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madddai

Osvald Brett, onest'uomo

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Commento http://www.writersdream.org/forum/topic/22718-un-giorno-che-ero-un-albero-o-forse-un-deltaplano/#entry395864

 

Sette secondi. Questo gli aveva suggerito il dottor Kras. “Lasci passare sette secondi tra un boccone e l'altro, e non avrà mai più a che fare con un mal di stomaco”. E poi aveva tossito, il dottor Kras: una tosse catramosa, grassa, sporca, che metteva inevitabilmente in dubbio la sua capacità di curare i malanni degli altri.

Fu allora che, ancora caldo delle rassicuranti e ottimistiche parole del luminare, colmo di speranza e buoni propositi, Osvald Brett si ritrovò davanti al pranzo più impegnativo che si fosse mai sognato di dover affrontare: aperitivo all'esterno, aperitivo all'interno, antipasto, primo, primo, secondo, secondo, primo che si erano dimenticati di portare prima, secondo, dolce, sorbetto, amaro, dolce da accompagnare al caffè, caffè.

La sensazione che Osvald provò nel sollevare la prima tartina al salmone dal vassoio fu di paura. Ebbene sì, paura! Sarebbe stato quel piccolo boccone causa scatenante di un altro dolorosissimo mal di stomaco? No, se solo avesse avuto la pazienza di aspettare otto secondi prima di mangiarne un altro. Così almeno gli aveva detto il dottor Kras.

Ma prima che la sua lingua potesse toccare il tanto temuto e desiderato boccone, ecco arrivare gli sposi, belli e regali nei loro abiti pomposi.

Un applauso, qualche fischio amichevole, molte congratulazioni ed ecco pian piano i gentili ospiti tornare alle loro precedenti occupazioni: c'è chi stava sorseggiando un buon bicchiere di champagne, chi si godeva il senso di libertà che solo camminare a piedi nudi sopra un curatissimo prato inglese può concedere e chi – e questi erano numerosi – scavavano nella loro memoria per recuperare aneddoti divertenti e, perché no?, un po' scabrosi, sugli sposi, in modo da farsi trovare preparati all'inevitabile e commovente gara di pettegolezzi che si sarebbe ineluttabilmente scatenata pre e post banchetto nuziale.

E poi, là in fondo alla lunga tavolata, c'era il nostro Osvald Brett che stava per addentare la pericolosa tartina al salmone. Avrebbe seguito scrupolosamente le direttive del luminare e aspettato nove secondi, non uno di più, non mezzo di meno (il dottore era stato molto chiaro su questo punto).

Ed ecco come gli si presentò il nemico: morbido, speziato, dolciastro. Buono. Il suo palato invocava un altro boccone – ancora uno, almeno – e sì, sarebbe stato accontentato, ma solo allo scoccare del decimo secondo. Osvald non aveva proprio voglia di stare male in quel giorno di festa. Il cielo era azzurro, il prato verde, la sposa bianca. Tutti i colori insomma erano al posto giusto e nulla avrebbe dovuto turbare quell'armonia cromatica.

Certo che, si rese conto Osvald, undici secondi erano proprio lunghi da aspettare. Derise la sua impazienza e, per colmare l'attesa, sfoderò uno dei suoi più concilianti sorrisi alla signora Cratmond che gli aveva appena pestato un piede.

Ma eccolo afferrare la più grande e ripiena tra tutte le tartine: diremmo di lui che sia un goloso se non sapessimo con quanto rigore e con quanta virile resistenza attese che il dodicesimo secondo fosse consumato prima di mangiare la seconda tartina.

Era guarito allora! Bastava davvero così poco! Solo una piccola attesa, qualche secondo tra un boccone e l'altro, ed era guarito! Ah, che futuro meraviglioso lo aspettava! Una moglie, tanti figli, una casa accogliente e nelle fredde sere d'inverno un buon cervo da addentare senza paura di stare poi male. Osvald Omerus Brett era un uomo felice. Felice, sì! E tutto grazie a tredici, piccoli, velocissimi secondi.

