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Steamdoll

Italians do it better

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Prendo in prestito il nome di un blog che mi è capitato di scorgere proprio in questi lidi per affrontare una tematica che ultimamente sta emergendo sempre più spesso. L'annosa questione di patriottismo ed esterofilia, posizioni che presentano un eccesso da entrambe le parti: se da una parte abbiamo chi deve per forza leggere, ambientare e osannare tutto ciò che non sia stato scritto in Italia (a volte anche aprioristicamente), dall'altra abbiamo chi invece tende a dare le quote rosa all'Italia perché "siamo rimasti indietro perché voi siete i primi ad affossare il paese".

Due posizioni che, personalmente, ritengo non facciano bene alla situazione culturale odierna nello stesso modo.

 

Andiamo con ordine.

Quasi due mesi fa è uscito Il ragazzo invisibile, il film di Gabriele Salvatores sui supereroi. Un'operazione cinematografica che ha scoperchiato nuovamente il vaso di Pandora in cui si agitavano i fantasmi dei film horror di Ferico Zampaglione. L'ovvia reazione del mondo di internet è stata quella di spaccarsi in due: dire che il film fosse bellissimo e da sostenere perché si tratta di un film italiano o sottolineare l'inadeguatezza degli italiani nel fare ciò che fanno i 'mmeregani.

Io il film non l'ho visto e non ci penso minimamente (non perché sia italiano: potrebbe essere anche girato dagli Illuminati, ma il trailer e la trama mi bastavano già all'inizio, figuriamoci dopo i commenti che ho letto in giro, entusiastici e non).

Il trailer è

.

Le notizie che circolano in merito è che si tratti di un tentativo di rilancio in grande, con merchandising e fumetto a traino. Al di là della validità o meno del film, il mio spunto di riflessione nasce dai commenti.

 

 
I ragazzi che si sono occupati di questo film, sono venuti a fare una conferenza nella mia università che si occupa di questo settore. 
Sono ragazzi non tanto più grandi di me, o te che commenti negativamente questo video. Hanno una passione dentro che poche persone potrebbero avere. 
Per una volta credere in un progetto tutto italiano che tenta di cambiare lo schifo che abbiamo in Italia nel settore cinematografico, non farebbe male. Invece di commentare con merda questo trailer, andatevi a vedere i cinepanettoni del cazzo.

Io con questo commento ho un sacco di problemi. Il primo è che vuole difendere un paese denigrandone gli abitanti, ovvero: questo film è girato con passione e tenta di cambiare lo schifo che abbiamo (ma attenzione: questo non significa che sia un bel film), ma gli italiani non capiscono nulla perché guardano i cinepanettoni.

Ed ecco come un tentativo di patriottismo si trasforma nella denigrazione di ciò che si tenta di preservare.

 

Non è un caso isolato:

 

 

È bellissimo sto film!! :D. Più che altro è Italianooooo XD

 

D'altro canto:

Gli italiani che provano a fare gli amerrigani... meh...

 

In questo, però, non c'è nessuna novità. Questa guerra civile intellettuale e concettuale va avanti da anni, sono diatribe paludose e anche abbastanza inutili in cui ho smesso di invischiarmi da tempo. Poi però guardo il trailer e c'è un particolare della storia che mi colpisce più degli altri.

Da qui in poi eventuali spoiler sulla trama.

 

Il ragazzino è in effetti un mutante con poteri indotti da sperimentazioni genetiche tramite l'utilizzo delle radiazioni; niente di nuovo, ma niente di male. Essendo un film italiano, che parla di italiani gli esperimenti dove si saranno condotti? In uno scantinato a Bologna? In una fabbrica in disuso a Marghera? Wikipedia suggerisce di no:

 

 

Successivamente Michele scopre di essere stato adottato, apprendendolo dall'incontro col suo vero padre: i suoi veri genitori erano prigionieri di un gruppo paramilitare russo, che voleva formare un esercito di gente dotata di superpoteri, detti anche "Speciali". La madre di Michele è morta durante la fuga dalla prigione, e suo padre lascia il neonato Michele davanti alla porta di casa di Giovanna. Il padre, prima di andarsene, consegna a Michele il costume da "supereroe": una tuta nera aderente con la S cirillica. Scortato a casa dallo psicologo della polizia, mentre questo allunga un braccio per offrire dei biscotti a Michele, il ragazzo nota che l'uomo ha sul polso i segni di un recente morso, e che quindi è il rapitore di Stella.

 

Sappiamo tutti come funzionano i fumetti americani: i cattivi, specie in epoche remote, sono americani come non, specie quando si riesumano caratteri di propaganda patriottica come Capitan America. Qui è molto diverso però: il ragazzino speciale, coi superpoteri, non è italiano e non è figlio di italiani.

Si chiama Michele ma il segno sul suo costume è un carattere cirillico (che sarà indubbiamente un espediente per evitare la "S" di Superman e la "I" di Incredibili, immagino), quindi è un film italiano, ma guai ad accostare l'effettiva italianità di qualcuno a qualcosa del genere. Per quanto possa essere frutto delle coincidenze, io l'ho trovato sintomo di un rigetto a priori del mondo stesso che tenti di raccontare.

Non è molto diverso da Batman che viene a fare un giro in Italia: d'accordo, è in Italia, ma non è italiano, mettiamo benissimo dei paletti in modo che non mi si traumatizzi qualcuno pensando che domani a Torino possa nascere un bambino "speciale".

 

Proseguiamo. Subito dopo arriva qui su WR una nuova realtà editoriale; ne parlo qui perché è inutile imbrattare il loro topic di presentazione con le mie riflessioni (ed è anche un filino contro il regolamento). Parlo ovviamente di Acheron Books e riporto il loro passaggio.

