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Ospite ire70

Cosa cercate in una poesia?

Post raccomandati

Adesso, Ippolita2018 ha detto:

Ti è mai capitato di leggere le pagine che Simone Weil dedica all'attenzione? 

Ti riporto alcune righe, che riassumono bene le tue parole sulla poesia:

L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto.

Non ci crederai ma avevo proprio pensato a Simone Weil!

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2 ore fa, Marcello Furiani ha detto:

Sarebbe interessante anche scoprire quali poeti ognuno di noi ama particolarmente e, soprattutto, perché...

Il mio rapporto con la scrittura passa innanzitutto per Breton e il Surrealismo, poi per una serie di autori che hanno un rapporto attivo con la propria epoca. Dunque da Lautreamont a Majakovskij, da Artaud a Rimbaud. Credo che prima dello stile un poeta (ma potrei dire scrittore, autore, artista, per me fa lo stesso), deve avere uno sguardo solido. Dentro di sé, per saper mettere a nudo le emozioni, e esternamente, per essere voce autentica della sua epoca. L'interesse per un uso più tipico della poesia è per me piuttosto recente, in quanto l'ho spesso utilizzata come ancora per raggiungere la prosa: portarvi quella luce rivelatrice che appartiene alla poesia, metterla in relazione ai meccanismi narrativi, disgregarli, svilirli, fino a condurli alla loro forma intuitiva, chiasmatica. Ovvero la scrittura deve mettere il lettore difronte la sua attività di produttore del linguaggio, quindi di senso e in ultima istanza di attore etico nel proprio tempo.

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Il 19/2/2019 alle 22:12, Anglares ha detto:

comunque per non lasciarti sfuggire qualche post basta attivare le notifiche alla discussione.

Grazie :)

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Personalmente in una poesia cerco qualcosa di melodioso che mi induce a poter intuire cosa l'autore vuole trasmettermi

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Per quanto riguarda la poesia contemporanea (quindi non la narrativa o la saggistica) gli autori che amo di più - sebbene sia davvero quasi impossibile restringere il numero - sono Angelo Maria Ripellino per il linguaggio barocco, la forza espressiva, la struggente malinconia di chi insiste nel a tenere accesa l'esile luce di uno zolfanello; Milo De Angelis per la sua capacità di nominare, con la massima precisione formale quell'istante primordiale, archetipico e circondato dal nulla, in cui l’episodio più contingente s’intreccia al sentimento della permanenza; Antonella Anedda in cui la poesia è perdita, sradicamento dalla dimora e dalla lingua natale, tentativo di raccontare la Storia e il suo dolore.

Ecco tre esempi delle loro poesie:

 

Non puoi immaginare, amico mio, quante cose
restano nascoste in una fine, non puoi
capire il pietrame triturato
che diventa la tua vita
eppure era bella, lo ricordo, era quella
che il vigore cosmico chiedeva, una giovinezza di frutteti,
l’arte suprema che mia madre augurava.

(Milo De Angelis)

 

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell'ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.

(Antonella Anedda)

 

Sai che significa essere bruciati

e senza un filo, un'ombra di sorriso?

Sai che significa implorare la gioia,

perché ritorni come un tempo sul tuo viso?

Un mare di fiori gettato su un guitto

non può colmare il suo vuoto orrendo.

Un attore senza voce è un lazzaro

e rotea come una girella nel vento.

Ma egli si ostina a non voler morire

e con desiderio aspetta l’alba

sterminata, gelida, ventosa,

perché è bella la vita, e misteriosa,

e così labile.

(Angelo Maria Ripellino)

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Grazie per questi esempi, @Marcello Furiani.

A me piacerebbe conoscere meglio Paolo Febbraro, di cui mi colpì una frase: «Non voglio aspettare il senso, lo pretendo tutto e subito». Riporto di lui questa poesia:

 

Dice il rettile

La libellula è una lucertola alata
che non si spiega sulla roccia
ma fugge gli anfratti, rade il sole
ferma nell’equilibrio.
La libellula è una lucertola
priva della parete, rettile d’aria
ma retrocessa a insetto,
alta e impossibile
ma preda.

 

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Grazie a tutti quelli che lasciano un loro pensiero in questa discussione che, aperta ormai cinque anni fa, pensavo fosse addormentata, un po' come l'interesse per la poesia (pensavo!), e invece adesso è diventata ricchissima di spunti e idee davvero interessanti. Leggo sempre volentieri ogni intervento: non riesco a intervenire spesso, ma ci sono... :)

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Il 21/2/2019 alle 23:10, Ippolita2018 ha detto:

Grazie per questi esempi, @Marcello Furiani.

