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Ospite ire70

Cosa cercate in una poesia?

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3 ore fa, Anglares ha detto:

Se l'argomento vi interessa fatevi avanti

Mi interessa moltissimo, e ti ringrazio. Poco fa commentavo un componimento di @MyConc e riflettevo appunto su cosa chiedo a una poesia.

Mi dai l'occasione di ringraziare questo forum, grazie al quale ho capito quanto la amo e quanto non la conosco.

Mi sono imbattuta all'inizio in te, @ire70@Mathiel (che mi piacerebbe si affacciasse qui, se ha un po' di tempo) e @Depenso, ora in @Elisa Audino: rappresentate quello che cerco in una poesia. 

Ho scritto senza leggere gli altri contributi, provvedo alla mancanza.

Un saluto, @Anglares.

  • Grazie 5

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I più grandi scenziati del pianeta, hanno appurato che gli umani sfruttano molto minimamente le immense capacità del proprio cervello.

Dunque, se consideriamo che la poesia viene creata proprio dal cervello, da essa dovremmo intuire come poter utilizzare al massimo il nostro cervello

  • Grazie 1

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A me piacerebbe anche leggere poesie che raccontino quello che accade intorno a noi. Vi faccio un esempio con questo componimento di Simone Cattaneo:

 

La madre di un mio compagno delle scuole medie
mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere
dicendomi che suo figlio era morto.
Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.
Mi è parso buona educazione accettare.
Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa
mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio,
così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.
Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e
ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile
al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi
e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.

 

Non so dirvi perché io ami moltissimo questo poeta, che spesso è un tripudio di turpiloquio e sconcezze.

Forse perché, come scrive @ire70, è onesto: racconta (in un italiano perfetto) la sua giovane vita dolorante e sconclusionata, finita poi in un suicidio.

Leggete questa:

 

Stanotte di fronte al televisore spento
mi sono messo a ballare con una canna da pesca
un lento tragico e romantico, ho spostato i mobili
del soggiorno e al centro del pavimento ho ammucchiato quotidiani vecchi, cartoni di latte e qualche
fazzoletto sporco. Poi ho dato fuoco a tutto
e mi sembrava di partecipare a uno di quei veri balli studenteschi pieni di gioia e speranza nella vodka
con un chiasso infernale che mi riempiva le orecchie con il rumore del mare.

Spento il fuoco, qualche ombra fiera e dura
incisa sulle mura, la canna da pesca incrinata
sono rimasto a suonare su una tastiera sgraziata
chissà poi cosa
aspettando di riprendere fiato
e ho pensato di uscire all’aria aperta ma chiudendo
gli occhi il rosso del fuoco divideva ancora
il mio pavimento e non colava a picco,
rimaneva fisso lì a marchiare il territorio
in attesa di tutta la mia miseria.

 

Dunque: posso dire con certezza che la poesia contribuisce a farci conoscere noi stessi. Come siamo, e come cambiamo. E ci pone di fronte al fatto che siamo tutto e il contrario di tutto (per dirla con Whitman: "Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini").

Per questo dispiace non sentirla intorno a noi, poderosa e incalzante.

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Che bella discussione, grazie @Poeta Zaza per avermela segnalata :)

 

Anch'io mi sono accorto consciamente della poesia da poco, ma sono sempre stato molto sensibile alla musicalità e alla cura nella scelta delle parole.

 

Non avendo una preparazione classica alle spalle ho cominciato dalle antologie moderne e contemporanee di autori italiani per farmi un'idea. Ho trovato poco di buono, qualcosa di Osti, ma soprattutto la Candiani di cui istintivamente condivido l'approccio. Leggo abitualmente narrativa in inglese, ma ho difficoltà ha relazionarmi con il ritmo delle parole in un'altra lingua, comunque sono stato fulminato da Carver (grazie@Elisa Audino ) di cui sto ancora digerendo l'opera omnia.

 

Al di là del privato, che ho citato solo per presentarmi meglio, il punto più importante è la sintonia.

Scrivere poesia, per me, è denudare se stessi e il mondo che percepiamo, ed esporre questa sostanza a chiunque è disposto a leggerci. La musicalità è un ausilio fondamentale del verso, altrimenti è narrativa brevissima e fulminante, come ad esempio sono molte opere di Carver sospese tra i due mondi.

 

Ho già parlato della scelta delle parole? Sì vero?

