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gogol

" Numeri a Perdere " - Riccardo Gavioso

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Non voglio parlare della presentazione e neppure del libro, ma sento di dover ringraziare tre amici di Writer's Dream, di cui non farò i nomi per evitare problemi col garante della privacy ;)

Ringrazio i primi due per aver sfidato il Diluvio Universale per regalarmi la loro presenza alla presentazione del libro, e il terzo per essere stato tra i primi, in assoluto, ad acquistarlo tramite libreria.

Il web offre molte opportunità a chi scrive, ma è in grado di fare regali preziosi... non i giveaway, l'Amicizia!

Grazie di cuore a Piermario, a Valerio e a Giuseppe! :)

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Inserisco questa nuova recensione per un preciso motivo: trovo che sia in grado di dare un'idea corretta di cosa potete aspettarvi dal libro e dal suo autore... nel bene e nel male, s'intende ;)

E, se permettete, ringrazio Loriana e i suoi tanti amici:

http://scintilledanima.wordpress.com/2014/06/30/1640/

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Cronaca semiseria di una presentazione bagnata.

Un prezioso regalo di Antonio Borghesi che voglio dividere con voi:

 

Torino.
In via Dante di Nanni nel pomeriggio del 26 giugno 2014, dalle 18 fin quasi alle
18 e 30 si poteva assistere a delle strane concomitanze d’eventi. Il cielo era carico
di nuvolaglia nera, i passanti procedevano con gli ombrelli chiusi e Marcello
usciva dalla propria libreria “Borgo San Paolo”, aprendo un treppiede con una
lavagna che segnalava la presentazione del libro di Riccardo Gavioso, “Numeri a
Perdere”, edito da Arpeggio Libero. Le nuvole si laceravano scaricando scrosci
d’acqua, i passanti aprivano gli ombrelli e Marcello richiudeva il treppiede
riportandolo all’interno della libreria. La pioggia cessava, gli ombrelli si
richiudevano, Marcello riapriva il suo treppiede e lo riportava sul marciapiede. La
sequenza si ripeteva pedissequamente per una mezza dozzina di volte fino a
quando il novello Sisifo-Marcello, rinunciava al suo compito. Immediatamente
anche gli altri due eventi si ritiravano dal gioco lasciando il passo a quello con la
“E” maiuscola.
All’interno, circondato da scaffali pieni di libri curiosamente preoccupati per
quello che stava per accadere, era stato predisposto un palco con un tavolo e tre
sedie. Una per l’autore e altre due per i relatori. Il pubblico si era accomodato a
semicerchio di fronte a loro. Tutti i posti a sedere erano occupati e molti
avrebbero assistito all’impiedi pur di poter orgogliosamente dire “Io c’ero”.
Fabio Dessole, si presenta dichiarando non solo d’essere l’editore di Arpeggio
Libero, ma anche un pescatore di talenti dalla piattaforma virtuale di mEEtale
dove scrittori esordienti possono pubblicare le loro opere gratuitamente. Aggiunge
che nella sua veste d’editore non abbandona mai i propri autori ma li segue
sempre nelle loro presentazioni. Non si accorge delle occhiate d’invidia che riceve
da alcuni libri che, invece, abbandonati dal proprio editore, si sono ritrovati soli
alla ricerca di un eventuale lettore. Fabio, tramutandosi poi in relatore, racconta
di come abbia ritenuto indispensabile iniziare una nuova collana, chiamata
“Hybrida”, proprio partendo dal libro di Riccardo Gavioso. È stato soprattutto
colpito dalla maestria con la quale l’autore è riuscito a convertire quegli stessi
fatti, che la cronaca giornalistica ci espone quotidianamente nella loro crudezza
reale e ai quali spesso il lettore presta una scarsa attenzione, in racconti che pur
narrando le stesse miserie umane, le rende però emozionanti e indimenticabili.
Fabio cede la parola all’altro relatore: Sergio Martìn. Con voce forte e portante che
scuote dal torpore alcuni vecchi libri, ammette di avere conosciuto Riccardo solo
qualche giorno prima e d’aver scoperto come avessero avuto un amico comune:
Vittorio Arrigoni. Un giornalista freelance, amico della causa palestinese, che
nella striscia di Gaza, noncurante della propria vita, mentre si dedicava al
soccorso dei bambini feriti dalle ritorsive bombe israeliane fu rapito e impiccato
barbaramente da un gruppo salafita. Sergio aggiunge come gli sia piaciuta, nel
racconto sulle madri dei desaparecidos della Plaza de Mayo, la forma con la quale
Riccardo ha commentato i brutali fatti facendo parlare un mattone di un muro
della piazza stessa. Cita inoltre l’uccisione di un istruttore da parte di un
bambino-soldato del Darfur, al quale gli era stato ucciso il cane dall’istruttore
stesso e la breve storia di “Un Angelo” che fa saltare in aria un locale della polizia
brasiliana con dentro un gruppo d’assassini appartenenti ad uno “squadrone
della morte”, giustizieri dei meninos de rua. La scrittura di Riccardo tocca
facendo vibrare corde emotive che la fredda descrizione di un articolo di cronaca,
nella sua semplice esposizione dei fatti non potrebbe mai raggiungere. Sergio
