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samuele

Cancellare il superfluo

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Da un po' mi sto dilettando in racconti brevi da spedire qua e là.
Avendo scritto solo due romanzi, non essendo quindi abituato a "tagliare" e prendendomi i miei spazi per descrizioni e dialoghi "superflui", volevo chiedere il vostro punto di vista su una questione:

un racconto breve e autoconclusivo deve mantenere solo l'essenziale?
Intendo che ogni frase deve portare avanti l'azione o presentare un personaggio o poco ci manca?
É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene".
Tenendo conto che è difficile riuscirci, nell'insicurezza meglio tagliare diretti?
voi cosa fate?

Grazie..

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Il mio insegnante alla scuola Holden risponderebbe:

Si. Tagliare, sempre.

E non solo nei racconti, pure nei romanzi.

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Ti dirò: mi ritrovo spesso in una situazione simile e fondamentalmente la penso come te.  Proprio da pochi giorni ho iniziato a rivedere i racconti pubblicati sul forum in questi due anni.  Quando sono entrato nel WD stavo finendo il mio secondo romanzo e non avevo mai scritto un racconto.  Mi sono trovato a dover spesso tagliare con le cesoie perché quasi tutti i racconti che ho scritto erano destinati ai nostri contest, quindi con un numero di caratteri limitato e predefinito.  Tutto questo mi ha insegnato a tagliare (cosa che mi sta tornando utilissima anche per i romanzi), però... Però io amo le descrizioni: se il mio protagonista si muove in un ambiente voglio che chi legge lo possa seguire nelle strade di una città, possa leggere nei volti delle persone che incontra e... E insomma: non è mica facile esprimere una ricetta universale.  Io poi odio le ricette universali.  Quindi ti dirò: dipende.  E' una cosa che lascio al tuo gusto, ma sono portato a dire che raramente le descrizioni sono superflue.  Certo: possono non influenzare direttamente l'azione.  Ma questo per me non basta a definirle superflue.

Quindi se sono belle e non invadenti (come nel primo capitolo di "Suerte", per intenderci) io ti dico: lasciale.

E adesso ti lascio io, che stavo proprio commentando il secondo capitolo...

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Da un po' mi sto dilettando in racconti brevi da spedire qua e là.

Avendo scritto solo due romanzi, non essendo quindi abituato a "tagliare" e prendendomi i miei spazi per descrizioni e dialoghi "superflui", volevo chiedere il vostro punto di vista su una questione:

un racconto breve e autoconclusivo deve mantenere solo l'essenziale?

Intendo che ogni frase deve portare avanti l'azione o presentare un personaggio o poco ci manca?

É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene".

 

 

Hitchcock diceva che il cinema è la vita senza le parti noiose e sottoscrivo.

 Il mio parere è che bisogna scrivere ciò che abbia funzione - descrittiva, psicologica, riflessiva e altre - essenziale ai fine della storia e non divagazioni narcisiste.

 

Attenzione: Non dico di essere Carver o il primissimo Hemingway, ma nemmeno perdersi in barocchismi esasperanti - Umberto Eco e la sua chiesa? :asd:

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Avevo scritto una risposta articolata, ma come un cretino ho chiuso la scheda per sbaglio prima di inviarla :facepalm:

Fondamentalmente dicevo taglia come un boscaiolo impazzito e portavo il seguente racconto di Hemingway come esempio:

"For Sale: baby shoes, never worn."

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Ti dico quello che penso da lettrice.

 

É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene".

Sì, se scrivi dieci righe al solo scopo di far vedere quanto scrivi bene, è aberrante. 

Se ti prendi tempo per arrivare al dunque, indugi, arricchisci di particolari che servono a creare atmosfera, la faccenda cambia.

Per come la vedo io, è solo una questione di equilibrio.

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" Taglia, taglia " è il consiglio che tutti siamo tentati di dare, ma il semplice in narrativa è semplicistico. Ho dovuto riprendere in mano un racconto scritto molti anni fa per la pubblicazione e con orrore mi sono reso conto di una cosa: giocavo solo di tacco e tiravo solo in rovesciata, e per farlo spendevo una marea di caratteri. Ora il racconto è lungo la metà e a chi lo conosce bene sembra non manchi nulla, ma lo trova migliore.

