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samuele

Suerte: capitolo 1 parte 2/2 + Capitolo 2 parte 1/3

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http://www.writersdream.org/forum/topic/21667-zero/?p=382176

Dopo qualche secondo sentii l'impatto: il pallone mi colpì dritto sopra l'inguine, si fermò qualche centimetro davanti a me.
D'istinto lo bloccai non appena toccò terra.
Il contatto con il suolo sollevò una leggera polvere che mi fece tossire.
Immediatamente trattenni il fiato e chiusi gli occhi per un istante: quando li riaprii vidi i ragazzi dall'altra parte del campo increduli, in ginocchio con le mani tra i capelli.
I miei compagni di squadra invece si dirigevano di corsa ed esultanti verso di me: le braccia protese verso il cielo in segno di vittoria, la bocca aperta che gridava felicità, le magliette sudate volavano in aria.
In men che non si dica venni sommerso da corpicini che urlavano festanti abbracciandosi l'un l'altro, manine che facevano a gara per battermi sulla testa e scompigliarmi affettuosamente i capelli:
«Dale! Dale Raimundo! Tu eres un hombre con los cojones!».
Ridevano e scherzavano sulla mia parata fortunosa.
«Campeones! Campeones! Ole ole ole!»
Si misero in cerchio ed iniziarono a ballare.
Non riuscivo a parlare, percepivo solo il sudore e le risa.
Quando mi alzai a fatica Franco era piegato dalle risate e batteva le sue mani ossute sulla rete.
«I cojones!» urlò ridendo.
Mi liberai a fatica dai festeggiamenti, il sole mi faceva chiudere gli occhi, ero dolorante, sporco di sabbia mista a polvere e cemento.
Presi un lungo sorso della birra del mio amico e mi riposai qualche secondo sulla pavimentazione infuocata che era il cemento.
Il quartiere continuava la sua routine mentre il campetto dove era esplosa la festa di quei ragazzini era un luogo a parte.
Mentre me ne andavo mi girai per salutare Juan e gli altri che si stavano ancora abbracciando.
Il niño alzò il pollice in segno di vittoria ed io feci altrettanto.

Dopo una doccia rapida presi le valige e balzai in macchina di Franco.
Ci dirigemmo con calma verso l'aeroporto.
Mentre guidava direzione Ezeiza le pampas scorrevano lente ai lati della vecchia decapottabile rossa di sua madre: i pastori facevano pascolare gli animali, un leggerissimo vento muoveva in maniera quasi impercettibile l'erba delle sconfinate pianure; gli occhiali da sole riflettevano la luce del caldo sole argentino e per un attimo mi venne una certa nostalgia.
Ma ero a pochi chilometri da partire per un sogno, il mio, anche se un pezzo del mio cuore lo lasciavo a Buenos Aires, a la Boca, al campetto con Juan.
Quando chiamarono il mio volo Franco ebbe solo una frase da dirmi:
«Sapevo che ce l'avresti fatta, è solo merito tuo. Suerte!».
Ci abbracciammo per un secondo mentre tutto attorno la gente camminava di fretta verso le destinazioni più improbabili e remote del mondo; quando ci staccammo capii che non lo avrei più rivisto per un pezzo.
Sorrise sotto i suoi folti baffi e si voltò di fretta.
Sull'aereo ordinai un panino al prosciutto.
Davo piccoli morsi mentre guardavo la mia terra allontanarsi col volto appiccicato al finestrino.
All'improvviso mi addormentai, mentre stavo pensando che al risveglio sarei stato a migliaia di chilometri lontano dalle piccole sicurezze che mi avevano cullato per una vita.
Ma ero più che mai convinto che per quel passo avanti valeva la pena lasciare qualcosa indietro.