La poesia è parola che si fa musica, nient'altro. Le parole devono essere scelte con cura, con amore, io ammiro chi riesce a scrivere poesie con trenta o quaranta versi, se dovessi provarci credo ci metterei una settimana solo a uscire dalla foresta di dubbi sui termini da usare :)

 

La poesia è potenza espressiva. Ci sono dei versi della Valduga che mi fanno letteralmente paura tanto sono evocativi, e sono evocativi perché sinceri, quindi torniamo al denudarsi dell'autore.

 

Musicalità, potenza espressiva, sincerità, se aggiungiamo una sintonia con la sensibilità dell'autore sono già svenuto!

 

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14 minuti fa, kalufunsui ha detto:

soprattutto la Candiani di cui istintivamente condivido l'approccio. 

:)

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Nella poesia cerco l'innesco per l'intuizione, qualcosa che appare e scompare in una frazione di secondo e non si esaurisce, perché se rileggi accade ancora, e ancora. E tutto, in una poesia, dovrebbe contribuire a risvegliare i sensi: il lessico, la.musicalità, il ritmo. Cerco un'esperienza che sappia contenere il mistero  (deve restare un non detto) e ammetta una sovrapposizione di significati potenziali. Meglio se mi emoziona, ma non è necessario, l'emozione che provo è legata alla bellezza. Non dico per forza in un senso estetico, dico che è bello quando una poesia riesce a rappresentare ciò che ancora non si può pensare, è questo che mi emoziona! 

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Anzitutto grazie del tag; ho dato una letta veloce è ho visto che ci sono opinioni molto diverse e non mi stupisce. Inoltre oggi ho passato cinque ore su due poesie di Zanzotto; quindi vengo da un’immersione totale nel discorso metapoetico.

Allora, cosa dev’esserci in una poesia; difficile a dirsi. Sicuramente posso dire cos’hanno in comune tutte le poesie degli autori più importanti del ‘900 italiano: il motivo della giustificazione della poesia. 

 

Dunque, un dato di fatto è che la poesia parla sempre di se stessa; e vale per tutti, almeno da d’Annunzio fino a Caproni, Sanguineti Zanzotto Etc. Detto questo potremmo estrapolare la conclusione che una poesia (o una poetica) per essere considerata tale dev’essere metapoetica. Questa almeno è la condizione necessaria; ed io sono d’accordo fino in fondo con questa considerazione.

Tuttavia, il solo pensiero di costruire una poetica sull’idea stessa della poesia è qualcosa che non è minimamente inquadrabile negli argini della nostra durata psichica (di noi gente moderna intendo).

Quella contemporanea è poesia slegata o comunque tenuta insieme da legami superficiali, – a riprova di questo il fatto che fino a non troppo tempo fa non era pensabile concepire una poesia al di fuori di un’opera unitaria. 

 

Poi possiamo anche pensare che Pascoli volesse veramente parlare della morte del padre e Ungaretti della guerra, ma forse non renderemmo giustizia ad autori che hanno voluto lasciarci riflessioni ben più profonde: giustificare la propria poetica in ogni singola lirica vuol dire farlo in base alla società, al soggetto, ai cambiamenti dell’essere, al ruolo del poeta nella società stessa.

In altre parole è quello che rende un pezzo di carta una testimonianza.

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La discussione si fa sempre più articolata e interessante. In tutti gli interventi emerge una sincera passione per la poesia, ognuno con il suo perché.

 

Concordo con @ire70 sull'importanza dell'onesta ma ancora di più sento mie le parole:

1 ora fa, kalufunsui ha detto:

Scrivere poesia, per me, è denudare se stessi e il mondo che percepiamo, ed esporre questa sostanza a chiunque è disposto a leggerci.

 

Così come trovo molto vicine le motivazioni di @Mathiel , in particolare sulla questione dell'innesco poetico.

 

Riguardo le riflessioni di @Patrik concordo con la questione metalinguistica, che è una regola per l'arte contemporanea. Ma credo che ciò che rende attuali è la capacità di sentire la propria epoca. Un autore deve avere spessore nello sguardo, altrimenti qualsiasi soluzione diventa estemporanea. 