 

Ad Acheron Books ci occupiamo di narrativa italiana di genere e lo facciamo in un modo del tutto nuovo nel panorama del nostro paese:

  • selezioniamo i migliori autori italiani e proponiamo loro contratti d’eccellenza;
  • li guidiamo e formiamo per far loro realizzare opere spendibili all’estero;
  • traduciamo in lingua inglese i libri tramite localizzatori madrelingua;
  • li distribuiamo in tutto il mondo in formato e-book e con il print-on-demand.

Non voglio discutere le scelte di chiunque e ognuno può affermare ciò che vuole, ma "selezionare i migliori autori italiani" vuol dire tutto e nulla, anche perché dipende da con quale criterio li si stabilisca. Non è comunque quello il punto, il vero fulcro è un altro ed è il secondo: realizzare opere spendibili all'estero. Giustissimo in un'ottica commerciale, ma secondo me fa a pugni con un altro passaggio.

L’Italia, la sua storia millenaria e il suo patrimonio artistico ammirato in tutto il mondo, le sue ambientazioni uniche per diversità e varietà, che spaziano dalle grandi città magiche e dense di mistero e avventura come Torino, Roma, Venezia, Napoli, ai villaggi sperduti e alle campagne ricchissime di folklore, dalle terre di mostri mitologici come Scilla e Cariddi, le Sirene e i Ciclopi, alla altrettanto evocativa Milano, dove grattacieli avveniristici, imperi finanziari e alta tecnologia si mescolano con tradizioni antichissime e con radici che arrivano fino alle dominazioni longobarde, romaniche e celtiche; si parla insomma di un humus culturale vastissimo e quasi per nulla conosciuto nell'ambito della speculative fiction internazionale.

Acheron si propone quindi di diffondere nel mondo tutto questo, tramite autori italiani moderni che ben conoscono l’elevato livello qualitativo dei loro colleghi anglosassoni - e coraggiosamente sono pronti alla sfida - ma allo stesso tempo orgogliosamente figli di una grande tradizione letteraria fantastica, forse troppo sottovalutata, nella quale si sono cimentati scrittori come Dino Buzzati e Italo Calvino, ma anche Capuana, Fogazzaro, Moravia, Soldati; letteratura fantastica che ha radici ancora più profonde, risalendo indietro nel tempo fino a opere celeberrime come l’Orlando Furioso.

Vorrei ragionare un attimo sui due aspetti. Da una parte abbiamo, di nuovo, la spinta patriottica (rivalutare la situazione del fantastico in Italia ancorando radici nella tradizione consolidata), dall'altro abbiamo la necessità di realizzare opere "spendibili all'estero". Per loro stessa ammissione, la maggior parte dei testi è in lingua inglese e solo "una selezione" nella nostra. Ecco, tutto questo a me fa lo stesso effetto dei commenti su Il ragazzo invisibile riportati poco prima.

Siamo sicuri che davvero questo faccia bene alla situazione italiana? O questo fa forse bene agli autori italiani che sono coinvolti nel progetto, ma all'Italia in che modo? Non è la dimostrazione che in realtà è necessario adeguarsi agli standard altrui, un po' come viene insinuato dai commentatori del trailer del film di Salvatore?

 

Citare l'Orlando Furioso è appropriato? Non è come crogiolarsi sulle rovine di Roma pensando che un tempo erano Caput Mundi? Non è un po' come citare Oscar Wilde per legittimare Neil Gaiman? E soprattutto... Gaiman ne avrebbe bisogno? O gli scrittori di fantascienza moderni gradirebbero l'ingombrante e scomoda ombra di Wells o Asimov incombente sulle loro opere?

A tutto questo si mescola un ulteriore interrogativo: che bisogno c'è di ancorarsi al nostro paese e tentare in tutte le maniere di essere patriottici senza motivo? Voglio fare un esempio: ambientare un romanzo nella Milano anno 2570 in cui può essere identica a New York ma chiamata Milano può fare davvero la differenza, o rimane solo un espediente un po' ruffiano?

 

Vorrei fare degli esempi presi proprio dal catalogo di Acheron Books:

 

The Lord of the Rings meets Blade Runner… in hard-boiled style!

 

The word bastard does not even begin to describe Lieutenant Arkham of the Federal Guard of the city of Nictropis. He’s much worse.

Arkham doesn’t want to investigate the elf murder he’s been assigned. Elves are the most powerful beings in Nictropis, aristocratic and dangerous. 
But when a charm is used against him to compel him to do so, he really has no choice.  
Ogres, trolls, goblins, organized crime juiced with magic, hitmen trying repeatedly to kill him...it’s more than enough to give a guy sleepless nights. 
If he can survive, that is.

A technofantasy noir set in a dark, dirty, corrupted world, and the most unpleasant leading character you can imagine.

Leggete la prima frase. Non mi risulta che Il Signore degli Anelli e Blade Runner appartengano alla tradizione italiana. Quindi possiamo assumere che tutto il discorso su "abbiamo una tradizione" sia un po' un punto di partenza per legittimare che anche noi possiamo scrivere fantastico. Che è un po' come legittimare anche chi lo mette in dubbio senza motivo.

 

Guardiamo quel nome, Arkham.

Io non dubito che poi sia un bel libro eh, sarà una storia fantastica e con stile che possa rivaleggiare con quello di Neil Gaiman, ma dove sarebbe la rivalutazione dell'Italia?

Passiamo a Giovanni Anastasi:

A.D. 394. Milan, the new multiethnic capital of the Roman Empire, is in grave danger.

Citizens from all walks of life die horribly in their sleep. Mysterious beings wander through the necropolis. A small statue, whose look is so grotesque it is intolerable to view, summons back an ancient pre-Christian deity whose name was better forgotten.