Quindi tagliare ciò che è finalizzato a nutrire l'ego del narratore piuttosto che la narrazione ;)

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Presente. Tagliare, sempre e comunque. Meglio dieci pagine in meno che una parola in più. Nel 99% dei casi il lettore riempie i buchi da sé, anche se sostiene il contrario: tipo quando protesta perché non hai descritto l'albero rigoglioso sotto cui è seduto il protagonista, e tu ti rendi conto che neanche hai usato la parola "albero", ma è nella scena che hai immaginato, e la cosa è arrivata da mille altri dettagli (che so, il protagonista si è seduto all'ombra e per farlo ha dovuto scostare un ramo). È pura magia quando succede. :ohh:

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Presente. Tagliare, sempre e comunque. Meglio dieci pagine in meno che una parola in più. Nel 99% dei casi il lettore riempie i buchi da sé, anche se sostiene il contrario: tipo quando protesta perché non hai descritto l'albero rigoglioso sotto cui è seduto il protagonista, e tu ti rendi conto che neanche hai usato la parola "albero", ma è nella scena che hai immaginato, e la cosa è arrivata da mille altri dettagli (che so, il protagonista si è seduto all'ombra e per farlo ha dovuto scostare un ramo). È pura magia quando succede. :ohh:

Potremmo dire che il narratore deve essere più pittore che fotografo... condivido!

Quanto ai reclami dei lettori, aggiungerò apposito spazio sulla pagina del libro... usare come simbolo un cestino della carta non è molto simpatico, vero? :)

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Secondo me c'è una tautologia. Se una cosa è suyperflua dev'essere tolta per definizione. La domanda che bisogna porsi, semmai, è "cos'è superfluo?"

Per esempio la descrizione dell'ambiente in cui operano i personaggi. Mettiamo che si tratti di un racconto di fantascienza ambientato su di un mondo alieno. Impossibile farne capire l'alienità senza descriverlo. Lo stesso se si vuogliono far capire i processi mentali di un personaggio senza descriverli. Mostrare qualche tic, per esempio, o il mutare delle espressioni. Mettiamo che un nostro personaggio sia nervoso, possiamo dire: il tale è nervoso, oppure scrivere: il tale spezza con un colpo secco la matita che tiene in mano. La prima frase è più scarna, dice meno cose ma contiene totalmente il concetto che si vuole esprimere, epperò secondo me è meglio la seconda, che lascia più spazio al lettore di costruirsi un'immagine del tuo personaggio.

Secondo me una storia non è semplicemente una sequenza di avvenimenti, un disegno a matita. Può essere letta e interpretata su più livelli, per esempio quello del colore. Un dipinto può assumere un aspetto assolutamente diverso se la dominante di colore è una oppure un'altra. Questo per me ha una notevole importanza. Anche se forse la mia concezione della lettura è piuttosto arretrata.

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Come ti hanno già detto, "tagliare il superfluo" è una regola valida tanto nei racconti quanto nei romanzi.
Resta da vedere cosa sia superfluo, e questo è tutto un altro problema.

 

É così aberrante scrivere una decina di righe solo per fare pensare chi sta leggendo "bello questo pezzo, certo non serve a niente, ma è scritto proprio bene".

 

Sì. E' aberrante, ma per altri motivi.
Razionalmente, dovresti scrivere una scena per muovere la storia in avanti, per approfondire un personaggio o un concetto, o ancora per dare il giusto ritmo alla narrazione.
Di getto, senza soffermarti sulla sua funzione, dovresti scrivere una scena perché "ci sta", perché va inserita, perché ti viene naturale inserirla.

Scrivere una scena con lo scopo di far pensare al lettore "bello questo pezzo" mi sembra una prospettiva, per l'autore, completamente sbagliata. Un autore non deve volermi dimostrare quanto è bravo. Deve solo volermi raccontare una bella storia. Punto.

Tornando più propriamente in Topic, io appoggio la linea del "se puoi, taglia" facendo particolare riferimento alle descrizioni. Una descrizione troppo lunga, per quanto ben fatta, finisce facilmente con l'annoiare il lettore. Troppe descrizioni superflue, come quelle delle caratteristiche fisiche dei personaggi, idem.

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Secondo me c'è una tautologia. Se una cosa è suyperflua dev'essere tolta per definizione. La domanda che bisogna porsi, semmai, è "cos'è superfluo?"