 

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@Ippolita2018 Grazie del pensiero. Cosa cerco nella poesia? Sinceramente non lo so. Di certo so soltanto che rifuggo la poesia amorosa, quella da diabete mellifluo :) (non sono un integralista di genere, intendiamoci, ma personalmente la reputo più "strettamente" legata a una lunghezza d'onda tra mittente e referente dei versi, può essere pur sublime ma la vivo più da voyeur (anche se ogni lettore di poesia , in fondo, è un po' un voyeur dell'intimo altrui). Ma sarà che mi sono avvicinato alla poesia leggendo dell'odore rancido di piscio e di vite arruginite giù allo scalo merci nei "blues" di Jack Kerouac. Ecco, non lo ricerco espressamente ma apprezzo molto una poetica del degrado (sia concettuale che dei canoni metrici). Poi io sono un tipo lunatico e, personalmente, credo la poesia fortemente legata al momento. Pur se predomina in me il "periodo grigio" c'è il periodo in cui ricerco più una soavità dei versi, quello più per immagini, quello più classicista. Ad esempio, devo dire che tendenzialmente resto ammaliato più dalle poesie ermetiche e che non afferro del tutto che da quelle meramente espresse. Forse quello che cerco in una poesia è il trovare quell'alchimia (di forma e contenuto) maggiormente in fase di congiunzione con l'orbita della mia "luna" del momento.

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15 minuti fa, Vincenzo Iennaco ha detto:

Ecco, non lo ricerco espressamente ma apprezzo molto una poetica del degrado (sia concettuale che dei canoni metrici). 

Conosci Simone Cattaneo? Poco sopra ho riportato due suoi componimenti che sicuramente apprezzerai. Grazie a te!

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5 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

Conosci Simone Cattaneo? Poco sopra ho riportato due suoi componimenti che sicuramente apprezzerai. Grazie a te!

Non approfonditamente, ma sì, mi è capitato di imbattermi nella sua biografia e in qualche poesia. Avevo letto i due brani da te postati (e per cui ti ringrazio) e vedi giusto, è un esempio di poetica "ruvida" che apprezzo.  

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Il 12/2/2019 alle 19:26, Ippolita2018 ha detto:

Dunque: posso dire con certezza che la poesia contribuisce a farci conoscere noi stessi. Come siamo, e come cambiamo. E ci pone di fronte al fatto che siamo tutto e il contrario di tutto

Parto da qui perché questa riga mi offre molti spunti interessanti, o meglio che interessano me.

Più che essere tutto e il contrario di tutto - che mi pare equivalga a essere niente (e non sia mai) - io sono dell'avviso che la nostra vita, soddisfatte le esigenze primarie di sopravvivenza, sia essenzialmente una condizione mentale e in questo senso sì, possa in ogni momento essere indirizzata verso tutto e il contrario di tutto. Chiaramente, però, ogni scelta comporta l'acquisizione di un punto di vista e la rinuncia al suo contrario. Questa si chiama coerenza, secondo me, e delinea il percorso della nostra vita (poi arrivo anche alla poesia eh, almeno credo). Io sono sempre stato dell'idea che il filo di quel percorso logico fatto di idee, ma anche di persone, non vada mai spezzato. Per esempio, trovo assurdo che dopo essersi fatti tatuare il nome del proprio compagno o della propria compagna poi si possa desiderare di cancellarlo se la relazione finisce. Perché mai? Ogni pezzo di vita dovrebbe conservare il suo posto nel contesto della propria storia, io credo, anche quando non ci piace. In altre parole, secondo l'esempio, ciò che verrebbe cancellato non sarebbe un  nome, ma un pezzo di quel filo logico di cui parlavo.

Stabilito comunque che esista un insieme di scelte, di incontri e di eventi che definiscono la propria persona (e proprio in questo senso dovremmo essere tolleranti, capire che quel mix è differente per ognuno di noi e quindi amare la diversità invece di cercare continuamente la cosiddetta noiosissima normalità soltanto per trovare conferma alle nostre scelte) passiamo alla prima parte della frase di Ippolita, ed eccoci dunque alla poesia. Per esperienza personale posso dire con assoluta sicurezza (il che non vuol dire che sia vero) che non solo la poesia, ma la scrittura in generale è lo strumento più efficace per conoscere e per cambiare sé stessi. Per qualche ragione che non ho mai capito del tutto, fino a che un pensiero rimane a girare dentro la testa non avrà mai lo stesso impatto su di noi di quello stesso pensiero trasferito sulla carta. Come se esistessero due mondi: uno dentro la nostra testa e uno fuori, e quello dentro noi non fossimo in grado di recepirlo compiutamente (non mi ricordo quale esponente di quale tribù nativo americana, sosteneva che il mondo reale fosse invece quello interiore mentre quello esterno veniva definito da quegli indiani il mondo delle ombre). Comunque per me è sempre stata una questione di aprire delle porte, nel mio pensiero, e in genere la chiave l'ho sempre trovata in fondo a un mio scritto. Oggi capisco meglio perchè nei primi anni in cui mi sono dedicato alla scrittura io abbia lavorato essenzialmente per me stesso, ricercando istintivamente quelle contraddizioni che mi creavano disagio e poi risolvendole. 

