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Ospite ire70

Cosa cercate in una poesia?

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8 ore fa, Piovasco ha detto:

non sono d'accordo, se non vi è rima e/o metrica allora è prosa. Poi può essere bella o brutta, piacere o non piacere.

@Piovasco questo esclude una buona parte degli autori contemporanei. 

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La poesia dovrebbe contenere un ritmo, una vibrazione che arrivi all'anima. Quindi musica, note sulle parole, nel modo in cui si succedono, e in quello che dicono.

 

Questo va al di là delle rime e della metrica. 

 

 

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@Piovasco ma lo sai che idee come la tua sono per lo più morte durante il romanticismo (cioè; mai sentito parlare della prosa poetica e della crisi dei generi?).

 

Ad ogni modo io ho invece un parere opposto. Le rime al giorno d'oggi mi sembrano così fuori luogo che quando le vedo giro lo sguardo. Anche perché la maggior parte dei poeti da metrica non hanno la minima idea di come usarle.

 

Al giorno d'oggi credo che la poesia debba rincorrere una musicalità sua, che si sleghi da schemi, rime e metriche che (senza offesa per i conservatori in questo senso) per me sono solo un limite per molti poeti e un bastone, un aiuto per altri.

 

Infatti la musicalità può essere raggiunta anche con figure retoriche e soprattutto con l'uso attento e calibrato della parola. 

 

Parlare di prosa e poesia oggi non è saggio. Non lo farei. A meno non ci interessino le divisioni semplici: "da libreria". I confini tra le due forme si sono assottigliati un bel po' (e non è un opinione ma un dato di fatto). 

 

Comunque io credo che in Italia siano abbastanza a pensarla come te. Lo capisco dal numero di poesia in rima che trovo nelle piccole librerie indipendenti. La maggior parte sono in dialetto. 

 

Comunque molto autori con i contro ****** non scrivono ne in rima ne in metrica. Queste affermazioni della poesia che sarebbe prosa (siamo sicuri di sapere che cos'è la prosa?) potrebbe portarti il loro astio da spirito. Che ne sai potresti ritrovarti la cvetaeva a fianco al letto che urla qualcosa. L'hai mai letta? Poesia, senza ombra di dubbio, niente rima.

 

 

 

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1 ora fa, Exairesi ha detto:

@Piovasco scelse di rimanere ignaro. Ma mica tutti possono essere esperti nel proprio campo. Ci si ciba di ignoranza. Questo il tuo caso. Corona a te.

 

mi dispiace se pensi questo, ma credo che la poesia senza metrica sia una contraddizione terminologica, se manca la musicalità non è poesia, ma prosa che va tante volte a capo.

 

ho letto bellissimi testi, che sono bellissimi anche senza metrica, senza rima, senza musicalità, ma a parer mio non sono poesie. Ma non fraintendermi metrica e/o la rima si può rinnovare, ci sono idee nuove, non è che bisogna scrivere per forza in terzetti o in ottave...ci sono tanti altri espedienti

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Raccomando a tutti di esprimere le proprie opinioni senza giudicare gli altri. Si possono avere punti di vista diversi, l'importante è non finire sul personale. 

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In una poesia cerco una condivisione, un'empatia nei simboli e nelle ideologie. Devo potermi identificare nelle idee, nella musica e nei valori espliciti o impliciti contenuti nei versi. E, in più, a pelle mi deve piacere, subito alla prima lettura. Poi, magari, per capirla ci vuole di più, ma a primo impatto deve "suonarmi bella" in modo incondizionato :D 

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Ho letto i vari contributi e, con un po' di imbarazzo, mi inserisco anche io nel dibattito, precisando che, in realtà, non so cosa io cerchi effettivamente in una poesia. Mi interessa innanzitutto che ci sia una ricerca estetica, che non vuol dire assolutamente ricercatezza, ma implica il controllo degli strumenti che la poesia offre, perché è solo dopo aver conosciuto gli strumenti della poesia che si può andare oltre gli stessi, come con tutto. Ancora: Saba scrive che la poesia è specchio dell'Io e che lui ricerca una poesia onesta, vera. Non sono d'accordo. Per me la poesia deve essere reale nella misura in cui essa parla con gli strumenti del mondo (la parola), ma mi sono reso conto di preferire le poesie in cui il legame col mondo si spezza, in cui la Letteratura si aliena e si fa altro dal mondo: mi piace fondamentalmente la poesia che finge, che esulcera, che cade nell'eccesso. È limitante, lo so, ma è così. È che per me la poesia è anche stomaco e io non riesco a empatizzare con ciò che è vero, soprattutto perché non credo che gli scrittori provino davvero il dolore che vogliono trasmettere coi loro scritti: mi piace più pensare al tutto come a una teatralizzazione del dolore stesso, teatralizzazione che la poesia permette di esasperare.