Per esempio la descrizione dell'ambiente in cui operano i personaggi. Mettiamo che si tratti di un racconto di fantascienza ambientato su di un mondo alieno. Impossibile farne capire l'alienità senza descriverlo. Lo stesso se si vuogliono far capire i processi mentali di un personaggio senza descriverli. Mostrare qualche tic, per esempio, o il mutare delle espressioni. Mettiamo che un nostro personaggio sia nervoso, possiamo dire: il tale è nervoso, oppure scrivere: il tale spezza con un colpo secco la matita che tiene in mano. La prima frase è più scarna, dice meno cose ma contiene totalmente il concetto che si vuole esprimere, epperò secondo me è meglio la seconda, che lascia più spazio al lettore di costruirsi un'immagine del tuo personaggio.

Secondo me una storia non è semplicemente una sequenza di avvenimenti, un disegno a matita. Può essere letta e interpretata su più livelli, per esempio quello del colore. Un dipinto può assumere un aspetto assolutamente diverso se la dominante di colore è una oppure un'altra. Questo per me ha una notevole importanza. Anche se forse la mia concezione della lettura è piuttosto arretrata.

Non ritengo la tua concezione antiquata, ché, tra l'altro, è simile alla mia. Ognuno ha il proprio stile, e se ne esistesse uno solo, ci troveremmo davanti a una deprimente omologazione... l'importante è che funzioni ;)

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Grazie a tutti, mi trovo d'accordo.

Il punto penso sia chiedersi "cosa è superfluo", quindi inserire qualcosa che sia funzionale al racconto, sempre.

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   Mi pare che Stephen King in On writing dicesse: Uccidi, uccidi senza pietà, uccidi i tuoi figli, in riferimento alle parti messe lì perché scritte bene e quanto mi piacciono e quanto mi ci sono affezionato ma che non hanno sostanza "narratologica" (Verrebbe da chiedersi quanto sarebbe stato lungo It se i figli fossero sopravvissuti).

 

   Sono l'unica che ha il problema contrario? Che con la prima revisione deve allungare e poi torna a tagliare nella terza?

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.

Secondo me una storia non è semplicemente una sequenza di avvenimenti

 

Ecco Nanni, come spesso ti succede hai detto una grande verità.  Permittimi di sintetizzarla nella frase sopra riportata, che è esattamente quello che succede quando chi scrive prende le regole dei manuali di scrittura e le applica in maniera pedissequa, cosa che avviene troppo, troppo spesso.  E non sto parlando del WD, intendiamoci, il discorso è molto più ampio.

Leggo di frequenza pagine di narrativa così spoglie che oltre l'azione non rimane nulla.  Non ci sarebbe niente di male in questo, se non fosse che cercano di spacciarmela per buona narrativa.  Non oso pensare come potrebbe diventare questo passo, togliendo tutto ciò che è "superfluo":

 

 

"Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano."

 

Probabilmente qualcosa del tipo:

Il colonnello si accorse che era rimasto poco caffè.  Tolse un po' d'acqua dal pentolino per poterne preparare una tazza.  Poi si sedette, aveva mal di stomaco. Si sentiva triste perché era autunno.

 

Grazie Gabo. 

E grazie Nanni.

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Secondo me c'è una tautologia. Se una cosa è suyperflua dev'essere tolta per definizione. La domanda che bisogna porsi, semmai, è "cos'è superfluo?"

Per esempio la descrizione dell'ambiente in cui operano i personaggi. Mettiamo che si tratti di un racconto di fantascienza ambientato su di un mondo alieno. Impossibile farne capire l'alienità senza descriverlo. Lo stesso se si vuogliono far capire i processi mentali di un personaggio senza descriverli. Mostrare qualche tic, per esempio, o il mutare delle espressioni. Mettiamo che un nostro personaggio sia nervoso, possiamo dire: il tale è nervoso, oppure scrivere: il tale spezza con un colpo secco la matita che tiene in mano. La prima frase è più scarna, dice meno cose ma contiene totalmente il concetto che si vuole esprimere, epperò secondo me è meglio la seconda, che lascia più spazio al lettore di costruirsi un'immagine del tuo personaggio.

Secondo me una storia non è semplicemente una sequenza di avvenimenti, un disegno a matita. Può essere letta e interpretata su più livelli, per esempio quello del colore. Un dipinto può assumere un aspetto assolutamente diverso se la dominante di colore è una oppure un'altra. Questo per me ha una notevole importanza. Anche se forse la mia concezione della lettura è piuttosto arretrata.