La poesia (finalmente, vero vero?) in questo senso non mi è mai stata di grande aiuto principalmente perchè non sono riuscito ancora a darmi una risposta  convincente a quella domanda che è l'oggetto di questa discussione. Qualche poesia l'ho scritta, o almeno ci ho provato, ma so di non essere mai andato tanto più in là di un puro esercizio di pulizia letterale. Ho letto alcune delle poesie che seguono il metodo proposto da @ire70 (sono quasi certo che abbia un nome, quel metodo, ma ora ahimè non lo ricordo) e proprio perchè i risultati mi sembrano splendidi, io al riguardo mi sento ancora più confuso: voglio dire, se in un modo così poco costruito nasce una bella poesia apparentemente piena di mille potenziali contenuti allora significa che l'intero processo di elaborazione poetica è del tutto arbitrario, e quindi perché dannarsi per indovinare quello che l'autore intendeva dire? Che ognuno ci veda quello che vuole e amen.

Non so. Nella prosa sono in grado di riconoscere una vena poetica e anche di apprezzarla. Anzi, in genere credo di amare proprio quel tipo di prosa, magari lontana da quella telegrafica che pare faccia tendenza adesso. O di cui si parla in questo senso, anche se poi secondo me ogni scrittore continua a scrivere come cazzo gli pare.

Ho pensato a volte che se la prosa è un film, allora la poesia era un fermo immagine, ma non è una risposta sufficiente.

Mi pare che solitamente si tenda ad attribuire alla poesia una emozionalità maggiore, una sorta di operazione a cuore aperto o di una condizione di nervi scoperti, di sofferenza maggiore, ma non ne sono convinto. Certo non voglio credere che sia un club esclusivo, come a questo mondo ce ne sono tanti di tanti tipi, anche perché sono convinto che la scrittura e quindi anche la poesia, proprio per il suo straordinario effetto terapeutico, dovrebbe essere un fenomeno di massa. 

In sostanza, a conti fatti, ho scritto un romanzo per dire semplicemente che...non lo so, non so cosa cerco nella poesia, anzi non so nemmeno se cerco qualcosa, nella poesia. Però so di avere una grande fiducia nella parola scritta e nel potenziale espressivo di ognuno di noi.

Scusate, e grazie per avermi coinvolto. Sempre bello chiacchierare di queste cose.  A presto.

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12 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Ho letto alcune delle poesie che seguono il metodo proposto da @ire70 (sono quasi certo che abbia un nome, quel metodo, ma ora ahimè non lo ricordo) e proprio perchè i risultati mi sembrano splendidi, io al riguardo mi sento ancora più confuso: voglio dire, se in un modo così poco costruito nasce una bella poesia apparentemente piena di mille potenziali contenuti allora significa che l'intero processo di elaborazione poetica è del tutto arbitrario, e quindi perché dannarsi per indovinare quello che l'autore intendeva dire? Che ognuno ci veda quello che vuole e amen.

Ho pensato la stessa cosa anch'io. Tu hai provato?

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18 minuti fa, Ippolita2018 ha detto:

Ho pensato la stessa cosa anch'io. Tu hai provato?

Non ancora, ma credo che lo farò. Pensavo anche all'eventualità che più persone provassero sullo stesso testo. Non sarebbe un esperimento interessante? :super:

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3 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Pensavo anche all'eventualità che più persone provassero sullo stesso testo. Non sarebbe un esperimento interessante? :super:

Molto interessante. In parte è già capitato: io ho lavorato sull'incipit dei Promessi Sposi, seguendo Anglares e Massimopud. Tre risultati diversissimi. 

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Cosa cerco in una poesia?

 

In questo Forum, tra mille occasioni,
se voglio abbeverarmi alla poesia,
quella che mi dà spunti e sensazioni,
vado a cercarla a fondo ovunque sia:
quella che salta ogni scoglio
-      quella voglio -
quella vivace in forma e contenuto
(nessun “mi piace" e nessun saluto)
quella che sa osare e emozionare
purché diverso il verso e il raccontare.

 

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3 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

In parte è già capitato: io ho lavorato sull'incipit dei Promessi Sposi, seguendo Anglares e Massimopud. Tre risultati diversissimi.

