello del soldato colpito a morte che ha questo sogno/incubo terribile, che probabilmente dura pochi attimi e sottintende una dilatazione immensa del tempo percepito dal protagonista. Nel finale viene raggiunto, ancora vivo ma ormai inerme, dal nemico e lasci intendere che questi lo finisce (proprio come hai fatto qui).

Trovo che potrebbe essere una trovata narrativa interessante, seppur non completamente originale.

 

A rileggerti.

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Ciao!

Allora, dato che gli altri hanno già avuto modo di segnalarti tutto il segnalabile , parto direttamente con le mie considerazioni personali.

Il tuo stile è molto interessante, così come il racconto in sé: l’ho trovato piacevole e scorrevole (malgrado qualche ripetizione) e il finale, anche se forse un po’ scontato, mi è sembrato perfetto. 

 

Quindi che dire... ti faccio i miei complimenti, secondo me hai centrato perfettamente il Prompt di Mezzanotte!  :la:

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Sarà forse perché la traccia era un po' invasiva ma mi pare che questo racconto non abbia la forza del tuo ottimo esordio.

Anche sul piano linguistico ci sono alcune sbavature che avresti potuto evitare, perché - e qui confermo la prima impressione che ho avuto quindici giorni fa - hai un'ottima capacità espressiva e uno stile pulito.  Ho l'impressione che se tu avessi scelto l'altra traccia avresti prodotto un lavoro migliore (e qui faccio come la mia insegnante d'italiano al liceo che mi diceva: "Marcello, sei sicuro di aver scelto il tema giusto? Io credo che il secondo sarebbe stato più adatto a te...".  Lei però aveva sempre ragione e io solo qualche volta... :asd: ).

Bene, bando alle chiacchiere: ti dico quello che ho notato.

 

il cielo è nuvolo

nuvoloso; nuvolo è un regionalismo che si usa anche dalle mie parti

 

graffiandosi spesso il viso e le braccia

spesso indica un'azione ricorrente, qui scriverei "più volte"

 

 

Il terreno prende a salire e Mark, seppur stanco,

se no è il terreno a essere stanco; "terreno" poi lo sostituirei con "sentiero", "stradello" o simili per evitare la ripetizione alla riga successiva

 

Oltre di esso

quasi indigeribile... scriverei "più oltre" o simili

 

e un odio costretto

il significato dell'aggettivo mi è oscuro in questo passaggio

 

quantomeno dirglile addio

 

Il suo cuore è in subbuglio ma si sente forte e sicuro nei suoi negli abiti militari

 

Porta degli alti anfibi e una divisa nera, un giubbotto anti proiettili e imbraccia un AK-47

se non cambi il verbo l'AK-47 sembra un capo d'abbigliamento come gli altri

 

degli uomini cominciano ad apparire

espressione non bellissima; scriverei "spuntano"

 

La rabbia sale prepotente e Mark (o lui) fa fuoco, uccidendola

l'ultimo soggetto è la donna: devi per forza esprimerne un altro qui, altrimenti è la donna che fa fuoco

 

che dovrebbe spararlo in testa

sparargli:  "sparare" regge il complemento oggetto della cosa che si spara e il complemento di termine della persona a cui si spara

 

Cominciano a scendere le lacrime sul viso di Mark

Sul viso di Mark cominciano a scendere le lacrime, o ancora migliore: Le lacrime cominciano a scendere sul viso di Mark

 

quando alla fine riesce ad uscirvi

uscirne (-vi indica il moto a luogo, -ne il moto da luogo: entrarvi e uscirne)

che l’ha sparato

come sopra: che gli ha sparato

 

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La rabbia sale prepotente e fa fuoco, uccidendola.

Anche qui, come prima: attenzione. Per me il soggetto reale va ribadito:

La rabbia sale prepotente e Mark fa fuoco, uccidendola.

Oppure, dato che ho decontestualizzato il frammento, potrebbe in effetti anche andare così:

La rabbia gli sale prepotente e (lui) fa fuoco, uccidendola.

Potrei trovare anche un'interessante immagine considerando che in quel momento Mark "è" pura rabbia, quindi potresti aver voluto proporre una sorta di scambio di agenti e aver voluto raffigurare che sia la rabbia a far fuoco. Non male, ma mi pare che io la stia un po' forzando come interpretazione.

