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Bango Skank

Lost in the supermarket

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Commento



Dice che i morti non voglion più morire.

Dice che fra poco riusciranno a entrare in questo supermercato.

So che è vero. È così da una settimana. Da quando, con altri tremila, abbiam trovato rifugio qui dentro. Ma in una settimana cambiano tante, troppe cose. Ora sappiamo che han vinto loro. Non c’è più uno Stato, non c’è più un esercito, non c’è più nulla. Solo l’attesa della fine. Qui c’è chi prega, chi piange, chi stupra. Chi uccide per uno sguardo. Chi si organizza, chi non si rassegna, chi spera. Chi impazzisce.

Io volo sui carrelli. Burt mi spinge. Ci siamo persi nel supermercato. Abbiam deciso di passare le ultime ore che ci restano correndo tra gli scaffali urlando ubriachi. A volte cadiamo, a volte sbattiamo. E spariamo a tutto ciò che si muove. Corriamo tra merendine e biscotti e rovescio tutto con la mazza da baseball presa al reparto sportivo. Burt prende male una curva, e roviniamo su una pila di cartoni di latte.

Siamo ancora vivi. Vivi e stranamente felici. Apriamo una dozzina di pacchi di merendine e le assaggiamo, bevendo il latte. L’impianto di filodiffusione di questo enorme centro commerciale a dieci piani funziona ancora. Stanno mandando un vecchio album dei Clash. Sentiamo urla e spari, grida e imprecazioni. Un gatto esce dall’angolo del reparto casalinghi e ci fissa guardingo, impaurito. È  attratto dal latte. Cosa ci fa un gatto qui dentro, penso io. Il tempo di pensarlo e il gatto non ha più la testa. Burt ride ubriaco e accarezza la canna del suo fucile.

Le nostre ragazze le abbiamo uccise poche ore fa al settimo piano, dentro un negozio di abiti. Ce lo han chiesto loro. Un colpo in testa, pietoso e preciso. E i corpi bruciati. Nessuno banchetterà con loro, no. Ci avevano fatto promettere che ci saremmo uccisi subito dopo. Ci siamo puntati le pistole alla testa, io e Burt. Eravamo pronti a spararci, mentre le nostre donne bruciavano di fronte a noi e la città bruciava oltre la vetrata. E noi abbiam sorriso. Prima di ucciderci volevamo perderci nel supermercato. E bere. E dimenticare. E giocare. E sparare. E rovesciare gli scaffali. 

Ci rialziamo, io e Burt. Io nel carrello, lui che mi spinge. Reparto liquori. Spacco tutto con la mazza, spinto a velocità folle dal mio amico. Le schegge di vetro mi schizzano sulla pelle. Sono io quello che si sta divertendo così tanto il giorno della fine del mondo?

Saliamo di un piano. In un angolo del reparto elettronica ci sono dei ragazzini inebetiti davanti alle playstation. Sono lì a giocare da tre giorni ininterrottamente. Decidiamo di giocare anche noi. Ci stendiamo a terra e al tre iniziamo. Sette a cinque per me. Dispensatori di morte pietosa, siamo due angeli io e lui. Burt mi da una pacca sulla spalla e dice che mi offrirà una birra stasera. E ride alla sua battuta. Io non rido. Non ci sarà nessuna stasera. Io non rido, no, ma prendo la mazza da baseball e spacco tutto. Distruggere schermi da migliaia di dollari mi riempie di una strana gioia adrenalinica. Poi il buio.

Mi risveglio con una ferita alla testa. Mi hanno sparato. Mi han preso di striscio. Burt fuma beato steso al mio fianco. Mi dice che mi han sparato tre portoricani molto giovani e talmente stupidi da voler razziare il reparto senza capire che domani non ci sarà nessuno a cui rivendere nulla. Li ha uccisi. Ci alziamo e ci perdiamo nel supermercato.

Non ricordo che piano. Tre uomini che stuprano una mezza dozzina di ragazzine in una stanza del reparto arredamenti. Le hanno legate a un letto. Urla e grida. Di dolore, di piacere. La colonna sonora della fine del mondo. Troppo facile arrivargli alle spalle e sparargli un colpo alla nuca.