:thumbup:

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Leggo di frequenza pagine di narrativa così spoglie che oltre l'azione non rimane nulla.  Non ci sarebbe niente di male in questo, se non fosse che cercano di spacciarmela per buona narrativa.  Non oso pensare come potrebbe diventare questo passo, togliendo tutto ciò che è "superfluo":

 

 

"Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano."

 

Probabilmente qualcosa del tipo:

Il colonnello si accorse che era rimasto poco caffè.  Tolse un po' d'acqua dal pentolino per poterne preparare una tazza.  Poi si sedette, aveva mal di stomaco. Si sentiva triste perché era autunno.

Quale manuale di scrittura richiede un'operazione del genere?

Io ho solo letto "lezioni" che chiedono semmai di arricchire la scena, non di impoverirla. La mia domanda non è retorica, voglio capire che cosa evitare di leggere nel prossimo futuro se mi dà consigli del genere.

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Io penso che qui si stia facendo un po'  di confusione.

"Tagliare il superfluo" non significa "non mostrare". Ben venga il tic all'occhio, piuttosto che scrivere -Carlo è nervoso-. Il punto è che un racconto breve è qualcosa che, per parafrasare Flannaery O'Connor, isola una porzione di mondo, una spaccatura. Tutto quello che ci deve importare deve essere solo quella frattura. Se la storia parla di un bambino che rompe il giocattolo del fratello piccolo e nasconde i resti sotto il letto, devo veramente dire che la mamma, nel frattempo, cucinava un brasato seguendo le regole del manuale di cucina? No, ma non devo neanche dire semplicemente "La mamma era distratta".

In un racconto è importante che tutto si riferisca al racconto stesso, un po' come la definizione di rapporto di Kierkegaard.

Possiamo immaginare il racconto come un punto all'interno di una serie di cerchi concentrici, ma ognuno di questi cerchi è al contempo una freccia che punta verso il centro. Ecco, quella è la storia che voglio raccontare. Il resto è superfluo.

E lo dice uno che in fase di riscrittura si accorge che troppe frecce puntano verso l'esterno.

 

L'unico assunto assoluto è "non scrivere per far vedere quanto sei bravo", perché il lettore se ne accorge.

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@ Steamdoll: spero che nessun manuale consigli davvero di trasformare l'incipit di Marquez a quel modo... :asd:

 

Usando un paradosso volevo solo dire che la tendenza è quella di imporre di sfrondare il testo da tutto ciò che non è considerato essenziale alla narrazione (incisi, proposizioni secondarie, ma spesso anche avverbi e aggettivi) e che questa tecnica, quando è portata all'esasperazione, arriva a produrre testi così scarni da essere composti quasi esclusivamente da periodi frammentati e brevissimi, costituiti spesso soltanto da soggetto e predicato verbale.

Prenderò ancora una volta in prestito le parole di Gian Luigi Beccaria, che in un articolo su Tuttolibri di un paio di anni fa affrontava la questione così:

 

"...Pareva un pregio, in realtà quel passo macchinoso (Manzoni lo sapeva bene) era uno degli inciampi maggiori soprattutto per una prosa moderna.  Questa nobile, meravigliosa ma eccessiva preoccupazione per la forma faceva da freno a un periodare più svelto, analitico, icastico e incalzante, a quel parlato scritto più agile che s'è nelle nostre lettere aperto col passare degli anni varchi sempre più larghi.  Il modello giornalistico (e non solo) ha influito in modo poderoso.

Ma ora si è passati al telegrafismo.  Gran parte della nostra narrativa usa oggi periodi strabrevi, a singhiozzo, una sola proposizione, non s'è ancora cominciato a parlare e già c'è il punto.

Appunti o narrazione?"

 

Non volevo innescare alcuna polemica, per carità.  Intendevo solo dire che mi capita spesso di prendere in mano racconti o romanzi di giovani narratori - famosi o meno - che mi sembra finiscano per assomigliarsi tutti.  Quando sfrondi e tagli all'eccesso, al punto da considerare la presenza di un avverbio in -mente o di una secondaria come una sciagura, il risultato è spesso quello di impoverire il narrato e di cancellare la cifra stilistica individuale.   