aggiunge qualche aneddoto della propria esperienza coi grandi personaggi del
teatro e della canzone italiana da lui personalmente conosciuti negli anni passati:
Dario Fo, Franca Rame, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Fabrizio De André, Mina
ed altri. Da uno scaffale di biografie alcuni libri sorridono. Poi Sergio parla anche
di certi premi letterari scandalosi e di un certo Giuliano Soria del quale non si
sarebbe saputo nulla se non fosse stato per la denuncia di un suo maggiordomo
filippino sessualmente molestato dal Soria stesso. Una voce si leva dal pubblico.
È un giornalista presente che dichiara come non sia vero che lo scandalo sia nato
dalla denuncia ma dalla stampa che ne era già al corrente. Tra i libri sugli scaffali
c’è un certo stupore per il verso in cui sta andando la presentazione. C’è in ballo
una discussione non pertinente e l’autore non ha ancora parlato? Anche alcuni
presenti tra il pubblico sono curiosi che Riccardo ancora non abbia avuto
l’occasione di prendere la parola. Il microfono gli è scorso davanti in un paio
d’occasioni ma senza fermarsi. È Riccardo stesso che, schiarendosi la voce,
blocca la discussione, i commenti e gli inaudibili brusii dei libri. Non l’avevano
fatto parlare fino ad ora non certo per negargli la scena, ma per lasciare che le
sue povere corde vocali martirizzate da un antipatico virus, non si esponessero
troppo privandolo della voce. Un grosso tomo di medicina vorrebbe scoprire il
nome di quel virus ma dei romanzi storici non gli permettono di chiederlo e si
sporgono per sentire quello che dirà Riccardo sul fatto d’aver scritto un libro di
racconti in un epoca in cui sembra che il pubblico non sia propenso alla lettura
di quel tipo d’opera. Anche se un certo interesse oggigiorno sembra manifestarsi,
chiosa l’editore Fabio che tra le sue varie collane ne ha giustamente una per
racconti. È un intervento senza microfono e Riccardo può continuare.
Però non parla di “Numeri a Perdere”, anche se ammette che gli è piaciuto
scriverlo e che l’ha anche riletto con soddisfazione, ma parla dell’amicizia e di
come sia importante nella vita perseguire degli obbiettivi che non siano solo legati
alla sola materialità del vil denaro ma anche e soprattutto agli ideali. Poi ringrazia
Fabio per avergli ridato la voglia di tornare a scrivere e per la sua disponibilità a
pubblicarlo, raro caso tra gli editori, senza richiedergli nessun contributo alla
pubblicazione, se non quello della propria scrittura. Sugli scaffali moltissimi libri
sussultano increduli. Tutti quelli del reparto bambini fanno “O” (copiata ma
reale!). Per ragioni sconosciute rivolge dei ringraziamenti anche a me. Che sia
perché gli ho trovato un paio di refusi prima della pubblicazione? Alcuni libri mi
guardano con sussiego. Loro non ne hanno bisogno! Il loro autore non è un
principiante, come siamo noi e la nostra casetta editrice. Loro fanno parte della
“casta”, che diamine! La parola torna a Sergio che, visto che nel libro si scrive su
notizie di cronaca e, avendo forse captato quella parola “casta”, attacca quella dei
giornalisti, a volte portati a scrivere notizie a favore della propria parrocchia
d’appartenenza. Non sa che in sala, oltre a quello che si è già manifestato, ce n’è
un altro. Ovviamente si accende una nuova discussione. Poi si spegne, ma resta a
covare sotto le ceneri. Ma la festa è quella di Riccardo e un segno inequivocabile
(taglio della gola) da parte di Giusi, vigile consorte dell’autore, gela il bollore del
sangue dell’editore che vorrebbe pure lui lanciarsi nella discussione. Le braci si
spengono definitivamente. La presentazione può volgere pacificamente al termine.
Domande dai presenti? I libri ne avrebbero moltissime, mentre dal pubblico non
si alza nemmeno una mano. Lo faccio io. Visto che, avendolo letto in anteprima, il
libro di Riccardo mi era immensamente piaciuto, gradirei leggerne un secondo, e
allora chiedo se ne abbia un altro in procinto d’uscire dal cassetto. Saggiamente
lui risponde che prima vorrebbe conoscere la reazione del pubblico per questa
sua prima opera prima di decidere se produrne un’altra. La presentazione si
chiude con tappi di champagne che saltano andando a colpire, senza intenzione,
qualche libro tra quelli che ci circondano, invidiosi d’aver assistito alla esibizione
del nuovo nato senza poter esprimere una loro personale opinione. Ci sono pure
degli ottimi salatini in perfetto abbinamento colle bollicine. E anche degli ovetti al
cioccolato, buonissimi, forniti da un generoso sponsor locale. Tutte le copie del
libro si esauriscono lasciando basiti i più polverosi degli scaffali. Giusi è obbligata
a trasformarsi in massaggiatrice dell’autore. Gli stropiccia amorosamente le dita
della mano destra prese da crampi per dover autografare e firmare ogni singola
copia. La pioggia ha deciso di non insistere con i suoi scrosci ma a questo punto
sarebbe inutile esporre la lavagna con la parola “FINE”.

