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Matthew Swift

Come dei gentiluomini - Matthew Stojespal

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Titolo: Come dei gentiluomini

Editore: MilanoNera

Autore: Matthew Stojespal

Data d'uscita: 01/04/2014

Genere: racconto

Lunghezza: 40.000 caratteri (spazi inclusi)

Formato: ebook

Prezzo: 3,08€ su Amazon; 2,99€ sugli altri store

 

Sinossi:

 

Ti svegli all’interno di un appartamento completamento spoglio, con pareti di un bianco immacolato e finestre sbarrate. Non sai come ci sei arrivato né dove ti trovi esattamente. Sai però che devi andartene via di lì. Durante il tuo tentativo di fuga, però, arriverai a mettere in dubbio l’esistenza stessa dell’appartamento. Del resto, una cosa simile non può esistere, vero? Vero? Eppure non si tratta di un sogno. Allora cos’è questo posto? Nel cercare di capirlo, una femme fatale, il cadavere in decomposizione di un ratto e la presenza di un ragazzo col volto sfigurato e malintenzionato di certo non ti saranno d’aiuto…

 

Due sputi di biografia:

 

Matthew Stojespal ha più di vent’anni, ma gliene daresti due. E mezzo. Quando qualcuno gli chiede di parlare di sé, si presenta come “il tipo che va a spasso per Roma sperando di scoprire strade nuove”. Ammette di spendere un po’ troppo tempo su Youtube e alla voce “hobby” dichiara di essere impegnato a farsi crescere una barba decente. Quello, o la conquista del mondo. Reputa gli esseri umani interessanti, ma solo quando presi a piccole dosi. Ha una passione per i dolci, un’attenzione particolare per gli aspetti bizzarri della vita e uno slancio interiore per il minimalismo letterario rovinato da una certa voce nel cervello che lo sprona ad aggiungere ogni volta più parole del necessario finché un periodo non diventa talmente carico da risultare quasi illeggibile. A oggi, la cosa di cui va più fiero è uno stickman realizzato in quinto superiore dalla testa perfettamente tonda. Giotto, in confronto a Matt, non può nulla.

 

Breve assaggio:

 

Sei seduto sul bordo del letto e ti guardi intorno. Ti trovi in una stanza completamente spoglia, con pareti di un bianco perfetto, quasi innaturale. In giro non ci sono pezzi di mobilio oltre al letto. Niente divano o comò o armadio. Niente scrivania, sedia girevole, lampade. Quadri, scaffali, ripiani, tivù, computer. Nulla. Lì, sulla parete di sinistra, quella dietro di te, una volta c’era una finestra. Adesso è stata murata da qualcuno e sopra i nuovi mattoni sono state battute addirittura delle assi di legno, giusto per dare ancora di più l’idea di segregazione. Dal soffitto scende una misera lampadina accesa, che illumina l’ambiente attorno a te. Niente lampadario.

   Nella stanza c’è solo il letto, anche se chiamarlo così è esagerato. Si tratta di un materasso poggiato a terra, sulle mattonelle bianche dai contorni grigiastri. Su di esso è stato steso un lenzuolo color cenere. Fine. Niente coperte o cuscini.

   Davanti a te c’è la porta, e oltre si estende un breve corridoio dalle pareti – indovina un po’ – sempre bianche. La porta in realtà è solo un ritaglio rettangolare nel muro. L’uscio con le imposte e l’architrave. Della porta vera e propria, la tavola di legno con la maniglia e magari il suo piccolo quadratino di vetro, non c’è traccia. Ti domandi chi l’abbia portata via. O se sia mai esistita.

   Ti alzi in piedi, lentamente, e nel farlo senti qualcosa. Un rumore sordo. Un crack la cui origine è molto vicina a te. Abbassi lo sguardo sul braccio destro. Sembra il solito che ti ha accompagnato per tutti questi anni. Né grassottello né magro. Con muscoli di bicipite, tricipite e avambraccio ben tesi, non gonfi come quelli di chi va in palestra, ma pronti a flettersi e a contrarsi a ogni tuo comando. Peli nerastri che lo ricoprono dal polso e fin sopra il gomito, sfumando il loro colore in corrispondenza dell’interno e via via che salgono. E una mano – la mano di sempre – con qualche vena in rilievo, dita lunghe e affusolate e più di un graffio su dorso e pollice.

   Crack.

   Eppure il suono proveniva proprio da questo tuo arto superiore. Strano, a vederlo non pare avere problemi. E – lo agiti e lo giri da tutte le parti, piegandolo da un lato e dall’altro, aprendo e chiudendo le dita – funziona come al solito, niente di diverso nelle risposte agli stimoli che il tuo cervello gli invia. Decidi di ignorarlo per il momento.

   Ti avvii alla porta e lanci un ampio sguardo al corridoio davanti a te. Ci sono cinque porte, tre sul lato sinistro e due su quello destro. In fondo ci sono l’atrio e la porta d’ingresso. Prima ancora di alzarti dal letto hai notato qualcosa sulla parete posta esattamente di fronte alla stanza dove ti trovi. Qualcosa che ti darebbe i brividi, se solo la razionalizzassi per bene. Ma per ora scegli di andare con calma, esaminare ogni stanza e solo alla fine vedertela con quella specifica parete.

   La prima stanza sulla sinistra è un’altra camera da letto, più piccola di quella in cui ti trovavi. Anche questa spoglia, senza finestre. C’è un solo accessorio da arredamento, uno che dentro una camera da letto non ti aspetteresti mai di trovare. Un bancone lungo e robusto, realizzato in qualche legno dalla tonalità accesa con una punta di bordeaux, forse ciliegio. Non un pezzo pregiato, ma neanche uno che compreresti a due soldi. Insomma, il solito bancone che si vede nei pub o, se ci si trovasse in un’altra epoca, in un saloon.

   Ci giri intorno e lo studi attentamente, ma ti accorgi che non nasconde niente, né al suo interno, né sopra e né tantomeno dietro.

   Esci dalla stanza ed entri in quella successiva. Questa volta si tratta della cucina. Solite pareti bianche, solita mancanza di elementi decorativi. In giro ci sono pochi oggetti. Un frigorifero staccato dalla corrente e che quando apri lo sportello scopri essere vuoto, caldo e pregno della puzza di formaggio, carne andata a male e forse un altro centinaio di cibi; un lavandino pulito dall’altra parte della stanza rispetto al frigorifero; delle tubature che immagini servano a portare il gas a un forno che non esiste più, o deve ancora arrivare nell’appartamento; un orologio da muro color argilla con le lancette ferme sulle dieci meno venti, e sul cui sfondo vedi un cavaliere in sella al suo cavallo, ambedue trafitti da una sola, lunga, sottile e mortale lancia, che entra alla base del collo dell’animale, lo trapassa verso l’alto e si conficca nel petto dell’uomo, la cui testa coperta dall’elmo ora riposa col mento in prossimità dello sterno; e infine un piccolo tavolo di legno. Sul tavolo c’è un piatto e sul piatto un sandwich. Due pezzi di pane con crosta, salame o prosciutto all’interno, due o tre foglie di lattuga e tanta, troppa maionese che dal sandwich è colata nel piatto dando vita a un lago giallognolo maleodorante. Sul sandwich c’è l’impronta di un morso che se ne è portato via un quarto. Cinque segni lasciati da denti che non temono l’abbondanza della maionese.

 

 

Piattaforme dove reperire l'ebook:

 

Amazon

BookRepublic

laFeltrinelli

Kobo

 

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