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Alexmusic

Il viaggiatore solitario

Post raccomandati

http://www.writersdream.org/forum/topic/25315-i-sospesi/#entry442460

 

IL VIAGGIATORE SOLITARIO ”

 

 

Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione, lo scopo del viaggio o il mezzo di trasporto: il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice.

Se all'arrivo lo attende la persona amata, il viaggiatore, o la viaggiatrice, potrà essere carico di speranza; ma è una speranza sempre inquinata da paure ed ansietà.

Se sarà lui, o lei, a condurre il proprio mezzo di trasporto, la concentrazione sulla guida gli impedirà forse di essere vittima di un continuo turbinare di pensieri e ricordi: potrà anche godere a tratti di una sorta di illusione di “potenza”; ma non sarà mai davvero realmente felice.

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

Esistono dei mezzi di trasporto particolarmente tristi.

Uno su tutti: il treno.

Si comincia nelle stazioni.

Nessuna di loro, per quanto pulita, efficiente e funzionale possa sembrare, potrà mai essere definita “bella”. Perfino quelle dei piccoli paesi in riva al mare, con i loro vasi di fiori ben curati e con le loro anguste aiuole con l’erba sempre tagliata di fresco, senza nessuna cartaccia e senza nessun mozzicone di sigaretta per terra, ebbene, nemmeno quelle riescono a scrollarsi di dosso quel indefinibile, misterioso e angosciante senso di precarietà dell’esistenza umana.

Le più patetiche però restano quelle delle città di medie dimensioni, sempre sospese come sono tra un perenne desiderio di conformarsi alla modernità incalzante delle metropoli e l’incapacità, o l’impossibilità, di riuscirci: le catene del provincialismo sono fabbricate con un acciaio assai più duro di quello dei binari. Ogni tanto le ridipingono e, ancor prima che abbiano terminato di farlo, il solito idiota ha già provveduto a sporcarne i muri con una bomboletta di vernice spray, lasciando segni che alla maggior parte delle persone risultano incomprensibili...
Incomprensibili per tutti: non per me.

Io so benissimo cosa significano quei segni.

Vogliono dire sempre la stessa cosa.

Vogliono dire:

- Sì, sono un idiota! E sento pure il disperato bisogno di farvelo sapere! –

Si limitasse costui a dipingere le pareti delle fabbriche dimesse, o quelle, visto che siamo in tema, dei depositi ferroviari in disuso, avrebbe forse la mia approvazione. La mia e anche quella del viaggiatore solitario, il quale così non vedrebbe acuita la propria malinconia da un muro ridipinto di fresco e già lordato, messo lì apposta per ricordargli che per l’umanità non c’è alcuna speranza: per quanti sforzi faccia per migliorare, ci saranno sempre pronti eserciti di imbecilli a riportarla indietro al punto di partenza.

E infine ci sono le stazioni delle grandi città.

Qui la tristezza non ti avvolge lentamente, come succede in quelle di provincia, non ha nemmeno il retrogusto dolce amaro di quelle in riva al mare.

Qui la tristezza ti attraversa rapida l’anima e il corpo, come un ectoplasma nevrotico.

E non una volta sola: accade in continuazione.

Sembrerebbe quasi che i fantasmi dei milioni di passeggeri, che per anni e anni sono transitati da quelle banchine, continuino a camminare, a correre magari, per salire o scendere dalle loro carrozze e che, nel farlo, non possano fare a meno di trapassarti.

Deve essere il frutto dell’affollamento e della frenesia, che non permettono all’ansia esistenziale di attecchire lentamente, ma allo stesso tempo non possono impedirle di sfiorarti, di avvolgerti e, soprattutto, di sfrecciare attraverso di te, come fa il treno in una galleria.

Lì, in quelle grandi monumentali stazioni, ne potrete vedere a centinaia, di tutti i tipi e di tutti i colori: guardateli!

Guardateli bene i visi di chi viaggia da solo: non ridono mai, non possono ridere. Guardate i loro occhi: non vi troverete mai traccia di allegria.

Qualcuno di loro raramente, molto raramente però, lo potrete anche osservare mentre sorride. Ma non illudetevi: non sta sorridendo a voi, non sta sorridendo a nessuno. Sorride solo a se stesso, per farsi coraggio.

- Partire è un po’ morire – diceva spesso mia madre, ancora oggi prodiga di proverbi e di consigli non richiesti, e io da bambino francamente non capivo cosa diavolo volesse dire.

Sono cresciuto, ma soprattutto ho viaggiato: sono partito e sono tornato tante e tante volte, e alla fine sono riuscito a comprenderla.

Tutti del resto prima o poi, in modo conscio o inconscio, ce ne rendiamo conto: il viaggio è una metafora della vita e nella vita c’è un’unica meta alla quale siamo sempre certi di arrivare ed è proprio quella a cui invece non vorremmo arrivare mai.

Ecco perché il viaggiatore solitario non può mai essere felice: nessuno vorrebbe mai consapevolmente morire in solitudine.