Le ragazzine ci guardano. Un paio di loro, le più piccole, non ci sono più con la testa. Andate. Sparite in un'altra dimensione. Chissà da quando si stavano divertendo con loro. Ore? Giorni? Chissà con chi erano entrate nel supermercato. Genitori? Fratelli? Fidanzatini? Chissà con quali sogni e speranze poi. La più grande balbetta un ringraziamento. Per un secondo, poi il sorriso di Burt la gela. Poi la pistola di Burt la fredda. Uccido io le più piccole, perché sono un angelo. L’angelo della morte che nega la resurrezione.

Non ricordo che piano. Quattro donne sedute in  cerchio, completamente nude tra piante e fiori del reparto giardini. Si tengono le mani cantando un mantra. Le guardiamo in silenzio per un minuto, ipnotizzati. Poi scuoto la testa e faccio fuoco con le pistole. Tre le centro in testa, una la manco, neanche di poco. Sto invecchiando o forse, semplicemente, ho bevuto troppo. Lei mi guarda sconvolta, io che la guardo indifferente. Abbasso la pistola e le dico di correre. Lei si alza. Io imbraccio la balestra. Lei corre tra le piante. Io prendo la mira. Lei sta per svoltare nella corsia dei concimi.  Io le sparo una freccia nel collo. Burt mi chiede perché non l’ho uccisa subito, come le altre. Perché sono l’angelo della pietà negata amico mio. L’angelo della morte dispensata per caso. 

Non ricordo quasi più nulla. Ancora la mia mazza da baseball contro vasi e bicchieri, contro saponi e altre cento, mille inutili cose. Ancora il carrello che vola, ancora spari, ancora morte, ancora sangue, ancora benzina. Bruciamo tutto ora, io e Burt.

Partiamo dal secondo piano. Al primo ci sono i morti che premono alle vetrate. E una trentina di uomini armati pronti a fronteggiarli, guidati da un ex militare impazzito. Questione di pochi minuti ed entreranno. E banchetteranno coi vivi. Benzina, ci vuole benzina. Bruciamo tutto quello che può bruciare. Saliamo di piano in piano tra le fiamme. Sentiamo le vetrate che cedono e le urla dei morti che avanzano in cerca di cibo. Gli spari. Le urla dei vivi che diventano cibo. Vincono i morti, sono troppi. Avanzano tra le fiamme che ci lasciamo alle spalle. Ogni piano una storia, ogni storia una morte, ogni morte un sorriso degli angeli.

Ultimo piano. Giorni fa vi si erano radunati in tanti a pregare. Ora ci sono solo dei cadaveri ammucchiati al centro del reparto vacanze, tutti con una pallottola in testa. Burt prende una pistola e mi guarda. Mi sorride e mi dice addio. E si spara in bocca.  Non voglio lasciare il suo corpo ai morti, no. Sono il pietoso angelo del signore. Me lo carico in spalla e scendo. Mi fermo a metà della scala. Vedo i morti avanzare tra le fiamme in cerca di cibo, vedo i pochi ancora vivi scappare dalle fiamme e dai morti, indecisi tra cosa sia peggio. Lascio Burt a metà della scala e risalgo. Sparo a qualunque cosa salga, vivi o morti che siano. Nessuno deve avvicinarsi al corpo del mio amico prima delle fiamme. 

Finisco le munizioni ma ci riesco: il corpo di Burt sta bruciando. Le fiamme stanno arrivando, i morti anche. Di vivi non ce ne sono più. Son rimasto solo io. Mi piace pensare che sono l’ultimo a essere rimasto vivo su questa terra. Su questo merdoso, fottuto pianeta del cazzo. Prendo la pistola e l’ultima tanica di benzina, piena a metà. Salgo sulla scaletta che porta al tetto del centro commerciale. 

È sera. La città è un enorme falò. Prendo dalla tasca l’ultimo colpo, quello che avevo messo da parte stamane, e carico la pistola. Sento i morti di sotto. Mi verso addosso tutta la benzina che mi rimane. Mi inginocchio a terra. Sento il rumore dei passi dei morti venir su dalla scala. Accendo lo zippo e inizio a prender fuoco. Vedo le mani dei morti uscire dalla scala. Mi infilo la pistola in bocca. Vedo i morti uscire sul terrazzo.

