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Eleya

Delirio di un'aspirante scrittrice: nebbia...

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Apro questo post come se fosse una pagina del mio diario personale, come se fosse la carta su cui riversare pensieri e impressioni.

E arriviamo subito al punto.

Non sono plurilaureata in chissàqualemateriasuperscientificadacervelloni – i super cervelloni laureati sono pregati di non offendersi giacché la provocazione non era rivolta a loro, ma al sistema ;)  - pur avendo una laurea.

Mi ritengo una persona con una cultura media e, quando ho cominciato a scrivere sul serio, non mi ponevo il problema, nel senso “se scrivi bene e scrivi cose interessanti, sei a posto”.

Nei giorni scorsi sono andata a un premio letterario organizzato dalle mie parti e una volta lì, ho dovuto fare i conti con la realtà.

Sì, ho scritto un romanzo che presto verrà pubblicato, e forse avrà fortuna, ma di fatto rimarrò sempre NESSUNO dal punto di vista letterario.

Perché tanta amarezza, vi chiederete?

Il premio a cui sono andata era rivolto alla narrativa – la prima parte – e alla narrativa per ragazzi, la seconda: totale due vincitori.

I libri che hanno vinto… sono tutti di “alta letteratura”, narrativa classica, storie inventate prese dalla vita reale. I vincitori – Paolo Giordano con “Il nero e l’argento” e Luigi Garlando con “O’ maè” – si sono certamente meritati la vittoria, non sono qui a disquisire su questo, ma… uno è l’autore de “La solitudine dei numeri primi” libro che ho letto e che non mi ha per nulla entusiasmato; l’altro è un famoso giornalista sportivo.

Ecco.

Ripeto, non sto criticando chi ha la capacità e le competenze di scrivere narrativa di alto spessore – magari avessi io tali abilità – sto solo riflettendo su di me.

Mi sono chiesta: ma io che scrivo storie fantastiche – non nel senso di bellissime! – sarò mai considerata una scrittrice?

O sono io che ho questo limite mentale?

Ora, magari voi sarete così dolci e carini da risollevarmi raccontandomi di altri premi letterari o manifestazioni dove riconoscono un pizzichino di talento – non sto dicendo che ce l’ho – anche a scrittori di fantasy/fantastico/fantascienza etc, tuttavia vorrei capire: se la mia eroina e musa ispiratrice – J.K. Rowling – non avesse venduto centinaia di milioni di copie dei suoi libri e non avesse ceduto i diritti di elaborazione cinematografica alla WB, trasformando le sue paturnie sui maghi in un pezzo di storia della letteratura mondiale, sarebbe solo una povera donna che vaneggia di stregoneria?

Per inciso, qualcuno l’ha veramente accusata di ciò: in alcuni paesi hanno proibito la vendita dei suoi libri e li hanno bruciati…

Ciò che voglio dire è: se scrivi libri “impegnati” sei un autore, se scrivi fantasy o similari sei un autore quando superi le 100.000 copie?

Non lo so, forse sono in una strana fase di autocoscienza, di analisi interiore e chi più ne ha ne metta, ma in certi momenti mi chiedo:

“chi credi d’incantare con le tue favolette?” :rofl:

 

 Grazie a chi avrà voglia di dirmi la sua, nel bene o nel male.

 

Eleya

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I premi, quando non esplicitamente indirizzati alla narrativa di genere, finiscono per favorire il "mainstream".  E' risaputo, ma non ufficializzato.  Per molti giurati - non tutti, certo - il mainstream rappresenta una qualtà letteraria superiore.  I gusti dei lettori invece premiano moto più di frequente la narrativa di genere.  Romanzi super pompati dalla critica - a torto o a ragione, non conta in questo discorso - e finalisti anche in premi di una certa importanza, spesso vendono poco.  Non è certo il caso del tuo esempio, perché Giordano e Garlando stravendono, ma potrei citarti a bizzeffe autori molto considerati che "passano alla cassa" con poca frequenza.

Non mi sembra il caso di farne un incubo: basta esserne consapevoli e cercare di curare al meglio il proprio prodotto.  Se si ha la fortuna di "arrivare" sarà poi il pubblico a fare le sue scelte.

