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samuele

Suerte capitolo 1 parte 1/2

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http://www.writersdream.org/forum/topic/21857-lidea-di-me/?p=382122
 
La mia pelle olivastra brillava al sole di mezzogiorno, la fronte lucida per il caldo torrido grondava sudore. Franco era seduto sullo sgabello di fianco al mio con una birra in mano, alternava piccoli sorsi a grossi sorrisi. Ogni tanto si passava la bottiglia sulla fronte per rinfrescarsi, la faceva rotolare da una tempia all'altra lentamente.
«Dios mio, qué calor».
Eravamo le uniche presenze sotto i vent'anni in tutto il bar.
Nel nostro quartiere, la Boca, il lunedì pomeriggio non giravano né tanghèri né giovani festaioli.
Solo vecchietti in canotta con tatuaggi blu sbiaditi, che giocavano a carte o a domino, e che parlavano in un argentino molto stretto del caldo estivo e di come giocava Martin Palermo.
Franco flirtava con la barista mentre io continuavo ad aprire e chiudere i palmi delle mani che mi pizzicavano.
Battevo gli indici sul bancone in attesa del mio drink e guardavo i vecchietti che pescavano e scartavano le carte freneticamente, o che cercavano di far combaciare le pedine strillando in maniera innaturale quando non era possibile nessuna mossa.
Li guardavo con la consapevolezza che non sarei invecchiato tra quelle quattro mura di legno intrise d'afa e odore di fritto, ero felice e preoccupato.
Osservavo anche il mio amico, che invece sarebbe rimasto lì. Sembrava felice.
I suoi muscoli erano evidenziati dalle piccole vene che si mostravano in superficie ogni qualvolta alzava la birra.
Sorrideva al vuoto, ci provava sfrontatamente con la barista.
Avevamo parlato tante volte di cambiare aria, per scoprire nuovi mondi.
Non sapevamo se migliori o peggiori, senza dubbio diversi.
Ma chi aveva prenotato l'aereo alla fine ero stato solo io.
Andare in Europa, cominciare una nuova vita senza di lui, sarebbe stato diverso.
«Buenos, mi amigo! Estàs preparado para la salida
Mi fissava, gli occhi corvini sembravano penetrarmi l'anima: l'amicizia che ci legava da tempo, che era sopravvissuta agli anni più duri, mi fece tremare la voce e tradì un velo di incertezza quando dissi con tutto l'entusiasmo che riuscii:
«Claro que si!» facendo sbattere finalmente la mia bottiglia contro la sua mentre la musica di Bongo Botrako echeggiava tra i tavolini rotondi e propagava spensieratezza per le stradine adiacenti.
Lasciarlo mi sembrava l'equivalente di tradirlo.
Mentre bevevo venni richiamato dalle grida confuse di bambini che giocavano nel campo da calcetto a poche decine di metri da lì; lo stesso cemento calcato da noi e dai giovani campioni quando erano ancora solo dei niños; invitai Franco ad andare a fare un giro nella nostra giovinezza.
Mentre camminavamo tra gli edifici pitturati guardavo con tristezza i luoghi a cui ero appartenuto e che mi avevano fatto crescere. Una nostalgia che fino a qualche tempo prima era nausea, disprezzo, ma che vista la partenza definitiva e ormai imminente mi faceva amare posti, sfumature, odori che non avrei più visto per un po'.
Riconoscevo tutte le case dei miei amici, avevo imparato a distinguerle per tonalità; potevo anche girare ad occhi chiusi da un punto e raggiungerne un altro solo ascoltando il rumore dei miei passi.
Quando arrivammo i bambini stavano litigando:
«Embustero!» urlava un piccolo ciccione con t-shirt bianca fuori dai calzoncini ad un altro piccoletto: gli puntava l'indice grassoccio verso il naso e respirava affannosamente.
Tra i ragazzini che urlavano c'era anche Juan, fratello del mio amico Pedro.
Mi notò mentre stavo fermo con le braccia conserte ad osservare la scena.
Il capannello di litiganti stazionava davanti all'imponente scritta blu scuro su muro giallo Republica de la Boca; Juan mi guardò e gli occhi gli si illuminarono.