Sono curioso. Dove le trovo le tre poesie?

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14 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

Sono curioso. Dove le trovo le tre poesie?

Ho visto che due le avevi già lette! Te ne manca una sola. Attendiamo la tua?

Grazie ad @ Anglares per averti risposto: ho letto tardi. 

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Buongiorno a tutti,, innanzitutto ringrazio chi ha avuto la benevolenza di leggere i miei testi.

Esiste oggi la poesia? Credo di sì, purché che la scrive sia disposto alla fatica di assottigliarsi al punto da ottenere la necessaria trasparenza. Mi spiego. La ferita è al centro della poesia. Come una ferita le parole si aprono sempre più mentre la parola si chiude in un proprio arcaismo intimo. Accostate per ferirsi e scoprirsi, le parole non sono i guitti adatti all'avanspettacolo di un teatrino dell’io, ma compiono ritualmente i gesti crudeli che la sperimentazione liturgica richiede: urtandosi nei piccoli chiostri dei suoi metri, finiscono per scorticarsi, per perdere la superficie. Nella mia poesia, per esempio, il cuore, il sangue, le ciglia, la bocca - metafore nel senso più primordiale del termine - sono propriamente parti per il tutto: non devono ricongiungersi o accordarsi: compiono la fatica poetica, al tempo stesso non venendo meno all'inevitabile funzione di risarcimento della piaga esistenziale, della mancanza di un senso. Un verso è il luogo destinato alla missione delle assonanze, delle allitterazioni, delle reiterazioni: come un negromante il poeta circuisce ed allude, e tanto più mentre ostenta di stendere i tappeti della reticenza e della preterizione sul buio ed il terribile dell’assenza e della mancanza cui non si rimedia.
Il poeta richiama le parole a formare le loro figure, le loro costellazioni, di danza e di rito, ed esse si scontrano, ognuna portatrice di intrasmissibili malanni, senza contagiarsi mai, scambiandosi testimoni come in una gara di spietate coreografie. Antiepica nelle forme, la poesia è epica nella sostanza più intima e, personalmente, prova ne sia il chiamare in causa la figura femminile, rigorosamente invocata in quanto assente. Invece di compiere incantesimi, essa raggruma le magie della poesia e contemporaneamente ci conferma quanto sia sostanziale l’esperienza dell’altrove assoluto nel quale si svolge l’atto dello scrivere.
La poesia non può essere detta e risuonare senza il “tu” di questo femminile, che garantisce i pur brevi ristori di una narrazione. Soltanto dalla lontananza da costei si possono indirizzare i versi, soltanto nella lontananza i versi possono conservare la caratteristica, così effimera, di appunti del viandante, come in un lehrreise che ritorna sullo stesso, malinconico ossessivo percorso.

Per questo credo che  la poesia esista tuttora, e penso che le ferite della memoria - che ci fanno vivere - sono tenute aperte soprattutto grazie ai poeti.

Certo, come diceva qualcuno prima di me, la poesia aiuta a conoscere se stessi: soprattutto nel momento in cui la scrittura apre scenari di senso che sfuggono alle intenzioni. Quando, cioè. scriviamo qualcosa che contiene una sconosciuta (a noi stessi) parte di noi.

  • Grazie 2

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Grazie, @Marcello Furiani, per il tuo stimolante e articolato intervento, del quale metto in evidenza i luoghi che più mi hanno colpito:

 

Il 18/2/2019 alle 00:16, Marcello Furiani ha detto:

Esiste oggi la poesia? Credo di sì, purché chi la scrive sia disposto alla fatica di assottigliarsi al punto da ottenere la necessaria trasparenza. Mi spiego. La ferita è al centro della poesia. 

Ne sono convinta anch'io.

 

Il 18/2/2019 alle 00:16, Marcello Furiani ha detto:

Accostate per ferirsi e scoprirsi, le parole non sono i guitti adatti all'avanspettacolo di un teatrino dell’io, ma compiono ritualmente i gesti crudeli che la sperimentazione liturgica richiede

Le parole accostate per "ferirsi e scoprirsi" mi ricordano alcuni componimenti di @Mathiel.

 

Il 18/2/2019 alle 00:16, Marcello Furiani ha detto:

Antiepica nelle forme, la poesia è epica nella sostanza più intima

Questo è un interessante paradosso: le gesta eroiche dell'epos diventano nella poesia le ferite/fatiche dell'anima.