Sulla presunta superiorità del mainstream alle altre forme di narrativa puoi trovare parecchie discussioni anche qui nel forum, ma non sperare di uscirne con una verità assoluta... :asd:

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Ci sono concorsi destinati (magari non esplicitamente ma di fatto) al mainstream e concorsi destinati ai vari rami della letteratura di genere. Che c'è di strano in questo? Niente. E invece no. C'è un problema.
Il problema, secondo la mia opinione, naturalmente, è che esiste un'invidia latente nei confronti della letteratura mainstream. Chi scrive letteratura di genere vorrebbe non tanto che i suoi testi venissero considerati allo stesso livello della letteratura ritenuta maggiore, ma che tra le due non ci fosse distinzione. Una sorta di complesso d'inferiorità che si vorrebbe mascherare.

Chi scrive fantasy, gialli, fantascienza e quant'altro dovrebbe essere orgoglioso di ciò che scrive. Certo, tutto nel mondo della letteratura sembra opporsi a questo.

Non importa, siatene orgogliosi lo stesso. Tranquilli che se vi riesce il capolavoro il tempo lo riconoscerà.

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@Marcello: avevo intuito che, seppure non specificato, per " premio letterario narrativa" si intendesse quella non di genere, quindi mi confermi quanto sospettato. Ma sì, me ne farò una ragione - nel senso buono - e cercherò di prenderla come uno spunto per migliorarmi.

@Nanni: che meravigliosa spremuta di ottimismo mi stai offrendo. Certo, chissà quanto ancora ho da imparare, ma credo tu abbia centrato il punto. Sono io la prima a dover smettere di pensare che, se non scrivo di ragazzi corrotti dalla camorra salavti dal judo, ma di ragazzi corrotti dallo stress di una vita caotica salvati da una creatura superiore, le due cose siano così diverse. Possono coesistere, come il nero e il bianco, ognuno nel proprio spazio.

Nel profondo, so che rendere consapvoli i giovani del caos e delle insidie che li circondano, sia importante tanto quanto permettergli di sognare, d'immaginare. Nonostante ciò, a volte ci ricado, nella trappola della razio, quella per cui "da grande" non si dovrebbe più sognare, e pensare solo a vivere.

 

Grazie a entrambi: le nebbia si dirada...

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Concordo anch'io con quanto dice Nanni e, se sei interessata ad approfondire, nella discussione relativa al Calvino - spulciando un po' perché gli utimi interventi riguardano le schede di lettura - troverai che si parla anche di quello (c'è anche la mia testimonianza per aver partecipato all'edizione 2013 con le impressioni "illuminanti" di uno miei lettori; non la riporto qui per non mandare questa discussione OT).

E ti lascio con un aneddoto che ti può far capire come a volte la narrativa di genere possa essere percepita "minore" anche da chi ne è avido consumatore.  Fra i miei tanti clienti in ventotto anni di libreria ne ricordo uno che era uno dei più stimati medici della città in cui lavoravo allora.  Veniva un paio di volte al mese e faceva razzie nel banco della fantascienza; poi sostava nel banco delle ultime novità e comprava gli ultimi quattro o cinque bestseller in cima alle classifiche di vendita.  Gli servivano per nascondere gli altri, perché si vergognava - proprio così, lo confessò a un mio collega - della sua passione per la fantascienza, che reputava probabilmente un retaggio dell'adolescenza...

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L'ho già raccontato: in un topic sui classici, credo. Alla  presentazione di "La ricchezza" di Marco Montemarano, vincitore del concorso Neri-Pozza (non l'ho letto, confesso) è stato chiesto perché  i romanzi di genere fossero esclusi dalla partecipazione. Lidia Ravera - autrice di Porci con le ali!- ha ribadito che la Letteratura è "solo" mainstream.

Pratico  con piacere il giallo e i miei sono piuttosto "colti" quanto a tematiche e stile (di sicuro un difetto!), ma ho deciso di arrendermi. Sto scrivendo un mainstream :asd: !