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Usando un paradosso volevo solo dire che la tendenza è quella di imporre di sfrondare il testo da tutto ciò che non è considerato essenziale alla narrazione (incisi, proposizioni secondarie, ma spesso anche avverbi e aggettivi) e che questa tecnica, quando è portata all'esasperazione, arriva a produrre testi così scarni da essere composti quasi esclusivamente da periodi frammentati e brevissimi, costituiti spesso soltanto da soggetto e predicato verbale.

Ho fatto un esperimento col brano che hai postato, andando a vedere:

- Aggettivi.

- Avverbi.

- Incisi.

- Subordinate.

Gli aggettivi sono pochissimi (terra battuta è una locuzione fissa e non conta) e mai mai banali:

 

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.

E ci sarebbe pure da dire che "velenose", "difficile ecc." e "ultima" sono inequivocabilmente indispensabili, "fiduciosa e innocente" è solo in apparenza una qualificazione, ma è in realtà una descrizione come se avesse detto "aveva gli occhi blu" (e quindi di nuovo è indispensabile). L'unico aggettivo superfluo è "ultimi", pure tautologico se vogliamo (i rimasugli sono sempre ultimi). Ma non lo toglierei per niente al mondo, perché in realtà è lì per descrivere il personaggio.

Per gli avverbi, bisognerebbe intendersi sul concetto di avverbio, diciamo che qui ce n'è uno proprio e una locuzione avverbiale:

 

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.

Per "appena" si può fare lo stesso discorso di "ultimi" di sopra: sì è superfluo, ma proviamo a tagliarlo e vediamo se il discorso è lo stesso.

Sulla locuzione "in un atteggiamento ecc.", ecco, qui io avrei tagliato e in realtà è l'unico pezzo che non riesco a visualizzare bene (non mi arriva l'atteggiamento, detto in parole povere), segno (per me) che c'è qualcosa che non va. Quindi, fosse roba mia, avrei tagliato e facile che gli avrei suggerito di fare altrettanto (mi sento modesta :asd:).

Sospetto che sia ancora lì per una questione di concinnitas (ma bisognerebbe sentire come suona l'originale): quella frase doveva essere più lunga per via del ritmo, è quindi uno di quei rarissimi casi in cui può essere necessario allungare il brodo. In ogni caso non dà fastidio, non costringe all'apnea e non distrae, per cui alla fine direi che lasciarlo o no sia questione di gusti dell'autore (io l'avrei tagliato, lui no, ma non ci rimette nessuno in entrambi i casi).

Per le questioni "incisi" e "subordinate" sono molto meno convinta siano da tagliare e ho il sospetto, per le subordinate, che siano consigli presi di peso dall'inglese, che è una lingua che le tollera male. Ma andiamo a vedere Marquez, iniziando dalla cosa facile, l'inciso:

 

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.

Se il brano vivesse da solo, lo si potrebbe liquidare con un ragionamento simile alla locuzione "in un atteggiamento ecc.". Tuttavia non vive da solo, e la guerra civile è il chiodo fisso del personaggio (si potrebbe dire che è l'unica cosa che conti nella sua vita), per cui a toglierlo magari si ottiene qualcosa di più pulito, ma a metterlo qualcosa di più significativo, un legame a lungo termine a livello testo tra le varie parti del libro.

Infine, le subordinate:

 

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.

La prima è in realtà una finta subordinata, è solo un modo elegante di descrivere una successione di eventi. E qui, secondo me, chiunque venga a dire che le subordinate non servono dovrebbe impararsi a memoria queste quattro righe.

La seconda e la terza sono due circostanziali. La terza tra l'altro realizzata con un participio assoluto: qui se c'è qualcosa di superfluo non è la subordinazione ma (e anche Marquez è d'accordo con me :asd:) la copula/ausiliare, e la toglie qui come la toglie nella frase "una mattina difficile da cavar fuori ecc.". Per rendere una costruzione ipotattica dovrebbe aggiungere qualcosa, non togliere:

Mentre aspettava che l'infusione bollisse [e attendeva] seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò

oppure:

Mentre aspettava che l'infusione bollisse, [il colonnello era] seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa [ e ] il colonnello provò

Le altre sono relative, e sfiderei chiunque a mettere in coordinazione una relativa.

L'unica costruzione che solleva il campanello superfluosità è questa:

provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose

Ma qui il problema non è la subordinata, è provare la sensazione. Tuttavia c'è una differenza tra "provare la sensazione che ecc." e "sentire che ecc.": nel primo caso il personaggio sa che è una sensazione non reale, mentre nel secondo caso no e pensa davvero che gli stiano crescendo i funghi nella pancia. Quindi non c'è niente di superfluo. Di nuovo.