 

Solo chi non viaggia da solo può, a volte e solamente se davvero lo desidera con tutte le proprie forze, essere felice.

Non importa se a tenergli compagnia sia un amico, una fidanzata, una moglie o un parente. La sola cosa che conta è che con il proprio accompagnatore ci sia un minimo di sentimento affettuoso, un minimo di amore, in qualsiasi forma voi lo vogliate intendere. Perché l’amore, già nella sua radice linguistica, custodisce la negazione della morte: a mor.

Solo quando non viaggiamo soli, solo quando siamo in compagnia, noi possiamo ingannare noi stessi e prenderci gioco del nostro destino, facendo finta che il viaggio sia piacevole, che magari non debba mai finire e che, se proprio prima o poi dovrà terminare, sarà solo per farci arrivare in un luogo meraviglioso.

Forse è per questa stessa ragione che molti di noi, anche se partono da soli, lungo il tragitto non disdegnano di attaccare bottone con perfetti sconosciuti o sconosciute, ai quali, nella vita comune magari non rivolgerebbero nemmeno uno sguardo: qualsiasi compagnia, per quanto banale o fastidiosa possa poi rivelarsi, è preferibile alla solitudine.

E allora guardate pure quelli.

Guardate i visi di chi viaggia in compagnia.

Difficilmente li vedrete tristi e pensierosi. Spesso li vedrete sorridenti, quando proprio non li vedrete scherzare e ridere di gusto. In ogni caso li vedrete quasi sempre sereni e mai, dico mai, veramente preoccupati o angosciati.

Perché il semplice fatto di non essere soli è di per sé il miglior antidoto contro il mal di vivere e, di conseguenza, contro il mal di viaggio.

 

A meno che ci siate costretti, dunque, evitate di viaggiare da soli.

E se proprio dovete farlo, non fate troppo i difficili sulla compagnia: può andar bene una qualunque, purché dotata di parola.

Ma se proprio non ne trovate, consolatevi: ci sono sempre i libri, in questo caso però sceglietene uno buono, o i giornali, e in questo altro caso, rassegnatevi: di buoni non ce ne sono.

Un ultimo consiglio, che riguarda sempre il treno: evitate con cura i posti a sedere contrari al senso di marcia e non solo perché, soprattutto se volete leggere, possono dare a molti di voi un senso di nausea.

Evitateli, perché nella vita, anche quando facciamo passi indietro, li facciamo sempre girando su noi stessi e mai camminando all’incontrario: lo stesso deve accadere per il viaggio.

Evitateli e se proprio li avete avuti in sorte, non utilizzateli che per metterci i bagagli: state in piedi, sedetevi sullo sgabello ribaltabile del corridoio, dove esiste ancora, piuttosto chiudetevi nella toilette!

In un solo caso avete il permesso di sedervi su quel genere di posti: se quello che state compiendo è il viaggio di ritorno, quello che vi riporta a casa: in quel caso potrete sempre avere l’illusione di compiere a ritroso il percorso della vita e che, una volta giunti destinazione, sarete dei bambini che devono imparare tutto daccapo.

 

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Ciao Alexmusic,

 

il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice. Questa frase si contraddice

 

SE ? Si limitasse costui a dipingere le pareti delle fabbriche dimesse, o quelle, visto che siamo in tema, dei depositi ferroviari in disuso, avrebbe forse la mia approvazione

 

Sembrerebbe quasi che i fantasmi dei milioni di passeggeri, che per anni e anni sono transitati da quelle banchine, continuino a camminare, a correre magari, per salire o scendere dalle loro carrozze e che, nel farlo, non possano fare a meno di trapassarti. Pensiero di qualità

 

Tutti del resto prima o poi, in modo conscio o inconscio, ce ne rendiamo conto: il viaggio è una metafora della vita e nella vita c’è un’unica meta alla quale siamo sempre certi di arrivare ed è proprio quella a cui invece non vorremmo arrivare mai. Perchè associ il tema del viaggio alla morte?

 

Solo quando non viaggiamo soli, solo quando siamo in compagnia, noi possiamo ingannare noi stessi e prenderci gioco del nostro destino, facendo finta che il viaggio sia piacevole, che magari non debba mai finire e che, se proprio prima o poi dovrà terminare, sarà solo per farci arrivare in un luogo meraviglioso. Forse è per questa stessa ragione che molti di noi, anche se partono da soli, lungo il tragitto non disdegnano di attaccare bottone con perfetti sconosciuti o sconosciute, ai quali, nella vita comune magari non rivolgerebbero nemmeno uno sguardo: qualsiasi compagnia, per quanto banale o fastidiosa possa poi rivelarsi, è preferibile alla solitudine. Non capisco che vuoi dire

In un solo caso avete il permesso di sedervi su quel genere di posti: se quello che state compiendo è il viaggio di ritorno, quello che vi riporta a casa: in quel caso potrete sempre avere l’illusione di compiere a ritroso il percorso della vita e che, una volta giunti destinazione, sarete dei bambini che devono imparare tutto daccapo.BELLISSIMO PENSIERO

 

Conclusione: Più che un racconto mi sembra un articolo di giornale. Ben scritto. A volte usi termini non comuni. Non capisco che c'entra l'angoscia della morte. I punti di forza ci sono ma devono essere più chiari.