 

Il 18/2/2019 alle 00:16, Marcello Furiani ha detto:

Per questo credo che  la poesia esista tuttora, e penso che le ferite della memoria - che ci fanno vivere - sono tenute aperte soprattutto grazie ai poeti

Concordo anche su questo.

 

Taggo @ire70 e @Anglares, autori della discussione, affinché possano leggere il tuo post. Senza tag può sfuggire: io stessa l'ho letto per caso.

Ancora grazie, e un saluto.

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Il 18/2/2019 alle 00:16, Marcello Furiani ha detto:

soprattutto nel momento in cui la scrittura apre scenari di senso che sfuggono alle intenzioni. Quando, cioè. scriviamo qualcosa che contiene una sconosciuta (a noi stessi) parte di noi.

sono d'accordissimo con questa affermazione: a volte uno scrive qualcosa e solo dopo "scopre" quello che realmente è uscito fuori da quelle parole. In questo senso scrivere una poesia  è davvero rivelatrice (a volte perfino troppo).  (Anche per questo motivo io trovo difficoltà a scrivere poesie con un tema prestabilito).

(Grazie @Ippolita2018 per avermi taggato:flower:).

  • Grazie 2

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3 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

Taggo @ire70 e @Anglares, autori della discussione, affinché possano leggere il tuo post. Senza tag può sfuggire: io stessa l'ho letto per caso.

Ancora grazie, e un saluto.

@Ippolita2018 grazie per la premura, comunque per non lasciarti sfuggire qualche post basta attivare le notifiche alla discussione.

 

Riguardo l'intervento di @Marcello Furiani lo trovo ovviamente accurato e ricco di spunti. 

In particolare condivido l'importanza sul lavoro di scavo. Riguardo l'esistenza della poesia oggi, direi che certo che sì. Cambiano i linguaggi, le forme, ma non la necessità di sublimare le emozioni, la necessità di esprimerle o di indagare dentro di noi.

 

E visto che stiamo continuando a coinvolgere persone tiro anche io dentro altre persone: @Dark Smile di cui apprezzo molto la ricerca espressiva, @Sira che si è rivista da queste parti.

  • Grazie 1

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@ire70 @Anglares @Ippolita2018

grazie a tutti per l'attenzione e le riflessioni.

Non credo che nessuno - e io meno di altri - possa con certezza granitica definire compiutamente la poesia, nemmeno la propria, anche perché definire significa etimologicamente mettere confini, rinchiudere e, nei casi più presuntuosi, soffocare, togliere aria.

Al di là delle esperienze, delle predilezioni e dei temi personali che ognuno riversa nella sua poesia, vorrei aggiungere una riflessione a proposito di quanto lo scrivere poesia possa talora svelare angoli, pertugi o frammenti di noi rimasti nell'ombra. Come fosse una sentinella di frontiera, trasferitasi nelle gelate solitudini o nella febbre di vivere, il poeta ascolta il misterioso telegrafo del celato ticchettargli gesti, ritmi, cadenze con le quali comporre gli incendi subitanei delle sue miniature o dei suoi affreschi. Ecco: poesia come svelamento, come richiamo dall'ombra del sotterraneo e, in definitiva, come ascolto. E sappiamo che ogni ascolto degno di tal nome non è mai disgiunto dalla cura, dall'attenzione.

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@Mathiel

 

Il 12/2/2019 alle 20:16, Mathiel ha detto:

E tutto, in una poesia, dovrebbe contribuire a risvegliare i sensi: il lessico, la.musicalità, il ritmo.

Vero, verissimo. La poesia non è solo contenuto o solo ritmo o musicalità o altro: la poesia è tutto questo in un unico testo.

 

Il 12/2/2019 alle 20:16, Mathiel ha detto:

Cerco un'esperienza che sappia contenere il mistero  (deve restare un non detto) e ammetta una sovrapposizione di significati potenziali. 

Questa è, a mio avviso, un'altra caratteristica dello scrivere poesia. Le cose in poesia abbisognano dello sforzo di una nuova agnizione, di una diversa nominazione, ite­rando il gesto di Adamo, dando un nome alle cose come esistessero per la prima volta nello stupore della sua meraviglia.

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25 minuti fa, Marcello Furiani ha detto:

E sappiamo che ogni ascolto degno di tal nome non è mai disgiunto dalla cura, dall'attenzione

Ti è mai capitato di leggere le pagine che Simone Weil dedica all'attenzione? 

Ti riporto alcune righe, che riassumono bene le tue parole sulla poesia:

L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto.

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