Morale: "tagliare il superfluo" non significa "riassumere" o "depauperare". Anzi, spesso a tagliare il superfluo si finisce con l'apparire più ricchi ed elaborati, oltre che eleganti.

Morale 2: anche i grandi autori seguono le regole. :asd:

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Oddio Swetty, non volevo farti lavorare per me!

Sei stata splendida, mi inchino. 

Potrei rispondere con un altro incipit del "nostro amico" da 717 caratteri senza un solo punto, ma non voglio averti sulla coscienza.... :asd:

 

Battute e scherzi a parte, volevo chiederti però se ritieni dunque che sia solo una mia impressione, quella che molti esordienti o emergenti scrivano un po' tutti alla stessa maniera.  A me risulta spesso difficile distinguerne uno dall'altro, però forse sono io un lettore poco attento.  Ammetto che in realtà ne leggo davvero pochi per esteso: le mie sensazioni sono ricavate quasi sempre dalla lettura di qualche pagina ad apertura casuale, una "tecnica" che mi deriva - anzi, che mi derivava - da necessità contingenti del mio lavoro.

 

Grazie ancora di cuore per il tuo lavoro sul testo, te ne sono immensamente grato.

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Condivido il fatto che nell'incipit in questione non ci sia nulla di superfluo, ma è appunto questo il punto in discussione. Troppo spesso la definizione di superfluo viene applicata a priori: sono superflui gli avverbi, gli aggettivi... tutte le cose che aggiungono colore al testo. Alla fine ciò che conta è la sequenza dei fatti che costituiscono la storia: A uccide B, poi cancella le tracce del delitto. C osserva la sciena e capisce che l'assassino è A. A cerca di uccidere anche C che però è più svelto e lo fa fuori. Fine.

Spesso questo modello viene suggerito, esplicitamente o implicitamente, perché è il più vicino alla scrittura cinematografica, come se lo scopo ultimo della letteratura fosse supportare il cinema.

Un altro modello a cui si fa spesso riferimento è il giornalismo. Un o due settimane fa ho letto un articolo di Riotta, che mostrava proprio come eliminare il superfluo da un testo, togliendo via via tutto quello che era possibile togliere finoad arrivare proprioall'articolo che si stava leggendo.

Per carità, un ottimo articolo, assai ben scritto. Però un articolo giornalistico, il più possibile esplicito nel suo contenuto e assolutamente privo di ambiguità. Un romanzo scritto secondo quella metodologia mi avrebbe stufato dopo poche pagine. In letteratura l'ambiguità è essenziale, scrivere di una cosa lasciando intendere che si sta trattando di altro è virtuosismo, non sbrodolamento.  È questo che caratterizza il grande scrittore. Se si leggono i loro testi nulla può essere buttato via, eppure, stando alle regolette che sento proporre in giro, gran parte di quello che scrivono sarebbe superfluo.

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Figurati, questi sono gli esercizi utili che bisogna fare, quindi grazie a te che me ne hai dato l'occasione. :asd:

Per rispondere alla tua domanda, credo che tanti sbaglino a interpretare e applicare le regole. Prendiamo gli aggettivi: non è che sono tutti brutti e cattivi. I colori, per esempio, mica si può fare a meno di metterli, e neanche cose come alto, basso, largo, ecc. E i participi non sono aggettivi, guai a confondersi (la bella addormentata nel bosco, "addormentata" non è un aggettivo - non nel senso in cui ne stiamo parlando qui) e a pretendere di tagliare pure quelli.

In più, rispettare le regole è solo la prima metà del lavoro. Se ci si limita a ripeterle a pappagallo e ad applicarle in modo talebano, poi è ovvio che scriviamo tutti nello stesso modo (e pure delle stesse cose per lo più). Certo, se uno non mette gli aggettivi è difficile che lo si accusi di averne messi troppi. Però la scrittura è come andare in bicicletta: se non esci mai di casa è ovvio che non ti fai male, ma se non lo fai perde tutto il senso della pedalata.

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Provo noia anch'io  per le sfilze di frasette striminzite e omologate. Le scuole di scrittura temo c'entrino, nel senso che (forse) non bacchettano a dovere gli allievi (paganti) quando interpretano le regole in modo "talebano"!