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Grazie, Floriana per il tuo commento.
Ti rispondo partendo dalla fine e poi "risalgo".
Hai ragione: non è propriamente un racconto; si tratta più che altro di una sorta di riflessione a voce alta. Su questo sito però non ho trovato un settore specifico dedicato a questo genere di pensieri... Come vogliamo chiamarli? Filosofici? Esistenziali? Scegli tu.  

Perchè associ il tema del viaggio alla morte? "

Il passaggio logico che volevo evidenziare era questo: visto che la vita assomiglia a un viaggio, i viaggi di conseguenza assomigliano alla vita; se il termine della vita, come tutti sappiamo, è purtroppo la morte, il viaggio nasconde sempre in sé questo tarlo, questa "minaccia" di una meta non scelta, di una fine non desiderata. E siccome il morire da solo rende la morte ancora più triste e dura da affrontare, ecco che nessuno vorrebbe mai viaggiare da solo e arrivare da solo alla meta.
E' evidente, però, che se sono stato costretto a spiegarti tutto questo, il mio "racconto" non funziona e il messaggio non arriva. 
Ti ringrazio per il tuo commento e per avermi messo di fronte a questo mio, perlomeno parziale, fallimento.
Buona giornata e a rileggerti.

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Un po' sfogo, un po' riflessione, un po' metafora. In un racconto così breve è difficile far coesistere aspetti diversi senza che l'impressione complessiva sia di disomogeneità.

Se vuoi puntare sulla metafora, ti consiglierei di lasciar perdere le scritte sui muri e i pareri tranchant (soprattutto questi ultimi che ho trovato davvero troppo "invadenti"), se vuoi farlo diventare lo sfogo di un utente di trenitalia punta di più sull'ironia.

La scrittura è chiara e corretta e il ritmo buono. 

 

 

--

 

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

toglierei la prima virgola: l'inciso non ha senso

 

Perfino quelle dei piccoli paesi in riva al mare, con i loro vasi di fiori ben curati e con le loro anguste aiuole con l’erba sempre tagliata di fresco, senza nessuna cartaccia e senza nessun mozzicone di sigaretta per terra, ebbene, nemmeno quelle riescono a scrollarsi di dosso quel indefinibile, misterioso e angosciante senso di precarietà dell’esistenza umana.

quell'indefinibile, ma sostituirei con l'indefinibile perché ci sono altri quelli (sia prima che dopo)

 

La mia e anche quella del viaggiatore solitario, il quale così non vedrebbe acuita la propria malinconia da un muro ridipinto di fresco e già lordato, messo lì apposta per ricordargli che per l’umanità non c’è alcuna speranza: per quanti sforzi faccia per migliorare, ci saranno sempre pronti eserciti di imbecilli a riportarla indietro al punto di partenza.

anche gli eserciti di imbecilli fanno parte dell'umanità... forse si potrebbe esprimere meglio questa parte.

 

qualsiasi compagnia, per quanto banale o fastidiosa possa poi rivelarsi, è preferibile alla solitudine.

manco per idea! (parere personale, ovviamente)

 

Un ultimo consiglio, che riguarda sempre il treno: evitate con cura i posti a sedere contrari al senso di marcia e non solo perché, soprattutto se volete leggere, possono dare a molti di voi un senso di nausea.

inutile

 

 

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Alex, i titoli dei topic non si possono scrivere tutti in maiuscolo (per evitare che un testo "risalti" troppo sugli altri). ;)

Scusatemi: un altro errore da recluta. Prometto di non farlo più. Come posso fare per correggerlo?

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Un po' sfogo, un po' riflessione, un po' metafora. In un racconto così breve è difficile far coesistere aspetti diversi senza che l'impressione complessiva sia di disomogeneità.

Se vuoi puntare sulla metafora, ti consiglierei di lasciar perdere le scritte sui muri e i pareri tranchant (soprattutto questi ultimi che ho trovato davvero troppo "invadenti"), se vuoi farlo diventare lo sfogo di un utente di trenitalia punta di più sull'ironia.

La scrittura è chiara e corretta e il ritmo buono. 

