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samuele

Suerte capitolo 2 parte 2/3

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http://www.writersdream.org/forum/topic/21880-che-fine/?p=382876

Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei bar de copas che adornavano il centro storico della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti.
La luce rossa del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso.
Ero seduto in un angolo vicino all'entrata, ascoltavo la musica suonata da un gruppetto di ragazzi sorseggiando sangria.
Atterrato da pochi giorni andavo al bar per non stare solo e con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta.
Il programma che avevo faticosamente preparato prima di incontrarla era semplice: conoscere la città, ambientarmi e iniziare a frequentare i corsi ad ottobre.
Ma quando mi alzai dal tavolino e le passai vicino per la prima volta cercando un qualsiasi tipo di pretesto per un contatto accidentale con la sua pelle qualcosa cambiò.
Vidi nel suo sguardo e nei suoi occhi le mie emozioni.
Sentii nel suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche una richiesta di comprensione.
Ma non mi degnò di uno sguardo.
Camminai fino in fondo al locale, feci finta di andare in bagno e mi girai.
«Allora vorrei...» iniziai guardando la lavagnetta dietro la barra con scritto il listino.
Ero appoggiato al bancone continuando a voltare lo sguardo nella sua direzione.
Era seduta a pochi metri con le gambe scoperte.
«Que quieres?».
Aveva risposto un barista calvo pulendo un boccale.
«Vorrei..».
Cercavo un disperato contatto visivo.
«Que quieres gringo?».
«Nada, desculpame».
Mi alzai di fretta e avvicinandomi per la seconda volta annusai nuovamente l'odore di sigaretta che trasudava la sua pelle abbronzata.
Mangiava tapas e beveva caipirinha.
Dal canto mio avevo solo estremo desiderio di compagnia, di qualcuno che potesse capirmi, e affidai il mio bisogno ai suoi occhi.
Fino ad allora avevo perso le giornate in solitaria tra i vicoli del centro: rimbalzavo da vecchi locali in stile spagnolo a negozi di griffe, da Plaza de Toros al Bernabeu.
Quando le sue amiche andarono in bagno e rimase sola trovai il coraggio di avvicinarmi.
“O adesso o quando deciderai di parlarle avrà bevuto una vasca di caipirinha e non capirà un cazzo”, ragionai.
Era alticcia, quando mi piantai di fronte alla sua sedia sorrise.
Respirava forte come in preda ad una specie di ansia incontrollata.
«Hola. Ehm, sono Raimundo».
«Ciao!» rispose squillante.
Accavallò le gambe e cambiò posizione.
Mi guardò per qualche secondo il lobo con attaccato l'orecchino di cocco.
Appoggiò i gomiti sul tavolino, mentre la musica tagliava l'imbarazzo.
«Sono nuovo qui, sono argentino».
Non parlava. Gli occhi sgranati mi analizzavano dalla testa ai piedi.
«Mi farebbe piacere vederti fuori da qui, magari beviamo un caffè».
«Io sono di El Ei..». Disse distratta.
Prese una gomma da masticare e un fazzoletto dalla borsetta in pelle.
Segnò un numero di telefono e scrisse in corsivo il suo nome.
L'inchiostro sfumò e temetti subito diventasse illeggibile in poco tempo.
Tastai le tasche ma non trovai traccia del cellulare.
«Stasera sono con le mie amiche, ma domani possiamo fare colazione, chiamami».
Sorrise disincantata, bellissima e forestiera.
Appoggiò il fazzoletto sulla mia mano e fece un cenno per salutarmi mentre le sue amiche uscivano dal bagno parlottando con la mano davanti alla bocca.