 

 

 

 

 

Insomma: ti ho fatto un bel po' di pulci. :asd:

 

Concludo con un consiglio. Magari non originalissimo perché ricordo un film con questa struttura (non lo cito per evitare di "spoilerarlo"). Il consiglio è questo: dare più la forma di incubo del soldato morente. Potresti creare un incipit al quale il finale si ricolleghi più esplicitamente. Il senso diverrebbe quello del soldato colpito a morte che ha questo sogno/incubo terribile, che probabilmente dura pochi attimi e sottintende una dilatazione immensa del tempo percepito dal protagonista. Nel finale viene raggiunto, ancora vivo ma ormai inerme, dal nemico e lasci intendere che questi lo finisce (proprio come hai fatto qui).

Trovo che potrebbe essere una trovata narrativa interessante, seppur non completamente originale.

 

A rileggerti.

 

Ciao queffe! Allora, tutte le segnalazioni che non ho quotato sono utilissime e ci ho lavorato su, quindi grazie. Riguardo la rabbia, l'interpretazione ti sembrerà forzata ma era proprio quello l'intento  :asd:  in quella frase il soggetto è indubbiamente la rabbia, ed era voluto.

Grazie poi di avermi fatto le pulci, io le faccio spesso agli altri e mi fa piacere essere ricambiato, sai. Mi aiuti a migliorare. Però sono curioso riguardo il film, mi mandi un mp o rispondi qui con uno Spoiler riguardo a quello, perfavore? 

 

@ Chiara: Grazie per il commento, il finale sembrava anche a me "telefonato" però era quello che volevo e che avevo immaginato sin dall'inizio.

@ Marcello: Prof :la: , forse hai ragione. Sulla canzone però sarei andato sul dolce, sull'amore o robe simili, ne sono sicuro. E visto che prediligo il drammatico (o il comico) mi son buttato su questo. Anche io mi son reso conto che il racconto non è ai livelli del primo MI a cui ho partecipato, ma ho voluto condividerlo lo stesso. Mi rifarò col prossimo?

Grazie infinite per tutte le segnalazioni, che sistemerò con cura, è sempre un piacere.

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Ciao Niko, mi fa piacere constatare che sei umano e che qualche errore lo commetti anche tu,  :asd: , umanizzato mi piaci di più.

A parte le battute, il tuo racconto è molto particolare. Un'esperienza singolare di premorte durante la quale sogna o ha un'allucinazione, non saprei.

Comunque mi è piaciuto, hai tenuto la tensione alta per tutto il racconto e la lettura è stata molto piacevole. 

Forse l'impatto emotivo per me non è stato altissimo, non amo le storie di massacri e simili, ma comunque mi è arrivata la drammaticità delle immagini che hai descritto.

Bravo!

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Caro Niko, perdona il ritardo ma finalmente sono passato a leggere e commentare il tuo pezzo. Comincio con il dire che non potrò essere troppo dettagliato e me ne scuso, ma il tempo è limitato.
Alcune note sul testo:

  • ancora, e --> via la virgola; ricorda sempre che, a meno che non si tratti di una virgola di un incisa, non puoi accostare la virgola alla e congiunzione: l'una esclude l'altra
  • spararlo in testa --> refuso, 'sparargli' (='sparare a lui');se dice 'spararlo' (='sparare lui') intendi che lo sta letteralmente facendo uscire dalla canna della sua pistola (LOL)
  • che l’ha sparato --> refuso, 'che gli ha sparato' ; vedi sopra

Un testo molto forte, con una forte connotazione surreale evocativa. Seguendo fedelmente il prompt ne hai approfittato per trasfigurare in questa visione allucinante l'intero paradigma della guerra moderna. Il protagonista potrebbe essere un qualunque milite della storia moderna (da che si usano le armi da fuoco) e il suo orrendo atto di morte una normalissima operazione militare fra le tante annoverate nella storia. In questo senso hai scritto un ottimo racconto, poiché arriva dritto all'animo del lettore e lo stravolge per metterlo davanti all'assurdo di ogni confitto bellico, al di là di qualunque giustificazione morale/politica/religiosa.