 

 

--

 

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

toglierei la prima virgola: l'inciso non ha senso

 

Perfino quelle dei piccoli paesi in riva al mare, con i loro vasi di fiori ben curati e con le loro anguste aiuole con l’erba sempre tagliata di fresco, senza nessuna cartaccia e senza nessun mozzicone di sigaretta per terra, ebbene, nemmeno quelle riescono a scrollarsi di dosso quel indefinibile, misterioso e angosciante senso di precarietà dell’esistenza umana.

quell'indefinibile, ma sostituirei con l'indefinibile perché ci sono altri quelli (sia prima che dopo)

 

La mia e anche quella del viaggiatore solitario, il quale così non vedrebbe acuita la propria malinconia da un muro ridipinto di fresco e già lordato, messo lì apposta per ricordargli che per l’umanità non c’è alcuna speranza: per quanti sforzi faccia per migliorare, ci saranno sempre pronti eserciti di imbecilli a riportarla indietro al punto di partenza.

anche gli eserciti di imbecilli fanno parte dell'umanità... forse si potrebbe esprimere meglio questa parte.

 

qualsiasi compagnia, per quanto banale o fastidiosa possa poi rivelarsi, è preferibile alla solitudine.

manco per idea! (parere personale, ovviamente)

 

Un ultimo consiglio, che riguarda sempre il treno: evitate con cura i posti a sedere contrari al senso di marcia e non solo perché, soprattutto se volete leggere, possono dare a molti di voi un senso di nausea.

inutile

Bellissime le tue osservazioni, però no: non è uno sfogo di un utente di Trenitalia, della quale, anche se forse sarò l'unico in questo Paese, non posso dir male più di tanto. :-)

"qualsiasi compagnia, per quanto banale o fastidiosa possa poi rivelarsi, è preferibile alla solitudine.

manco per idea! (parere personale, ovviamente)"   

Immaginavo che, prima o dopo, qualcuno avrebbe avuto fatto un commento del genere. :-)

Ovviamente non posso che farti i complimenti per la tua "integrità" morale, che ti fa preferire la solitudine alle compagnie poco gradevoli. Vorrei avere la tua stessa saldezza, credimi, ma, almeno in questo campo, sono un debole: appartengo alla categoria di quelli che "piuttosto che niente, meglio piuttosto!", frase che detta così significa poco, ma espressa in dialetto assume tutto un altro valore.

Questo principio, ahimè, ogni tanto lo applico anche alla compagnia di genere femminile, con quali disastrose conseguenze te lo lascio immaginare.

A presto

 

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Alex, i titoli dei topic non si possono scrivere tutti in maiuscolo (per evitare che un testo "risalti" troppo sugli altri). ;)

Scusatemi: un altro errore da recluta. Prometto di non farlo più. Come posso fare per correggerlo?

 

L'ho già corretto io: mi riferisco al titolo che dai alla discussione quando la apri e che poi compare quando scorri la sezione in cui l'hai aperta. All'interno del post stesso non c'è nessun problema invece a scrivere il titolo in maiuscolo. Ovvero questo:

 

IL VIAGGIATORE SOLITARIO ”

 

 

Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione [...]

va benissimo. :)

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Alex, i titoli dei topic non si possono scrivere tutti in maiuscolo (per evitare che un testo "risalti" troppo sugli altri). ;)

Scusatemi: un altro errore da recluta. Prometto di non farlo più. Come posso fare per correggerlo?

 

L'ho già corretto io: mi riferisco al titolo che dai alla discussione quando la apri e che poi compare quando scorri la sezione in cui l'hai aperta. All'interno del post stesso non c'è nessun problema invece a scrivere il titolo in maiuscolo. Ovvero questo:

 

IL VIAGGIATORE SOLITARIO ”

 

 

Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione [...]

va benissimo. :)

 

Grazie mille per avermelo fatto notare.

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Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione, lo scopo del viaggio o il mezzo di trasporto: il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice.

 

Interessante questo incipit. Interessante perché tu narratore entri prepotentemente nella mia testa con un punto di vista che, ad esempio, io non condivido appieno (spesso i viaggi in solitaria sono i migliori, per molti) e proprio per questo mi incuriosisci, mi fai venir voglia di andare avanti da subito per capire questo tuo punto di vista.

 

 

Se all'arrivo lo attende la persona amata, il viaggiatore, o la viaggiatrice, potrà essere carico di speranza; ma è una speranza sempre inquinata da paure ed ansietà.

Se sarà lui, o lei, a condurre il proprio mezzo di trasporto, la concentrazione sulla guida gli impedirà forse di essere vittima di un continuo turbinare di pensieri e ricordi: potrà anche godere a tratti di una sorta di illusione di “potenza”; ma non sarà mai davvero realmente felice.

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

 

 

Aggiungerei un SE supplementare per dare circolarità: il secondo e il terzo SE sono contrapposti (guida lui / guida un altro), il primo è "lasciato da solo" (persona amata): aggiungerei un qualcosa tipo:

Se all'arrivo non lo attende nessuno, non potrà essere felice perché (...)

 

Esistono dei mezzi di trasporto particolarmente tristi.

Uno su tutti: il treno.

 

Eheh se ti sentisse Sheldon Cooper ti ucciderebbe! :asd::asd::asd:

 

Si comincia nelle stazioni.