Trascorse così, in questo clima di rinnovata gioiosità, il pranzo nuziale di Olivia e Jorghe Desmond-Brett. Tutti sono felici, gai, fiduciosi in un mondo migliore, portatori sani di speranze e di costruttivi propositi. Tutti, tranne uno.

Ma cosa può essere successo, al nostro povero Osvald Brett, per averlo ridotto così? Uomo ormai non più contento, piombato giù dalla schiera dei gaudenti; infelice omuncolo stempiato e non sposato? Un mal di stomaco, forse? Il vecchio nemico che si ripresenta? Ebbene, all'inizio noi ci siamo guardati dallo spezzare le illusioni del nostro amico, ma eravamo certi che, contro tutto quel ben di Dio, non sarebbe certo bastato adottare la tecnica trita e ritrita dei quattordici secondi proposta e, osiamo dire, incoscientemente promulgata dal dottor Kras.

Ma no, a guardar bene non si tratta di quello. Certo dalla nostra posizione non è facile indovinare ogni più piccola sfumatura del suo papillon, ma possiamo affermare con matematica certezza che Osvald Brett non sta tenendosi lo stomaco con le mani, né tanto meno ci sembra avere la faccia sofferente di chi è vittima di un attacco gastrointestinale. Ci appare solo, ad una più profonda analisi... annoiato.

Solo chi abbia frequentato la chiesa di San Paolo apostolo in Kardi Street e abbia dovuto quindi ascoltare l'infinita e roboante omelia di Padre Augusto Colfer può capire e compatire il nostro povero Osvald Brett.

La noia. Questo mostro invisibile e silenzioso che ora ci attanaglia sulle scomode e tarlate panche di una chiesa, ora ci ipnotizza e ci costringe ad un moto ondulatorio provocato delle labbra di Eugenia Flack, mia moglie, quando mi riporta tutte le novità del quartiere dal 1986 ad oggi, 10 agosto 2014. Ecco, solo queste povere anime, Osvald Brett potrebbe riconoscere come sorelle, ora che la noia lo abita.

Ma perché, ci chiediamo? Non odiamo rimbombare nell'aria il latino di Padre Colfer, né vediamo le labbra di mia moglie muoversi ad un ritmo inumano e inconsulto. E allora cosa, quale tristo avvenimento può aver abbattuto il nostro amico, il nostro fratello, Osvald Brett.

Incapaci di formulare una qualsiasi ipotesi in proposito, ci sentiamo in diritto – viste le convenzioni sociali e il nostro sincero affetto verso il pover'uomo – di alzarci e, con fare dondolante (forse abbiamo esagerato con il punch) avvicinarci a lui e chiedergli:

“Suvvia Osvald, caro. Perché questa espressione malinconica? Ti annoia forse festeggiare?”

“No, affatto. È che non so più come passare il tempo. Vorrei tanto finire di mangiare questo pezzo di torta, ma non posso. Non ancora”

Ed eccoci svelato il mistero: un uomo integerrimo, dunque, afflitto dal peso del proprio dovere. Un attesa snervante lo ha portato al limite della sua sopportazione. E quando, credendo di fargli cosa gradita, ci proponiamo di chiudere un occhio e di tacere il gustoso sgarro al severo dottore, ecco che Osvald Brett – onest'uomo – rigidamente ci rimprovera e, alzatosi, impera:

“Giammai! Attendere, questo mi è stato ordinato. Ed io attenderò. E fin quando il tremilanovecentonovantottesimo secondo non sarà passato, non toccherò più nulla con il mio palato!”

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Ho letto il tuo racconto e volevo farti una domanda: il dottore dice a Osvald di aspettare sette secondi tra un boccone e l'altro; però, all'atto pratico, l'intervallo di tempo aumenta a ogni boccone che passa.Probabilmente di un secondo alla volta. Perché? Mi è sfuggito qualcosa?

In ogni caso si racconta che Kafka fosse seguace di una dotttrina salutistica secondo la quale ogni boccone dovesse essere masticato un determinato numero di volte. Un numero abbastanza consistente, anche se almomento non ricordo quale fosse. Una situazione di fatto non dissimile da quella in cui è costretto il tuo Osvald Brett

Sembra che questo rendesse il mangiare in compagnia di Kafka qualcosa di insopportabile. La situazione di Osvald è migliore, però, perché nelle pause deve contare il tempo ma può dialogare. Non ha la bocca piena.