 

Da questo punto di vista, mi rendo conto di leggere testi più per la loro bellezza stilistica che per quella contenutistica, anche perché non ho mai tanto creduto alla poesia come estrema sintesi: in poesia, oggi come oggi, evitando i vani tentativi di creazione di poemi epici come pure ho visto fare, si giunge subito alla conclusione, mentre l'aspetto epidittico, l'aspetto dimostrativo viene spesso oscurato. In prosa non è così: se io voglio dire che la parola divide, dovrò arrivarci tramite un ragionamento, perché, se no, mi si accuserà di incapacità narrativa; in poesia, potrò sintetizzare il concetto e lasciare al lettore l'interpretazione. Credo sia anche questo il bello della poesia: dai tempi dei vari Bécquer e Rimbaud, la poesia è interpretazione, mentre la prosa è perlopiù dimostrazione di un'interpretazione; la poesia, oggi, appartiene al lettore, mentre la prosa allo scrittore. Senza entrare nel roveto dei romanzi lirici.

 

Ancora: una cosa che mi piace nelle poesie e che, volendo, si può trovare anche in prosa è la presenza di simboli, di piccole chiavi esegetiche che permettono al lettore di mettere insieme i pezzi. Voglio dire: è bello scrivere una poesia densa di immagini sul nulla (e io sarei capace di leggerla!), ma alla fine la poesia è una forma di comunicazione e qualcosa, oltre alla bellezza, deve arrivare al lettore, senza necessariamente arricchirlo a livello culturale, ma almeno a livello emotivo.

 

E niente: torno a studiare fisica, ché l'orale è vicino. Buon proseguimento a tutti... e grazie per i vari poeti e/o autori citati nel topic: da neo-poetastro, alcuni mi sembrano molto interessanti. Approfondirò. 

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mi par di intuir, se errante sia avvisato,

che in tale e bella discussione,

e son io primo che ha travisato,

sia stata fatta un po' di confusione,

son stati scambiati sostanza e formato,

e ciò non ci aiuta a giunger conclusione,

con metro, con rima, o come gli pare,

ognuno a scriver può sperimentare.

 

 

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Aggiungo qualche riflessione.

Ci stiamo interrogando su cosa sia la poesia. Agostino in un celebre passaggio sul tempo dice che sa cosa sia (il tempo), ma se qualcuno glielo chiede le parole vengono meno. Mi sembra di trovare questa situazione in alcuni interventi, ovvero c'è qualcosa che sentiamo ma che non sappiamo definire.

Quando definiamo qualcosa come poetico, ad esempio un racconto in cui troviamo uno stile aulico o, appunto, poetico, a cosa pensiamo? Alla metrica? Alle rime? O alla musicalità? Direi che intuiamo qualcosa di più profondo. Eppure queste cose vengono associate alla poesia, correttamente; perché la nostra esperienza le riconosce come forme tipiche di questo linguaggio. Ma se dobbiamo definire cos'è un uomo non credo che diciamo che è un essere con una testa, due gambe e due braccia, anche se così ci appare.

Allora cos'è la poesia? Per me è qualcosa di molto preciso, dove metrica, rima, musicalità e anche l'uso dei versi, sono possibilità e non necessità. La poesia è una condizione del linguaggio, dove il valore delle parole nel suo insieme è retto da un legame analogico. Dove l'elemento intuitivo svolge un'azione di completamento del senso facendoci fare un'esperienza della nostra capacità di produrre significati. Accentuando questo aspetto si potrebbe parlare di primato dell'immaginazione, ma qui capisco che sarebbe già una scelta di campo.

Chiudo citando un verso che è già una poesia autosufficiente, emblema di una certa ricerca sperimentale e che ovviamente fa a meno di tutte le scelte formali nominate sopra, mostrando invece lo scacco dell'intelletto da parte dell'immaginazione: è una porta spalancata verso il meraviglioso.

 

Sul ponte si cullava la rugiada dalla testa di gatta.

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per ciò che riguarda i contenuti, da una poesia mi aspetto un debito d'ossigeno, deve lasciarmi senza fiato.

 

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La poesia per me è fragilità. Una luce tenue che si accende all'improvviso su una dissonanza e che ci rende più umani. Quanto alle rime, la penso come Montale: sono dame di compagnia, una volta no, oggi sì. Impediscono alla poesia di essere libera, la incastrano. Il ritmo si può trovare con dei contrasti, non solo di termini, ma visivi. Trovo la formattazione un meccanismo interessante, arte pura se usata in modo creativo. Se sposto le parole immaginandone un movimento di toni su una tastiera del pianoforte, posso muovere le parole a destra quando aumentano e farle rientrare nei bassi, cioè a sinistra, quando arretrano. Ecco, la poesia può essere molto più creativa dei recinti delle rime.

