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Kindred

"L'autore è soltanto il membro di un team"

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Leggo ora, la questione è superata. Per quel poco che ho finora pubblicato, le richieste di modifica dell'editore riguardavano quasi tutte punti in effetti migliorabili, erano ragionevoli e non alteravano il "messaggio". In una successiva occasione, con il medesimo, non abbiamo trovato una soluzione condivisa su alcuni aspetti di un romanzo, compreso il finale. Non si trattava però di virarlo in positivo.

Trattandosi di un "piccolo",  meglio così; si sono aperte altre trattative che spero vadano in porto.

E se fosse stato Mondadori? Chiede Harima. Mah... Va tuttavia rammentato che le big, dovendo pubblicare   ogni anno xxx titoli per rimanere tali, ne supportano adeguatamente solo alcuni. Insomma, non è detto che il libro, se di scarso successo, garantisca in seguito all'autore chissà quale carriera. Anzi...

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Ospite

Perchè alla fine si tratta appunto di un singolo libro, che per uno scrittore è come una partita per un calciatore: non è ne la prima nè l'ultima, ce ne saranno altre e altre ancora.

Questo è verissimo. Le storie finiscono mentre l'autore, invece, può sempre scriverne delle altre. Comunque, sono tanti i fattori da valutare e non esiste una soluzione che sia universale. Ritornando al discorso del "team", indubbiamente occorrono dei compromessi per formare "il gruppo". Tutti devono sentirsi soddisfatti e i "rapporti", il sapersi porre e proporre, può fare la differenza in queste situazioni.

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Io questo post di Harima...lo comprerei. : down :

 

Meno male che l'ho letto gratis.

 

Addirittura? :D

 

 

 

Sempre che riesca ancora a riconoscere come suo il lavoro alla fine.

A me interesserebbe eccome sentire parte di me quello che pubblico, anche con le eventuali modifiche richieste/suggerite.

D'accordo compiacere gli editori per pubblicare, ma se a quel punto devo riscrivere la storia con la possibilità di pubblicare "in futuro" la director's cut, non divento il ghostwriter di me stesso?

 

 

In un certo senso sì. :D

Se lo scrivi tu e viene pubblicato col tuo nome, il lavoro resta il tuo.

 

 

 

 

 

Secondo me il tuo è un discorso sensato però soltanto in un'ottica economica. A parte che i diritti d'autore da esordiente su 1500 copie (sempre che poi le avessero stampate e soprattutto vendute tutte) non mi avrebbero cambiato la vita, avendo un altro lavoro appunto non ho bisogno di vendere subito il romanzo a tutti i costi. Al momento mi interessa di più capire se la mia opera piace a qualcun altro così com'è e perciò aspetto con pazienza altri riscontri.

 

Anche perché - al contrario di chi ha detto qualcuno - secondo me se cedi la prima volta su intromissioni così pesanti poi ci ricascherai con facilità. Se l'avessi fatto, ad esempio, ora potrei sentirmi condizionato a mettere l'happy ending anche al secondo romanzo supponendo che così sarebbe più vendibile. Cosa che magari potrei anche fare, però nel caso vorrei che fosse una scelta dettata solo dalle mie libere riflessioni sulla storia e non da "calcoli". Insomma, non so se mi spiego, ma dopo averci pensato con attenzione per me si sarebbe trattato di qualcosa che mi avrebbe davvero rovinato il piacere della scrittura...

 

 

 

Prima ancora del profilo economico, è un discorso per ragionare cosa è meglio per la propria carriera.

 

Se la Mondadori ti contatta, ti dice che il tuo manoscritto è buono e che prima di pubblicarlo vorrebbero che lo modifichi, tu cosa gli risponderesti? "No grazie, il mio manoscritto è intoccabile" e tanti saluti a Mondadori...Oppure accetti un'occasione che potrebbe cambiarti la vita?

Inoltre, come prenderebbe la Mondadori il tuo rifiuto? Cosa penserebbe di te? E' più probabile che la loro considerazione su di te sia del tipo "questo sì che ha gli attributi! Ha rifiutato noi della Mondadori!", o che si dicano tra loro "ecco, un altro che pensa che la sua opera sia intoccabile. Ha buttato via un'occasione per un solo libro".