«Espera! Espera!» urlò agli altri.
Corse verso me e Franco a testa bassa, quasi come un toro che caricava.
Era sudato, il suo entusiasmo aumentava più si faceva vicino.
Quando potevo ormai sentire il suo alito addosso disse tutto d'un fiato:
«Raimundo! Raimundo! Què tal? Quieres jugar con nosotros?».
Decisi di calcare per l'ultima volta il cemento rovente, che in quel momento per i bambini era come la Bombonera una domenica di campionato.
Scambiai un'occhiata con Franco che alzò le spalle.
Si allontanò e prese una sedia in plastica, si posizionò al di fuori della rete che divideva il marciapiede dal campo.
Juan Mi accompagnò al centro del campo tirandomi per il polso: farneticava che c'era in ballo una scommessa con dei ragazzini di un altro quartiere, e uno di loro si era portato il fratello maggiore.
In quella giungla di portieri volanti, felpe usate come pali, tackle assassini non fischiati non c'erano regole.
Mentre gesticolava per spiegarmi la situazione aveva il mio stesso entusiasmo di anni prima: non potevo negargli la mia decennale esperienza passata sui campi sabbiosi delle periferie argentine.
Mentre cercavo di capire le squadre, vidi Franco avvicinarsi ad un ambulante e prendere un'altra birra ghiacciata
Aprì la bottiglia di vetro coi denti e sputò il tappo che rimbalzò sul cemento.
Tolsi la t-shirt e la buttai verso bordo campo lasciando il mio corpo asciutto bruciare al sole. Iniziai a correre goffamente sul posto per riscaldare i muscoli.
Al primo duello con un avversario venni umiliato da un tunnel.
«Puta madre», esclamai.
A due minuti dalla fine, i piedi bruciavano sopra il cemento, li sentivo ardere a contatto con le suole delle mie scarpe da ginnastica, decisamente poco adatte a quel tipo di sport.
Avevo macinato centinaia di metri senza sosta.
Sentivo piccole vesciche formarsi sulla pianta del piede.
Le sigarette che fumavo si facevano sentire spezzandomi il fiato.
Stavamo vincendo uno a zero, un tredicenne dal tocco morbido e gli occhi storti aveva dribblato metà difesa avversaria e appoggiato il pallone di interno verso la porta: la sfera aveva baciato il palo prima di finire la sua corsa in fondo alla rete.
Quando sembrava ormai fatta un ragazzino della mia squadra prese la palla in piena area di rigore con le mani. La guardò e la fece ricadere subito dopo, lanciando un'occhiata piena di giustificazione a tutti.
I miei piccoli compagni di squadra non ci potevano credere, rovinare tutto ad un passo dalla vittoria.
Si presentò sul dischetto il mio coetaneo.
Juan e la squadra mi guardarono con un velo di disperazione, il fratello del mio amico mi diede i guanti bucati indossati dal nostro portiere e disse con aria solenne:
«Tocca a te».
Era chiaro, grande contro grande.
Gettai i guanti vicino al palo, non mi entrava nemmeno mezza mano.
La mia squadra scrutava il rigorista con preoccupazione: era mancino, come Messi e Maradona.
Raccolsi energia e concentrazione.
Franco mise le infradito, si alzò in piedi, appoggiò gli occhiali da sole sulla fronte e si aggrappò con le mani alla rete di filo che contornava il campo.
Il dischetto era vicino, troppo.
Battei i palmi delle mani due volte sulle ginocchia per farmi forza.
Nel frattempo i capitani avevano sentenziato che in caso di gol ci sarebbe stato un tempo supplementare da dieci minuti, altrimenti la partita sarebbe finita lì.
L'avversario guardò la palla e prese cinque passi di rincorsa.
Avanzò a piccole falcate.
Colpì con forza, la punta del piede impattò sbilenca sul cuoio.
Non sapevo cosa fare, il tiro era teso ma sembrava poter curvare da un momento all'altro, mi buttai a destra, il mio lato forte, coprivo tutta quella parte della porta.
Temevo di vedere la rete sgualcita alle mie spalle gonfiarsi da lì a qualche istante e i miei piccoli compagni affranti.
La sfera roteava veloce, era centrale. 