Only Severian, the Demon Hunter, can deal with this terrible menace.

Between horrid exhumations, black magic rituals, and ancient cults crawling beneath the ashes of the purifying fire set by Emperor Theodosius to assert Christianity, Severian’s investigation will lead him to a plot with potentially devastating consequences for the Empire itself. A plot behind which hides the goddess Hecate, The Lady of the Night Gates and mistress of every door of the universe.

Demon Hunter Severian – Lady of the Night Gates perfectly recreates Imperial Milan with historical accuracy and blends action, mystery, romance and fantasy, leaving the reader holding his breath to the last page.

È così fondamentale che sia ambientato nell'Impero milanese per raccontare la sua storia?

O se fosse stata Aquilonia sarebbe stato lo stesso? E sono interrogativi che io mi pongo a priori e che pongo a voi, perché Demon Hunter Severian io non l'ho letto, ma magari qualcuno di voi sì.

E mi ritrovo nella posizione di chi non vuole condannare, di chi osserva queste sperimentazioni e tentativi con interesse, ma con scarsa convinzione. Voglio concludere con un appunto: leggendo i commenti alla recensione del blog i400calci dedicata al film di Salvatores, in molti nei commenti (e ben più esperti di me) sottolineano che non c'era bisogno di creare un nuovo fumetto quando la tradizione italiana ne vanta molti.

I titoli? Diabolik, Nathan Never, Dylan Dog.

Esatto. Dylan Dog.

 

 

Il suo nome è stato ripreso dal poeta Dylan Thomas, ed era il nome che Tiziano Sclavi dava provvisoriamente a ogni suo personaggio nelle prime fasi della loro realizzazione. In questo caso però il nome rimase quello. Le fattezze di Dylan Dog (realizzato da Claudio Villa e disegnato per la prima volta da Angelo Stano) sono ispirate all'attore Rupert Everett per richiesta dello stesso Sclavi, e l'ambientazione tipica è quella gotica e decadente di Londra, dove il protagonista vive al numero 7 di Craven Road.

Queste sono le caratteristiche di uno dei fumetti che, secondo gli appassionati e non solo, è uno dei migliori che abbiamo. Il cui protagonista vive a Londra, ha le fattezze di un attore inglese e ha un nome anglofono. Questo ha forse qualche demerito?

Anche gli altri citati non fanno eccezione.

Perché ci sentiamo così bisognosi di dimostrare che anche l'Italia può essere teatro di storie?

 

Non sarà una sega mentale tutta nostra?

Vorrei dei pareri esterni perché, si sarà notato, non riesco davvero a trovare il bandolo della matassa.

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Stamdol
nel tuo thread ci sono troppi spunti ma anche qualche errore di partenza che rischia di inficiare buon aparte dell'analisi, soprattutto quelle dei denigratori dell'opera di Salvatore come scopiazzatura degli americani.

Al di là che "italians do it better" deve la sua fama (e da qua la scopiazzatura del titolo ad opera di un blogger) a Madonna, quando nel 1986 indossava una magliettacon quella scritta in un famosissimo videoclip,

madonna-and-dolce-and-gabbana-3.jpg

 

occorre ricordare che Salvatores non è affatto nuovo a film che entrano in generi per nulla tipicamente italiani: come dimenticare il bel "Nirvana" del 1997, con Diego Abatantuono - Film di fantascienza cyber-punk?

 

Chi si muove, quindi, a criticare questo nuovo film di Salvatores sulla base di pseudo scopiazzature degli americani non conosce per nulla Salvatores, né tanto meno il piglio internazionale che una nostra filmografia continua ad avere con registi (si pensi a Muccino o Sorrentino) che vanno a girare film in america per produzioni americane.

 

Ma questo non vuol nemmeno dire che questi registi rappresentino necessariamente la diffusione della cultura italiana all'estero (per me Muccino è una palla e non c'è nulla che mi ispiri a vedere i suoi film e del resto lui con l'Italia ha ormai poco a che fare), occorre però notare che tutti i tre citati sono stati capaci di uscire fuori da scenari tipicamente italiani e malgrado ciò sia Sorrentino sia Salvatores (almeno in parte) e anche Tornatore hanno vinto un premio Oscar per film completamente italiani, come scenari o suggestioni.

 

Salvatores, quindi, e per tornare a bomba non ha fatto niente di nuovo rispetto a ciò che ha sempre fatto adattando l'ambientazione lì dove gli faceva più comodo e si è inventato un fumetto così come si è, a suo tempo, inventato uno scenario cyber-punk.

 

Qui mi fermo, almeno per il momento, sebbene tanti altri approfondimenti potrebbero essere fatti sui temi che porti.

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Al di là che "italians do it better" deve la sua fama (e da qua la scopiazzatura del titolo ad opera di un blogger) a Madonna, quando nel 1986 indossava una magliettacon quella scritta in un famosissimo videoclip,

Sono di fretta e rispondo solo a questo: non intendevo attestare la paternità della frase al blog, ma rimane il fatto che l'ispirazione per me è venuta vedendo quello e non Madonna, tutto qui.

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Ospite Lynnet Blumstein

Le argomentazioni passivo-aggressive sul rapporto Italia-mondo le si leggono un po' dappertutto, non solo per quanto riguarda la cultura. Io personalmente le odio: se sono una cretina, un'incapace o altro non è colpa della mia nazionalità, non hanno molto senso. Mi infastidiscono parecchio. 

Altro punto: a me le ambientazioni esterofile a tutti i costi mi nauseano. A tutti i costi perché ho notato una certa tendenza riguardo all'ambientare le proprie storie all'estero perché lo fanno tutti o pensano che siano migliori con questo tipo di ambientazioni. Non le riesco ad apprezzare. Mi spiace. Ci ho provato, ci provo, ma non ci sono ancora riuscita.

