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Elet88

Le biblioteche e i "libri" nell'antica Roma del I secolo

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Ciao compari scrittori :)

 

Qualcuno afferrato in storia, saprebbe spiegarmi come erano organizzate le biblioteche nell'Impero Romano del I secolo? (Mi interessa molto il periodo dall'anno 1 al 50 d.C.) Se ho ben capito all'epoca esistevano solo pergamene e rotoli fatti di papiro o carta.
Quindi, visitando una biblioteca dell'epoca, si vedrebbero enormi scaffalature in legno con ripiani ricolmi di pergamene arrotolate e poste una sopra l'altra?

Inoltre si scriveva principalmente su quali materiali? E soprattutto come? Si utilizzava il calamo anche a Roma?

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Bella domanda. Sinceramente non so che aspetto avesser le biblioteche in periodo ellenistico, per esempio quella di Alessandria, probabilmente la più famosa.

Comunque i mteriali utilizzati, a quanto ne so, erano principalmente due: la pergamena (cartapecora) ricavata da pelle di animale conciata e il papiro. Un libro che ho letto di recente parla dell'uso del lino fin da tempi molto antichi, ma solo per documenti particolarmente solenni.

Questi materiali erano usati sotto forma di rotoli, di norma. Crdo conservati in secchi, dato che una singola opera era facile fosse composta da più rotoli che poi bisognava tenere insieme. Però i libri simili a quelli moderni (codici) già esistevano. Ne fece uso Giulio Cesare per diffondere i suoi resoconti dalle Gallie e poi quelli riguardanti la guerra civile. Non so dirti se ne sia l'inventore, non credo.

Altronon so dirti.

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"Ah-ha! Ora la palla è nella metà campo del professore" (cit.)

 

Scherzi a parte, partiamo dai supporti scrittori.

Nel periodo tardo-repubblicano e nella prima età imperiale, ancora non non era ancora largamente usato, quantomeno nelle biblioteche, il 'codice', cioè il libro a fascicoli rilegati e con copertina cui siamo abituati (comincerà ad essere usato diffusamente e a soppiantare il rotolo solo dal III secolo in poi).

Si usavano invece, come hai ben detto, rotoli in papiro e in pergamena (ancora niente carta però: per la carta di stracci e per la nostra cara carta di cellulosa vegetale dovremo aspettare il medioevo ed oltre), ricavati rispettivamente dai fusti dell'omonima pianta egiziana e da pelli di pecora opportunamente trattate.

Se ricordo bene, si usava in entrambi i casi il calamo, vale a dire la cannuccia tagliata.

 

Sui rotoli il testo era disposto in colonne disposte parallelamente al lato corto e procedeva da sinistra verso destra: visto che ogni rotolo era lungo parecchi metri, questa disposizione del testo rendeva più comoda la lettura, poiché per procedere era sufficiente srotolare la parte destra e, mano a mano che si procedeva, ri-arrotolare con la sinistra. In un certo senso, è un meccanismo simile alla nostra lettura digitale in cui, non potendo 'spaginare', si può solo 'scorrere' il testo fino al punto desiderato (anche se, ovviamente, il digitale di oggi ci permette di saltare direttamente ad una pagina o ad una parola nel documento).

All'ultimo foglio del rotolo era applicato un listello di legno attorno a cui il rotolo stesso veniva arrotolato (scusami per le ripetizioni): esso, essendo più lungo del foglio stesso, serviva sia per aiutarsi nel srotolare il libro nella lettura, sia per applicarvi una targhetta di riconoscimento su cui venivano scritti solitamente il titolo dell'opera (e, se in più libri, il numero del volume) e l'autore. Altre volte queste informazioni potevano essere sul rovescio del primo foglio.

Inoltre, come saprai, gli antichi spesso suddividevano le proprie opere in 'libri': questa non è (sempre) una suddivisione casuale o arbitraria, ma, infatti, un 'libro' corrisponde letteralmente ad un volume, cioè ad un rotolo di papiro; così, ad esempio, per le Elleniche di Senofonte, composte da sette libri, erano stati utilizzati sette rotoli.