Nessuna di loro, per quanto pulita, efficiente e funzionale possa sembrare, potrà mai essere definita “bella”. Perfino quelle dei piccoli paesi in riva al mare, con i loro vasi di fiori ben curati e con le loro anguste aiuole con l’erba sempre tagliata di fresco, senza nessuna cartaccia e senza nessun mozzicone di sigaretta per terra, ebbene, nemmeno quelle riescono a scrollarsi di dosso quel indefinibile, misterioso e angosciante senso di precarietà dell’esistenza umana.

 

Consiglio di asciugare un po' (senza carte e mozziconi per terra, eliminando i nessuna-nessun)

Sembrerebbe quasi che i fantasmi dei milioni di passeggeri, che per anni e anni sono transitati da quelle banchine, continuino a camminare, a correre magari, per salire o scendere dalle loro carrozze e che, nel farlo, non possano fare a meno di trapassarti.

Deve essere il frutto dell’affollamento e della frenesia, che non permettono all’ansia esistenziale di attecchire lentamente, ma allo stesso tempo non possono impedirle di sfiorarti, di avvolgerti e, soprattutto, di sfrecciare attraverso di te, come fa il treno in una galleria.

 

Molto belllo e, a mio avviso, più riuscito del periodo precedente in cui te la prendi con i graffitari: scritto benissimo anche quello, perché scrivi molto bene, ma forse un po' troppo "specifico" per i miei gusti: cerco di spiegarmi a livello emotivo.

Lì vai sul particolare del muro sporcato, che ci può stare e ci deve stare, ma lo avrei lasciato un po' più en passant, come "una cosa tra tante", un'immagine fugace, una visione più che un concetto vincolante e percepito come così importante. Visioni, flash (muri coi graffiti, altri particolari del genere di contorno per arrivare a questa espressione evocativa delle anime dei viaggiatori).

 

 

Ecco perché il viaggiatore solitario non può mai essere felice: nessuno vorrebbe mai consapevolmente morire in solitudine.

Molto bella anche questa metafora... mi stai quasi convincendo a non viaggiare più da solo! :)

 

 

In un solo caso avete il permesso di sedervi su quel genere di posti: se quello che state compiendo è il viaggio di ritorno, quello che vi riporta a casa: in quel caso potrete sempre avere l’illusione di compiere a ritroso il percorso della vita e che, una volta giunti destinazione, sarete dei bambini che devono imparare tutto daccapo.

E davvero bello anche questo finale.

Complimenti, ho trovato questo racconto estremamente interessante.

Potrei forse consigliarti unicamente, nell'ipotesi di una revisione e di un editing, di farne una sorta di primo capitolo di un racconto più lungo dove prendi in esame anche metodologie di viaggio... sarebbe molto interessante a mio avviso.

Altra cosa: lavorerei più sui concetti metaforici che esprimi molto felicemente e meno su concetti più semplicistici ( come i muri sporchi dei graffitari) lasciando queste cose come contorno sul quale lo sguardo del protagonista si sofferma quasi stancamente, con malcelata indulgenza mista a compatimento: emerge un pensiero profondo (che si possa essere d'accordo o meno, leggendolo come dichiarazione di intenti o come testo provocatorio, rimane il fatto che le metafore alte son riuscitissime, quindi per me cozza un pochetto vedere questo protagonista - filosofo fare il pippone contro sporcizia e graffitari come l'ultimo dei borghesi).

Rinnovo i complimenti e a rileggerti! :)

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Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione, lo scopo del viaggio o il mezzo di trasporto: il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice.

Un tantino troppo insisitito. Toglierei l'ultima ripetizione lasciando come in sospeso un concetto che benissimo si chiude poco dopo:

(...) ma non sarà mai davvero realmente felice.

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

quel indefinibile

quell'

Le più patetiche però restano quelle delle città di medie dimensioni, sempre sospese come sono tra un perenne desiderio di conformarsi alla modernità incalzante delle metropoli e l’incapacità, o l’impossibilità, di riuscirci: le catene del provincialismo sono fabbricate con un acciaio assai più duro di quello dei binari. Ogni tanto le ridipingono e, ancor prima che abbiano terminato di farlo

Su "incapacità o impossibilità" io, che sono un "moralista", avrei fatto a meno di lasciare al lettore la scelta (o alle piccole città il beneficio del dubbio) e sarei stato tentato di metterci la sola incapacità. Senza meno. Ma sto divagando... :asd:

Pittosto, la frase: le catene del provincialismo sono fabbricate con un acciaio assai più duro di quello dei binari

è molto bella e forte. Tende a spiccare nella fantasia del lettore e, grazie anche alla puntegigiatura, ad assumersi il privilegio di soggetto nella frase. Così il successivo "talvolta le ridipingono" sembra riferito alle catene. Te lo segnalo perché a me ha fatto questo effetto. Poi si capisce, naturalmente, che non è così ma per me dovresti rivedere almeno la punteggiatura.

Si limitasse costui a dipingere

Racchiuderei "costui" fra due virgole.