Nel senso: non è un problema di Italia secondo me. È un problema di standardizzazione delle ambientazioni. 

 

 

 

 

È così fondamentale che sia ambientato nell'Impero milanese per raccontare la sua storia?

O se fosse stata Aquilonia sarebbe stato lo stesso? E sono interrogativi che io mi pongo a priori e che pongo a voi, perché Demon Hunter Severian io non l'ho letto, ma magari qualcuno di voi sì.

[...]

Queste sono le caratteristiche di uno dei fumetti che, secondo gli appassionati e non solo, è uno dei migliori che abbiamo. Il cui protagonista vive a Londra, ha le fattezze di un attore inglese e ha un nome anglofono. Questo ha forse qualche demerito?

Anche gli altri citati non fanno eccezione.

Perché ci sentiamo così bisognosi di dimostrare che anche l'Italia può essere teatro di storie?

 

Non sarà una sega mentale tutta nostra?

Parlo per mia esperienza da scrivente a questo punto. Io ambiento quasi tutto quello che scrivo a Milano. È la mia città, la conosco e la apprezzo, quindi mi viene più facile scrivere di Milano, conoscendone le dinamiche, la gente e tutte queste piccole cose che di New York, per la quale dovrei documentarmi ore, giorni... E ho il limite che non è una città che non ho mai visto. Se invece uso Milano gioco in casa, riesco a visualizzare meglio le scene e scrivo meno boiate di quante non ne scriverei cambiando ambientazione. Ma potrei anche dire che lo faccio perché mi è interessante, perché non vedo altre ambientazioni all'infuori di quella... Di ragioni ne ho ma ammetto che sono tutte per mio gusto.

Più quello che ho scritto sopra: non mi "sforzo" di trovare altre ambientazioni perché le ambientazioni necessariamente esterofile sono così comuni che mi hanno stufata. Se l'ambientazione in questione ha però senso di essere (tipo in un racconto, mi servivano un paio di imperatori e una famiglia reale e ho optato per la Russia zarista) allora sono disposta a fare le ricerche, anche se a livello di world-building mi sembra di aver fatto un lavoro peggiore. 

 

Per quanto riguarda la trama che hai riportato non ci vedo questo grande scandalo, mi sembra tutto sommato normale che venga indicata l'ambientazione.

Non vedo nessun demerito in Dylan Dog per la sua ambientazione, anzi... Io e il Regno Unito abbiamo una storia d'amore non corrisposta. Non è uno di quei casi che riportavo sopra, dove l'ambientazione straniera è stata forzata nella storia per renderla più appetibile. 
Penso sia discutibile snobbare qualcosa a priori perché è ambientata all'estero.

 

È uno dei pochi casi in cui serve una via di mezzo tra due estremi(smi) il tuo discorso. Da un lato ho la mia nausea, dall'altro il fatto che queste ambientazioni non mi fanno questa grande differenza.

Più che altro il mio è un "preferirei leggere\guardare qualcosa di diverso dal solito".

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Se invece uso Milano gioco in casa, riesco a visualizzare meglio le scene e scrivo meno boiate di quante non ne scriverei cambiando ambientazione. Ma potrei anche dire che lo faccio perché mi è interessante, perché non vedo altre ambientazioni all'infuori di quella... Di ragioni ne ho ma ammetto che sono tutte per mio gusto.

Questo vale se si parla di ambientazioni contemporanee.

Se però parliamo di uno scritto storico ambientato per esempio nell'antica Roma oppure di uno futuro ambientato nel quarto millennio il fatto di conoscere o meno la città diventa irrilevante e sarà necessario documentarsi lo stesso.

 

 

 

Per quanto riguarda la trama che hai riportato non ci vedo questo grande scandalo, mi sembra tutto sommato normale che venga indicata l'ambientazione.

Su questo vorrei precisare che non ci trovo niente di male neanche io.

La mia domanda era diversa e verteva su: il fatto che sia ambientato a Milano o in una città di fantasia ha un peso tale da far diventare lo scenario determinante? Per fare un esempio, le storie di Conan il Barbaro e di John Carter di Marte non avrebbero nessun senso ambientate in luoghi reali che conosciamo (per quanto quella di Conan sia fantastoria mitica secondo la concezione dell'autore), viceversa avrebbe poco senso ambientare una conquista romana in Antartide.

Quindi: quando diventa fondamentale che l'ambientazione sia italiana?

 

 

 

Più che altro il mio è un "preferirei leggere\guardare qualcosa di diverso dal solito".

Questo è il punto focale della questione credo: basta che l'ambientazione sia più vicina a noi perché diventi diverso dal solito? Una storia in cui sono i legionari dell'Impero Romano a combattere contro l'invasione aliena anziché i cowboy o gli aztechi è una storia necessariamente diversa cambiando l'ambientazione di fondo?

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Stamattina sono un po' rintontito, quindi cerco di riassumere ciò che ho capito del tuo ragionamento prima di dire la mia, così magari se ho capito male qualcosa mi correggerai.

 

In pratica, tu sottolinei come ogni volta gli autori (cinematografici, letterari) italiani vogliano fare qualcosa di 'speciale', di 'innovativo' (di genere? Non-mainstream? A volte pure i mainstream ormai li ambientano a New York però: ci rifletto un pochino ancora) si gettino su ambientazioni e/o personaggi non italiani.
In questo modo, dici, la situazione è paradossale perché c'è gente che difende questi prodotti in quanto 'italiani', quando poi di italiano c'è poco o nulla (quantomeno riguardo a personaggi ed ambientazioni).