 

Tuttavia il racconto acquisisce un elemento critico quando lo collochi precisamente a Kobane, rimandandolo quindi alla recente guerra civile in Siria. In modo molto delicato hai anche definito le parti del dramma: usando un nome occidentale (Mark appunto) hai dato una valenza politica al protagonista e lo stesso con il suo nemico (definendolo curdo). Un lavoro notevole.

 

Stilisticamente un ottimo racconto, a parte forse una certa ridondanza nelle descrizioni che (visto il contesto già di per sé forte) avrei gradito più leggere. La gestalt emotiva c'è tutta ed è resa perfettamente con una narrazione forte e introspettiva, che suscita un notevole crescendo di ansia.

 

Personalmente (ed è l'unica nota soggettiva che mi consento) non gradisco molto racconti troppo pesanti. Quando si maneggiano emozioni molto forti (io credo) bisogna prestare attenzione alla misura con cui si somministrano nel testo: usane poche e avrai scritto un testo stereotipato e poco realistico, usane troppe e il lettore ne uscirà infastidito. Il tuo racconto, pur appartenendo alla seconda di queste categorie, riesce a salvarsi grazie ad un'atmosfera di mistero e di incomprensione che spesso fa propendere più per la curiosità, che per il fastidio.

 

Ti prego di non fraintendermi: sono del parere che il lettore vada scioccato, anche e soprattutto con l'intento di sensibilizzarlo su tomi attuali. Tuttavia, quando ci si propone in questo intento, il discorso di cui sopra sulla misura delle emozioni è ancora più esasperato: dal momento in cui si parla di eventi 'vicini' al lettore, provocarlo troppo comporterebbe il suo rifiuto completo. In certi casi è utile allora introdurre elementi di distrazione, quali il fantastico e il surreale (come hai fatto tu, appunto).

 

In definitiva un buon risultato.

Mi confermo nella prima impressione che mi hai lasciato nello scorso MI, di uno scrittore molto interessante e promettente.

 

A presto

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Ho apprezzato la struttura che si riallaccia alla cronaca, anche se, a mio modestissimo avviso, il limite forte dei racconti brevi di questo tipo è proprio "concettuale": 
soldato che si rivede davanti ciò che ha fatto, soldato che si pente di ciò che ha fatto e ha rimorsi.

Non mi convince, è troppo "classico e buonista".

Sia chiaro: si possono scrivere ottimi racconti con questo taglio, ma si deve davvero pescare il jolly... un 7mila da scrivere in mezza giornata risulterebbe più incisivo per il lettore (almeno per me) se il soldato fosse bastardo dentro anche di fronte alle sue paure (paura di una vendetta ad esempio, senza rimorsi alcuni).
Tu sai scrivere bene, e molto. Osa di più! :)
Un saluto!

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@ Mari: Grazie per gli apprezzamenti! Non ti abituare agli errori però  :asd:  (non è vero)

@ Nerio: Che bel commento, grazie. Hai notato molto, soprattutto i dettagli e le piccolezze che ho inserito nel racconto per attualizzarlo e renderlo (in senso lato) reale... ne sono felice. Per quanto riguarda le "critiche" sono tutte molto costruttive e ti ringrazio anche per quelle!

@ Bango: Sai che dopo c'ho pensato pure io? Riguardo la "cazzimma" (bastardaggine pura: vedi Crusca) del soldato... poi però non ho osato, come hai sottolineato tu. L'errore non si ripeterà due volte (spero). Grazie per gli apprezzamenti pure a te.

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Vedo con grande soddisfazione che i Grandi Maestri del MI ti hanno già sbranato qui sopra :asd:, perciò spero mi perdonerai se per questa volta mi limito a un commentino flash.

 

Ho trovato molto positivo il tuo modo di gestire tempi e struttura narrativa, come al tuo solito. Hai un grande, straordinario talento nel riuscire a costruire atmosfere ricche e consistenti nei tuoi testi, appropriate al contenuto di ciò che racconti.

 

Una nota di merito particolare per l'efficacia del finale circolare, è un espediente che so non essere facilissimo da piazzare a dovere. 