 

2. Barcellona, Presente, Luglio 2012
 

Accendo il computer. Apro Facebook. Sono le tre e mezza di pomeriggio, fuori fa caldo, troppo per uscire. I passanti sembrano nuotare mentre avanzano tra l'afa stagnante. Le fronde degli alberi sono immobili, le folate di vento soffiano più ad ovest, dove orde di ragazzi in muta cavalcano le onde in equilibrio precario su una tavola da surf.
Qui invece, a Barcellona, agosto è sempre stato così: secco e torrido.
Madeline, la mia coinquilina e compagna di viaggio, è ancora a letto, travolta dallo stress che provoca la vita mondana catalana.
É in Spagna per studiare, come me, ma in realtà è più dedita a passatempi di dubbia utilità accademica.
Viene da San Francisco, parla sempre della California e di come la vita vada vissuta fino in fondo, soprattutto alla nostra età.
«Silicon Valley sucks! Non siamo macchine, abbiamo bisogno di vivere, di emozioni».
Quando dice queste cose mi ricorda uno dei peggiori rigurgiti hippy che San Francisco offriva negli anni '60.
Tiro dal filtro della sigaretta e inalo il fumo che sale verso il soffitto, il tizzone diventa rosso e consuma la carta lentamente.
Assaporo il caldo che mi arriva alle labbra, quasi brucia.
Mi assuefa, ma lo detesto.
La radio passa con suono distorto uno degli ultimi successi del momento. Appoggio la cicca sul posacenere di plastica comprato ad Amsterdam che conservo gelosamente sul tavolo di fianco al divano.
Con la mano destra scrollo il cursore del mouse verso il basso e guardo le foto dei miei amici in spiaggia, di ragazze con vestiti corti che ammiccano alla fotocamera.
C'è anche Madeline: balla con un bicchiere in mano in un locale vicino al nostro appartamento, lo scatto è di una decina di ore prima.
Ride ed è sola.
Più in basso sullo schermo vedo Pedro, il fratello di Juan, che abbraccia il mio compagno di squadra di quel glorioso pomeriggio al campo della Boca.
Il bambino indossa con orgoglio la casacca della squadra della città e fa il segno della vittoria con l'indice e il medio rivolti verso il cellulare che stava scattando.
Spengo il mozzicone vicino ad altri tre, li dispongo uno sopra l'altro cercando di formare una piccola torre.
Mi alzo e butto fuori l'ultima ventata di fumo dalla finestra del sesto piano che dà su La Rambla, si dissolve lentamente a contatto con l'aria torrida.
Dal terrazzo riesco a vedere Plaza de Catalunya, le palme che fanno ombra alle panchine, i turisti che sembrano camminare in un solo movimento.
Molti sgomitano per rinfrescarsi o bere un sorso d'acqua dalla fontana al centro della piazza, qualcuno aspetta che quelli seduti si alzino per rubare il posto.
Sento un rumore indistinto dalla camera da letto di Madeline e un urlo acuto:
«For God's sake!».
Dei passi pesanti avanzano lentamente verso il piccolo salotto.
Mi tocco l'orecchino di cocco al lobo sinistro, accarezzo i capelli rasati e muovo il collo in maniera circolare per scrocchiarlo.
Il calendario del New Yorker appeso alla parete indica che è il diciassette luglio, sono partito da nemmeno un mese e non riesco a dare una logica alle emozioni che provo a migliaia di chilometri da casa.
Le persone credono che Buenos Aires e Barcellona siano città simili, che l'Argentina sia una brutta copia più povera della Spagna, non è così.
Guardo la foto che mio padre ha scattato a la Boca almeno dieci anni prima: sono fermo con la maglia di Martin Palermo e cicco clamorosamente un pallone in tela che fluttua a mezz'aria. Dalla prospettiva sembra che stia per sfoderare un favoloso tiro in semi-rovesciata, in realtà stavo per franare al suolo e sbucciarmi un ginocchio. Giro la foto e leggo scritto a penna, Raimundo 2002.
Mentre appoggio sospirando l'immagine che porto sempre con me fa capolino dalla porta il busto di Madeline.
Ha indosso una maglietta bianca che le fa da vestito e dei pantaloncini che le stringono le gambe.
I capelli scompigliati le arrivano alle spalle. Sbuffa.
«Dov'è il mio telefono?» mi chiede stropicciandosi gli occhi.
«Che ne so io» rispondo in un inglese che sembra cantato.
«Penso che me l'abbiano rubato».
La guardo ostentando indifferenza.
«Mm».
«”Mm” cosa?».
«Dobbiamo partire fra due giorni, comprane un altro, chiama tuo padre».
«Pensi che mio padre sia un bancomat? Jesus Christ Raimundo».