Già che ci sono ti segnalo che qui:

Trascorse così, in questo clima di rinnovata gioiosità, il pranzo nuziale di Olivia e Jorghe Desmond-Brett. Tutti sono felici, gai, fiduciosi in un mondo migliore, portatori sani di speranze e di costruttivi propositi.

Passi dal passato al presente in maniera molto brusca. Tecnicamente un errore.

Per il resto il mio non è un vero commento. Il racconto in prima lettura mi sembra troppo ricco, al limite del barocco. Ma potrebbe essere una questione di gusti.

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Ciao Nanni.

Ti ringrazio del tempo che hai dedicato al mio racconto e per le critiche.

I secondi che aumentano sempre in teoria dovrebbero costituire il "gioco" su cui è costruito il racconto: lui si sbaglia e aumenta sempre di più i secondi da aspettare, fino al dolce in cui è costretto, secondo i suoi calcoli, ad aspettare un tempo impressionante prima di poter assaggiare un altro boccone.

Il fatto che questo non ti sia parso evidente mi allarma molto sulla riuscita del racconto.

Il passaggio brusco passato-presente nella mia testa era giustificato dal fatto che il narratore si palesa e si presenta come invitato. Ma ci lavorerò.

Ti ringrazio per il rumors su Kafka, che amo molto. E ancora un grazie per la tua opinione.

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Credo che l'errore di Osvald non sia proprio facile da intuire. Ma aspetta l'opinione di qualcun altro.

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Commento http://www.writersdream.org/forum/topic/22718-un-giorno-che-ero-un-albero-o-forse-un-deltaplano/#entry395864

Fu allora che, ancora caldo delle rassicuranti e ottimistiche parole del luminare, colmo di speranza e buoni propositi, Osvald Brett si ritrovò davanti al pranzo più impegnativo che si fosse mai sognato di dover affrontare: aperitivo all'esterno, aperitivo all'interno, antipasto, primo, primo, secondo, secondo, primo che si erano dimenticati di portare prima, secondo, dolce, sorbetto, amaro, dolce da accompagnare al caffè, caffè. (Esilarante)

salmone dal vassoio (,)fu di paura.

Ebbene sì....No, (troppo vicini e troppo forti, modificherei)

c'è (c'era)chi stava sorseggiando (è brutto, ma accanto a "chi stava"non posso lasciare un è)

grazie a tredici, piccoli, velocissimi secondi.(intuisco che ci sia dietro un disegno, ma mi disturba questo accrescere di secondi senza che io, lettore, ne sia messo a parte)

Trascorse così, Tutti sono (un salto temporale brusco che, a mio avviso, stona)

Certo dalla nostra posizione non è facile indovinare (qui invece il salto temporale è comprensibilissimo e giusto)

E allora cosa, quale tristo avvenimento può aver abbattuto il nostro amico, il nostro fratello, Osvald Brett.(? Ti /ci stai ponendo una domanda...)

cosa gradita, ci (gli)proponiamo di chiudere un occhio

Allora: ho trovato la tua prosa tipica di un racconto inglese fine ottocento: un po' greve.

La storia è simpatica, la trovata dei secondi (io sapevo che un boccone si deve masticare sessanta volte) può offrire spunti veramente buffi, ma non era chiarissimo il meccanismo. Io l'ho capito in pieno leggendo la spiegazione che hai dato a Nanni. E adesso apri bene le orecchie, piccola:

Tu scrivi bene, sai tenere con sicurezza la penna in mano e anche se questo pezzo è di difficile digestione e va masticato per oltre sessanta secondi, significa solo che ne va messo in campo uno più snello per farci divertire, o commuovere, o semplicemente imparare altro su di te.

Ciao Madddai.