 

Nota filologica: talvolta singoli fogli o interi rotoli già scritti potevano venire riutilizzati. Un primo riutilizzo consisteva nello scrivere sul rovescio (in termine filologico, il verso) del rotolo. Ci sono casi in cui (almeno uno di cui ricordi, sebbene piuttosto discusso) veniva riutilizzato per i disegni di bozza degli artisti. Un ultimo utilizzo, quando ormai l'intera superficie era divenuta ormai inservibile, poteva essere il cartonnage delle mummie (uno strato di pezzi di papiro incollati alla 'art attack': in questo modo sono stati recuperati parecchi frammenti papiracei).

 

Che cosa contenevano questi rotoli? Libri, ovviamente! Opere di vario genere. Diverso discorso per documenti pubblici e privati: gli scribi solitamente prendevano appunti (e così pure i bambini che imparavano a scrivere) su tavolette lignee leggermente incavate e ricoperte di cera (e su di esse si usava, ovviamente, lo stilo); fogli di papiro o pergamena potevano essere utilizzati per la corrispondenza privata, ma gli atti pubblici erano sempre esposti su tavole di legno o bronzo o su lastre di pietra. Simili materiali (legno e bronzo, ovviamente) erano utilizzati per vari riconoscimenti, tra cui i diplomi militari che venivano spesso rilasciati agli ufficiali congedati. 

La qualità dei libri variava ovviamente dalla qualità del materiale, della manifattura del rotolo e, soprattutto, dall'abilità del copista (e quindi spesso le copie contenevano errori o lacune nel testo). I libri più pregiati contenevano anche illustrazioni: alcune copie di trattati di geografia potevano contenere delle mappe disegnate in base alle indicazioni dello scrittore e, similmente, trattati scientifici potevano contenere disegni di animali e piante esotiche; non è da escludere che anche copie di drammi teatrali e opere con soggetti mitologici fossero correlate di illustrazioni (ricordo esempi di codici più tardi così decorati, tanto per dirne una).

 

La pergamena era un materiale piuttosto costoso, e anche il papiro fuori dall'Egitto non era molto economico. Per questo, solo i più ricchi potevano permettersi di avere una piccola biblioteca personale in casa.

Tuttavia, (credo fosse il caso di Asinio Pollione, tra gli altri) capitava talvolta che suddetti amanti della cultura mettessero (sia in vita sia per testamento dopo la morte) i propri libri a disposizione del pubblico: così nascono le prime biblioteche 'pubbliche' (anche se di fatto erano consultate principalmente da studiosi ed artisti e dovremo comunque aspettare il II ed il III secolo per una vera diffusione delle biblioteche a Roma).

 

Più antiche e più famose sono le biblioteche ellenistiche di Alessandria e di Pergamo (dal nome di questa città pare venga appunto il termine 'pergamena'), patrocinate rispettivamente dalle dinastie dei Tolomei e degli Attalidi. Queste biblioteche divennero importanti e famose per il numero ed il prestigio dei filologi (cioè gli studiosi di testi) che vi lavoravano e i cui commenti sono preziosissimi per noi oggi nello studio degli autori greci da Omero in poi. La biblioteca di Alessandria pare fosse la più grande del mondo antico, con centinaia di migliaia di volumi contenenti migliaia di opere (soprattutto di autori greci, ma non mancavano autori locali e mediorientali: famose sono l'opera sulla storia egizia di Manetone e l'edizione dei 'Settanta' della Bibbia).

 

Nelle biblioteche i rotoli erano ammucchiati sugli scaffali, riconoscibili dai cartellini di cui ti ho già detto (per uso privato e per edizioni particolarmente pregiate, si utilizzavano anche appositi cofanetti in legno). Ovviamente c'era un minimo di organizzazione e suddivisione del materiale: la biblioteca poteva essere divisa per sezioni a seconda dei generi o degli autori. Spesso gli autori più famosi (Omero e Platone, tanto per dirne due) avevano scaffali dedicati affiancati da loro ritratti marmorei (ovviamente più o meno idealizzati e basati sull'immaginario della tradizione).

Ogni biblioteca, infine, aveva un proprio direttore che non solo si curava dell'organizzazione e della buona conservazione dei volumi, ma anche si dedicava allo studio e alla corretta tradizione (cioè l'atto del tramandare) dei testi.

 

Chiudo con una nota sull'editoria che ti può essere utile.