A me piacerebbe conoscere meglio Paolo Febbraro, di cui mi colpì una frase: «Non voglio aspettare il senso, lo pretendo tutto e subito». Riporto di lui questa poesia:

 

La citazione che porti - e di cui ti ringrazio - viene, credo, dalla raccolta Il bene materiale: è una dichiarazione d'intenti di voler recuperare alla poesia il senso perduto, dopo tanti sperimentalismi ed estetismi di maniera. Una voce molto interessante:

 

Non vi saranno altre voci.
Già sorge il sole e cancella
nell'aria i resti dell’incubo
che pure fu cena, parole e mani.
Altri giocheranno sulla rima
capovolta fra sepolcro e ascensione,
fra morte propria e sua resurrezione.
Voi liberatevi dalla salvezza.
Risorge a tempo il sole e vi cancella
con bianche dita l’aspra tenerezza.

(Paolo Febbraro)

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Nell'Introduzione al volumetto Poesia d'oggi. Un'antologia italiana, Paolo Febbraro scrive parole di fulminante lucidità:

 

"I poeti hanno bisogno di essere chiariti a sé stessi. Non vanno incoraggiati, ma responsabilizzati, invitati a investire pienamente nel loro dono, nella loro - individualissima, ma anche politica - capacità. Sembrerà strano, ma un mondo senza nuove poesie non conviene a nessuno. (...) La rubrica 'Poesie d'oggi' e questa antologia che ne raccoglie i frutti sono state allestite perché la poesia italiana esiste, ma anche perché esista. Ed esista di fronte al pubblico, con le proprie debolezze, ma anche con una sobria e impegnativa gioia di sé. Principalmente, direi, senza la timidezza della marginalità. I poeti possono crescere insieme solo se c'è qualcuno che li osservi con attenzione vigile ed esigente".

 

Sarebbe interessante fare un'antologia cartacea delle più belle poesie del WD: come scrive Febbraro subito prima del brano citato, "la buona o la eccellente poesia italiana contemporanea (...) è poco letta dai critici letterari e raramente viene chiamata per nome e cognome".

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2 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

Sarebbe interessante fare un'antologia cartacea delle più belle poesie del WD

@Ippolita2018 è qualcosa a cui sto pensando.

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4 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

Sarebbe interessante fare un'antologia cartacea delle più belle poesie del WD: come scrive Febbraro subito prima del brano citato, "la buona o la eccellente poesia italiana contemporanea (...) è poco letta dai critici letterari e raramente viene chiamata per nome e cognome".

Sarebbe un'iniziativa di valore e - per molti versi - inedita....

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Di alcuni poeti contemporanei è incredibile la capacità di entrare nel quotidiano, e di apparire moderni e antichi insieme. Sarebbe bello invitare nel WD questi poeti: si potrebbero organizzare delle interviste, e magari chiedere loro di leggere qualche poesia degli utenti. Ognuno potrebbe scegliere la più significativa, e spiegare il perché.

Leggete questa di Anna Maria Carpi, a proposito di antichità nella modernità:

 

Lei fuma?

 

PALL MALL, oh non è vuoto, / una è rimasta, / pura, silente, / non pesa niente, / è bianco e oro, i colori del sacro. // Sul pacchetto c'è scritto il fumo uccide. / Intanto però placa la sete di un altrove. // Scatta, guizza la fiamma, la regina del buio: / la bianca fra le dita / è ancora intatta, / poi viene a me, alle labbra, come un'ostia / assurda fiala di felicità.

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In questi ultimi giorni la mia mente ha lavorato ancora, sottotraccia, e adesso penso che in una poesia cerco anche un tipo molto particolare di sensazione e, quando la trovo, la riconosco: è come una convergenza. Mentre leggo, spesso già di primo acchito, ho la sensazione che nel mio cervello i neuroni stiano scaricando all'unisono, in tanti e in aree diverse, più superficiali e più profonde, ma la cosa bella è che è come se stessero tutti indicando un'unica direzione. Guardo, con gli occhi dell'immaginazione, in quella direzione. Lì non si trova un oggetto, ma il suo negativo. Eppure è il centro assoluto della presenza. Questa è la sensazione, con parole mie, e sarebbe bello scoprire che è condivisa. La prosa non mi funziona così, per quanto a fondo possa toccarmi. L'intelletto si mette in mezzo. Ma la poesia... la poesia sì. 