 

Ora la mia.
La questione è delicatissima sia perché tocca questioni politiche e sociali, sia perché intrica una serie di questioni puramente 'artistiche'. Ad esempio: perché fa strano ambientare un supereroe in una città italiana? Perché la grande tradizione Marvel e DC (parlo da profano del genere, e quindi magari dico una scemenza, ma è la scemenza che la massa di profani conosce come realtà, quindi è quella che conta per un film o per un romanzo che cerchi originalità e grosse vendite) ci ha abituati ad ambientazioni americane. Io sinceramente a Roma o a Milano non ce lo vedo uno Spiderman o un Batman. E tuttavia, ad esempio, ci vedo benissimo un Paperinik. Anche Paperopoli mi sa molto di città italiana (Topolinia un po' meno), anche se Zio Paperone nuota in tre ettari cubici di dollari, non di lire o euro.

Perché questa esterofilia dunque? Innanzitutto perché, come diceva Aristotele, l'esotico fa sempre la sua bella figura: è qualcosa di nuovo, sconosciuto, diverso. 'Fa figo'. E poi comunque è una necessità dettata dal genere stesso ad un certo punto: come detto, semplicemente, non te lo immagini un supereroe in Italia. Terzo, infine, può essere un modo per dare un'ambientazione neutra, ideale, in cui si possa parlare di certe questioni senza dover fare riferimenti diretti. E' questo il motivo, ad esempio, che spinge gli autori di South Park ad ambientare le loro storie in un'anonima cittadina del Colorado per parlare dei problemi dell'intera America.

Ci sono quindi tanti e diversi motivi che possono spingere un autore a inserire elementi esotici nella sua opera.

 

Un conto diverso invece è se un autore vuole innovare la tradizione italiana arricchendola con un genere da essa poco sfruttato, oppure innovare il genere stesso arricchendolo con personaggi e/o ambientazioni italiani.

Il problema con questo tipo di innovazioni è che rischiano di essere inappropriate, e di dare appunto adito alle critiche del tipo: ''sto italiano sta imitando gli stranieri'. E si sa che le imitazioni di norma sono più scadenti degli originali. Perché appunto non basta cambiare un'ambientazione o un personaggio: bisogna cambiare anche tutti gli altri cliché e stereotipi del genere (intesi in senso neutro, come topoi, elementi caratteristici). Roma non è New York, e neanche Milano è New York, quindi Roma e Milano avranno una serie di situazioni tipiche, mentalità, possibilità diverse da New York. E allora anche la storia dovrà essere diversa. Non basta schiaffare Peter Parker a Trastevere per fare un'innovazione fatta bene.

Quindi non è che nun se po' fa': se po' fa', ma va fatto con cognizione di causa.

 

Riguardo la diatriba poi: 'italiano, ergo va sostenuto ad ogni costo' vs. 'italiano che imita, ergo schifo', aggiungo che mi fa girare le gommine nell'astuccio.

La prima soprattutto, è una posizione acritica, ergo stupida per definizione: bello supportare gli italiani, sì, soprattutto perché dagli italiani può venire qualcosa di nuovo e di diverso. Però questo non vuol dire accettare pure lo schifo senza batter ciglio.

E' un po' un discorso che facevo giusto ieri su Facebook riguardo alle elezioni in Grecia: un amico faceva notare come la gente sia stata più interessata a seguire i risultati delle elezioni altrui che partecipare attivamente votando alle nostre. Io rispondevo notando che aveva ragione, ma che non si possono biasimare gli elettori se l'offerta politica per molti di loro è insoddisfacente e quindi per questo non vanno a votare. Un terzo mi rispondeva dicendo che si deve andare a votare proprio per migliorare quest'offerta politica.

E' un ragionamento del tutto analogo al 'italiano, ergo va sostenuto ad ogni costo', ovvero: 'questo c'abbiamo, quindi sosteniamolo ad ogni costo (e speriamo bene)'.

E' tutta un'idiozia logica: poniamo che a me piacciano le patate, ma non i pomodori, e che nel mio orto io abbia piantati (da mio nonno, to', mettiamoci lo scontro generazionale) proprio dei pomodori. Ora, pur concimandoli, irrigandoli e curandoli in qualsiasi modo, come potrò pretendere di ottenere patate da dei pomodori? Allo stesso modo, come posso pretendere un buon (o che quantomeno trovi piacevole) film italiano sui supereroi supportando un film che invece è (o trovo) pessimo?

 

Perché qui ricadiamo di nuovo nel vecchio problema dell'ondata fantatrash e baby fantasy del decennio scorso post-Harry Potter e post-Jackson. Perché a questo punto 'quella volta' non fu tanto o solo colpa degli editori che hanno inondato il mercato di schifezza distruggendo il genere in Italia. 'Quella volta' fu anche e soprattutto colpa nostra, che quella schifezza gliela compravamo (intendo noi come 'lettori italiani') perché ci faceva figo avere anche noi il nostro Paolini e la nostra Rowling, perché ci faceva sperare in qualcosa che sapevamo piacerci, e tuttavia nuovo e diverso. E quella robaccia vendeva, è questo il punto: magari noi qui presenti non la compravamo, ma altri sì.

 

Quindi già questo dovrebbe metterci in guardia su certe posizioni acritiche: la selezione si fa selezionando, non aspettando che una patata nasca da una pianta di pomodori così, da sé, sebbene siano entrambe solanacee.

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Bah, credo che a metterla in filosofia non ce ne usciamo più.

 

Io personalmente sono il primo che storce il naso per opere italiane ambientate all'estero.

 

Ammetto che pur essendo un lettore di fumetti, non riesco a farmi piacere l'idea di iniziare a leggere i bonelli perchè hanno quasi tutti protagonisti anglosassoni o simili.

 

Con tanto che Mr No, vista l'ambientazione brasiliana, mi ispiri un pochino...ma sapere che il protagonista è americano e il co-protagonista tedesco mi inibisce abbastanza.