Qualche eroe vuol cimentarsi qui? :asd:

L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel cel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato. Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan ne' vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine del tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta. Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante.

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Sefora, hai postato l'incipit di uno dei libri che odio di più :bestem:

Andrea Sperelli lo avrei sbattuto in miniera  a spalare carbone, e non dico quel che farei alla mirabile prosa del suo autore

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Sono :mavaf: , d'accordo. E condivido il rifiuto del vate, anche se pare in atto una rivalutazione, per certi versi interessante.

Ma provaci a "sistemare" tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile... lasciando inalterato il messaggio!

Modificato da sefora

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Ho tentato di tagliare qualcosa, ma questo incipit è tra i migliori che abbia mai letto:

 

 

Ultimo giorno di lavoro, due del pomeriggio, Chris Mankowski ricevette una chiamata: c'era da disinnescare una bomba.

Era successo che un tipo di nome Booker - anni venticinque, criminale super-azzimato con due condanne sulla fedina - se ne stava nella Jacuzzi quand'era squillato il telefono. Aveva strillato a Juicy Mouth, la guardia del corpo, di tirare su la cornetta: - Ehi, Juicy! ma guardia del corpo, autista e maggiordomo erano tutti chissà dove. - Qualcuno si decide a rispondere o no? - ma il telefono aveva continuato a squillare almeno quindici volte prima che Booker uscisse dalla vasca, s'infilasse l'accappatoio di seta verde che faceva pendant con lo smeraldo all'orecchio destro, e afferrasse il ricevitore.

- Chi è? - aveva detto Booker.

- Sei seduto?

Era una voce di donna. Il telefono era sul tavolo accanto alla poltrona in pelle verde. Amava il verde, Booker. - Sei tu, piccola? - aveva domandato. Sembrava la sua tipa, Moselle.

- Sei seduto? Siediti, che ti devo dire una cosa, aveva detto lei.

- Piccola, ti sento strana, c'è qualcosa che non va?

- Si era adagiato in poltrona, perplesso, spostando il culo di qua e di là per mettersi comodo.

- Sei seduto sì o no?

- Sì, cazzo, sono seduto! Adesso me lo vuoi dire che succede?

E Moselle: - Ti comunico, tesoro, che se ti alzi il tuo culo sfonda il soffitto.

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Per rispondere alla tua domanda, credo che tanti sbaglino a interpretare e applicare le regole. Prendiamo gli aggettivi: non è che sono tutti brutti e cattivi. I colori, per esempio, mica si può fare a meno di metterli, e neanche cose come alto, basso, largo, ecc. E i participi non sono aggettivi, guai a confondersi (la bella addormentata nel bosco, "addormentata" non è un aggettivo - non nel senso in cui ne stiamo parlando qui) e a pretendere di tagliare pure quelli.

 

Gli inglesi distinguono in maniera piuttosto netta fra aggettivi concreti e aggettivi astratti. Quelli che hai elencato tu (colori, altezza, larghezza ecc) appartengono al primo gruppo, e raramente risultano davvero superflui.

Capita più spesso con quelli del secondo gruppo (bello, brutto, intelligente, forte, allegro, profondo (se inteso come carattere), ecc), ma spesso perché possono essere scritti in maniera diversa, in modo più "mostrato". E allora qui non si tratta di superfluo.

 

Per il resto, comunque, sono d'accordo con te (anche se, lo ammetto, continuo a non capire cos'è realmente superfluo, in maniera più oggettiva possibile, per quanto possa esserlo).

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Il concetto che gli esordienti scrivano tutti uguale non è sbagliato. Ma non è imputabile a un fenomeno attuale, bensì al fatto che, come tutti hanno fatto prima di loro, per inesperienza e non aver trovato un loro stile si appoggino a quello che leggono. Anche S.King all'inizio imitava Poe e Lovecraft, prima di trovare effettivamente un suo stile e una sua direzione. Non si nasce sicuramente in grado di scrivere un libro da soli. Ci si ispira ai propri miti, si cerca in qualche modo di essere all'altezza, poi, piano piano, racconto dopo racconto, ci si rende conto di cosa deve rimanere e cosa deve cambiare. Io immagino che lo stile cominci a nascere così e poi prenda la sua direzione, crescendo.