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3 minuti fa, Mathiel ha detto:

In questi ultimi giorni la mia mente ha lavorato ancora, sottotraccia, e adesso penso che in una poesia cerco anche un tipo molto particolare di sensazione e, quando la trovo, la riconosco: è come una convergenza. Mentre leggo, spesso già di primo acchito, ho la sensazione che nel mio cervello i neuroni stiano scaricando all'unisono, in tanti e in aree diverse, più superficiali e più profonde, ma la cosa bella è che è come se stessero tutti indicando un'unica direzione. Guardo, con gli occhi dell'immaginazione, in quella direzione. Lì non si trova un oggetto, ma il suo negativo. Eppure è il centro assoluto della presenza. Questa è la sensazione, con parole mie, e sarebbe bello scoprire che è condivisa. La prosa non mi funziona così, per quanto a fondo possa toccarmi. L'intelletto si mette in mezzo. Ma la poesia... la poesia sì. 

Bellissimo pensiero.

 

Questo tema del testo come negativo di un'emozione è una linea guida della mia ricerca, qualcosa a cui tengo molto. Poi in me c'è una relazione particolare tra poesia e prosa e vivo queste sensazioni anche leggendo le giuste prose. La poesia è molto più risolta nella letteratura contemporanea, ha una maggiore autonomia espressiva e soprattutto è più consapevole del suo essere linguaggio.

La prosa, soprattutto la prosa romanzesca vive di compromessi e come il cinema è un linguaggio strutturalmente legato alla temporalità. Questo nodo ne esprime la conflittualità: porta con sé un debito espressivo ma allo stesso tempo ha una complessità strutturale che gli permette di esprimere qualcosa in più. La poesia è il faro, la prosa è la grande nave che segue. L'"utopia" che mi ossessiona è quella di renderla splendente come il faro poetico. A volte l'ho visto succedere per cui so che è possibile.

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32 minuti fa, Anglares ha detto:

Poi in me c'è una relazione particolare tra poesia e prosa e vivo queste sensazioni anche leggendo le giuste prose

 

Sì, anche per me la prosa funziona in molti casi come la poesia: mi prende alla bocca dello stomaco e non mi lascia. Faccio solo tre esempi: il primo da Guerra e Pace (il momento in cui il Principe Andrej ha una vera e propria folgorazione, per restare in tema di lampi); il secondo da La felicità domestica, dello stesso Tolstoj; il terzo da Céline, Viaggio al termine della notte.

 

"Come sono diverse queste nuvole che corrono nel cielo alto e sconfinato. Come mai prima non lo vedevo questo cielo sublime? E come sono felice di averlo finalmente conosciuto. Sì! Tutto è vano, tutto è inganno al di fuori di questo cielo infinito. Nulla, nulla esiste al di fuori di esso. Ma neppure esso esiste, non esiste nulla: tranne il silenzio, tranne la quiete. E che Dio sia lodato!"

 

"Tu provi invidia per le foglie, per l'erba, per questa pioggia che le bagna, e vorresti essere erba, e foglie, e pioggia. Mentre io ne traggo solo gioia, come da tutto quel che al mondo è buono, giovane e felice".

 

"La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a qual punto gli uomini sono carogne. Quando saremo sull'orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non bisognerà nemmeno dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza cambiare una parola, di quel che si è visto di più schifoso negli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. Come lavoro, ce n'è per una vita intera".

 

(La virgola tra "parola" e "di quel" non mi suona, ma è così nella mia traduzione.)

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La poesia di Sergio Solmi che riporto qui sotto è doppiamente interessante perché l'Autore, oltre che poeta, fu anche un grande critico. Sospirata parola: ne abbiamo così tante nella nostra lingua; eppure, a volte, nell'atto dello scrivere, sembra quasi non siano sufficienti, e vorremmo crearne di nuove per esprimere l'ineffabile. Quello che cerco in una poesia è anche questo; la parola "esatta", non necessariamente preziosa, ma quella riguardo alla quale puoi con certezza dire: è lei, non ne voglio altre, e ti domandi come abbia fatto l'Autore a darle una veste così fresca e palpitante, a ornarla di musica.

 

Arte poetica

 

Sospirata parola, che alla fine
mi sei giunta, m'hai colto
in un momento di disattenzione,
e ti vuoi improvvisa, non cercata,
sfuggi al gesto raro, alla misura
esorbitante. D'una riga t'orli
di mare, gonfi in nube, ti dibatti
come colomba, sorgi in cima al semplice
respiro della voce, all'indolente
mano che ti scandisce, ed urgi - trepida
cosa tra cose - a collocarti in questa
calda, iridata, precisa esistenza.
 