Avevo conosciuto Madeline a Madrid, in uno dei tanti bar de copas che adornavano il centro della capitale, beveva caipirinha in compagnia di due amiche senza argomenti. La luce del tramonto entrava nel locale e le illuminava il viso.
Stavo seduto in un angolo vicino all'entrata ad ascoltare la musica suonata da un gruppetto di ragazzi e sorseggiare sangria.
Ero atterrato da pochi giorni e andavo al bar con la speranza di capire se partire era stata la scelta giusta.

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allur, leggendo la tua firma, finito il racconto, ho capito chi può essere uno dei tuoi modelli ;) 

ammetto che già leggendo la parte riferita al presente qualche dubbio al riguardo mi era venuto, perché io amo quello scrittore (e quel libro in particolare): mi ha influenzato enormemente.

Detto questo, proprio la parte al presente è quella che mi ha convinto di meno. In alcuni punti sembra la descrizione meccanica di quello che il narratore fa, ma senza quello scarto dal presente rispetto a come uno se lo aspetterebbe (cit.).

Insomma, la parte al passato è scritta bene, toglierei soltanto qualche avverbio di troppo, sostituendolo, magari, con una descrizione che significhi ciò che volevi dire con l'avverbio. 

Sulla parte al presente invece penso questo: seppure è scritta bene, devi lavorarci su per renderla più efficace. Molti, infatti, credono che scrivere al presente sia la cosa più facile al mondo, ma è vero solo in parte. facile se ci si limita a fare un elenco di azioni, difficile se si cerca quello scarto, quel "ti colgo di sorpresa e ti fotto".

Non so se mi sono spiegato.

bella lettura anyway.

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Mi puoi fare degli esempi concreti col testo? Comunque si mi piace Ellis.. A livello di storia cosa ne pensi? Grazie!

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partendo dal presupposto che io pongo come modello per un'efficace scrittura al presente il nostro "comune amico", credo che la scrittura al presente di Ellis sia efficace perché leggi due frasi che sembrano banali e poi ti spiazza con un'immagine che non ti aspetteresti. Effetto straniante che ti colpisce a fondo. Per farlo usa anche i dialoghi: spesso i suoi characters dicono cose che non ti aspetteresti in quel dato contesto.

 

venendo al tuo testo. Tutta la prima parte è bella, molto.

 

 

 

Madeline, la mia coinquilina e compagna di viaggio, è ancora a letto, travolta dallo stress che provoca la vita mondana catalana.
É in Spagna per studiare, come me, ma in realtà è più dedita a passatempi di dubbia utilità accademica.
Viene da San Francisco, parla sempre della California e di come la vita vada vissuta fino in fondo, soprattutto alla nostra età.
«Silicon Valley sucks! Non siamo macchine, abbiamo bisogno di vivere, di emozioni».
Quando dice queste cose mi ricorda uno dei peggiori rigurgiti hippy che San Francisco offriva negli anni '60

qui invece, secondo me si spezza qualcosa. ad esempio quel "dubbia utilità accademica" ha il sapore di una predicozza che, posta accanto al resto, stona.

lo stesso si può dire sulla riflessione sugli hippy anni '60 (tralasciando che lui non ha vissuto in quegli anni, quindi la sua è un'affermazione un po' così ).

 

poi: "mi assuefà, ma lo detesto = bellissima!

 

invece :

 

 

La radio passa con suono distorto uno degli ultimi successi del momento. Appoggio la cicca sul posacenere di plastica comprato ad Amsterdam che conservo gelosamente sul tavolo di fianco al divano

questo pezzo non ha una vera e propria utilità, non so se mi spiego. 

Quello che funziona è invece quello che viene dopo: ride ed è sola.

fantastic.

 

spero di averti fatto capire cosa intendo. Comunque i miei sono solo appunti che ritengo utili per migliorare un testo che reputo già buono eh! Però visto che anche a me hanno fatto notare questo genere di cose e l'appunto mi ha fatto crescere, magari può servire anche a te.

 

a livello di storia: bella, mi piacciono i presupposti che hai creato.