Dietro di loro le fiamme. Tutto brucia, ma incredibilmente l’impianto di filodiffusione funziona ancora. Da un altoparlante sento la voce di Joe Strummer cantare, distorta e gracchiante:

“I'm all lost in the supermarket. I can no longer shop happily” 

Quanto ha ragione. 

Premo il grilletto.

Stop.

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Hai attirato la mia attenzione con il titolo (troppo bello :rotol: ), appena posso lo leggerò :D

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Corriamo tra merendine e biscotti e (io) rovescio tutto con la mazza da baseball presa al reparto sportivo

 

Stanno mandando un vecchio album dei Clash

non mi convince l'immagine di un brano che si "manda": tutt'al più lo si diffonde.

 

 

Burt mi da una pacca sulla spalla

 

Più che un racconto, è la sequenza di un incubo: a tratti qualche rimando da "The walking dead", a tratti qualche rimando a tuoi lavori precedenti. Ma, comunque sia, è il tuo filone: niente di male a tentare di impreziosirlo.

La lettura fila via abbastanza fluida, e la colonna sonora dei Clash è azzeccata al punto di sembrare di sentirli a far da sottofondo allo scempio di viventi, meno viventi e materiali inerti di cui è permeato il racconto.

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Eccomi qui in veste di commentatrice  (anche se ammetto che commentare gli scritti degli altri utenti mi mette sempre un po’ in soggezione, in quanto io stessa ho ancora molto da imparare e temo di non essere d’aiuto quanto in realtà vorrei).

 

Ho letto il tuo racconto tutto d'un fiato.

Meraviglioso.

 

Lo stile che hai utilizzato, per come hai impostato il racconto, è stato più che efficace: hai creato l’atmosfera giusta, un buon mix di delirio, insensatezza e paura.

 

Posso assicurarti che io ero lì, con Burt e il nostro protagonista, a seguirne le follie nei vari reparti del supermercato. Se questo era il tuo intento, quindi, complimenti!

Mentre leggevo mi immaginavo ogni scena!

Perfettamente credibile la pazzia generale che attanaglia un po’ tutti i vivi.

Ma soprattutto i due protagonisti li hai caratterizzati meravigliosamente. 

 

Questa scena, in particolare, mi ha fatto venire i brividi:

 

Non ricordo che piano. Tre uomini che stuprano una mezza dozzina di ragazzine in una stanza del reparto arredamenti. Le hanno legate a un letto. Urla e grida. Di dolore, di piacere. La colonna sonora della fine del mondo. Troppo facile arrivargli alle spalle e sparargli un colpo alla nuca.

Le ragazzine ci guardano. Un paio di loro, le più piccole, non ci sono più con la testa. Andate. Sparite in un'altra dimensione. Chissà da quando si stavano divertendo con loro. Ore? Giorni? Chissà con chi erano entrate nel supermercato. Genitori? Fratelli? Fidanzatini? Chissà con quali sogni e speranze poi. La più grande balbetta un ringraziamento. Per un secondo, poi il sorriso di Burt la gela. Poi la pistola di Burt la fredda. Uccido io le più piccole, perché sono un angelo. L’angelo della morte che nega la resurrezione.

 

Unico neo, forse, il "chissà" troppo ripetuto.

Poi, subito dopo, scrivi nuovamente:

 

 

 

Non ricordo che piano. 

 

Mi ha fatto un po' storcere il naso, perché avevi appena utilizzato la stessa identica frase per introdurre la storia delle ragazzine.

 

Nel complesso, ripetizioni comprese, tutto funziona alla grande!  :la:

Tant'è che, proprio quando mi stavo chiedendo se le pistole avessero o meno munizioni infinite, tu hai aggiunto:

 

 

Sparo a qualunque cosa salga, vivi o morti che siano. Nessuno deve avvicinarsi al corpo del mio amico prima delle fiamme. 

Finisco le munizioni ma ci riesco: il corpo di Burt sta bruciando.

 

Quindi, che dire... è stato un piacere leggerti! 

:asd:

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Ciao bango!

 

Quando ho letto il titolo pensavo fosse di genere comico, due persone che si perdevano veramente in un  supermercato, disperati da quel posto troppo grande e sconosciuto per chi non è donna.