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Sono molto d'accordo (riguardo a cosa cercare/ esprimere  in una poesia) con quello che scrive Lawrence Ferlinghetti (che proprio ieri ha compiuto 100 anni!) nel suo libro Cos'è la poesia - Sfide per giovani poeti: «Poesia è/ notizie dalla frontiera/ della coscienza» […] «Sia poesia emozione/ ritrovata in emozione» […] «Poesia è lotta continua/ contro silenzio, esilio e inganno», «Il poeta è un barbaro sovversivo/ alle soglie della città/ che sfida costantemente/ il nostro status quo» [...] «Resistete molto, obbedite meno» […] «Liberate segretamente ogni essere in gabbia che vedete» […] «Mettete in discussione tutto e tutti… », «Siate poeti, non affaristi. Non soddisfate, non assecondate, specialmente non un possibile pubblico, lettori, redattori o editori» […] «Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti a quaranta vuol dire essere poeti. Siate entrambe le cose».:ciaociao:

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5 minuti fa, ire70 ha detto:

Sono molto d'accordo (riguardo a cosa cercare/ esprimere  in una poesia) con quello che scrive Lawrence Ferlinghetti

Io ho con lui un rapporto molto conflittuale. L'ho adorato in "Her" e detestato in "L'amore nei giorni della rabbia" (Lo so sono prose, :D  anche se la prima risponde a quel genere iscrivibile nella prosa poetica e che prediligo) Credo che oscilli tra il genio creativo e una certa vena individualistica (in senso riduttivo purtroppo) che spesso ritrovo nella letteratura beat, e specie in lui.

Anche se ovviamente lo stralcio che riporti è condivisibile.

Comunque non ricordavo che fosse ancora in vita, allora... :festeggiamo:

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31 minuti fa, Anglares ha detto:

Credo che oscilli tra il genio creativo e una certa vena individualistica (in senso riduttivo purtroppo) che spesso ritrovo nella letteratura beat,

sì, un po' sì, sono d'accordo con te (non ho però letto quei testi che hai citato), ma appunto le sue parole riguardo alla poesia mi hanno colpito all'istante, la prima volta che le ho lette; e un brindisi, certo... buon compleanno! :D Ciao, grazie!

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Vorrei riprendere questo vecchio topic, – per chi volesse ascoltare – in quanto, ultimamente, leggendo alcune poesie ed ascoltando una vecchia intervista di Alda Merini, ho avuto modo di riflettere nuovamente sul tema in oggetto.

 

Alla domanda dell’intervistatore, il quale chiede alla Merini di spiegargli cosa sia una poesia e cosa invece poesia non è, ella risponde che la differenza sta nella cultura; per cui, tutti possono scrivere pensieri amorosi e scrivere il loro stato d’animo, ma quella non è poesia. In altre parole la condizione necessaria è la cultura; non la ferita, il sentimento, l’ispirazione, l’amore. Il poeta è un operaio del pensiero, un filosofo, un giornalista, un intellettuale, un osservatore attento e soprattutto uno studioso. 

 

Così, leggendo alcune poesie di aspiranti poeti, mi rendo conto del fatto che, al di là dei consigli che si possono dare entrando di volta in volta nel merito del singolo componimento, potrebbe valere l’invito generale a leggere di più e con maggior selettività. 

 

Tout court, c’è gente che non ha mai letto una poesia di Palazzeschi o di Govoni, che non sa chi sia Amelia Rosselli o Andrea Zanzotto, e dice di scrivere poesie.

 

Se non altro si tratta di un fenomeno che andrebbe interrogato ulteriormente; 

basti pensare che durante la stagione d’oro della poesia italiana, per uno che avesse voluto scrivere poesia, questa ignoranza sarebbe stata inammissibile. 

Cosa ne pensate? 

 

Capita spesso di trovarsi dinanzi a poesie edite che sono dei papponi di linguaggio da social network; eppure, non dovrebbe essere la poesia l’unica vera alternativa al linguaggio mercificato?  

 

Vi lascio con questa domanda e vado a dormire.