 

Invece se andiamo su, che ne so...gli spaghetti western, quelli tendono a piacermi anche se non ne vado matto. Perchè hanno un modo abbastanza diverso di presentarsi rispetto ai western americani dell'epoca, che odio.

 

Mettiamola così: non amo la cultura americana-anglosassone. E non amo i suoi fan. Posso trovare gradevole un autore americano poco "maschio bianco protestante repubblicano", ma non un autore "italiano americanizzato" ecco :asd:

 

Tornando agli spaghetti western: raccontavano l'america, ma alla maniera degli italiani. Ci sono invece italiani che parlano dell'italia alla maniera degli americani.

In italia non si riesce più a pensare ad un mondo non americanocentrico, e se si pensa all'italia...lo si fa con gli stessi stereotipi che gli

americani hanno dell'italia.

 

Non è questione di generi letterali (o non letterali), che ormai si tende ad identificare tutto come estraneo alla propria cultura anche se non lo è per niente (tipo il fantasy), ma di come vengono sfruttati.

 

E c'è poco di questa italia attuale che mi piaccia, che ritengo una sottospecie di colonia americana.

 

Poi magari anche io (da misantropo) tendo a vedere tutto il brutto dell'italia e non tutte le realtà che pregiudicano la mia tesi XD

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Ospite Lynnet Blumstein

@Steamdoll

 

Per il primo punto, beh, io scrivo fantascienza. Facendo sempre il paragone con la storia ambientata in Russia, diciamo che nel primo caso so dove andare a parare, posso azzardarmi e andare un po' a naso, invece che passare ore a controllare ogni singola frase che sia nel giusto contesto. Aggiungo anche che ovviamente le ricerche sulle altre cose le faccio, ma se mi posso risparmiare quelle sull'ambientazione la cosa non mi dispiace.

 

Sulla seconda cosa: per me no, sempre tenendo conto della piccola postilla. Però secondo me per qualche lettore la differenza c'è. Non per tutti, forse neanche per la maggioranza, però qualcuno c'è. Anche se credo sia più comune nel mainstream che nella narrativa di genere.Nì.

 

 

Questo è il punto focale della questione credo: basta che l'ambientazione sia più vicina a noi perché diventi diverso dal solito? Una storia in cui sono i legionari dell'Impero Romano a combattere contro l'invasione aliena anziché i cowboy o gli aztechi è una storia necessariamente diversa cambiando l'ambientazione di fondo?

Non è la trama a cambiare, è il modo in cui tu la percepisci: invece che essere qualcosa di lontano, un sentito dire, diventa altro. E credo che le strategie che citi nel topic giochino abbastanza su questo.

Mi sembra interessante l'osservazione di Saša sui topos a riguardo. Anche io credo che qualcosa cambi scegliendo un'ambientazione piuttosto che un'altra, però ammetto che se sono i cliché e gli stereotipi a saltare sono anche felice, perché sono anche quelli parte di quello che stufano il pubblico. Se però è un'imitazione di quel tipo di contesto è ovvio che non sarebbe un granché come risultato. Per l'esempio che tu porti non posso dirti nulla perché non ho visto il film in questione.
Ma credo che il ragionamento funzioni.    

Modificato da Lynnet Blumstein

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Secondo me l'importante è che l'ambientazione funzioni, se per funzionare deve essere estera, ben venga, altrimenti può essere benissimo italiana.

Nele caso specifico del Ragazzo Invisibile (che purtroppo non ho visto) l'esperimento con le radiazioni funziona bene in Russia perché la Russia nell'immaginario collettivo è il posto dove puoi trovare facilmente uranio al mercato nero, mentre in Italia le sorgenti radioattive sono poche e di difficile accesso, ok potresti farlo entrare a Caorso e contaminarsi con i rifiuti nucleari lì stoccati, ma dovresti spiegare ai ragazzi cos'è Caorso, perché ci sono delle scorie nucleari e perché il ragazzino ci va, mentre dicendo "esperimenti con le radiazioni in Russia" hai già fatto tutto perché quasi tutti conoscono Chernobyl.

Perché le storie di supereroi sono quasi tutte ambientate negli USA? perché un contesto metropolitano con grattaceli ecc. fa pensare immediatamente a NY o altre città degli States, (anche qualche metropoli asiatica andrebbe bene, ma forse sono troppo lontane dal nostro sentire)  ce lo vedi spiderman a Milano? si arrampica sul Pirellone e da lì dove salta? Certo, sarebbe possibile fare una storia di supereroi a Milano ma richiederebbe la creazione ex-novo di tutto il retroterra culturale a cui il pubblico è abituato a pensare, interessante sì, ma faticoso e commercialmente rischioso.

Esistono storie che si prestano bene all'ambientazione italiana, altre che invece lo sono meno o che richiedono molto sforzo e assunzione di rischi commerciali per essere prodotte, Salvatores è uno che ha i mezzi per poterlo fare e ci prova (forse è l'unico regista che si azzarda a fare fantascienza/fantastico in Italia e per questo merita stima); altre volte invece l'ambientazione estera serve per rendere credibili cose che se ambientate in Italia non lo sarebbero, mi immagino per esempio storie di investigatori privati o di cacciatori di taglie, altre volte ancora lo sono solo per pigrizia o per sfruttare quel retroterra culturale, se vuoi stereotipato, di cui parlavo prima: i grattacieli sono americani, così come i serial killer o i supereroi e via dicendo.

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Ospite Ramble&Gamble

Trovo divertente che la riflessione scaturisca dall'analisi di un film che nessuno qui sembra aver visto. Il marketing costruito attorno al ragazzo invisibile ha funzionato bene.