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NUMERI A PERDERE di Riccardo Gavioso

Recensione di Pierluigi Tamborini, giornalista professionista e autore di narrativa.

Recensire il libro di chi ha fatto la stessa cosa nei miei confronti, e con parole tanto lusinghiere, mi espone al rischio che qualcuno possa pensare a uno squallido “voto di scambio”. Tranquillizzatevi, non è così. “Numeri a perdere” ha un unico, grande difetto: finisce troppo presto. Non è comunque il motivo per il quale l’ho letto con una lentezza esasperante per i miei soliti ritmi. Come si fa per una buona bottiglia d’annata ho voluto sorseggiarlo, soffermarmi sulle parole e sulle immagini, riconoscerne echi e tracce, perderne e ritrovarne i sentieri.

Di un libro apprezzo, oltre che naturalmente il contenuto, soprattutto l’originalità, lo stile della scrittura e la mancanza di banalità.

Missione compiuta. L’idea di abbinare articoli giornalistici a racconti sui medesimi temi la trovo vincente. Riccardo Gavioso non ha paura di immergere le mani e tirare fuori i panni sporchi del mondo. I Numeri a perdere sono i bambini soldato dell’Africa, quelli delle favelas brasiliane o filippine, le ferite ancora aperte di Hiroshima, sono le madri di plaza de Mayo, le donne violentate e uccise nella nostra “civilissima” nazione, i veleni della Terra dei fuochi e tanto altro. Sono gli “scarti di lavorazione” di quella parte di umanità che si ostina a mettere a dura prova la pazienza di Dio.

Per quanto riguarda gli articoli (dai quali, essendo un addetto ai lavori non mi sento esente) un solo aggettivo mi rimbalza intorno e quindi lo fermo sulla carta: impeccabili.