Le grandi biblioteche avevano certo i propri copisti che copiavano i testi sia per fornire copie extra a studiosi stranieri (nel senso di extracittadini), sia per copiare nuovi testi da mettere a disposizione della biblioteca, sia per copiare testi il cui supporto si andava deteriorando troppo.

Per copie di uso privato ci si rivolgeva invece a delle case editrici ante-litteram: erano in pratica delle botteghe (di solito in bella vista sulla pubblica piazza) in cui il privato cittadino poteva portare un libro (suo o preso in prestito) per farsene fare una copia, come nelle moderne copisterie. Non solo però: il proprietario era anche un editore, ovvero a lui si rivolgevano gli autori che volevano far pubblicare le proprie opere: l'autore (sì, soprattutto quel chiacchierone di Cicerone) depositava (o faceva copiare) il proprio manoscritto presso la bottega e l'editore ne vendeva copie su commissione (dividendo il guadagno con l'autore, s'intende). Come in un'edicola o in una moderna libreria, all'ingresso della bottega erano affissi cartelli con l'elenco delle opere disponibili e delle 'novità'.

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Aggiungo solo un paio di notizie collaterali alla risposta ricchissima data da Alexander.

 

Il papiro era composto da un reticolato di strisce vegetali ottenute, appunto, dalla pianta del papiro, disposte perpendicolarmente fra loro. Le strisce orientate in orizzontale erano la parte frontale e quella che si usava di preferenza, perché era più facile scriverci. Quelle verticali erano il retro. Il singolo rotolo era costituito da diversi fogli, parzialmente sovrapposti ed incollati, in modo tale che, scrivendo, il primo foglio su cui si scriveva fosse sopra a quello seguente.

 

Il papiro cresceva principalmente in Egitto, che deteneva il monopolio sulla produzione. Proprio il blocco delle esportazioni portò gli abitanti di Pergamo a raffinare una tecnica già esistente per la conciatura della pelle di ovini. Il risultato è la pergamena (da qui viene anche il suo nome).

 

In seguito, la pianta del papiro si diffuse anche nella Sicilia orientale.

 

Nell'età antica si scriveva in maiuscolo in latino, e generalmente senza punteggiatura o spazi. 

 

Gli scrivani sedevano a gambe incrociate e scrivevano tenendo il papiro appoggiato al ginocchio. E' presumibile che ci fossero problemi di salute tipici della professione. Sono stati trovati dei papiri con correzioni in colore diverso dal testo, che fa pensare che esistessero scuole specializzate. L'uso di un sistema alfabetico rendeva l'alfabetizzazione un processo relativamente facile e diffuso; si sa di schiavi con mansioni umili che sapevano leggere.

 

Riguardo ai secchi: c'erano scatole cilindriche divise in scompartimenti in cui venivano infilati i rotoli in caso di necessità di trasporto.

 

I codici antichi non erano miniati. Nella tarda antichità potevano però esserci delle lettere particolarmente abbellite, forse con particolari significati esoterici o religiosi, ad esempio ad inizio di pagina.

 

Il codice super-top di gamma (ma nel I secolo non so se esistessero) era fatto con il vello di ovini nati morti, intinto nella porpora e scritto con oro e argento. Ovviamente, ce n'erano pochi.

 

Nelle biblioteche si poteva parlare. Ricordo Cicerone che incontrava qualcuno in una biblioteca, ma non ricordo chi fosse, o in che opera si trovasse. Il Museo di Alessandria, a cui era annessa la Biblioteca, fu comparato ad un pollaio, per via del comportamento non sempre esemplare tenuto dai dotti fra di loro.

 

Qui c'è anche un articolo che potrebbe farti comodo: http://it.wikipedia.org/wiki/Antiche_biblioteche_di_Roma

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Innanzitutto vi ringrazio per le risposte che sono state davvero utilissime, specialmente Alexander :) E un grazie all'intervento, ormai immancabile in ambito storico-romano, di Asopo :D

 

Quindi si può direi che nel I secolo il codex (così veniva chiamato dai romani?) era già una sorta di "libro moderno" (per quanto riguarda la struttura)?

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Quindi si può direi che nel I secolo il codex (così veniva chiamato dai romani?) era già una sorta di "libro moderno" (per quanto riguarda la struttura)?