 

 

 

 

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Ciao @Patrik,  premesso che ancora non so cosa esattamente faccia di uno scritto una poesia (ho solo delle idee vaghe), penso che la cultura o meglio, l’aver letto tanto (quindi non una cultura scolastica/accademica ma una cultura nata da un reale interesse e una vera curiosità verso la letteratura, l’arte, la musica), sia sicuramente necessaria per scrivere qualcosa che possa andare oltre il semplice “sfogo personale”. Ripeto, sicuramente. Però penso anche che la sola cultura dello scrittore non basti a fare la differenza tra una poesia e una non poesia. Riprendendo ancora la frase di Caproni sul poeta che è come un minatore (che condivido molto): poeta potrebbe essere chi scava nel personale per  trovare (e quindi comunicare) un fondo comune a tanti altri. Quindi quando quell’amore, quella ferita, quella disillusione sono “scritti” in modo tale che chi legge possa riconoscerci qualcosa del suo amore o della sua ferita o disillusione. E poi ci vuole, di questo sono convinta, tanta sincerità, in poesia, non si può inventare nulla: le cose/situazioni/sentimenti devi averli vissuti/subiti/desiderati, per metterle giù in poesia, altrimenti stai scrivendo un tema scolastico in dieci righe. Tornando alla cultura, uno può avere letto tutti i poeti del mondo, ma potrebbe ancora non riuscire a scrivere una poesia che comunichi e coinvolga (per quanto possa essere tecnicamente equilibrata, e stilisticamente elegante). Quindi la mia risposta è che senza dubbio è necessario leggere tanta poesia, per scriverne, ma questo non sempre è  sufficiente. (Insomma, per me ci vuole necessariamente un sentimento/ferita/emozione da "condividere", come punto di partenza, poi di sicuro una certa cultura "poetica" per capire se sto scrivendo solo la lista della spesa, la sensibilità per esprimere qualcosa che non sia già stato detto e ridetto e il coraggio di essere sinceri al 100%: per me questi ingredienti ci vogliono tutti. Il linguaggio può anche essere quello "quotidiano" o addirittura "da social network", ma se è supportato dagli altri elementi, potrebbe dar vita ad una poesia. Forse... :)).

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@Patrik la tua riflessione tocca diversi punti. Concordo sull'importanza della cultura e dello studio, ma è sempre meno vero che questo possa portarci a concentrare la riflessione intorno al lavoro di alcuni illustri poeti.

La storia della linguistica come scienza del linguaggio è una costante ammissione di impotenza rispetto alla possibilità di governare lo sviluppo della lingua. Lo studioso rileva il mutare della lingua e non lo dirige. Mai.

Questo non vuol dire che vale tutto ma che il bagaglio culturale serve a aprirsi alla vita parlata e deve saper cogliere in questa gli spunti poetici. Credo che ripercorrere pedissequamente la strada percorsa da altri, per quanto illustri, possa portare solo a una scrittura di maniera, mancando a quell'esigenza di autenticità che la poesia rivendica.

Un esempio su tutti sarebbe quello di Pasolini che cercava la poesia nella lingua dei giovani di borgata. Potremmo anche parlare della poetica surrealista, che ricerca il confronto con tutto un mondo espressivo "non professionale", criticando la letteratura ufficiale. Oggi viviamo nell'epoca dei social e degli "slang" di varie fogge. Contengono certamente delle sgrammaticature e tal volta sono associati a forme di anafalbetismo di ritorno. Eppure fanno parte della lingua parlata di oggi e un intellettuale aperto alla contemporaneità non può ignorarlo. Si può entrare in rapporto con l'attualità in vari modi, ma è la vita che ci mette di fatto in rapporto con tutto questo. Ignorarlo rende l'atto creativo elitario.

Se poi parlando di "certe poesie di aspiranti poeti" alludi a qualcosa presente nell'Officina del WD, considera che questa è una palestra di scrittura. Va frequentata senza il timore di sbagliare e favorendo un confronto libero e rispettoso. Nessuno si aspetta che tutti divengano degli importanti poeti, ma io trovo molto stimolante leggere in ognuno la sua esigenza espressiva. In qualcuno la forma è più nitida, in altri meno, ma questo è meno importante. Proprio in virtù di quell'appiattimento del linguaggio di cui parli, trovo splendido il tentativo di molti di dare una forma poetica al proprio sentire. Fare cultura è anche questo. Il linguaggio è un prodotto sociale, che ci arriva e restituiamo come onde di un mare espressivo condiviso. Osservandolo troviamo luoghi in cui quest'acqua è più cristallina, ma è sempre un unico mare.