 

Io l'ho visto e mi è piaciuto molto, ma il romanzo invece è terribile, nonostante sia scritto dalle stesse persone che hanno firmato la sceneggiatura. Quindi mi viene da pensare che la differenza la faccia Salvatores, che non ha iniziato ieri a lavorare con il cinema di genere e che, nonostante sia sia lasciato scappare diverse ingenuità, ha messo insieme un ottimo prodotto, a mio parere.

 

Sul discorso che riguarda la presentazione di Acheron Books, invece, sono d'accordo. Oltre ad avermi fatto sorridere (ridere?), penso sia controproducente e anche poco intelligente presentare una casa editrice così.

 

Stai cercando di vendere la Fontana di Trevi con dentro gli extraterrestri a chi? A noi? Al mercato editoriale internazionale? Pessima mossa, davvero. Leggere una roba del genere mi fa passare la voglia non solo di comprare un tuo libro, ma perfino di sfogliarne uno.

 

Se un romanzo è ambientato in Italia non è un problema, ovviamente. Il problema sorge nel momento in cui tu, editore, scrivi una presentazione in cui provi a vendere la storia millenaria, Scilla e Cariddi, i grattacieli di Milano, Dino Buzzati, la bomba e'Maradona, la pizza margherita e i gianduiotti. Sei serio? 

 

Forse, e dico forse, questa roba funzionava quando Girolamo Panzetta si è trasferito in Giappone, vent'anni fa.

 

Sintetizzando: l'ambientazione italiana non deve essere spacciata per valore aggiunto. È solo una delle possibilità, e l'autore di volta in volta sceglierà quella più adatta alle esigenze della storia.

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E' una questione assolutamente interessante, e credo sottovalutata o affrontata con superficialità da molti.
Non so quasi nulla del nuovo film di Salvatore e non è eticamente corretto per noi fare le pulci sulla presentazione di un nostro collega.
Però senz'altro un conto è il "Made in Italy" con in mente un pubblico italiano, un altro la strizzata d'occhio al pubblico internazionale.
Cosa conosce un pincopallo australiano, americano, giapponese dell'Italia di oggi? Attenzione perché prima della Fontana di Trevi e di Michelangelo, è probabile che citerà la pizza, la Ferrari e Armani. Quindi l'appetibilità della cultura italiana secondo me sta più nella Dolce Vita che nel Rinascimento.

Altro discorso: in una discussione simile sul WD scrissi che gli autori dovrebbero scrivere di quello che conoscono bene, o per esperienza vissuta o con studi di una certa consistenza. Ma l'esempio di Dylan Dog è calzante perché trattasi di un'eccellenza italiana con un'ambientazione esterofila. Generalizzando, consiglierei di evitare ambientazioni da "cartolina", che si tratti di Roma o di una città del Midwest 'mmerigano. Del resto, soprattutto se l'autore è giovane, è logico che il suo repertorio culturale sia pesantemente influenzato dagli USA, ma pure UK, Francia, Giappone. Solo, non chiamate i vostri protagonisti Richard o Brenda.

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Eccomi.
Tirato in ballo come Acheron Books, rispondo.

Il nostro non vuole essere un sistema universale o una filosofia di vita, ma vi spiego semplicemente la logica che sta dietro al nostro lavoro.
Prendiamo scrittori italiani del fantastico e selezioniamo le loro opere (o chiediamo loro di scriverne) con una evidente elemento di italianità. Poi le pubblichiamo in inglese, per il mercato mondiale.
Se un autore si chiama Samuel Marolla, o Davide Mana, o Luca Tarenzi (lascio fuori per ora solo Alessio Lanterna, ma solo perché esordiente e con un romanzo che potrebbe sembrare più generico), sappiamo che può essere competitivo con i pesi medi e perfino con i "big" del panorama fantastico internazionale.
Ma i loro cognomi finiscono con delle vocali e loro saranno sempre identificati come "italiani" in ogni contesto che coinvolga lettori anglosassoni. 
Che lo vogliamo o no, per il lettore UK-USA, il loro sarà sempre un nome esotico e noi su questo esotismo vogliamo giocare. Vogliamo volgerlo a nostro favore. Vogliamo usarlo.
Pensiamo a noi stessi. Quando leggiamo un autore giapponese o cinese ci aspettiamo che ci trasmetta qualcosa dell'Oriente. Quando leggiamo un autore turco o mediorientale, ci aspettiamo di trovarci dentro paesaggi e personaggi arabi, o turchi o afgani...
Quando qualcuno legge un romanzo italiano, si aspetta di trovarci dentro la Roma imperiale, Milano, Firenze, Venezia, Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, il Fascismo, il Rinascimento, le streghe del medioevo, i roghi della Chiesa.
E' forse una debolezza questa?
Per noi è una forza, una serie di grimaldelli in più che gli scrittori italiani hanno per attirare l'attenzione in un mondo dove la concorrenza è terrificante (per fortuna!). 
Bisogna farlo bene, ovviamente. Noi non pubblichiamo bargain books con la pizza e il mandolino.
Abbiamo citato nei nostri comunicati le grandi opere letterarie e fantastiche italiane, perché siamo convinti che gli italiani abbiano una tradizione vincente in questo campo e molto da dimostrare.
Con noi le astronavi atterrano a Lucca...
:)

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So solo che non sopporto quando un autore italiano crea personaggi che potrebbero benissimo essere italiani (nel senso che se fossero brasiliani anziché tedeschi o americani lo svolgimento della storia non muterebbe di mezza virgola) e gli danno poi nomi come: Brian, Jack, John (sì, sempre i soliti nomi tra l'altro...).

Perché? Perché il mondo è America oggi: i film che vediamo sono quasi tutti (90%?) americani, i personaggi sono americani con nomi americani. Discorso simile se parliamo di libri.