Perchè alla fine si tratta appunto di un singolo libro, che per uno scrittore è come una partita per un calciatore: non è ne la prima nè l'ultima, ce ne saranno altre e altre ancora.

Ed è ciò che appare anche agli occhi degli altri.

Se avessimo un amico che è un regista emergente nel suo campo e ci raccontasse che lo ha contattato la Paramount per un mediometraggio che gli ha spedito, ma che alla loro richiesta di farne un film modificandone alcuni tratti ha poi rifiutato, la nostra reazione quale sarebbe? Gli diremmo che ha fatto bene a non modificare la sua idea o che è matto?

Un conto è farlo in un'occasione che può cambiarti la vita (Mondadori), un conto è farlo per un editore semisconosciuto però.

Non do per scontato che l'occasione in esame fosse del secondo tipo, ma io penso che se glielo avesse chiesto Mondadori il problema non si sarebbe neanche formato nella mente.

Sempre seguendo il tuo esempio, fai nomi di grosse case (come la Paramount) ma se te lo chiedesse il circolo registico della parrocchia, invece?

Non mi pare un discorso applicabile a gran parte degli autori esordienti questo.

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Non do per scontato che l'occasione in esame fosse del secondo tipo...

 

Kindred , nel suo post iniziale, ha detto chiaramente che la CE è di medie dimensioni, e che la proposta è "piuttosto buona".

Modificato da Pippowood

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Io questo post di Harima...lo comprerei. : down :

 

Meno male che l'ho letto gratis.

 

Addirittura? :D

 

 

 

Sempre che riesca ancora a riconoscere come suo il lavoro alla fine.

A me interesserebbe eccome sentire parte di me quello che pubblico, anche con le eventuali modifiche richieste/suggerite.

D'accordo compiacere gli editori per pubblicare, ma se a quel punto devo riscrivere la storia con la possibilità di pubblicare "in futuro" la director's cut, non divento il ghostwriter di me stesso?

 

 

In un certo senso sì. :D

Se lo scrivi tu e viene pubblicato col tuo nome, il lavoro resta il tuo.

 

 

 

 

 

Secondo me il tuo è un discorso sensato però soltanto in un'ottica economica. A parte che i diritti d'autore da esordiente su 1500 copie (sempre che poi le avessero stampate e soprattutto vendute tutte) non mi avrebbero cambiato la vita, avendo un altro lavoro appunto non ho bisogno di vendere subito il romanzo a tutti i costi. Al momento mi interessa di più capire se la mia opera piace a qualcun altro così com'è e perciò aspetto con pazienza altri riscontri.

 

Anche perché - al contrario di chi ha detto qualcuno - secondo me se cedi la prima volta su intromissioni così pesanti poi ci ricascherai con facilità. Se l'avessi fatto, ad esempio, ora potrei sentirmi condizionato a mettere l'happy ending anche al secondo romanzo supponendo che così sarebbe più vendibile. Cosa che magari potrei anche fare, però nel caso vorrei che fosse una scelta dettata solo dalle mie libere riflessioni sulla storia e non da "calcoli". Insomma, non so se mi spiego, ma dopo averci pensato con attenzione per me si sarebbe trattato di qualcosa che mi avrebbe davvero rovinato il piacere della scrittura...

 

 

 

Prima ancora del profilo economico, è un discorso per ragionare cosa è meglio per la propria carriera.

 

Se la Mondadori ti contatta, ti dice che il tuo manoscritto è buono e che prima di pubblicarlo vorrebbero che lo modifichi, tu cosa gli risponderesti? "No grazie, il mio manoscritto è intoccabile" e tanti saluti a Mondadori...Oppure accetti un'occasione che potrebbe cambiarti la vita?

Inoltre, come prenderebbe la Mondadori il tuo rifiuto? Cosa penserebbe di te? E' più probabile che la loro considerazione su di te sia del tipo "questo sì che ha gli attributi! Ha rifiutato noi della Mondadori!", o che si dicano tra loro "ecco, un altro che pensa che la sua opera sia intoccabile. Ha buttato via un'occasione per un solo libro".

Perchè alla fine si tratta appunto di un singolo libro, che per uno scrittore è come una partita per un calciatore: non è ne la prima nè l'ultima, ce ne saranno altre e altre ancora.

Ed è ciò che appare anche agli occhi degli altri.