La mattina fui svegliato dal russare fastidioso di uno dei miei compagni di stanza. Sembrava una grossa locomotiva ansimante.
Decisi che era giunto il momento di iniziare a battere le agenzie immobiliari alla ricerca di un posto tutto per me, ma prima avrei fatto un tentativo nel chiamare la ragazza americana della sera prima.
Non nutrivo particolari speranze che il numero di telefono fosse giusto.
Non credevo nell'empatia tra sconosciuti, ma il mio animo malinconico si aggrappava a quella flebile speranza.
Mi arrotolai una sigaretta appena fuori dall'ostello e tirai fuori dalla tasca dei jeans il fazzoletto.
“Chissà chi cazzo mi risponde”, pensavo tenendo il cellulare tra l'orecchio e la spalla.
Ero in un quartiere rumoroso e quando una voce femminile disse:
«Hello» rimasi di stucco.
«Sono Raimundo, ti ricordi di me? Il ragazzo di ieri al bar, mi hai lasciato il numero».
Mi grattavo i capelli nervosamente.
«Yes! Raimondo!» disse storpiando il mio nome. «Che fucking headache! Caffè?».
«Ok, quando?» chiesi.
«Tra venti minuti a Lavapiès? Ce la fai?».
«Certo!» risposi senza avere la minima idea di dove fosse.
«Amazing! A tra poco!» riattaccò.
Tornai velocemente all'interno della hall per cercare una cartina della metropolitana.
La chiesi al ragazzo della reception, ma non conosceva la città.
«No sè», continuava a ripetere scrollando le spalle e facendo andare l'indice da sinistra a destra davanti al naso.
Corsi guardando l'orologio nella prima stazione metro che avevo visto a poche decine di metri da lì, Plaza de Espana.
Notai che fortunatamente la linea era quella giusta e non richiedeva cambi.
Presi al volo la metro gialla in direzione Legazpì, la maglietta rimase incastrata tra due vagoni, bestemmiai ma riuscii a toglierla senza romperla.
Dopo qualche fermata arrivai e corsi verso l'uscita.
Ricordavo perfettamente Madeline, non fu difficile intravederla ad aspettare con i grandi occhiali scuri mentre guardava l'orizzonte.
Quando incrociò il mio sguardo li tolse per guardarmi meglio.
«Hola!» disse mostrando il suo sorriso.

Mi portò a spasso per Madrid, camminammo in riva al Manzanarre, fianco a fianco con giovani in pantaloncini blu che facevano jogging ascoltando musica dalle cuffie, coppiette in vacanza che si tenevano la mano scambiandosi tenerezze e ragazzi solitari che suonavano la chitarra seduti contro un muro cercando di racimolare i soldi per una birra.
Era lì da qualche mese ma si vedeva che la città le era entrata nel cuore, la conosceva alla perfezione.
Veniva da una famiglia molto ricca, studiava a Madrid ma se la prendeva con calma, ovvero si era persa nei ritmi di un paese nuovo dove il suo fascino hollywodiano le aveva fatto stringere molte amicizie.
«Nel tempo libero faccio pablic relescion per i clab».
Mi aveva detto mostrando i biglietti da visita di vari locali.
Bevemmo un caffè in un piccolo bar senza pretese e continuammo a camminare, senza sosta né meta.
Ci sedemmo sul prato del Parque Juan Carlos I, dopo aver fatto due passi nel Giardino delle Tre Culture.
Si sdraiò e chiuse gli occhi.
Aveva la pelle scura, i jeans sgualciti e un braccialetto giallo al polso sinistro.
I capelli erano stesi sull'erba tagliata corta e io la guardavo senza parlare.
Si addentrò in una serie di confidenze insolite per due sconosciuti:
«Quando ero piccola una volta ho cercato di ammazzarmi, volevo buttarmi giù da un tetto».
«Ero anoressica, anzi bulimica. Mangiavo, mi ingozzavo di hamburger, poi andavo in bagno e mi infilavo due dita in gola. Non piacevo a nessuno, non avevo amici».
«Avevo problemi a relazionarmi con gli altri, non riuscivo a dormire. Quando un ragazzo mi era vicino più di un metro iniziavo a prenderlo alle sberle, tipo tu dovresti allontanarti di almeno due passi».
Mise la mano sulla fronte per coprirsi dal sole e sorrise.
«Non mi buttai mai dal tetto, ma obbligai Kate a dire a tutti i miei compagni che l'avevo fatto».
«Quando la chiamavano per sapere com'era potuto succedere, se ero morta, le facevo mettere il viva voce, ero felice a sentire la loro disperazione».
Avevo posato il mio sguardo su dei ragazzini in camiseta blanca che prendevano a calci un pallone, tornai con la mente tra le sicurezze di casa e smisi di ascoltare quella pazza.
«Allora?». Disse ad un certo punto.
Aveva le gambe incrociate e aspettava una risposta.
«Està loca chica» dissi facendo girare il mio indice vicino alla testa.
Iniziò a ridere in maniera scomposta.
Si rotolò sul prato sotto gli alberi sporcandosi il vestito di cotone.
La gente si voltava a guardarla.
Si appoggiò alla mia spalla con la testa.
«Fuck Raimundo, ci credevi sul serio?»
«Sei fuori di testa».
«Sono sola Raimundo, fottutamente sola e distante».

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te lo confermo: leggo questa storia con grande piacere. è il genere di testo che adoro.

 

detto questo, ti segno due cosette di cui ti ho già parlato (in relazione al ca precedente).

 

 

 due amiche senza argomenti.

Il narratore ci dice che sono senza argomenti, ma io lettore non voglio che me lo dica, ma che me lo mostri

 

 

 

Camminai fino in fondo al locale, feci finta di andare in bagno e mi girai.

ecco, questo invece è l'esempio perfetto di un'immagine che si porta dietro il significato del gesto. Qui mostri, non racconti lo stato d'animo del narratore.