Ma è sullo stile dei racconti che gli aggettivi si accalcano. Nella penna di Riccardo vedo un bisturi che arriva diritto al cuore, senza fare sconti. Parole essenziali, spesso dure come pietre, ma sempre e comunque sassate di poesia. Nella collana di perle di questi scritti ne ho scelto uno per tentare di rendere l’idea. Si intitola “Colori” e fotografa in poco più di due pagine i momenti che hanno preceduto un’immane tragedia, la bomba su Hiroshima. Un bambino, il nonno e una vasca di pesci colorati, un mondo sereno destinato al nulla. Due pagine di straziante bellezza che riescono in un’impresa che sembrava impossibile, quella di emendarci dall’orrore, riconsegnandoci, nonostante tutto, alla speranza di una clamorosa rivincita della poesia sulla storia.

Libro, al contrario del titolo, assolutamente da non perdere.

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Recensione davvero splendida...

Numeri a Perdere, di Riccardo Gavioso è di quei libri che si leggono per restare uomini, che si scrivono, quando si hanno le capacità, ma soprattutto la sensibilità di Gavioso, per concedere alla vita di farci restare integri, quando l’integrità è intesa come partecipazione.

I “numeri a perdere”, in questo caso, sono le miriadi di vite perse ingiustamente e inutilmente a causa della miseria umana e che un ignomignoso oblio costringe a morire ancora e ancora e ancora.

Dai massacri del Ruanda, all’inferno di Payatas, dai meninos de rua alla morte di Bobby Fisher, a Matteo, suicida a 16 anni perché dileggiato dai compagni che lo accusavano di essere gay, alle miriadi di donne abusate, sfregiate, uccise per follie di regime, di religione o per la piccolezza di fidanzati, compagni, mariti che non meritano di essere chiamati uomini, lo sanno, e curano la loro consapevolezza uccidendo.

Gavioso rende un tributo a queste vittime, accostando un racconto in cui la fantasia è purtroppo solo nei nomi dei protagonisti, a un fatto di cronaca vera. Fiction e non fiction.

Bonnie Rough ha scritto che i lettori di fiction devono solo immaginare, mentre quelli di nonfiction sono sottoposti a un’operazione più complessa, immaginare e allo stesso tempo credere.

La non fiction è un blocco di materia da scolpire, contiene tutti gli elementi di una narrazione drammatica: la guerra, la morte, il coraggio, la paura, l' amicizia, la vergogna, la pietà, l' eroismo, il dolore.

Gavioso ci pone di fronte ad entrambi i generi e non sai quale dei due sia il più tragico.

Tre anni fa, di questi giorni, la figlia di una mia amica, con il marito e il figlio di sei anni, stavano andando a scegliere i giocattoli per il Natale, un’auto con due giovani drogati a bordo (queste sì, vite a perdere) piombò sulla famiglia uccidendo il bambino, lasciando in coma profondo il padre e ferendo gravemente la madre, ho visto queste persone tentare di rimettere insieme i pezzi delle proprie vite irrimediabilmente spezzate, ancora lo stanno facendo. Il libro di Riccardo Gavioso è un tributo anche a loro, perché non siano solo Numeri a perdere.

“Il neologismo femminicidio rimbalza fastidioso sui nostri giornali come un moscone invernale sul vetro. Ed è tragicamente ridicolo che nessuno pare si sia accorto che la scelta del lemma li avvicina alla mentalità del colpevoli.”

“ dice che non sempre possiamo evitare di fare del male agli altri, che non sempre possiamo rimediare al male che abbiamo fatto, ma, se lo riconosciamo come tale, è il male a fare del bene a noi…”

Carmen Elizabeth Bonino

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Ospite ire70

Recensione più che meritata! (Conoscendo come  scrivi e quello di cui scrivi)

questa frase poi : "è di quei libri che si leggono per restare uomini" è doppiamente bella, ricordando chi lo diceva (restiamo umani!)... complimenti Riccardo!

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