Ginevra

Modificato da Ginevra

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Ospite Woland

Il racconto è scritto davvero molto bene, brava. Questo narratore molto "compiaciuto" di sé e della materia che espone guarda molto indietro (a modelli non recenti intendo), e certo non mi dispiace: te ne sei servita con abilità. Lo scarto assurdo che si crea a seguito del "gioco" mi è piaciuto (forse, è vero, non è immediato, ma per me non va spiegato altrimenti tutto cadrebbe).

Ho letto il tutto molto volentieri.

 

Ti segnalo un refuso: "inconsciemente" ---> inconsciamente. Qualche d da cassare: ad una più profonda---> a una;  ad un ritmo ---> a un ritmo; ed io attenderò --- e io attenderò. Dato che ho notato la tua cura per le scelte lessicali ti consiglio la sostituzione di "roboante" in "reboante", forma corretta.

 

 

CiaO

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Letto.

Non farò un commento esaustivo perché non ho tempo, però voglio comunque lasciare qualche osservazione.

 

Il racconto in sé è interessante, e anche scritto bene (complimenti).

Ho trovato anch'io brusco il passaggio tra passato e presente.

 

Inoltre nel meccanismo del racconto non ho capito il motivo per cui Osvald aggiungesse un secondo ad ogni conto. Nei commenti dici che è lui a sbagliare, ma di fatto non è evidente: semplicemente, ogni volta che si cita la direttiva del medico il numero di secondi aumenta.

Di per sé questo non è un grosso problema, perché la narrazione può procedere anche senza una "spiegazione" sul motivo per cui i secondi aumentino, e il racconto resta solido. Solamente, il tono diventa un po' surreale.

Tutto dipende da cosa tu volessi trasmettere.

Se vuoi che il lettore comprenda il "gioco" su cui si basa il testo, ovvero che è Osvald a sbagliare il conto, devi aggiungere qualche indizio. Basta qualcosa di semplice (in corsivo le mie modifiche):

 

 

Sarebbe stato quel piccolo boccone causa scatenante di un altro dolorosissimo mal di stomaco? No, se solo avesse avuto la pazienza di aspettare... quanti secondi aveva detto? Ah sì, otto secondi prima di mangiarne un altro. Questo almeno era il parere del dottor Kras.

Piccole modifiche come questa, soprattutto nel contesto dei primi 2-3 "errori" di Osvald, comunicherebbero immediatamente al lettore il tuo intento.

 

In ogni caso a me il racconto è piaciuto. La narrazione mi ha ricordato una via di mezzo tra Kafka, Buzzati e... Benni. :sss:

Come dice Ginevra, la tua prosa è molto ricca, forse troppo.

Credo si riferisse al fatto che spesso "racconti" invece di "mostrare". Non è un problema se è una tua scelta consapevole, ma devi comunque tenere conto che al giorno d'oggi è uno stile che può non piacere a tutti.

 

Comunque un bel lavoro.

 

A rileggerti. :)

Modificato da Mid of Goban

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Ringrazio tutti voi per il tempo che mi avete dedicato e per le critiche.

Mi sembra giusto (ed utile, almeno per me), rispondere ad ognuno di voi. 

Ho già ringraziato Nanni che per primo ha sollevato il problema della "poca chiarezza" del meccanismo, su cui ho riflettuto. 

 

Ginevra: "ho trovato la tua prosa tipica di un racconto inglese fine ottocento" sono sicura che possa risultare greve, ma l'intento era quello! Avevo voglia di giocare un po' e mi divertiva questo narratore barocco e pomposo e mi sembrava potesse allinearsi bene con questo personaggio dolce e sbadato. 

E anche tu hai riportato il problema della poca immediatezza del gioco. 

 

Davanti ad Asterione mi cospargo il capo di cenere e lo ringrazio per le correzioni indispensabili. Credo che tu abbia colto i "modelli" narrativi a cui era mia intenzione ispirarmi, e di questo sono felice!

 

Mind of Goban: il tuo commento non esaustivo è stato molto esaustivo! Ti ringrazio. Sollevi l'altro problema già notato da Nanni riguardo al passaggio passato-presente. Sono d'accordo anche su questo ma, come diceva qualcuno, è uno stridore che voglio tenere. Almeno quando il narratore si palesa. Ho visto che l'ho impostato male però, e rimedierò. ì

Ti devo ringraziare molto per la modifica che hai suggerito: mi sembra un'ottima soluzione per il mio problema! Sono assolutamente d'accordo. 