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Ospite Valpur

Anche io sono in una situazione simile a quella di Sefora, solo che scrivo fantasy. Fantasy pure un po' pesante, visto che i temi trattati capita che siano piuttosto "importanti".
E lo so, lo so benissimo che è un genere stigmatizzato, vuoi per una frequente scarsa qualtà dei prodotti italiani figli della "mungitura" intensiva di qualche anno fa, vuoi perché la moda non è ancora arrivata (anzi, ritornata) dall'estero. So anche però che a me piacerebbe davvero pubblicare un altro libro, visto che sto continuando a imparare a scrivere e posso affermare con certezza di essere migliorata nel corso degli anni.
Così mi sono messa pure io a tentare di scrivere un mainstream, e lo sto odiando. Forse lo finirò, forse no, quel che è certo è che per quanto chi l'ha letto si sia complimentato io non mi sento a mio agio.
Per questo ho chiuso il file e riaperto quello del romanzo fantasy (o simil-fantasy) che ho in ballo da un po'. È inutile, è il genere che mi piace maggiormente scrivere; penso che se un prodotto vale prima o poi verrà notato, e tanto vale tentare l'avventura con qualcosa in cui credo.

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Scusatemi se approfitto di una discussione nata per uno scopo leggermente diverso, ma non credo di essere OT.

Secondo voi qual'è il genere che scrivo io? Fantastico, immagino. Ma il fantastico ha molti sottogeneri, spesso assai ben codificati.

Qual è il mio? Comincio ad avere problemi di identità.

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Ospite

Il problema, secondo la mia opinione, naturalmente, è che esiste un'invidia latente nei confronti della letteratura mainstream.

 

 

L'invidia è una brutta bestia, ma anche chi scrive mainstream non è che nutra tutto quest'affetto nei confronti di chi pratica 'letteratura di genere'. La verità è che un lavoro 'richiesto' (per quanto 'sporco' sia) necessità di persone disposte a farlo, in modo da sopperire a questa esigenza. Questa lotta tra chi scrive davvero 'letteratura', quindi, la trovo inutile. Esistono una varietà di generi in cui ognuno può sentirsi libero di esprimersi. Proprio questo è il nocciolo fondamentale della questione, la possibilità di 'creare' opere in cui riversare le nostre ispirazioni. Sì, ispirazioni tralasciando le aspirazioni, perchè se si scivesse per compiacere qualcuno, allora, scusatemi, si sta sbagliando tutto. Personalmente mi piace cimentarmi in più generi, escludendo 'l'erotico', anche se è commerciale, vende di più e ecc., non mi interessa. Allo stesso modo trovo assurdo chi critica Giordano, Brown, Moccia, Faletti e ecc. Ognuno è bravo nel suo genere e basta. Se qualcuno crede di esprimere una letteratura migliore, si può liberamente confrontare sullo stesso campo e provarli a batterli. Esempio banalissimo, un campione del calcio, che reputa il suo sport l'unico degno di portare questo nome, dovrebbe almeno cimentarsi nelle altre attività primeggiando per poter esprimere un'opinione a riguardo. Ripeto 'opinione'.

Io, invece, non voglio praticare delle forzutare, arrendermi o passare a un genere 'modaiolo' o 'eccelso', semplicemente preferisco scrivere 'con gusto', quando non avrò più questo piacere smetterò.

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Confesso anch'io, visto che siamo in tema :asd: : come Valpur, anch'io una volta mi sono fatta tentare dal mainstream pur scrivendo solo fantasy. Non ci sono riuscita, ho fallito miseramente: ho scritto un racconto per me talmente orrido che ho chiuso il file dopo averlo riletto dopo qualche giorno e non ho più avuto il coraggio di riaprirlo.

Perché l'ho scritto allora?

Una volta una mia amica mi ha detto tutta convinta che il fantasy è una roba per bambini che molti, lei compresa, non leggono perché non è di moda come sono altri romanzi (lasciamo perdere quali, per carità). Parlare di fantasy spesso ha l'effetto di far fuoriscire la tipica espressione "io ti sono superiore perché non leggo bambinate come fai tu" perché è considerato solo come un genere che serve ad intrattenere i bambini o i ragazzini al massimo.

Anche se non è così, questa mentalità è così radicata che difficilmente si riesce ad averla vinta in una discussione del genere nonostante tutte le argomentazioni di cui uno può avvalersi.

Nel mio personale, dopo quell'esperimento, però, ho capito una cosa: io mi trovo bene nello scrivere fantasy. Non m'interessa cosa pensano di me, non m'interessa nemmeno se mi prendono in giro o se non diventerò famosa o mai mi pubblicheranno: io adoro scrivere fantasy, mi diverto proprio tanto a scriverlo e non vedo perché dovrei smettere per assecondare le mode.