Se pensi a una grande città? New York, Londra, mica Milano e Roma che pure non sono piccoline.

Il nome americano fa figo, perché la cultura (mammamia) è made in USA, va di moda.

Vuoi mettere Giuseppino con Kevin o Ryan?

Io, ripeto, trovo nauseante questa ossessione di alcuni (anche nel WD eee...) che devono rendere ogni cosa a stelle e strisce, anche quando non serve...

Di conseguenza, allargando il discorso, capisco il lettore/recensore che critica un film/libro di supereroi ambientato in Italia... i supereroi non sono italiani, chi li ha mai visti in Italia? Volano e saltano tra i grattaceli e i maxi-cartelloni pubblicitari della coca cola o mc donald.

Farebbe strano anche a me vedere il film sul supereroe veneziano, ancora di più se il supereroe parla in dialetto.

I tipi del "sosteniamoloperchéèitaliano" posso giustificarli solo in parte. Forse si esprimono in modo sbagliato? Forse vorrebbero dire: "per una volta che in Italia si prova a fare qualcosa di diverso vi lamentate?"

Ha senso se la critica non attacca il film, che magari è anche belll, ma il fatto che si ispiri a qualcosa di straniero, che non ci appartiene. E allora sì, in questo senso (solo in questo) hanno ragione: sosteniamo gli italiani, mica solo gli americani sanno fare americanate.

Ps. Odio le americanate, ma ho cercato di dare un giudizio oggettivo.

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Pps: non vorrei aver infranto qualche regola riesumando un topic del mese scorso, ma l'argomento trattato mi interessava.

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So solo che non sopporto quando un autore italiano crea personaggi che potrebbero benissimo essere italiani (nel senso che se fossero brasiliani anziché tedeschi o americani lo svolgimento della storia non muterebbe di mezza virgola) e gli danno poi nomi come: Brian, Jack, John (sì, sempre i soliti nomi tra l'altro...).

Perché? Perché il mondo è America oggi: i film che vediamo sono quasi tutti (90%?) americani, i personaggi sono americani con nomi americani. Discorso simile se parliamo di libri.

Se pensi a una grande città? New York, Londra, mica Milano e Roma che pure non sono piccoline.

Il nome americano fa figo, perché la cultura (mammamia) è made in USA, va di moda.

Vuoi mettere Giuseppino con Kevin o Ryan?

Io, ripeto, trovo nauseante questa ossessione di alcuni (anche nel WD eee...) che devono rendere ogni cosa a stelle e strisce, anche quando non serve...

D'accordo, a volte negli ambientazioni negli USA però è per aderire volutamente a dei cliché di genere, come il poliziesco o il noir... per i nomi hai assolutamente ragione, potrebbero almeno non usare John o Jack che ne abbiamo già troppi.

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Io personalmente penso che tutto quello che possiede "qualità" intrinseca vada bene.

Però non si può voler seguire e fare tutto. Quella di Acheron è una scelta precisa per entrare in un mercato pienissimo e dispersivo, usando quello che il 99% dei competitori non hanno, ovvero "essere italiani".

E usandolo ovviamente in maniera intelligente e professionale.

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Francamente, non mi pongo problemi di ambientazione italiana o straniera. Secondo me, tutto dipende dal tipo di storia che si vuole raccontare. Ambientarne una in un paese di provincia italiano è funzionale al tipo di vicenda che abbiamo in mente? Se la risposta è affermativa, allora è bene usare quell'ambientazione. E' funzionale collocare invece una trama negli Stati Uniti, in Giappone o in una luna di Saturno? Anche in questo caso, se la risposta è sì non bisogna porsi problemi. A mio avviso, se un autore ha talento ed è valido l'ambientazione delle sue opere ha un'importanza relativa. Hemingway era americano ma Fiesta l'ha ambientato in parte in Francia e in parte in Spagna. Pearl Buck era statunitense e i suoi romanzi sono ambientati in Cina. Venendo al cinema, Lynch è nato nel Montana ma Elephant Man è ambientato nella Gran Bretagna dell'epoca vittoriana. Bertolucci è italiano ma ha anche girato Ultimo Tango a Parigi, L'Ultimo Imperatore e Piccolo Buddha le cui storie non sono certo collocate in un contesto nostrano. Dove sarebbe il problema, dunque? Immaginare un supereroe italiano non è una cosa così ridicola come molti credono e il caso di Salvatores non è neanche il primo in questo senso. Conosco molto bene i comics americani, una delle mie passioni, e non è vero che i supereroi siano un fenomeno esclusivamente statunitense. Fanno ormai parte di un immaginario globale e appartengono a un italiano come a un americano. Le storie dei supereroi sono prevalentemente inserite in un contesto made in USA perché per i lettori americani che sono poi il target principale di Marvel, DC, Image e altre etichette è facilmente riconoscibile. Ma ci sono state storie dei supereroi ambientate altrove e non sono numericamente trascurabili. Ne è stata realizzata persino una dell'Uomo Ragno a Venezia. Alan Moore situava le storie di Miracleman nell'Inghilterra thatcheriana. Esistono storie di Devil, di Silver Surfer e altri personaggi collocate in Europa, in Africa, in Giappone e altrove. Bisognerebbe quindi perlomeno informarsi prima di scrivere. In quei casi, le vicende erano credibili grazie al talento degli autori coinvolti. E si ritorna al discorso che facevo prima: il talento. Se ce l'hai, puoi immaginare storie che si svolgono dove ti pare e piace. Se non ce l'hai, lascia perdere la scrittura. Quanto al punto incentrato sulla presentazione di Acheron Books, ne ho compreso il senso e lo condivido in toto. In tutta sincerità, il sarcasmo nei confronti del progetto di questa etichetta mi pare proprio fuori luogo.

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