 

Come critica mi concedo il sadico piacere di ribattere sui regionalismi (soprattutto sull'uso transitivo che hai fatto del verbo sparare :nein: ), e di un linguaggio che a volte si incarta in espressioni poco concise laddove potresti guadagnarci in stile ed espressività asciugando il testo.

 

Comunque, a parte le mie cattiverie, ho apprezzato il tuo testo come struttura e contenuti. Nel complesso per me sei ampiamente sopra la sufficienza, e tra le menzioni ti avrei dato il premio alla fotografia e gli effetti speciali.

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Hai commenti dettagliati in abbondanza, perciò mi limito a lasciarti due parole.

 

Considerati i vincoli stringenti del prompt, hai fatto un buon lavoro. L'atmosfera del racconto vira gradatamente verso l'irreale caricandosi di angoscia e torna bruscamente alla realtà contemporanea con il finale in cui l'ambientazione viene definita a livello geografico. 

Una lettura coinvolgente nonostante le cosette da sistemare che ti hanno già segnalato.  

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Ero curioso di vedere cosa poteva saltare fuori da questo muro. Confesso che è qualcosa che mi perseguita, o mi accompagna, - preferibile – fin da bambino. Muri di cortili di caserme e scuole della mia infanzia, muri di caserme della mia giovinezza, muri di infiniti camminamenti, fortezze isolate, corpi di guardia. Muri con a tratti sorprese tremende che mi hanno segnato… Muri dappertutto a dividere, circoscrivere, salvaguardare, occultare. Ci sarebbe da scrivere un saggio.

Sto scrivendo (è un’ambizione la mia) qualcosa dove compare un muro, una sorta di simbolo-baluardo dove chi si avvicina sa che dovrà fare i conti con la materializzazione dei suoi incubi.

Del tuo racconto ho apprezzato molto la parte iniziale, misteriosa, quasi surreale con quel cielo “nuvoloso” (ti hanno già fatto osservazioni…) quell’umidità opprimente. Mi piace la solitudine di Mark, quella sua mano irragionevolmente coperta di sangue, come in un sogno, gli spari in lontananza, a somiglianza di una scena di caccia d’inverno.

Poi il suo nome urlato al vento, distante. Immagine molto bella ed evocativa. Mi pare di capire che Mark combatta in una parte ben precisa, ci sarebbe molto da disquisire a tal proposito, anche considerando il fatto che abbia voluto conservare il suo nome, Mark, Marco, il nome dell’evangelista cristiano che difficilmente si potrebbe mettere o mantenere in certi contesti per chi non è cristiano, ma la questione di lana caprina non è poi così importante. Mark è uno dei tanti giovani dei giorni nostri, delle nostre città, che ha fatto una scelta. Che lo porta a uccidere, senza chiedersi se sia giusto o sbagliato o utile. Rivede all’infinito queste sue uccisioni, come una sorta di mito di Sisifo, per sempre, fino a fargli comprendere la portata di quello che ha fatto.

Il muro serve a fargli raggiungere questa consapevolezza dunque. Mark è costretto a sentirsi dire, a porsi forse la domanda del perché della sua esistenza. Pur capendo alla fine, disperato, non riesce comunque a oltrepassare il muro, questo baluardo, per andare oltre, mondato dalle sue colpe, dai suoi dilemmi.

Deve morire, se pure non è già morto, provare anche lui quello che ha fatto provare agli altri. E muore per mano di un altro se stesso speculare, senza pietà e senza comprensione, com’era lui, un’immagine tremenda e molto efficace, molto opportuna in questo contesto.

Ho apprezzato il racconto e la tua scrittura, che ho trovato molto chiara, essenziale e immediata.

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Grazie a tutti e tre per i commenti, ragazzi. 

KMR, hai proprio ragione sui regionalismi e a farmeli notare ancora, ci starò più attento in futuro.

wy, grazie anche a te per essere passata.

Unius, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti. E non solo per i complimenti (quelli fanno sempre piacere) ma perché dai una chiara visione del racconto così come lo vedono i lettori (tu in particolare, ovviamente). Sei una risorsa preziosa in tal senso, grazie ancora.

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