Ti ha ricordato Kafka, Buzzati e Benni?! Daje! Un onore, ‌in ogni caso. Effettivamente ho pensato a Gogol, che amo molto, ma non mi dispiace mica che mi si parli di questi tre...! 

Circa la prosa molto ricca: questo non è il mio "stile". E' stato più un gioco, partito proprio dal voler esagerare, riempire, creare arabeschi che suonassero buffi come cantastorie ottocenteschi. E dai commenti mi sembra che, nel bene o nel male, questo sia venuto fuori. 

 

Grazie ancora a tutti, 

spero di poter ricambiare presto il favore!

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Ahaha... Rileggendo il mio commento e il tuo mi rendo conto di essere stata ridicola. Tanta era l'ansia di accoglierti (vedi i tuoi timori manifestati nella presentazione) da risultare esagerata. Meglio così. Del resto anche le mie indicazioni in parentesi erano invisibili...

Ciao Madd, hai ricevuto il battesimo del fuoco da alcuni dei migliori incrociatori corazzati del WD. Al prossimo...incrocio.

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Allora: lo stile utilizzato mi piace molto, perchè riprende una certa narrativa del secolo scorso (a me ricorda i russi, ad esempio) che apprezzo.

Quindi brava.
Il fatto che aggiunga un secondo in più ad ogni boccone...
Qui le cose sono due: se pensavi si capisse che aveva frainteso: no, non si capisce. Non si può capire in alcun modo da ciò che scrivi.

“Lasci passare sette secondi tra un boccone e l'altro, e non avrà mai più a che fare con un mal di stomaco”
dice il medico. Dicendo solo questo, fraintendimenti non ce ne possono essere.
Soluzione?
“Lasci passare sette secondi tra un boccone e l'altro, magari un secondo in più ogni boccone,  e non avrà mai più a che fare con un mal di stomaco”
ad esempio, o qualcosa di simile.
Però attenzione. Molta attenzione qui, perché è un campo minato.
Se tu sveli subito tutto, secondo me il racconto ci perde.
Perché?

Soluzione due: hai citato Kafka no? Benissimo. Io ho letto questo racconto non sapendo dove volevi andare a parare... immaginando che te volevi proprio scrivere qualcosa di "kafkiano", surreale e assurdo.

Così è stato.
Non lo devi spiegare... anzi ribatti ogni volta che il dottore gli aveva detto di aspettare 8, 9, 10, 11 ecc ecc secondi! Io che leggo vado fuori di testa e cerco un senso che non c'è. Ognuno ci legge quello che ci vuol leggere. In questa seconda opzione il racconto ti diventa "particolare" perché surreale e con un senso nascosto (che poi il senso in questo caso sarebbe nascosto anche a te che lo hai scritto è un dettaglio che il lettore manco saprebbe del resto).
Quindi o fai capire subito che si è sbagliato, oppure fai un racconto buttandoti sul surreale in tutto, visto che è comunque surreale ipotizzare che il protagonista sia così stordito da aver preso alla lettera, comunque, le parole del dottore anche se fraintendendolo.
Come realizzare questo senza però far stranire troppo il lettore che ha letto dei 7 secondi?
Soluzione banale ma che potrebbe essere, cambiare l'incipit

da
Sette secondi. “Lasci passare sette secondi tra un boccone e l'altro, e non avrà mai più a che fare con un mal di stomaco”

a qualcosa come
Qualche secondo. Gli aveva detto di lasciar passare qualche secondo ecc ecc

facendo parlare in terza il doc.
Io lettore non so che gli ha detto.
Inizia con 7, 8 secondi come vuoi te, e poi vai avanti. Io mi chiedo: ma che gli ha detto quel dottore? Effetto surreale assicurato.
Puoi anche lasciarlo così eh... rischi però di più l'effetto contrasto (c'è ben scritto 7, solo per quello...)