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Credo sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo.

Bello, mi è piaciuta molto questa prima parte.

Ho apprezzato  l'atmosfera che hai ricreato, in particolare quella alll'interno del bar, dove sono riuscito a percepire gli odori, oltre che vedere i personaggi.

Ben curata anche la psicologia dei bambini, anche se la narrazione è ancora in corso quando metti fine a questa prima parte.  Tornerò poi alla fine per un giudizio complessivo più articolato.

 

Ti lascio qualche piccola nota, si tratta in realtà di un paio di ripetizioni e nulla più perché il racconto e corretto e scritto con buono stile.

 

alternava piccoli sorsi a grossi sorrisi

niente che non vada, ma io preferisco grandi a grossi, riferiti ai sorrisi

 

che giocavano a carte o a domino, e che parlavano in un argentino molto stretto del caldo estivo e di come giocava Martin Palermo.

per evitare la ripetizione scriverei  e delle prodezze di Martin Palermo

 

non era possibile nessuna mossa.

qui per evitare la doppia negazione scriverei  e nessuna mossa era possibile o non era possibile alcuna mossa (che mi piace di meno)

 

ero felice e preoccupato.  Osservavo anche il mio amico, che invece sarebbe rimasto lì. Sembrava felice.
sembrava contento, per evitare la ripetizione

 

Estàs preparado para la salida

Hai pensato di mettere in nota la traduzione di qualche vocabolo?  Io me la cavicchio con lo spagnolo, ma qualche lettore potrebbe non saper che "salir" significa partire e più avanti "esperar" vuol dire attendere.  Confesso poi che ho dovuto consultare il dizionario per "embustero", di cui non ricordavo il significato e che dal testo è difficlmente intuibile

 

facendo sbattere finalmente la mia bottiglia contro la sua mentre la musica di Bongo Botrako echeggiava tra i tavolini rotondi e propagava spensieratezza per le stradine adiacenti

bella: una descizione molto "visiva"

 

potevo anche girare ad occhi chiusi da un punto e raggiungerne un altro solo ascoltando il rumore dei miei passi.
questa frase invece, anche se ben comprensibile, mi pare un po' arzigogolata, scriverei qualcosa tipo: potevo muovermi da un punto all'altro solo seguendo il rumore dei miei passi  non so, vedi tu
 

Corse verso me e Franco a testa bassa, quasi come un toro che caricava.
Era sudato, il suo entusiasmo aumentava più si faceva vicino

Pregevole: ancora una descrizione "visiva" di grande effetto

 

al di fuori della rete che divideva il marciapiede dal campo.  Juan Mi accompagnò al centro del campo

il secondo si può anche eliminare

 

In quella giungla di portieri volanti, felpe usate come pali, tackle assassini non fischiati non c'erano regole.

un'altra frase molto bella, ma sposterei la principale all'inizio: così la sento troppo lontana

 

mia decennale esperienza passata sui campi sabbiosi delle periferie argentine.
qui l'aggettivo non mi piace, un'esperienza non si passa, piuttosto si accumula

 

Aprì la bottiglia di vetro coi denti e sputò il tappo che rimbalzò sul cemento

altra immagine molto bella

 

Sentivo piccole vesciche formarsi sulla pianta del piede. Le sigarette che fumavo si facevano sentire spezzandomi il fiato
 

Franco mise le infradito, si alzò in piedi, appoggiò gli occhiali da sole sulla fronte e si aggrappò con le mani alla rete di filo che contornava il campo

altra immagine pregevole

 

Non sapevo cosa fare, il tiro era teso ma sembrava poter curvare da un momento all'altro

qui sono perplesso: ho giocato in porta per parecchi anni ma non sono mai riuscito a fare certe considerazioni mentre la palla viaggiava su un calcio di rigore

 

Bel lavoro, complimenti.

Buon proseguimento, torno per vedere come sono andati i supplementari... :asd:

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Grazie Marcello, sei stato esaustivo.
Si, penso sia la prima o seconda cosa che pubblico qui.
Ma visto che mi servono pareri esterni e non "ruffiani" approfitto del WD più che volentieri :)

Allora ci vediamo ai supplementari, forse!

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Ti segnalo solo qualche sciocchezza.

Franco era seduto sullo sgabello di fianco al mio con una birra in mano, alternava piccoli sorsi a grossi sorrisi.

«Dios mio, qué calor».

 

Credo che a dirlo sia Franco. Io non lo direi mai con un grande sorriso.

Nel nostro quartiere, la Boca, il lunedì pomeriggio non giravano né tanghèri né giovani festaioli.

 

 

In rete trovo un accento diverso: “tàngheri”

Sentivo piccole vesciche formarsi sulla pianta del piede.

 

 

Userei il plurale.

Concordo con Marcello con le belle descrizioni che rendono bene l'atmosfera. Stessa perplessità circa il calcio di rigore.

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vado a leggere la seconda parte. Io non ho particolari segnalazioni, perché trovo che lo stile scelto sia usato correttamente. 

Una curiosità: quali sono i tuoi modelli/ i tuoi autori preferiti?

ci si vede alla parte due.

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Ospite Bradipi
la fronte lucida per il caldo torrido grondava sudore.

“lucida” mi sembra inutile.

 Franco era seduto sullo sgabello di fianco 

Sei sicuro che sia un nome spagnolo? Io conosco Fransisco.

Juan Mi accompagnò al centro del campo tirandomi per il polso:

errore di battuta “mi” minuscolo

 

felpe usate come pali,

 la sfera aveva baciato il palo prima di finire la sua corsa in fondo alla rete.

ma c’è la porta o no?

Felpe con il caldo?

Era chiaro, grande contro grande.

Adulto?

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ma c’è la porta o no?

Felpe con il caldo?

 

Giusta osservazione.

In quel contesto la porta c'è, non ci sono le felpe.

Era una panoramica sul mondo calcistico dei bambini.

Ma per non creare fraintendimenti e non dilungarmi in inutili spiegazioni cambio, grazie!

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Ospite
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