Sono rimasto piacevolmente colpito però dalla svolta del racconto, post-apocalittico. Mi piace :D

Complimenti, l'ho letto in un soffissimo proprio, veloce oltre ogni dire, l'ho mangiato praticamente :D Mi sono piaciute le ripetizioni volute sia dei nomi sia delle frasi, danno il giusto senso di agitazione che ci vuole e che è ottima per un racconto di questo calibro.

Complimenti vivissimi davvero, ho visto perfettamente le scene, la pazzia e la disperazione.

Bravo bango :la:

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Ospite Signor Ford

L'atmosfera decadente di questo racconto è quello che secondo me lo rappresenta di più. La pazzia prima della morte e il non aver nulla da perdere. E' vero che l'argomento non è originalissimo e che tanto si è scritto di zombie, ma questo non ha precluso la riuscita del tuo racconto. Unico neo: mi sembra improbabile che il tuo protagonista arrivi davvero a essere l'ultimo, io avrei dilatato un po' i tempi per rendere questa idea plausibile. Per il resto, niente da rilevare.

 

A rileggerti!

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Carino, mi è piaciuto.
E' scritto molto bene e l'abbondanza di punti non stona, anzi rende l'atmosfera più inquietante, la narrazione più secca.

Aggiungerei una virgola qui:

Perché sono l’angelo della pietà negata amico mio.

 

Dopo "negata", 
 

Premo il grilletto.

Stop.

 

Eliminerei, ma prendilo come un consiglio dettato dai gusti, sui finali non si scherza.

E' sempre un piacere leggerti, Bango.

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Piaciuto.

 

Per tutta la lettura sono rimasta con una domanda che non ha avuto risposta (o io non l'ho vista).

 

Se i morti 

Dice che i morti non voglion più morire.

Dice che fra poco riusciranno a entrare in questo supermercato.

 

allora uccidere all'interno del supermercato significa mettersi il nemico in casa... 

 

detto questo

 

Indovinata l'ambientazione: il simbolo del nostro tempo che diventa il luogo in cui cessa l'avventura dell'umanità. Le reazioni del protagonista sono estreme come la situazione che sta vivendo ma direi molto credibili. La narrazione è veloce - nel ritmo di scrittura e nel ritmo di concatenazione degli eventi - e il tutto si legge in accelerazione: un  bel parallelismo con la nostra epoca che è fondata sulla velocità. 

Alla fine mi ha fatto pensare a una specie di antitesi del Decamerone. 

 

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Ci sono dei doppi spazi. Io ho la fobia dei doppi spazi. Per fortuna si possono debellare con la funzione "trova e sostituisci" di Word.

L'incipit non mi convince.

 

Dice che i morti non voglion più morire.

 

Chi è che dice?

Sembra più che i morti non vogliano più essere morti.

 

A volte metti la virgola prima della e. 

 

Burt prende male una curva, e roviniamo su una pila di cartoni di latte

 

Io la toglierei.

 

Abbiam deciso di passare le ultime ore che ci restano correndo tra gli scaffali urlando ubriachi

Burt ride ubriaco

 

Credo sia superfluo ripetere che Burt è ubriaco.

P.S. mi piace l'idea di lui che spara al gatto e poi accarezza il fucile come se fosse un animaletto domestico.

 

Io non rido. Non ci sarà nessuna stasera. Io non rido, no, ma prendo la mazza da baseball e spacco tutto.

 

A me suona meglio così

Io non rido. Non ci sarà nessuna stasera. Non rido, ma prendo la mazza da baseball e spacco tutto.

 

Spacco tutto lo avevi già usato qualche riga sopra.

 

 

 E noi abbiam sorriso

 

Toglierei il "noi".

 

La più grande balbetta un ringraziamento. Per un secondo, poi il sorriso di Burt la gela

 

Toglierei "Per un secondo".

 

Io imbraccio la balestra

 

Da dove è uscita la balestra? 

 

Lascio Burt a metà della scala e risalgo. Sparo a qualunque cosa salga, vivi o morti che siano.

 

"risalgo" "salga" suona un po' male. 

 

Da un altoparlante sento la voce di Joe Strummer cantare, distorta e gracchiante

 

La voce di Joe Strummer in "Lost in the supermarket" non è "distorta e gracchiante". Forse sono gli altoparlanti che non funzionano bene?

 

Comunque questo era il mio modo da correttrice di bozze con deformazione professionale di dirti che il tuo racconto mi è piaciuto tantissimo. :)

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