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Ogni contributo a questa discussione è sempre utile e costruttivo, perciò grazie a tutti per riprendere ogni tanto il discorso. Riguardo alle rime (di cui si è parlato in questi ultimi interventi) devo dire che personalmente non le amo, preferisco un andamento molto più libero.  Però ci sono alcuni scrittori contemporanei  che usano la metrica e la rima senza assolutamente creare un affetto “antico”. Penso soprattutto a Patrizia Valduga e alle sue quartine: non c’è ombra di noia tra quelle rime! Secondo me,  se si usano le rime il contenuto deve essere in qualche modo molto potente e assolutamente non banale. :flower: Due fiori a tutti, ciao!

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rispettando le opinioni di tutti, resto della mia idea, cioè la poesia è tale perché ha una metrica, se non ha una metrica quale è il senso dell'andare a capo? fatemi capire

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3 ore fa, Piovasco ha scritto:

la poesia è tale perché ha una metrica, se non ha una metrica quale è il senso dell'andare a capo? fatemi capire

Premesso che ogni forma è una possibilità, molti poeti contemporanei spesso non usano neanche i versi. Baudelaire e Rimbaud a volte ne hanno fatto a meno, per citare un paio di riferimenti autorevoli.

La questione è che non è una forma di scrittura a fare la poesia. Rispondendo per paradossi, lo "Spleen di Parigi" o "Una stagione all'inferno" non sono poesia mentre un elenco della spesa messo in versi e magari anche in rima, sì. Risulta evidente che c'è qualcosa che sfugge. Cosa? Ne ho già parlato sopra.

Con questo non escludo che qualcuno possa risolvere la sua ricerca poetica nel seguire determinate regole formali. Il problema nasce se ne trae una legge generale.

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Lascio qui la foto  di un pezzo di un articolo sulla poesia della poetessa Maria Grazia Calandrone (letto in biblioteca, sul settimanale del Corriere), intitolato "Nella poesia c'è il noi più vero" :ciaociao:MG-Calandrone.jpg

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L'essenza del contenuto deve essere deve essere di facile intuizione, la poesia è un elisir di saggezza e non può essere riservata  ad una fascia di elementi privilegiati .

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Più di qualcuno ha detto che la poesia non deve essere riservata alle élite. Devo dire che nel 2019 questa cosa non ha molto senso, visto che la cultura è totalmente gratuita. Basta andare in biblioteca. Queste considerazioni erano valide quando la lingua madre era il dialetto; e paradossalmente adesso che tutti potrebbero leggere e comprendere l’italiano standard ci si domanda come rendere il contenuto intelligibile.

 

Per non parlare del fatto che usare la frase semplice vuol dire praticamente non essere umani; dunque non essere divisi. 

 

Qualcuno ricorda Montale? 

“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / 

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato”.

 

L’individuo è prismatico. Questa è la mia opinione. Io almeno mi sento così, estremamente frammentato. Pertanto credo sia più sincera una poesia dove non si capisce nulla (se non dopo una discesa orfica) che una fatta da un pensierino ben scritto e già obsoleto nell’atto stesso della scrittura. 

 

Posso dire amore senza odio? 

Posso dire ricuso il peccato senza desiderare di volermi sporcare le mani nella merda? 

 

O siamo diventati uomini senza inconscio, dunque la poesia smette di esistere all’istante, oppure smettiamo di avere paura 

e torniamo a misurarci con la morte. 

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Per secoli la poesia è stata caratterizzata dalla metrica, e questo è innegabile. Come tutti i generi, però, la poesia si è evoluta. Trovo quindi insensato rinnegare alcune poesie solo perché prive di metrica, anche perché a volte questa "mancanza" è un artificio retorico a sua volta, e serve a suscitare qualcosa nel lettore.

Ciò che mi affascina della poesia sono la possibilità di cercare una musicalità più vicina a quella delle formule magiche (come fa D'annunzio) e la possibilità di modellare la poesia in modo che risulti il meno musicale possibile (come fa Rebora, che usa suoni duri e aspri, e come ha fatto anche Leopardi nella poesia "A se stesso"). Insomma, credo che la poesia sia affascinante in quanto potenzialmente illimitata. Se davvero i poeti dovessero attenersi rigidamente a regole immutabili, la poesia stessa perderebbe di senso, perché sarebbe una mera ripetizione di versi già scritti e già sentiti... Che noia! Bisogna conoscere le regole formulate dai grandi del passato, ma bisogna avere anche il coraggio di infrangerle per poter creare qualcosa di nuovo.