Preferisco autoassecondarmi ed essere felice piuttosto che forzarmi a essere qualcosa che non sono (che poi in quello che scrivo si capisce quando non mi sento a mio agio... Come dire manca l'empatia con il testo, meglio non saprei esprimerlo, scusatemi... :eheh: ).

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Ospite

Una volta una mia amica mi ha detto tutta convinta che il fantasy è una roba per bambini che molti.

 

Questo è un altro luogo comune. Parlando di 'cose da bambini' ci sono tutti questi nuovi film della Disney, destinati a un pubblico di una certa fascia d'età, eppure sempre più adulti vengono rapiti dalle storie, in alcuni casi ben realizzate. La verità è che non esiste un età per nulla, tranne per le capacità fisiche che possono inibirci. La nostra mente è libera, non dobbiamo farci irretire, poi da un modo di pensare che nemmeno ci appartiene. Io leggo anche fumetti e non provo nessuna vergogna in questo, anzi posso dire che ho 'una cultura variegata'. Leggo anche il gossip, in pratica tutto ciò che mi capita sottomano. D'altronde non essere 'curioso' di quello che ci circonda, ed escludere qualcosa a favore di altro, sarebbe una 'vita a metà'. Naturalmente, come tutti ho delle preferenze, ma preferisco in questi settori, che giudico 'non criminosi', praticare le scelte ritenute opportune. L'importante è leggere e informarsi di qualsiasi cosa, c'è sempre da imparare anche da 'Topolino' e 'Tex'.

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Ciao a tutti,

 

mi sembra che siano usciti parecchi sottoargomenti interessanti. Vediamo se riesco a dire la mia su alcuni.

 

"La letteratura di genere non esiste, la vera letteratura è solo quella mainstream". 

Dopo molte meditazioni e riscritture: sono contrario alle definizioni "letteratura di genere" e "letteratura mainstream" e parlerei piuttosto di un sistema binario "letteratura alta" (con riconoscimento della critica) e "letteratura di consumo" (senza riconoscimento della critica). Entrambe appartengono all'ambito più ampio della letteratura, qui rappresentata da un tonno, di cui la letteratura alta è, diciamo così, la ventresca, la parte scelta. La si inscatola, mette sott'olio con una bella copertina e si vende ampiamente. La letteratura di consumo comprende tutto il resto: cuore, schiena, bozzonaglia, che restano comunque commestibili e spesso gradevoli, e anche le parti immangiabili come ossa e pinne. (E' l'una e ho fame, se non si fosse capito). Quello che voglio dire è che un tonno senza pinne non va da nessuna parte! Nessun pescatore si lamenterebbe dicendo "accidenti, un altro tonno con le pinne". Non si può fare finta che la letteratura sia solo buona letteratura, o che occorra il timbrino di qualcuno per essere letteratura. 

Tutto questo si basa sull'idea che dare una valutazione basata solo sul genere non abbia senso. Dire che Asimov non ha fatto letteratura è una follia. Poe scriveva addirittura gialli e orrore! Argh! E poi c'è gente come Bradbury, Tolkien, Christie...

Questo non toglie che le opere di un genere tendano ad assomigliarsi ("ma va'?"), o che siano destinate ad un segmento particolare di pubblico, mentre esistono opere che preferiscono attingere a vari generi per creare qualcosa di nuovo (Malvaldi), che finisce anche per interessare un ambito di pubblico più ampio. Ma stroncare per principio interi generi non mi sembra molto sano. Forse è un problema di parole con più significati, ma non mi pare che Scerbanenco o Camilleri abbiano ottenuto i loro principali successi per aver scritto fuori da un genere.

 

Sulla dignità del fantastico: autori come Buzzati, Hesse, a modo suo Kafka, Calvino, Wilde, Rodari, Dahl hanno liberato il fantastico dall'inquietante (o soporifero) retaggio dell'Arcadia e datogli forme distinte per le diverse fasce di età. Non riconoscere ad una realtà del genere la dignità di letteratura per appiopparla, ad esempio, al romanzo-inchiesta mi sembra una scelta culturalmente discutibile. Non che il romanzo-inchiesta non abbia una tradizione e una dignità sue- in Italia nasce col romanzo in italiano, quando Manzoni abbina la Storia della colonna infame ai Promessi sposi -, ma, se si parla di letteratura, non ha nulla in più da offrire del "misero" fantastico. Alla fine, stiamo parlando di valore letterario, non di informazione.