Se avessimo un amico che è un regista emergente nel suo campo e ci raccontasse che lo ha contattato la Paramount per un mediometraggio che gli ha spedito, ma che alla loro richiesta di farne un film modificandone alcuni tratti ha poi rifiutato, la nostra reazione quale sarebbe? Gli diremmo che ha fatto bene a non modificare la sua idea o che è matto?

Un conto è farlo in un'occasione che può cambiarti la vita (Mondadori), un conto è farlo per un editore semisconosciuto però.

Non do per scontato che l'occasione in esame fosse del secondo tipo, ma io penso che se glielo avesse chiesto Mondadori il problema non si sarebbe neanche formato nella mente.

Sempre seguendo il tuo esempio, fai nomi di grosse case (come la Paramount) ma se te lo chiedesse il circolo registico della parrocchia, invece?

Non mi pare un discorso applicabile a gran parte degli autori esordienti questo.

 

 

 

Mondadori e Paramount per estremizzare, ma il concetto si applica a quasi qualsiasi editore tradizionale.

Kindred ha fatto capire che ha detto di no a una piccola proposta di un piccolo editore, ma evidentemente non gli sarebbe dispiaciuto pubblicare con esso visto che aveva inviato il suo lavoro.

 

Non c'è nessun cartello ad indicare l'occasione che ti cambia la vita (magari fosse così), sta ad ogni persona avere l'intuizione di coglierla.

La proposta di un piccolo ma buon editore è motivo di orgoglio, è un passo avanti nel completare un sogno già iniziato nel momento stesso in cui si incomincia a scrivere. Poi da cosa nasce cosa, senza stare ad aspettare Mondadori.

 

 

 

 

 

 

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Perchè alla fine si tratta appunto di un singolo libro, che per uno scrittore è come una partita per un calciatore: non è ne la prima nè l'ultima, ce ne saranno altre e altre ancora.

Questo è verissimo. Le storie finiscono mentre l'autore, invece, può sempre scriverne delle altre. Comunque, sono tanti i fattori da valutare e non esiste una soluzione che sia universale. Ritornando al discorso del "team", indubbiamente occorrono dei compromessi per formare "il gruppo". Tutti devono sentirsi soddisfatti e i "rapporti", il sapersi porre e proporre, può fare la differenza in queste situazioni.

 

 

Sono d'accordo.

 

 

Insomma, non è detto che il libro, se di scarso successo, garantisca in seguito all'autore chissà quale carriera. Anzi...

 

Vero, ma intanto pubblichi. Più autostima per te, più interesse da parte degli altri (sia da addetti ai lavori sia dai lettori) e più possibilità di lavoro.

 

 

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Mondadori e Paramount per estremizzare, ma il concetto si applica a quasi qualsiasi editore tradizionale.

Kindred ha fatto capire che ha detto di no a una piccola proposta di un piccolo editore, ma evidentemente non gli sarebbe dispiaciuto pubblicare con esso visto che aveva inviato il suo lavoro.

 

Non c'è nessun cartello ad indicare l'occasione che ti cambia la vita (magari fosse così), sta ad ogni persona avere l'intuizione di coglierla.

La proposta di un piccolo ma buon editore è motivo di orgoglio, è un passo avanti nel completare un sogno già iniziato nel momento stesso in cui si incomincia a scrivere. Poi da cosa nasce cosa, senza stare ad aspettare Mondadori.

Sì, ma io non discuto che non si debba aspettare Mondadori.

Quello che dico è che, senza nasconderci dietro un dito, quello che può permettersi di chiedere un grande editore non è quello che può permettersi uno piccolo. Perché una grossa CE che mi chiede di editare un testo a suo piacimento in cambio di mi dà una vasta visibilità, c'è un do ut des che mira anche a giovare a loro chiaramente.

Così come, d'altro canto, un grosso scrittore può permettersi di chiedere cose che un esordiente non deve neanche sognarsi di pensare.

 

Non credo che il fatto che tu abbia estremizzato sia casuale.