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2 ore fa, Miss B. ha scritto:

Bisogna conoscere le regole formulate dai grandi del passato, ma bisogna avere anche il coraggio di infrangerle per poter creare qualcosa di nuovo.

Concordo in pieno.  E non tanto (o non solo) per il bisogno del nuovo, quanto per la necessità di esprimersi oltre schemi e regole che non sempre consentono la giusta libertà ("giusta", secondo me,  è un concetto relativo, soggettivo, quindi ognuno avrà bisogno, per scrivere o per avvicinarsi a una poesia, di gradi di libertà differenti) alle parole.

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Ho da poco trovato in una poesia contemporanea quello che con esattezza (e personalmente)  richiedo a una poesia (il testo in questione è di Antonella Bukovaz, dalla sua raccolta “Tatuaggi”, 2006: ne riporto qui solo le parole che mi hanno colpita, spero si possa citare almeno qualche verso di una poesia  -sì? -:grat:)

“cuocio le mie parole

 […]

perché voglio che scottino

 a sbucciarle”

una poesia quindi mi deve creare uno scatto, una "scottatura" nel pensiero.  Poi pensavo che (sempre personalmente, cioè a me capita così), a differenza della narrativa dove talvolta ricerco anche una pura evasione, un divertimento, in una poesia no, non cerco divertimenti . Ma non è una questione di minore o maggiore “dignità letteraria”, piuttosto (forse) di dimensione spaziale: alla narrativa richiedo soprattutto una vicenda  verosimile, possibile, pur nella fantasia letteraria 8infatti non amo i fantasy o le distopie), mentre nella poesia vedo lo spazio anche dell’impossibile. Con o senza rime non ha molta importanza, ma una poesia dovrebbe essere (secondo me) una specie di tappeto volante, un qualcosa che va oltre ogni tipo di barriera. La narrativa la visualizzo come bidimensionale, la poesia invece (di qualunque cosa parli) mi appare in tre dimensioni,  o anche quattro!

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In una poesia non mi importa com'è la metrica o che tipo di rima c'è. Neanche mi frega se c'è la pentapodia giambica o i versi vanno a caso, se c'è la sineddoche o la metonimia, se è antica o contemporanea, se è lunga o ermetica. L'essenziale è che mi faccia venire i brividi, o le lacrime, parimerito.

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4 ore fa, iemme ha scritto:

Poi pensavo che (sempre personalmente, cioè a me capita così), a differenza della narrativa dove talvolta ricerco anche una pura evasione, un divertimento, in una poesia no, non cerco divertimenti . Ma non è una questione di minore o maggiore “dignità letteraria”, piuttosto (forse) di dimensione spaziale: alla narrativa richiedo soprattutto una vicenda  verosimile, possibile, pur nella fantasia letteraria 8infatti non amo i fantasy o le distopie), mentre nella poesia vedo lo spazio anche dell’impossibile. Con o senza rime non ha molta importanza, ma una poesia dovrebbe essere (secondo me) una specie di tappeto volante, un qualcosa che va oltre ogni tipo di barriera. La narrativa la visualizzo come bidimensionale, la poesia invece (di qualunque cosa parli) mi appare in tre dimensioni,  o anche quattro!

Io invece ho un rapporto più complicato con la prosa. Se è narrazione posso condividere quello che dici. Ma nella prosa che mi emoziona davvero, quella che mi sta realmente a cuore, non pretendo meno che nella poesia. Non ci può essere differenza, deve essere vera, autentica e parlare oltre la finzione narrativa. La verosimiglianza è finzione, l'autenticità è conflittualità e complessità.

 

Poi una piccola parentesi in questo spazio di discussione sulla poesia: oggi sono 10 anni dalla scomparsa di Alda Merini.

@Sira , qui ci vuole qualche tua parola. <3

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26 minuti fa, Anglares ha scritto:

ho un rapporto più complicato con la prosa. Se è narrazione posso condividere quello che dici. Ma nella prosa che mi emoziona davvero, quella che mi sta realmente a cuore, non pretendo meno che nella poesia. Non ci può essere differenza, deve essere vera, autentica e parlare oltre la finzione narrativa. La verosimiglianza è finzione, l'autenticità è conflittualità e complessità.

Ciao Anglares, grazie mille, bellissima intervista:rosa:

Sì certamente, ci deve essere un impianto di verità (e complessità) anche sotto la narrazione, questo è vero. Ma se un narratore può anche inventare storie (e gli si concede infatti la sospensione dell'incredulità), penso anche che nelle poesie non si possa inventare nulla e se si inventa forse la poesia non riuscirà a "bruciare" il lettore). Ciao, buona serata a tutti :)

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