Quello che voglio dire, comunque, è che il fantastico ha la sua dignità, specialmente in Italia. Che poi chi dà i premi tenda a dimenticarsene, è un altro discorso.

 

Riguardo al phantasy: qui si tratta anche di una scelta di mercato. L'unica cosa che devo dire è che un phantasy che non fa sognare è, secondo me, un phantasy che ha fallito. E' il motivo per cui ho smesso di leggerli: dopo Tolkien, non ho trovato nessuno che fosse in grado di darmi lo stesso. A parte questo, non ho più un'età in cui possa permettermi di sognare ad occhi aperti così a lungo: questo è il motivo per cui, io credo, il phantasy è ritenuto un genere per bambini.

A parte questo, il phantasy rischia seriamente di tornare al sopore dell'Arcadia.

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Ospite Lem Mac Lem

Asopo, il tuo giudizio sul genere è parecchio tranciante ed è palese che si tratti di gusti personali (io non sono di primo pelo e sognare a occhi aperti per tutta la durata di un romanzo mi va benissimo), volendo se ne può discutere, però se continui a scrivere phantasy nessuno ti prenderà mai sul serio. Usa la parola corretta, che ti costa? :sss:

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Bah, io leggo e scrivo sostanzialmente solo letteratura fantastica e vivo benissimo senza farmi problemi su quanto elevata e culturale sia :)

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mah, so che la discussione impazza da tempo in altre sezioni. Non è questione di superiorità di un genere all'altro o del mainstream a tutto il resto. A mio avviso, in ogni forma letteraria, non deve mai mancare la qualità, quella che fa la differenza tra un prodotto buono e uno scarso. Il mio primo romanzo è stato classificato "mainstream" da diversi recensori. Da alcuni un romanzo "di formazione". Ho solo voluto raccontare una storia, e nel farlo ho cercato di renderla al meglio. Chiaro, sono partito dall'inizio con l'idea, ben sapendo che non si sarebbe virato verso il noir o il fantasy, per fare degli esempi, ma dentro ci stava un po' tutto, quindi io personalmente non saprei come definirlo, se non "genericamente" narrativa. Più facile con quello nuovo, visto che si tratta di saggistica :-)

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Alla faccia di certa critica e di certi spara-sentenze, la storia della letteratura è costellata di letteratura di genere, specialmente fantasy. Il mainstream ha la sua dignità comunque. E tuttavia non capisco la sensazione di 'puzza sotto il naso' che mi danno certi personaggi e certe affermazioni. Boh, sarà l'ennesima tara di una certa parte dell'intellighenzia italiana: un po' come i filologi alessandrini che avevano le proprie 'preferenze'.

 

Ma forse dobbiamo vederla in modo diverso: forse sei tu che guardi e cerchi l'approvazione delle persone sbagliate.

Il successo infatti non è decretato solo da certi critici o da certi premi (al di là del fatto che comunque esistono premi appositi per i vari generi), ma anche e specialmente dal successo presso i lettori. E poi ci sono pure critici e recensori che si occupano solo di questo o quel genere. E' l'interesse e l'approvazione di questo altro pubblico e queste altre persone che devi cercare. Non puoi proporre un bellissimo siamese ad uno che è allergico al pelo di gatto, insomma.  :asd:

 

Certo, che aprire a fare un concorso a qualunque genere di narrativa se poi si premiano puntualmente solo mainstream? Magari è un caso, e magari andiamo a vedere che effettivamente i, ad esempio, primi tre posti in tal concorso sono stati davvero meritati da tre produzioni mainstream perché davvero i tre lavori migliori.

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Anche io scrivo soprattutto fantasy (non esclusivamente) e ho notato gli stessi problemi. Non disdegno l'altra letteratura, d'altronde sono insegnante di lettere, se non amassi la letteratura sarebbe davvero strano, però non credo che ci siano generi da snobbare, come spesso vedo fare a chi si ritiene portatore della cultura nella sua eccellenza. Un romanzo è bello se ti dà emozioni e se non è un orrore di scrittura, che importa il genere?