Forse no, non c'è nessun cartello che ti indica l'opportunità che ti cambia la vita, ma le probabilità che lo diventi crescono esponenzialmente con la grandezza dell'editore. Se poi c'è qualcuno che parte da Ciccio Benzina editore e arriva alla fama buon per lui, ma che sia piuttosto raro credo che sia un fatto indiscutibile. C'è il rovescio della medaglia: e se quello che mi chiede Ciccio Benzina editore rovinasse il lavoro che avrebbe potuto portarmi a quell'occasione?

 

Se ho scritto qualcosa c'è un motivo. Se sono la prima a non esserne convinta o le motivazioni fornite nella richiesta di modifiche mi convincono è un conto, al contrario, se invece c'è qualcosa che non mi torna credo che l'autore dovrebbe essere il primo a sapere che cosa vuole e a che prezzo realizza quei cambi. Se è per questo ci sono persone che con l'auto-pubblicazione (dicono) sono state notate dalle grandi CE. E se quelle persone avessero scelto un editore che chiedeva dei cambi?

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Insomma, non è detto che il libro, se di scarso successo, garantisca in seguito all'autore chissà quale carriera. Anzi...

 

Vero, ma intanto pubblichi. Più autostima per te, più interesse da parte degli altri (sia da addetti ai lavori sia dai lettori) e più possibilità di lavoro.

 

 

Aggiungo che, e questo vale per me medesima chiaramente, la soddisfazione di pubblicare è di pubblicare ciò che a me interessa pubblicare.

Altrimenti, tanto varrebbe che ci mettessimo tutti a scrivere del genere che tira di più, come infatti suggeriscono in tanti, per inserirsi nel filone.

Anche così si pubblica. Ma davvero ci darebbe soddisfazione pubblicare e basta, senza badare troppo a cosa?

Tanto c'è tempo. "Se diventi famoso poi pubblichi quello che vuoi".

 

Ne siamo sicuri?

Ne siamo così sicuri che una volta diventati famosi con un certo tipo di libro qualsiasi nostro scritto venderebbe tanto anche se non fa parte del filone di partenza?

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Ospite

Ne siamo sicuri?

Ne siamo così sicuri che una volta diventati famosi con un certo tipo di libro qualsiasi nostro scritto venderebbe tanto anche se non fa parte del filone di partenza?

Sì, io ne sicuro. Un esempio recente è la Rowling passata da Harry Potter a un genere diverso di storie, ha provato a farlo sotto pseudonimo, ma il suo ultimo libro aveva venduto solo 1.500 copie, come si è saputo che era suo è balzato a sette milioni.

Ma davvero ci darebbe soddisfazione pubblicare e basta, senza badare troppo a cosa?

Questa, secondo me, è una buona domanda. Credo che in ogni nostro scritto ci sia sempre qualcosa di nostro, se dovessimo riscrivere un romanzo che si avvicini come genere a un grosso best seller, comunque avrebbe la nostra voce e il nostro "punto di vista". In questo topic non si sta chiedendo di cambiare genere, un tipo di "forzatura" diversa, ma le sorti di alcuni personaggi; ad esempio se Caio non muore e la storia risulta buona potremo sempre scriverne un continuo, pensate se Harry Potter fosse morto dopo il primo libro. Non dico quindi di fare una violenza sull'autore, ma mettersi a tavolino e stabilire una strategia, questo lo reputo un percorso corretto.

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In questo topic non si sta chiedendo di cambiare genere, un tipo di "forzatura" diversa, ma le sorti di alcuni personaggi; ad esempio se Caio non muore e la storia risulta buona potremo sempre scriverne un continuo, pensate se Harry Potter fosse morto dopo il primo libro. Non dico quindi di fare una violenza sull'autore, ma mettersi a tavolino e stabilire una strategia...

 

Concordo.

Come spesso accade, durante un ragionamento prolungato, come nel caso di questo post,

si tende ad estremizzare la situazione, uscendo addiritura fuori tema ( non ancora in questo caso).

 

Io penso che uno scrittore sia un'artista, e in quanto tale, la sua creatura può modificarla in continuazione. Anche i cantautori spesso modificano i testi, a volte pesantemente, eppure continuano a scrivere e cantare con successo, senza sentirsi mortificati, sminuiti o umiliati (immagino le discussioni tra Battisti e Mogol).

Non ne farei una questione di vita o di morte ma una possibilità di migliorare le proprie capacità,

modificando, anche in fretta, un'opera che avevi pensato e creato diversamente.