 

Nel racconto ci sono altri esempi in cui mostri che funzionano alla grande, altri in cui racconti: sai come la penso, per me, su quelli devi lavorarci su.

 

Attendo di leggere il resto!

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che adornavano

adornano, a meno che i bar non siano spariti dall'ultima volta che ci sono stato

 

Ma quando mi alzai dal tavolino e le passai vicino per la prima volta cercando un qualsiasi tipo di pretesto per un contatto accidentale con la sua pelle qualcosa cambiò

vorrei una virgola prima di "qualcosa", se no fatico a leggerla

 

Sentii nel suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche una richiesta di comprensione

In questa frase c'è qualcosa che non va dal punto di vista grammaticale.  Tutto dipende da quel "che", che non è ben chiaro se voglia essere un relativo o una congiunzione.

Se è un relativo si riferisce all'accento americano; in questo caso dovresti spostare il complemento oggetto subito dopo il verbo:

Sentii (forse meglio intuii o intercettai) una richiesta di comprensione nel suo marcato accento americano che faticava... oppure puoi lasciarla come sta ma devi trasformare tutto in un inciso, con una virgola dopo "sentii" e una dopo "basche".

Nel caso sia una congiunzione il discorso si fa più complesso e bisogna aggiungere qualcosa:

Sentii (forse meglio compresi) dal suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche e intercettai una richiesta di comprensione; ma a dire il vero mi piace poco anche la soluzione che ho trovato, forse è meglio che sia un relativo :asd:

 

Ero appoggiato al bancone continuando a voltare lo sguardo nella sua direzione

io e il gerundio abbiamo un rapporto difficile; qui sceglierei un modo finito, qualcosa tipo: ... e continuavo a tenere lo sguardo... o anche più semplicemente ... e continuavo a guardare nella sua direzione

 

un tentativo nel chiamare

preferisco "per"

 

Non nutrivo particolari speranze che il numero di telefono fosse giusto.
Non credevo nell'empatia tra sconosciuti, ma il mio animo malinconico si aggrappava a quella flebile speranza.
Non mi piacciono due periodi consecutivi che iniziano entrambi con "non", a meno che non si voglia dare particolare enfasi alla frase, che non mi pare sia il caso qui.  Trasformerei la prima delle due in affermativa: Nutrivo poche speranze che...

 

Che fucking headache!

la farei tutta in glese a questo punto: what a fucking headache...

 

la maglietta rimase incastrata tra due vagoni

sicuro che nella metro di Madrid si possa passare da una carrozza all'altra? Ci sono stato più di una volta, ma non la ricordo ora; di solito però nella metro non c'è comunicazione fra una carrozza e quella successiva

 

intravederla ad aspettare

scriverei che aspettava o in attesa

 

alle sberle

qui sinceramente non capisco se sia un refuso o se vuoi fare intendere che non parli bene la lingua; ma nel secondo caso ti consiglierei di mettere almeno un altro errore, perché così sembra più un refuso tuo

 

Bello, la storia prosegue bene.  Il contatto fra Raimundo e l'americana è naturale e ben orchestrato, l'ambientazione madrilena pure, adesso mi attendo che la porti a cena da "Botin"... Ti confesso che preferivo le descrizioni dell'Argentina, ma per un motivo che non credo abbia a che fare con la tua scrittura: conosco abbastanza bene Madrid e invece ho sempre sognato di visitare Argentina e Cile...

Rimango in attesa del finale (?) per un giudizio complessivo, che è comunque fin d'ora positivo.

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Ospite Bradipi
ascoltavo la musica suonata da un gruppetto di ragazzi

che intendi? È un gruppo musicale precostituito, che può anche essere un duo, o un piccolo aggregato casuale?

 

Sentii nel suo marcato accento americano che faticava per farsi capire dalle amiche basche una richiesta di comprensione.

Ok lui sente l’accento dell’americana (per quanto nella realtà distinguere un accento sia veramente difficile: chi sa distinguere tra statunitense, canadese, australiano, neozelandese?) ma che le amiche siano basche come lo sa?

..«Allora vorrei...»

«Que quieres?».

In che lingua parla Raimundo nella prima frase?

 

«Que quieres gringo?».

Gringo a Madrid?

 

Mangiava tapas e beveva caipirinha.

Prese una gomma da masticare e un fazzoletto dalla borsetta in pelle.

Cioè mentre mangia e beve mastica anche una gomma?

 

 la maglietta rimase incastrata tra due vagoni,

difficile, forse nelle porte scorrevoli.

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Ospite
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