 

In che senso?

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Dovrei riguardare i miei testi, ma se non sbaglio nel I dC si usava ancora il rotolo, il codex era costituito da una serie di tavolette cerate che venivano usate per gli appunti veloci. Solo più tardi si diffonderà il codex vero e proprio, costituito da fogli di papiro o di pergamena impilati, non più arrotolati, e legati insieme. L'aspetto era grossomodo quello di un libro "moderno"

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Quindi si può direi che nel I secolo il codex (così veniva chiamato dai romani?) era già una sorta di "libro moderno" (per quanto riguarda la struttura)?

 

In che senso?

 

 

Il tuo "in che senso" mi fa intuire che non ho capito molto del codex XD

Avevo capito che questo codex era il precursore dei futuri libri come struttura (rilegatura, fogli,...) ma evidentemente non è così...

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Se vuoi, posso consigliarti questo manuale, è ottimo:

CAPASSO M., Introduzione alla papirologia, (ed. Il Mulino) Bologna 2005

 

Per approfondimenti:

CAPASSO M., Manuale di Papirologia Ercolanese, Napoli 1991
PUGLIA E., La cura del libro nel mondo antico, Napoli 1997

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Il tuo "in che senso" mi fa intuire che non ho capito molto del codex XD

Avevo capito che questo codex era il precursore dei futuri libri come struttura (rilegatura, fogli,...) ma evidentemente non è così...

 

Oddio Elet, perdonami, sono una talpaccia: avevo letto 'scrittura' invece che 'struttura', ci credo che non capivo (e ho pure riletto più volte)!  :asd:

 

Scusa scusa scusa. No, comunque avevi capito benissimo. Ti rispiego i passaggi così sono più chiaro.

Il termine 'codex' inizialmente indicava un insieme di tavolette cerate legate tra loro usato per scrivere appunti, messaggi, ordini e cosi via. Ad un certo punto, invece di usare tavolette cerate, si iniziarono ad usare anche fogli (di papiro prima e di pergamena poi) riuniti in fascicoli, cuciti tra loro e protetti da una rilegatura in legno (e talvolta a sua volta ricoperto di pelle). Ha sin da subito in tutto e per tutto la medesima forma e struttura dei libri che gli amanuensi copiavano nel medioevo o che gli studiosi utilizzavano nelle prime università prima dell'invenzione della stampa.

L'unica differenza sostanziale è che i primissimi libri fatti in questo modo avevano i fogli di papiro invece di pergamena.

Il libro moderno è direttamente derivato per forma e struttura dal codice: cambiano, ovviamente, dimensioni, materiali e tecnica di scrittura. I libri moderni sono infatti di carta (che, inventata dai cinesi già nell'antichità, giunse in Europa solo durante il medioevo), sono stampati e non manoscritti e, tranne nel caso di volumi di enciclopedie o atlanti geografici, sono di dimensioni ridotte: pare che fu Petrarca in persona a promuovere il libro 'tascabile', poiché amava portare sempre qualcosa da leggere con sé.

Ci sono poi tutta una serie di chiacchiere da fare sul passaggio dal rotolo al codice nella tarda antichità, ma andremmo OT.

 

L'importante comunque è che ti sia chiaro che questa forma di libro nel I secolo era usata ancora piuttosto poco (sebbene già Marziale e San Paolo li menzionino): puoi certamente farne comparire nel tuo romanzo (?) uno o due esemplari, ma riempire una biblioteca del I secolo di codici sarebbe anacronistico. Il codice (papiraceo prima e di pergamena poi) comincia ad essere usato piuttosto diffusamente solo nel II secolo e rimpiazza il rotolo non prima del IV secolo.

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uno o due esemplari, ma riempire una biblioteca del I secolo di codici sarebbe anacronistico. Il codice (papiraceo prima e di pergamena poi) comincia ad essere usato piuttosto diffusamente solo nel II secolo e rimpiazza il rotolo non prima del IV secolo.

 

 

Certo :D per fortuna devo farne comparire soltanto uno, e lo stupore nel vederlo in mano a un uomo all'apparenza povero è ancor più giustificato da questo fatto ;)

grazie mille a tutti per le informazioni :)

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