Deve essere il frutto dell’affollamento e della frenesia, che non permettono all’ansia esistenziale di attecchire lentamente

Un dettaglio credo più stilistico che formale: se metti la virgola userei il singolare "permette" riferito al frutto (dell'affollamento e della frenesia).

Oppure senza virgola puoi mantenere il plurale riferendoti all'affollamento e alla frenesia.

solo quando siamo in compagnia, noi possiamo ingannare noi stessi

Eviterei la ripetizione eliminando il primo "noi".

 

Un finale che pare scherzoso e invece apre a una bella riflessione conclusiva, che secondo me ha il potere di impreziosire tutto l'insieme.

 

Non commento il senso profondo che hai voluto dare a questo tuo racconto perché lo trovo un utile invito a trovarci più di una metafora.

Direi: molto ben riuscito.

 

E per concludere:

ci saranno sempre pronti eserciti di imbecilli a riportarla indietro al punto di partenza.

Divagazioni di un misantropo: se il mondo continuerà ad andare sempre peggio impareremo ad apprezzare anche gli imbecilli che ci riporteranno al punto di partenza (essendo questo, meglio del punto d'approdo). :asd:

 

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:flower: Alexmusic qui nessuno è un fallito :mazza: :mazza:

 

Chi scrive ha un dono!

 

Buona domenica

 

Flo :flower:

Non ho detto di essere un fallito, cara Floriana: ho semplicemente detto di aver fallito nello scopo che mi ero prefisso. Così come, anche se spesso commetto delle stupidate, non penso di essere uno stupido. :-)

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Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione, lo scopo del viaggio o il mezzo di trasporto: il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice.

 

Interessante questo incipit. Interessante perché tu narratore entri prepotentemente nella mia testa con un punto di vista che, ad esempio, io non condivido appieno (spesso i viaggi in solitaria sono i migliori, per molti) e proprio per questo mi incuriosisci, mi fai venir voglia di andare avanti da subito per capire questo tuo punto di vista.

 

 

Se all'arrivo lo attende la persona amata, il viaggiatore, o la viaggiatrice, potrà essere carico di speranza; ma è una speranza sempre inquinata da paure ed ansietà.

Se sarà lui, o lei, a condurre il proprio mezzo di trasporto, la concentrazione sulla guida gli impedirà forse di essere vittima di un continuo turbinare di pensieri e ricordi: potrà anche godere a tratti di una sorta di illusione di “potenza”; ma non sarà mai davvero realmente felice.

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

 

 

Aggiungerei un SE supplementare per dare circolarità: il secondo e il terzo SE sono contrapposti (guida lui / guida un altro), il primo è "lasciato da solo" (persona amata): aggiungerei un qualcosa tipo:

Se all'arrivo non lo attende nessuno, non potrà essere felice perché (...)

 

Esistono dei mezzi di trasporto particolarmente tristi.

Uno su tutti: il treno.

 

Eheh se ti sentisse Sheldon Cooper ti ucciderebbe! :asd::asd::asd:

 

Si comincia nelle stazioni.

Nessuna di loro, per quanto pulita, efficiente e funzionale possa sembrare, potrà mai essere definita “bella”. Perfino quelle dei piccoli paesi in riva al mare, con i loro vasi di fiori ben curati e con le loro anguste aiuole con l’erba sempre tagliata di fresco, senza nessuna cartaccia e senza nessun mozzicone di sigaretta per terra, ebbene, nemmeno quelle riescono a scrollarsi di dosso quel indefinibile, misterioso e angosciante senso di precarietà dell’esistenza umana.

 

Consiglio di asciugare un po' (senza carte e mozziconi per terra, eliminando i nessuna-nessun)

Sembrerebbe quasi che i fantasmi dei milioni di passeggeri, che per anni e anni sono transitati da quelle banchine, continuino a camminare, a correre magari, per salire o scendere dalle loro carrozze e che, nel farlo, non possano fare a meno di trapassarti.

Deve essere il frutto dell’affollamento e della frenesia, che non permettono all’ansia esistenziale di attecchire lentamente, ma allo stesso tempo non possono impedirle di sfiorarti, di avvolgerti e, soprattutto, di sfrecciare attraverso di te, come fa il treno in una galleria.

 

Molto belllo e, a mio avviso, più riuscito del periodo precedente in cui te la prendi con i graffitari: scritto benissimo anche quello, perché scrivi molto bene, ma forse un po' troppo "specifico" per i miei gusti: cerco di spiegarmi a livello emotivo.

Lì vai sul particolare del muro sporcato, che ci può stare e ci deve stare, ma lo avrei lasciato un po' più en passant, come "una cosa tra tante", un'immagine fugace, una visione più che un concetto vincolante e percepito come così importante. Visioni, flash (muri coi graffiti, altri particolari del genere di contorno per arrivare a questa espressione evocativa delle anime dei viaggiatori).