Rispetto al passato oggi ci sono molti più aspiranti scrittori. Mentre alcuni se ne fregano direttamente di studiare e documentarsi, quelli che approcciano questo mondo vengono (giustamente) buttati tra i manuali e le scuole di scrittura. Cercano di capire perché alcuni libri abbiano successo. E non è un problema di esordienti. Ora farò un esempio che farà venire l'acidità di stomaco a molti ma parlo di Licia Troisi.

Non entro nel merito del fatto che Licia Troisi sia una brava scrittrice o meno, ma questo è stato il suo cambio di stile nel giro di quattro libri.

 

Incipit di Nihal della Terra del Vento

Il sole inondava la pianura. Era un autunno particolarmente clemente: l'erba era ancora d'un verde vivido e ondeggiava contro le mura della città 

come un mare in bonaccia. 
Sul terrazzo in cima alla torre, Nihal si godeva il vento mattutino. Era il posto più elevato di tutta Salazar: da lì si godeva la vista migliore sulla piana, che si srotolava per leghe e leghe a perdita d'occhio. Su quella distesa sconfinata la città spiccava imponente con i suoi cinquanta piani di case, botteghe e stalle. Un'unica immensa torre che conteneva una piccola metropoli di quindicimila persone, stipate nelle sue milleduecento braccia d'altezza.

Incipit de La Setta degli Assassini

La torre venne giù in un colpo solo. Si frantumò in miriadi di schegge di cristallo nero. La piana ne fu invasa, e tutti rimasero accecati per qualche istante.
Poi anche la polvere si posò e lo sguardo vagò su uno spettacolo inimmaginabile. La Rocca non c'era più. Era stata lì per quasi cinquant'anni, aveva oscurato l'esistenza dei Perdenti assiepati adesso tra le sue rovine e illuminato le speranze dei Vittoriosi. Ora non bloccava più lo sguardo, che si perdeva fino all'orizzonte.
Molti urlarono di gioia. Gli schifosi gnomi, gli umani indegni, gli schiavi delle Terre Libere gridarono a una sola voce la loro gioia.
Yeshol – il mago, l'assassino – pianse.
Poi fu semplicemente il massacro.

 

Forse dall'esempio non si capisce bene quanto vorrei, ma il secondo libro (il quarto della sua produzione letteraria) è scritto  singhiozzo. Un punto ogni cinque o sei parole, sistematicamente, cosa che non avveniva affatto nella prima trilogia. E lei non è un esordiente. Che succede, colpa dell'editor? È l'editor stesso a curare lo stile di un'autrice di libri best-seller?

Questo per dire come anche una scrittrice edita non smetta, forse, di cercare di trovare una via sua, riuscendoci o meno. Come ha detto Nanni, tagliare il superfluo è sacrosanto, a livello però di contenuti, non di grammatica. Una scena inutile, un passaggio con un virtuosismo lirico in un testo di narrativa, un fraintendimento di cosa significhi il famosissimo show don't tell, che è diventato un imperativo categorico per qualsiasi esordiente. Mostra, mostra, mostra, non raccontare, altrimenti taglia tutto non serve!

 

Ma non è colpa della regola, è colpa di chi la applica all'estremo. King non ha detto di tagliare tutti gli avverbi, ha detto di ridurli. C'è qualcuno che dopo aver finito i racconti gira armato di machete per insanguinare il testo con qualsiasi avverbio che termini in -mente. L'esordiente è insicuro, si fa scudo delle regole (non mi riferisco a chi ha aperto il topic, ci mancherebbe), così se arriva una critica può rispondere "Eh, ma l'ha detto Stephen King! Credi di essere più consapevole di Stephen King?"

Mi sono sempre chiesta come sia possibile applicare regole grammaticali di autori che scrivano in altre lingue e poi vengono tradotti nella nostra. Perché finché si tratta di concetti va benissimo, ma loro costruiscono le frasi in tutt'altro modo, almeno io credo. L'italiano, lo spagnolo, il tedesco, l'inglese, non sono direttamente sovrapponibili.

Tutto questo insomma per confermare quanto ho detto prima a Marcello e ha dimostrato Swetty: l'incipit postato era perfetto, con nulla di superfluo. se poi è la scena intera che, nell'economia del testo sarebbe risultata superflua, solo allora si sarebbe dovuta tagliare. A un certo punto non è un più una questione di parole, ma di scene, di situazioni inutili, posticce, rimasugli di vecchie stesure e a volte tentativi di allungare il brodo perché il concorso, se non sei sopra i duecentomila caratteri, il romanzo non te lo prende.

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