Sopratutto se sai già in partenza che a qualcuno interesserà e ha già deciso di rischiare migliaia di euro su quell'opera.

Modificato da Pippowood

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Questa, secondo me, è una buona domanda. Credo che in ogni nostro scritto ci sia sempre qualcosa di nostro, se dovessimo riscrivere un romanzo che si avvicini come genere a un grosso best seller, comunque avrebbe la nostra voce e il nostro "punto di vista". In questo topic non si sta chiedendo di cambiare genere, un tipo di "forzatura" diversa, ma le sorti di alcuni personaggi; ad esempio se Caio non muore e la storia risulta buona potremo sempre scriverne un continuo, pensate se Harry Potter fosse morto dopo il primo libro. Non dico quindi di fare una violenza sull'autore, ma mettersi a tavolino e stabilire una strategia, questo lo reputo un percorso corretto.

Su questo sono perfettamente d'accordo.

Infatti non dico di essere inflessibile, né che l'editore chieda a caso, ma modificare le sorti di alcuni personaggi di fatto può cambiare un genere.

Nella fattispecie, passare da uno urban fantasy normalissimo a un paranormal romance manca un soffio.

Chiaro che invece trasformare un fantasy in uno sci-fi con un cambio di finale no, non è possibile.

Faccio l'esempio del paranormal perché (credo) che attualmente sia il genere che vende di più, notando i best-sellers sbandierati, i film tratti dai libri e i cataloghi di vari editori. Se ti chiedono "più love, meno licantropi" lì capisci che il percorso di formazione e miglioramento è, in realtà, un percorso di "fai così e venderai/remo di più". Logico da parte dell'editore, ma dal punto di vista dell'autore?

Vuole vendere di più? Se si rende conto che la strategia proposta è utile solamente al marketing, più che a un effettivo miglioramento del testo?

Magari potrebbe migliorarlo, potrebbe lasciarlo praticamente inalterato di sottogenere e dinamiche, infine potrebbe anche peggiorarlo.

Questo va valutato di caso in caso, ovviamente.

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Dimenticavo: anche passare da fantascienza a fantasy è un soffio. Basta inserire nel finale qualcosa che non sia strettamente spiegabile in modo scientifico, qualcosa che oltre a sovrannaturale abbia spiegazione "divina" o "magica" (almeno credo, magari qualche scrittore di sci-fi mi correggerà).

Tu dirai: l'editore lo saprà no se ti sta cambiando un genere? Giustissimo.

Ma gli importa?

 

Chiaro che l'esempio riportato dall'autore del topic non parla di tutto ciò, ma nel ragionamento espanso entrano anche queste considerazioni.

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Questa, secondo me, è una buona domanda. Credo che in ogni nostro scritto ci sia sempre qualcosa di nostro, se dovessimo riscrivere un romanzo che si avvicini come genere a un grosso best seller, comunque avrebbe la nostra voce e il nostro "punto di vista". In questo topic non si sta chiedendo di cambiare genere, un tipo di "forzatura" diversa, ma le sorti di alcuni personaggi; ad esempio se Caio non muore e la storia risulta buona potremo sempre scriverne un continuo, pensate se Harry Potter fosse morto dopo il primo libro. Non dico quindi di fare una violenza sull'autore, ma mettersi a tavolino e stabilire una strategia, questo lo reputo un percorso corretto.

Su questo sono perfettamente d'accordo.

Infatti non dico di essere inflessibile, né che l'editore chieda a caso, ma modificare le sorti di alcuni personaggi di fatto può cambiare un genere.

Nella fattispecie, passare da uno urban fantasy normalissimo a un paranormal romance manca un soffio.

Chiaro che invece trasformare un fantasy in uno sci-fi con un cambio di finale no, non è possibile.

Faccio l'esempio del paranormal perché (credo) che attualmente sia il genere che vende di più, notando i best-sellers sbandierati, i film tratti dai libri e i cataloghi di vari editori. Se ti chiedono "più love, meno licantropi" lì capisci che il percorso di formazione e miglioramento è, in realtà, un percorso di "fai così e venderai/remo di più". Logico da parte dell'editore, ma dal punto di vista dell'autore?

Vuole vendere di più? Se si rende conto che la strategia proposta è utile solamente al marketing, più che a un effettivo miglioramento del testo?