Purtroppo la letteratura fantastica è snobbata più in Italia che in altri paesi da quel che ho potuto notare e alcune risposte le ho trovate anche nella storia culturale dell'Italia: a un certo punto si è cominciato a pensare che i romanzi frutto esclusivo di fantasia siano quasi indegni o non definibili neanche letteratura... Ho la sensazione che le prime basi di questo modo di pensare siano state gettare nel periodo ottocentesco, ma è solo un'opinione.

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Per come la penso io, si diventa scrittori nel momento un cui si è riusciti a produrre qualcosa di compiuto.

Indipendentemente dal fatto che sia stato pubblicato o meno e indipendentemente dal fatto che abbia avuto successo oppure no.

In Italia il mercato del fantasy non è trainante (come in altre parti del mondo) ma la sua nicchia dedicata l'ha comunque.

E poi, nonostante le solite critiche che conosciamo tutti, un'autrice fantasy "famosa" l'abbiamo pure noi: Licia Troisi.

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E poi, nonostante le solite critiche che conosciamo tutti, un'autrice fantasy "famosa" l'abbiamo pure noi: Licia Troisi.

 

"Tanto è Fantasy!" Cit.

 

:asd:  :asd:  :asd:

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Purtroppo la letteratura fantastica è snobbata più in Italia che in altri paesi da quel che ho potuto notare e alcune risposte le ho trovate anche nella storia culturale dell'Italia: a un certo punto si è cominciato a pensare che i romanzi frutto esclusivo di fantasia siano quasi indegni o non definibili neanche letteratura... Ho la sensazione che le prime basi di questo modo di pensare siano state gettare nel periodo ottocentesco, ma è solo un'opinione.

 

Sì, ho la medesima sensazione, ma non so bene perché... Però riflettendoci, sulla scia del romanticismo nell'800 già una letteratura fantastica (se non già propriamente fantasy) comincia a delinearsi e a fiorire in Gran Bretagna, fondando una tradizione che è continuata nel '900 diffondendosi anche in altri paesi. Però nel medesimo periodo in Italia decantavamo Manzoni, Carducci, De Amicis... Tolti pochi 'sperimentatori' gotici di cui nessuno si ricorda mai, la roba più fantasy che avevamo era Pinocchio, il che è tutto dire.

Visto che comunque la critica letteraria a livello accademico in Italia tende ad essere parecchio altezzosa e conservatrice (da quello che ho visto, almeno, con particolare attaccamento agli insegnamenti dei 'Maestri' manco fossero parole divine), non mi stupisce che certi personaggi disprezzino la letteratura di genere. Ma, appunto, credo sia un problema di teoria della critica: come i buoni Gorgia e Socrate ci hanno dimostrato, chiunque può prendere la propria personale opinione e farne con dimostrazioni parolate una verità assoluta. Se certi personaggi non sono abbastanza onesti intellettualmente da distinguere i propri gusti personali dalla critica oggettiva, noialtri si può fare ben poco.

 

In Italia il mercato del fantasy non è trainante (come in altre parti del mondo) ma la sua nicchia dedicata l'ha comunque.

E poi, nonostante le solite critiche che conosciamo tutti, un'autrice fantasy "famosa" l'abbiamo pure noi: Licia Troisi.

 

Ecco, questo un pochino ci trae in inganno. Appassionati (e scrittori) di fantasy e fantascienza in Italia, almeno nella seconda metà del '900, ci sono stati, ma, appunto, sono sempre stati una nicchia.

Il vero boom del fantasy però c'è stato tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2000: ormai storia insomma. Senza tener conto di possibili avvisaglie e precursori, possiamo dire che si iniziò con la saga di Harry Potter, i cui primi volumi furono seguiti dopo qualche anno da una nuova edizione del Signore degli Anelli e dall'uscita degli adattamenti cinematografici di entrambe le saghe. Lì davvero, nel 2001, anche gli editori italiani fiutarono l'affare e negli anni successivi ci fu una vera corsa all'oro, una febbre del fantasy che ha portato a riempire le librerie con inediti e riediti del genere: altro che nicchia. Ed è in quel tempo (2004) che spuntarono fuori il paoliniano Eragon e la troisiana Nihal.

Ma, e già questo dovrebbe metterci in guardia, Nihal dalla Terra del Vento ed Eragon sono tutt'altro che delle perle.

Seguì quindi dapprima il fenomeno dei baby-autori: giovanissimi autori poco più che adolescenti e le loro saghe (si dice, io non mi sono mai arrischiato a verificare) un po' tutte uguali un po' tutte scadenti inondarono il mercato.