 

 

Ecco perché il viaggiatore solitario non può mai essere felice: nessuno vorrebbe mai consapevolmente morire in solitudine.

Molto bella anche questa metafora... mi stai quasi convincendo a non viaggiare più da solo! :)

 

 

In un solo caso avete il permesso di sedervi su quel genere di posti: se quello che state compiendo è il viaggio di ritorno, quello che vi riporta a casa: in quel caso potrete sempre avere l’illusione di compiere a ritroso il percorso della vita e che, una volta giunti destinazione, sarete dei bambini che devono imparare tutto daccapo.

E davvero bello anche questo finale.

Complimenti, ho trovato questo racconto estremamente interessante.

Potrei forse consigliarti unicamente, nell'ipotesi di una revisione e di un editing, di farne una sorta di primo capitolo di un racconto più lungo dove prendi in esame anche metodologie di viaggio... sarebbe molto interessante a mio avviso.

Altra cosa: lavorerei più sui concetti metaforici che esprimi molto felicemente e meno su concetti più semplicistici ( come i muri sporchi dei graffitari) lasciando queste cose come contorno sul quale lo sguardo del protagonista si sofferma quasi stancamente, con malcelata indulgenza mista a compatimento: emerge un pensiero profondo (che si possa essere d'accordo o meno, leggendolo come dichiarazione di intenti o come testo provocatorio, rimane il fatto che le metafore alte son riuscitissime, quindi per me cozza un pochetto vedere questo protagonista - filosofo fare il pippone contro sporcizia e graffitari come l'ultimo dei borghesi).

Rinnovo i complimenti e a rileggerti! :)

 

Ti ringrazio di cuore, Bango, per i tuoi complimenti. Detto per inciso, io adoro Sheldon Cooper, così come tutti gli altri personaggi di Big Bang Theory. Purtroppo però ho viaggiato troppo spesso da solo in treno, cominciando dal mio periodo di leva obbligatoria, per non poterne avvertire tutta l'intrinseca malinconia. In ogni caso, non è un mezzo di trasporto che detesto, anzi a volte lo amo... Così come continuiamo ad amare la vita, anche quando non ci sorride o ci porta dove non vorremmo mai andare.

Sui graffitari, hai ragione: forse il predicozzo era un po' troppo sopra le righe. Ne ho fatta, e tuttora ne faccio, una specie di questione personale: io sono convinto che una delle maggiori fatiche dell'Uomo sia quella di rendere bello ciò che prima non lo era: quando arriva qualcuno che, pur di dimostrare al mondo la propria insignificante esistenza, se ne strafotte del duro lavoro di altri esseri umani e lo lorda con la sua idiozia verniciante, in me si scatena l'indignazione più profonda. Lo ritengo un atto di violenza inaccettabile. Però è solo un mio sentimento personale: avrei dovuto filtrarlo o spiegarlo meglio. 

Grazie di nuovo e a presto.

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Chi viaggia da solo non è mai felice.

Non importano la destinazione, lo scopo del viaggio o il mezzo di trasporto: il viaggiatore solitario non può essere felice. Può essere sereno, avere degli sprazzi di contentezza, ma non può comunque essere felice.

Un tantino troppo insisitito. Toglierei l'ultima ripetizione lasciando come in sospeso un concetto che benissimo si chiude poco dopo:

(...) ma non sarà mai davvero realmente felice.

Se poi addirittura metterà la propria vita, nelle mani di uno sconosciuto conducente, l’infelicità è assicurata.

quel indefinibile

quell'

Le più patetiche però restano quelle delle città di medie dimensioni, sempre sospese come sono tra un perenne desiderio di conformarsi alla modernità incalzante delle metropoli e l’incapacità, o l’impossibilità, di riuscirci: le catene del provincialismo sono fabbricate con un acciaio assai più duro di quello dei binari. Ogni tanto le ridipingono e, ancor prima che abbiano terminato di farlo

Su "incapacità o impossibilità" io, che sono un "moralista", avrei fatto a meno di lasciare al lettore la scelta (o alle piccole città il beneficio del dubbio) e sarei stato tentato di metterci la sola incapacità. Senza meno. Ma sto divagando... :asd:

Pittosto, la frase: le catene del provincialismo sono fabbricate con un acciaio assai più duro di quello dei binari

è molto bella e forte. Tende a spiccare nella fantasia del lettore e, grazie anche alla puntegigiatura, ad assumersi il privilegio di soggetto nella frase. Così il successivo "talvolta le ridipingono" sembra riferito alle catene. Te lo segnalo perché a me ha fatto questo effetto. Poi si capisce, naturalmente, che non è così ma per me dovresti rivedere almeno la punteggiatura.

Si limitasse costui a dipingere

Racchiuderei "costui" fra due virgole.

Deve essere il frutto dell’affollamento e della frenesia, che non permettono all’ansia esistenziale di attecchire lentamente

Un dettaglio credo più stilistico che formale: se metti la virgola userei il singolare "permette" riferito al frutto (dell'affollamento e della frenesia).