 

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9 ore fa, Patrik ha detto:

Tout court, c’è gente che non ha mai letto una poesia di Palazzeschi o di Govoni, che non sa chi sia Amelia Rosselli o Andrea Zanzotto, e dice di scrivere poesie

Sono sincera. Nonostante io sia una divoratrice di libri e abbia i miei intoccabili mostri sacri, non potrei mai dire che chi non ha letto Carver (faccio un esempio) non può scrivere poesie. Lo stesso Carver come avrebbe fatto, d'altronde? Partiamo dal presupposto che la letteratura è vasta, vastissima e per quanto si possa passare una vita intera a leggere, non leggeremo mai abbastanza. Mai. E se io ti dico che per me non si può scrivere nulla se non si è letta l'Antologia di Spoon River? Che senso ha? Nessuno. È la mia sensibilità che lo dice, a cui piace una certa poesia americana e la letteratura ebraica e trova non soddisfacente molto novecento italiano e senza pari moltissimo altro novecento italiano. 

Stavo leggendo in questi giorni Le lezioni americane di Borges, per puro caso, nonostante le sue poesie non mi abbiano illuminata come altre. E lui scrive due cose interessanti. La prima è che sembra esistere uno stile semplice e uno elaborato, ma non è così: esiste la poesia viva e quella morta e dipende dal poeta a quale categoria farla appartenere, non dal suo stile. La seconda è che considera tutte le teorie poetiche semplici strumenti per comporre poesie e che immagina ne debbano esistere tante quanti sono i credo, le religioni e i poeti. Il che mi suggerisce che ognuna lascia il tempo che trova. E che puoi leggere tutti i Palazzeschi che vuoi, ma ti mancherà sempre il resto del mondo. E puoi leggere il resto del mondo e ti mancherà la strada, l'ultimo degli ultimi. E se la poesia ha degli occhi, vede la diversità e coglie qualcosa dalla diversità.

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Si, in sostanza quel che dico non è molto diverso da quanto espresso da voi con parole diverse. Non dico che la cultura sia tutto ma che sia la condizione necessaria: tutti essendo esseri umani proviamo sentimenti umani, ma non possono essere solo quelli a fare della poesia una poesia. D’altronde l’assenza di regole è per un poeta la maggiore delle gabbie immaginabili. Chi non conosce i limiti non può evaderli. Chi non ha legge non conosce desiderio. 

 

Poi, riguardo alla questione sollevata da @Elisa Audino. Ovviamente ho fatto quattro nomi fra mille, ma mi riferivo più che altro a delle correnti e all’utilizzo di determinati stilemi. Non pretendo che tutti prendano come esempio i poeti presenti nell’antologia di Mengaldo o in quella di Sanguineti; va benissimo anche capire e fare tesoro di un capolavoro come l’Antologia di Spoon River, basta che si entri in contatto con la prosa in versi, – in questo caso. Poco importa che uno lo faccia con Pavese o con qualcun altro.

 

 

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Ah, grazie per aver risposto. Si vede che siete sinceramente interessati all’argomento.

Vi auguro una buona giornata. 

 

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potrei risultare antipatico.

In una poesia mi aspetto di trovare metrica e rima, altrimenti non è una poesia è un testo in prosa che ogni tanto va a capo.

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3 ore fa, Piovasco ha detto:

potrei risultare antipatico.

In una poesia mi aspetto di trovare metrica e rima, altrimenti non è una poesia è un testo in prosa che ogni tanto va a capo.

Sicuramente chi conosce la prosodia sa come superarla.

Chi invece non ne sa niente rimane intrappolato e continua a girare attorno. Chiaro. Tutti devono partire da qualcosa per fare poesia. Se non ci fosse stata la metrica barbara di Carducci non ci sarebbe stata la strofe lunga dannunziana. Senza d’Annunzio non ci sarebbe stato Gozzano e così via. La letteratura come afferma  Sanguineti è fatta di colpi a posteriori; solo che bisogna sapere dove colpire. 

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non sono d'accordo, se non vi è rima e/o metrica allora è prosa. Poi può essere bella o brutta, piacere o non piacere.

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@Piovasco, Montale diceva, a proposito delle rime:

 

Le rime sono più noiose delle

Dame di San Vincenzo: battono alla porta

E insistono. Respingerle è impossibile

E purché stiano fuori si sopportano.

Il poeta decente le allontana

(le rime), le nasconde, bara, tenta

il contrabbando. Ma le pinzochere ardono

di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)

bussano ancora e sono sempre quelle.

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