Scemata la prima ondata fantasy, seguì una seconda ondata urban-fantasy (ma forse più paranormal romance), ovvero Il Buio Periodo dei Vampiri Sbrilluccicosi, e una terza che tuttora si strascica, sempre paranormal romance, ma più 'metafisico', con angeli caduti et similia.

Ora agli editori la sbronza è passata, ma si ritrovano con un gran mal di testa provocato dalle centinaia di manoscritti fantasy che ricevono quotidianamente da aspiranti scrittori che, manco con tutti i torti, dicono: "ma se ce l'ha fatta Nihal che sembra scritto da na bambina di cinque anni (opinione mia), perché non ce la può fare il mio nano nerboruto e fighissimo, Kuldr?"

E loro c'hanno anche ragione: io voglio credere (e più di un paio di esempi li ho pure visti girare per il web) che ci sono scrittori di fantasy più o meno giovani che vogliono e sanno scrivere bene e con originalità. E non credo neanche che il mercato si sia saturato: il successo di Martin è una prova evidente che il fantasy ha ancora un target avido di nuove storie e nuovi mondi e che quindi c'è un potenziale successo tutto da raggiungere per il genere.

 

Perché allora l'interesse degli editori verso il fantasy pare declinato, se comunque il mercato c'è?

Perché, diciamocelo, Martin scrive bene e quindi è un investimento sicuro, Pinco Pallino (per probabilità) il più delle volte scrive male. Il genere cioè si è svalutato agli occhi degli editori: è diventato il genere che scrivono certi aspiranti inesperti scrivendo male cose o già trite e ritrite o senza alcuna qualità. Per dirla in altre parole, la situazione generale è che (estremizzo, non prendetemi alla lettera) tutti vogliono scrivere e avere successo, mentre il pubblico rimane lo stesso, ma nel settore fantasy ciò è ancora più vero: se l'aspirante esordiente di qualità è già di suo penalizzato dalla concorrenza dei suoi 'colleghi' (e quindi dalla scarsa attenzione che le CE, le big almeno, possono dedicargli), l'aspirante esordiente fantasy di qualità è ancora più penalizzato, perché di più sono i concorrenti e perché ormai il genere passa nelle teste degli editori e di certa critica come spazzatura scritta da bambini.

 

Insomma, non diamo colpe solo alla critica: un pochino in questa situazione ci ci siamo messi pure noi aspiranti autori del fantasy eh... Se c'è una cosa che è davvero difficile (e lo scrivo perché per quanto mi riguarda la trovo difficilissima) è frenarsi e avere l'umiltà di riconoscere che magari la nostra opera non è poi così tanto buona come ci piace pensare: che magari cioè, forse (non uccidetemi), non siamo davvero capaci di scrivere così bene come una pubblicazione necessiterebbe, o che magari abbiamo da migliorare ancora molto e da esercitarci di più; in generale, voglio solo dire che forse dovremmo rifletterci ventimila volte prima di inviare qualcosa a qualcuno. Perché in un mondo ideale non solo gli editori avrebbe pubblicato con maggiore coscienza questo genere, senza permettere che un obbrobrio come Nihal diventasse l'icona del fantasy italiano (perché, a livello di vendite e di fama, questo è), ma anche molti aspiranti si sarebbero trattenuti dal proporsi e arrivando così, sì, a pubblicare, ma a che prezzo? Perché alla fine qua si è pagato con la dignità di un intero genere pe' du' spiccioli di diritti, cinque secondi di fama e poco più. E le vittime sono tante: sono i lettori, che per trovare buone opere devono farsi speleologi del web, sono gli autori col vero talento, che magari ora si vedono rifiutare la meritata e agognata pubblicazione solo perché altri prima di loro hanno reso il genere (per alcuni, non per noi pochi fortunati, noi compagnia di fratelli) sinonimo di mediocrità.

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Senza entrare in tutto il discorso della speculazione (prima) e sottovalutazione (ora) del fantastico da parte dell'editoria italiana, faccio solo una considerazione da "Capitan Ovvio": se è vero che i testi che vendono di più spesso sono mainstream (ma all'estero e per un pubblico giovanile questo non è mica tanto vero... avete presente la teoria della coda lunga? Il pubblico si sta sempre più segmentando in generi specifici), è anche vero che i libri mainstream che non si fila nessuno o non vengono neanche pubblicati sono un'enormità. Mentre per un libro di genere ritengo sia più facile trovare una nicchia. 