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Ospite Bradipi
Sull'aereo ordinai un panino al prosciutto.

In genere i pasti sono precotti.

 

Il calendario del New Yorker appeso alla parete indica che è il diciassette luglio,

Che tipo di calendario è? Ci sono quello dove si strappa un foglietto al giorno, ma i più diffusi hanno una pagina per mese tipo

calendario-mensile-mese-agosto-2010.gif

e quindi non indica un singolo giorno

 

 Il calendario del New Yorker appeso alla parete

Guardo la foto che mio padre ha scattato a la Boca almeno dieci anni prima:

dove è la foto? Appesa anch’essa?

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Grazie a chi commenta, sono tutte piccole cose che un occhio "esperto" apprezza se scritte in modo corretto.
Sto sistemando.

A livello di trama, per chi non ha già detto la sua, che ne pensate? Scorre, incuriosisce?

Non vorrei essere banale o che fosse una cosa molto "già sentita".

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Mi hai raggirato: credevo fosse un raccontino in due parti. Se si tratta di una saga di 1200 pagine dimmelo per favore che modifico la mia agenda per i prossimi mesi. 

:asd:  :asd:  Scherzo, ovviamente!

 

Qualche piccolezza innanzitutto, sai che sono noioso...

 

Dopo qualche secondo sentii l'impatto: il pallone mi colpì dritto sopra l'inguine, si fermò qualche centimetro davanti a me

Ho già detto a qualcun altro, Talete credo, che non mi convince la scelta stilistica di unire due coordinate con una semplice virgola perché mi inchioda la lettura.  Io preferisco o sostituirla con una congiunzione (come farei un questo caso con una "e") oppure spezzare con un punto e virgola o un punto fermo.  Ti segnalo la cosa solo qui anche se ritorna in altri punti, a te poi l'ultimo giudizio

 

le magliette sudate volavano in aria

metterei un che dopo "sudate" per una questione di simmetria:  le braccia protese in segno di vittoria, la bocca che gridava felicità, le magliette che volavano

 

 

mentre il campetto dove era esplosa la festa di quei ragazzini era un luogo a parte.  Mentre me ne andavo

ripetizione

 

ed io feci altrettanto

a differenza di altri non ho nulla contro le eufoniche, ma questo è un caso in cui la eviterei perché non suoni come  "e Dio"

 

in macchina di Franco

in macchina, ma nella macchina di Franco

 

guidava direzione Ezeiza

refuso: in direzione

 

Ma ero a pochi chilometri da partire

io scriverei  dal

 

Sorrise sotto i suoi folti baffi

non possono che essere suoi

 

rivolti verso il cellulare che stava scattando.

pensa si possa eliminare il corsivo senza paura di essere fraintesi

 

per rubare il posto

qui invece aggiungerei il pronome; se  rubare loro il posto  ti sembra pesante puoi scrivere  per derubarli del posto

 

che adornavano il centro della capitale

adornano; anche se l'azione è al passato i bar sono ancora lì

 

Confermo che la parte relativa a Buenos Aires è molto bella, scritta con un linguaggio evocativo (questo nonostante tu mi abbia ingannato con il rigore :asd: ).  Le scene sono vivaci, i colori e gli odori sono parte del narrato - e quindi non "superflui", per collegarmi alla discussione che hai appena aperto - e i personaggi ben caratterizzati.  Quel misto di nostalgia per il mondo dell'infanzia che lascia e di attesa per il futuro da scrivere sono il collante che tiene assieme tutta la narrazione e che finisce per influenzare le azioni e i pensieri di Raimundo.  Anche i quartieri della città e i paesaggi assumono quella luce particolare insita nel momento dell'addio che ogni viaggiatore conosce, una "saudade" strisciante che hai descritto molto bene.

Su Barcellona è ancora troppo presto per esprimere un giudizio, ma dovrai impegnarti molto per farmela piacere quanto Buenos Aires...

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Grazie Marcello, ho sbagliato i conti, te la cavi con altre due parti :D
E grazie delle osservazioni, di cuore.
Sto già sistemando ascoltando ciò che mi avete detto, ovviamente quello con cui concordo ;)
Entro stasera spero di mettere il resto del capitolo, poi l'ultimo pezzo :)

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