 

 

Commento http://www.writersdream.org/forum/topic/22718-un-giorno-che-ero-un-albero-o-forse-un-deltaplano/#entry395864

 

 

Fu allora che, ancora caldo delle rassicuranti e ottimistiche parole del luminare, colmo di speranza e buoni propositi, Osvald Brett si ritrovò davanti al pranzo più impegnativo che si fosse mai sognato di dover affrontare: aperitivo all'esterno, aperitivo all'interno, antipasto, primo, primo, secondo, secondo, primo che si erano dimenticati di portare prima (leverei questa parola... primo, prima... cacofonico), secondo, dolce, sorbetto, amaro, dolce da accompagnare al caffè, caffè.

 

 

Ma prima che la sua lingua potesse toccare il tanto temuto e desiderato boccone, ecco arrivare gli sposi, belli e regali nei loro abiti pomposi.

Un applauso, qualche fischio amichevole, molte congratulazioni ed ecco pian piano i gentili ospiti tornare alle loro precedenti occupazioni: c'è (c'era) chi stava sorseggiando un buon bicchiere di champagne, chi si godeva il senso di libertà che solo camminare a piedi nudi sopra un curatissimo prato inglese può concedere e chi – e questi erano numerosi – scavavano (scavava nella sua memoria,) nella loro memoria per recuperare aneddoti divertenti e, perché no? (leverei il punto interrogativo), un po' scabrosi, sugli sposi, in modo da farsi trovare preparati all'inevitabile e commovente gara di pettegolezzi che si sarebbe ineluttabilmente scatenata pre e post banchetto nuziale.

 


Ma eccolo afferrare la più grande e ripiena tra tutte le tartine: diremmo di lui che sia un goloso se non sapessimo con quanto rigore e con quanta virile resistenza attese che il dodicesimo secondo fosse consumato prima di mangiare la seconda tartina. (gioca col cibo! sempre 'ste tartine.. 'ste tartine... mettici di tutto e di più: ad ogni morso, ogni cosa che assaggia, metti qualche piatto diverso! Facci vedere questa fantastica tavola imbandita di ogni ben di dio dove il tipo deve aspettare sempre di più per assaggiar cose! ;) )

 


La noia (...) Ma perché, ci chiediamo? Non odiamo rimbombare nell'aria il latino di Padre Colfer, né vediamo le labbra di mia moglie muoversi ad un ritmo inumano e inconsulto. E allora cosa, quale tristo avvenimento può aver abbattuto il nostro amico, il nostro fratello, Osvald Brett.

Incapaci di formulare una qualsiasi ipotesi in proposito, ci sentiamo in diritto – viste le convenzioni sociali e il nostro sincero affetto verso il pover'uomo – di alzarci e, con fare dondolante (forse abbiamo esagerato con il punch) avvicinarci a lui e chiedergli:

(pezzo troppo lungo, a mio avviso. Bello, ma troppo lungo per un racconto da 8mila battute. Ok in un racconto lungo il doppio. Qui questa cosa deve durare molto di meno... io lettore voglio sapere cosa sta succedendo: perchè sto tipo aspetta sempre un secondo di più? aspetto il finale chiarificatore, se vai con troppe righe "didascaliche" mi "blocchi", diciamo)

Ben fatto, brava e ben arrivata qui!

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Ciao!

Lo stile adottato rimanda a una certa narrativa tipica del secolo scorso, ma questo ti è stato già detto.

Mi è piaciuto il modo in cui hai controllato questo stile, di certo difficile da gestire, rendendolo allo stesso tempo leggero e simpatico.

Non sono un amante delle interferenze del narratore all'interno del testo (salvo particolari casi), ma mi rendo conto che in un racconto di questo genere, ci sta. 

Detto questo, preferisco stili più moderni, ma è questione di gusti.

 

Dopo questa premessa, passo al testo.

La questione dei secondi aggiunti ogni volta non è molto chiara. O meglio, è evidente che Osvald aggiunge secondi a ogni boccone, ma non si capisce il perché. Ecco, secondo me se vuoi mantenere la sospensione dell'incredulità devi limare questa cosa, altrimenti rischi di perdere il lettore.