Oppure senza virgola puoi mantenere il plurale riferendoti all'affollamento e alla frenesia.

solo quando siamo in compagnia, noi possiamo ingannare noi stessi

Eviterei la ripetizione eliminando il primo "noi".

 

Un finale che pare scherzoso e invece apre a una bella riflessione conclusiva, che secondo me ha il potere di impreziosire tutto l'insieme.

 

Non commento il senso profondo che hai voluto dare a questo tuo racconto perché lo trovo un utile invito a trovarci più di una metafora.

Direi: molto ben riuscito.

 

E per concludere:

ci saranno sempre pronti eserciti di imbecilli a riportarla indietro al punto di partenza.

Divagazioni di un misantropo: se il mondo continuerà ad andare sempre peggio impareremo ad apprezzare anche gli imbecilli che ci riporteranno al punto di partenza (essendo questo, meglio del punto d'approdo). :asd:

 

Preziosissimi i tuoi suggerimenti, Queffe: provvederò a sistemare quei passaggi che mi hai segnalato.

In quanto al moralismo, mi sa proprio che sono messo peggio di te. 

Grazie mille per avermi letto e per aver lasciato il tuo commento.

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Ospite Signor Ford

Devo essere sincero, il problema maggiore di questo testo è la sua ripetitività di alcuni concetti che forse bisognava evitare per rendere questo frammento, o preambolo (ma non racconto e poi ti spiegherò perché) godibile al lettore sino in fondo. Accentrando troppo l'idea sulla ridondanza, il lettore secondo me perde il messaggio di questo invito alla riflessione, di questa descrizione parziale dello stato d'animo del viaggiatore. 

Personalmente contesto l'idea che tutte le stazioni siano un ricettacolo  di strutture malprese, anonime e dense di sentimenti negativi o legati alla malinconia di chi viaggia, perché ho avuto la fortuna di visitarne alcune perfettamente funzionanti e, ancora oggi, essere indicate come monumento di questi luoghi. La troppa generalizzazione può credo portare a queste repliche.

Ti dicevo che questo testo per me non ha nulla a che vedere col racconto, proprio perché manca la storia. Nessun guizzo, nessuna idea, nessun sviluppo, solo una sequela di riflessioni descrittive e impressioni. Per cui lo prendo per quello che è. Non so se per te dovesse fungere da preambolo di qualcosa o da riflessione a margine, ma ti consiglierei di limare la ripetizione concettuale che purtroppo pervade un po' tutto il testo.

A rileggerti!

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La tua sincerità è assolutamente bene accetta, Fra. Come darti torto? Non è un racconto, non nel senso tradizionale del termine, almeno. Non c'è storia, è vero. E' una riflessione ad alta voce, è vero anche questo... Una riflessione che però volevo condividere con voi, anche se mi rendo conto che non rientra in nessuno degli "schemi" proposti in questo sito.
Se c'è una cosa di cui comunque sono abbastanza soddisfatto è che questo "scritto", chiamiamolo dunque semplicemente così, ha generato in chi l'ha letto stati d'animo completamente diversi, a volte addirittura opposti. 
Per me il viaggio continua a restare una metafora dell'esistenza. E io mi ostino a pensare che nessuno, ma proprio nessuno, che nutra un vero amore per la vita, la voglia deliberatamente trascorrere in solitudine, per sempre. Non credo ai single o alle single "per scelta": sarà pure una battuta, ma davvero si è single per scelta degli altri, o delle altre, oppure a causa delle circostanze imprevedibili che ci capitano lungo il nostro cammino.
Se a te le stazioni non comunicano sempre e comunque quel profondo senso di malinconia, di vita non vissuta o vissuta male, che invece provocano a me, posso solo dirti che ti invidio profondamente.
Grazie per il tuo commento e per la tua franchezza.

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Ciao Alexmusic, ho letto volentieri questo pezzo. È vero, non è un racconto in senso stretto, ma non significa che non sia ugualmente piacevole da leggere. Hai un modo di scrivere ricercato e scorrevole e anche se non racconti nulla riesci a fare passare lo stato d'animo del protagonista. Anch'io non condivido in pieno l'idea che viaggiare da soli sia sempre triste (se provassi a viaggiare con dei bambini piccoli che urlano e strepitano per tutto il viaggio, rivaluteresti il viaggio in solitaria) ma tu hai espresso il concetto dal tuo punto di vista e hai portato avanti la tesi adducendo tutte le spiegazioni del caso e l'ho trovato piacevole. 

Bravo comunque nel complesso, già in un altro tuo racconto ho trovato la tua capacità di tenere alta l'attenzione nel lettore pur non raccontando nulla di eclatante, non è una critica, ma decisamente un complimento.

A rileggerti.

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Troppo gentile e generosa con me, Mari. Ti ringrazio moltissimo per essere passata e aver lasciato il tuo commento. A presto.

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Ospite
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