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Mi pongo spesso le tue stesse domande. Io amo scrivere fantastico (anche se nei racconti frequento anche altri generi) e sono assolutamente consapevole che in Italia o scrivi fantasy di facile presa, senza troppa complessità, o sei un giovane esordiente, magari ragazzino, che fa gola alle CE perché sperano nel colpaccio. E il fantasy concepito per ragazzi o ragazzini a me annoia un po' (magari non leggerlo, ma faticherei a scriverlo). Inserire tematiche delicate e a volte un po' pesanti nei fantasy potrebbe far storcere il naso. Poi magari scrivo comunque una marea di banalità, lungi da me sostenere che scrivo cose complesse e profonde, caso mai ci provo, ma riuscirci è un'altra cosa :P

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Fino a non molti anni fa ancora navigavo nei miei sogni di regista, perciò la mia esperienza riguarda esclusivamente i concorsi cinematografici, ma non credo che quelli letterari facciano molta eccezione. Venendo al dunque, è ormai assodato che, tranne rare eccezioni, nelle competizioni venivano regolarmente snobbate le commedie. E non parlo di filmacci, parlo di pellicole che, rivalutate nel tempo da una critica superficiale e con la puzza sotto al naso, sono diventate dei capisaldi della nostra storia cinematografica. E per non andare troppo indietro nel tempo, il mio professore di Storia del Cinema mi impedì di portare Monicelli ad un esame. Una certa "cultura", incapace di comprendere la complessità della commedia, continua a pensare (guardandosi bene dal dirlo pubblicamente) che gli unici film degni di questo nome devono essere drammatici, e (scusate) possibilmente molto, molto noiosi.
Se c'è una discriminazione stilistica nei concorsi letterari, questo non lo so, ma non me ne stupirei affatto.

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Fino a non molti anni fa ancora navigavo nei miei sogni di regista, perciò la mia esperienza riguarda esclusivamente i concorsi cinematografici, ma non credo che quelli letterari facciano molta eccezione. Venendo al dunque, è ormai assodato che, tranne rare eccezioni, nelle competizioni venivano regolarmente snobbate le commedie. E non parlo di filmacci, parlo di pellicole che, rivalutate nel tempo da una critica superficiale e con la puzza sotto al naso, sono diventate dei capisaldi della nostra storia cinematografica. E per non andare troppo indietro nel tempo, il mio professore di Storia del Cinema mi impedì di portare Monicelli ad un esame. Una certa "cultura", incapace di comprendere la complessità della commedia, continua a pensare (guardandosi bene dal dirlo pubblicamente) che gli unici film degni di questo nome devono essere drammatici, e (scusate) possibilmente molto, molto noiosi.

Se c'è una discriminazione stilistica nei concorsi letterari, questo non lo so, ma non me ne stupirei affatto.

Paragone direi adeguato.  Senza nulla togliere alla qualità di un certo tipo di cinema e letteratura, per certi intellettuali i prodotti culturali di valore sono solo quelli molto vecchi o molto noiosi; e poi ci si stupisce se i giovani si disaffezionano.

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Trovo noiosi gli ennesimi libri sulla Guerra Mondiale, o sui poveri ebrei della Guerra Mondiale, o sul giornalismo della Guerra Mondiale. Noiosi i libri su quanto sia orrenda la società, e i ragazzi sbandati della società, e la crisi della società. Scrivo e leggo fantasy per uscire dalla noia e dal grigiore. Non sarò mai pubblicato, ma almeno non mi annoio...

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Trovo noiosi gli ennesimi libri sulla Guerra Mondiale, o sui poveri ebrei della Guerra Mondiale

 

Perdonami ma lo trovo un discorso stupido, senza mezze misure.

Forse volevi provocare ad arte o forse non ti sei reso conto di quello che scrivevi, ma pensare che un libro sui "poveri ebrei" non sia divertente, ecco questa è davvero una sciocchezza senza confini. 

Anna Frank e Primo Levi, tanto per citare i nomi più famosi, non credo si siano divertiti tantissimo in vita loro.

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Ospite Bradipi

Humm, Simone ma secondo te di che tratta il "signore degli anelli"?

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