Perché Osvald aggiunge i secondi? è scemo? Da lettore non ci credo che si dimentica ogni volta quanti sono i secondi! Questo è il punto. E non credendoci, mi perdi. 

Non so se mi spiego.

 

 

Ed eccoci svelato il mistero: un uomo integerrimo, dunque, afflitto dal peso del proprio dovere. Un attesa snervante lo ha portato al limite della sua sopportazione. E quando, credendo di fargli cosa gradita, ci proponiamo di chiudere un occhio e di tacere il gustoso sgarro al severo dottore, ecco che Osvald Brett – onest'uomo – rigidamente ci rimprovera e, alzatosi, impera:

“Giammai! Attendere, questo mi è stato ordinato. Ed io attenderò. E fin quando il tremilanovecentonovantottesimo secondo non sarà passato, non toccherò più nulla con il mio palato!”

 

 

Ecco, secondo me nel finale rischi un po' l'effetto spiegazione (e per me le spiegazioni dovrebbero essere bandite dai racconti. Il lettore ci deve arrivare, non puoi scriverglielo tu così, sennò lo addormenti). 

La prima parte, "eccoci svelato il mistero ecc" lo toglierei.

Il mistero si spiega con quello che ci dice Osvald poco sotto!

 

Detto questo, una bella lettura

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Divertente, e la prosa d'antan (sì, rammenta i russi)  è gestita con perizia! Concordo con la necessità di far meglio intendere l'aggiunta dei secondi (che comunque si capisce) e sul finale un po' pesante. Mi sono anche annoiata un po' mentre lui lo faceva in chiesa: da snellire.

Quanto alle pulci, segnalo al volo le eufoniche di troppo e le rime (le detesto!): sposi/pomposi  e altre sparse. A rileggerti!

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bel racconto Madd, un bell'esordio qui su WD, brava.

 

Sullo stile, niente da aggiungere a quanto stato detto. I riferimenti sono chiari e tu li hai padroneggiati molto bene.

 

Vado al punto della questione "ludica" del racconto. Prima che scrittore (parola grossa) sono un autore di giochi e quindi questa è una dimensione per me importante. Mi piacciono gli autori che giocano con il lettori, per cui ho apprezzato molto la tua voglia di giocare.

Certo, quando i secondi sono diventati 8, ho subito pensato "ecco questo è il primo refuso da segnare, ma lo avranno già fatto in tanti prima di me". Poi i secondi diventano 9 e il gioco si è svelato. Ma di gioco appunto si tratta. Non accettare questa dimensione significa non entrare nella storia.

Poi ovviamente si può discutere su con far entrare il lettore nel gioco, fin quanto agevolarlo (per rimanere in tema, fin quando masticare per lui il boccone). A me personalmente è piaciuto così e non cambierei niente.

La parte che ho apprezzato di meno è la seconda, con il cambio della voce, ma complessivamente un racconto riuscito.

 

Detto per inciso ultimamente soffro di mal di stomaco, seguirò subito i consigli del dottor Kras :indicare:

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Grazie per le nuove critiche!

 

Bango Skank e Pennuto: rispondo a voi come già in precedenza agli altri. Speravo di non dover specificare il perché Osvald sbaglia. E' nato nella mia mente come personaggio surreale, e surreale è la situazione, il malinteso, il narratore...

Certo, come dici Bango, il pericolo di svelare il gioco è molto alto, nel caso si decida di essere più precisi. Sto cercando un modo di migliorarlo anche seguendo i vostri consigli... 

 

Sefora: cercherò di sfoltire il finale, forse effettivamente mi sono lasciata prendere un po' la mano! E nello "sfoltire" rientra anche una controllatina alle rime... 

 

Lorenzo: grazie. Sei il primo (e credo sarai l'unico) a credere che la questione dei secondi possa andare bene così. Mi conforta ma la maggioranza è contro di noi! :) Lavorerò ad una versione più chiara e snella, senza (spero) perdere l'idea del gioco. 

PS: il dottor Kras è molto impegnato, ma proverò a mettere una buona parola per te... (non so quanto ti convenga, però!)

 

Grazie ancora a tutti quanti. 

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