Magari potrebbe migliorarlo, potrebbe lasciarlo praticamente inalterato di sottogenere e dinamiche, infine potrebbe anche peggiorarlo.

Questo va valutato di caso in caso, ovviamente.

 

Sostanzialmente penso che il punto sia questo.

Premesso che non è detto che l'editoria l'azzecchi davvero anche per quanto riguarda il marketing (es: l'editore vuole far virare un urban fantasy verso il paranormal perché è quello che vende al momento, ma 6-8 mesi dopo, quando il libro esce, il paranormal non se lo fila più nessuno), se c'è la fiducia nei confronti dell'editore di cui avevo parlato prima, l'autore può vederla in diversi modi:

a)Voglio solo vendere e diventare famoso, quindi ben venga

b)Ci tengo al mio testo ma se l'editore ha detto che così vende di più, il compromesso mi pare accettabile

c)Chi se ne frega del marketing, nessuno tocchi il mio libro!

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Magari potrebbe migliorarlo, potrebbe lasciarlo praticamente inalterato di sottogenere e dinamiche, infine potrebbe anche peggiorarlo.

Questo va valutato di caso in caso, ovviamente.

 

 L'editore è consapevole di varie dinamiche che sfuggono all'autore. In linea di principio tendo a dargli credito, ma se quest'ultimo è davvero convinto che l'intervento sia peggiorativo e dall'impasse non si esce, come fare? Secondo me conviene interepellare -avendone la possibilità- un competente super partes, anche perché

 

 

non è detto che l'editoria l'azzecchi davvero anche per quanto riguarda il marketing

 

E infine non sono convinta di quanto segue

 

Vero, ma intanto pubblichi. Più autostima per te, più interesse da parte degli altri (sia da addetti ai lavori sia dai lettori) e più possibilità di lavoro.

 

Una pubblicazione malriuscita, un flop con un editore di qualche peso aumentano l'autostima ecc.?

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Magari potrebbe migliorarlo, potrebbe lasciarlo praticamente inalterato di sottogenere e dinamiche, infine potrebbe anche peggiorarlo.

Questo va valutato di caso in caso, ovviamente.

 

 L'editore è consapevole di varie dinamiche che sfuggono all'autore. In linea di principio tendo a dargli credito, ma se quest'ultimo è davvero convinto che l'intervento sia peggiorativo e dall'impasse non si esce, come fare? Secondo me conviene interepellare -avendone la possibilità- un competente super partes, anche perché

 

 

non è detto che l'editoria l'azzecchi davvero anche per quanto riguarda il marketing

 

E infine non sono convinta di quanto segue

 

Vero, ma intanto pubblichi. Più autostima per te, più interesse da parte degli altri (sia da addetti ai lavori sia dai lettori) e più possibilità di lavoro.

 

Una pubblicazione malriuscita, un flop con un editore di qualche peso aumentano l'autostima ecc.?

 

 

E' un rischio, come lo è non accettare di modificare un romanzo e pubblicarlo come lo si è concepito. Fino a quando non lo pubblichi non puoi sapere qual è la decisione giusta. 

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Non ho letto tutti i post, ma mi sembra che la questione sia risolta.

 

Se posso dire la mia, per prima cosa valuterei bene l'effettiva grandezza della casa editrice, e soprattutto la sua distribuzione. Per me una casa editrice "media" è comunque una che ti porta in libreria (Asengard o Delos, per fare due esempi), e in tal caso si può pensare di discutere su eventuali cambiamenti. Ma sinceramente una casa editrice che propone una prima tiratura di 50 copie non mi sembra affatto media, anzi come visibilità siamo più o meno allo stesso livello dell'autopubblicazione. In questa situazione per me sarebbe un "no" secco, esistono un sacco di microeditori e se il romanzo vale troverà sicuramente un'altra strada.

 

Nel caso in cui la proposta venisse fatta da una media/big, invece, come hanno detto altri rifletterei in base a ciò che mi chiedono. Ci sono delle cose che sarei disposta a modificare e delle cose che al contrario pubblicherei solo nella mia versione. Probabilmente ascolterei le proposte di modifica, e in base a quello che mi dicono deciderei se accettare o meno. Il finale del manoscritto che ho mandato in giro non lo cambierei, per esempio.

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