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Mad.

Come dovrebbe svolgersi una conversazione tra psicologo e paziente

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So che vi sembrerà assurdo, ma non sono mai andata da uno psicologo :fuma: quindi chiedo aiuto a voi: come dovrebbe svolgersi una conversazione tra paziente e dottore? Insomma, si va subito al sodo (-Come va la tua pazzia,caro? - Bene Dottore, grazie!) o si fa prima un abbozzo di chiacchierata e poi si arriva al problema? Insomma, non ne ho idea.

 

Ah, un'altra cosa: il paziente in questione è in cura perché ha degli incubi strani e non riesce a distinguere sempre il sogno e la realtà, secondo voi uno psicologo va bene o è meglio uno psichiatra?

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In linea generale dipende molto dal modo in cui si entra in terapia, cerco di spiegarmi.

Se è la persona stessa che a causa di un disagio decide di recarsi dallo psicologo allora, quasi sicuramente, sarà di sicuro più invogliata al dialogo e parteciperà attivamente. Di norma ci saranno degli incontri preliminari in cui lo psicologo ti chiederà, fondamentalmente, cosa non va nella tua vita. Esordire con "Come va la tua pazzia", lo escluderei ;)

Anche perché i motivi che spingono ad entrare in analisi raramente sono legati alla pazzia, intesa come demenza o incapacità di intendere e di volere. Molto spesso invece sono da imputarsi a disturbi ansiogeni, compulsivi, incapacità relazionali e via dicendo. La differenza fondamentale tra psicologo e psichiatra è che il secondo può prescriverti medicinali, il primo no.

Quindi, ricapitolando, e ti parlo per una brevissima esperienza personale (ho attraversato un periodo di grande ansia), lo psicologo all'inizio ti lascia a briglia sciolta, ascolta e, se è bravo, fa domande pertinenti al fine di comprendere meglio la tua natura e il tuo problema.

Alcuni ti illustrano il programma che hanno in mente di seguire, e nelle sedute successive si tratteranno argomenti che sceglieranno loro, passando dai macro sistemi della tua vita (il mondo che ti circonda, i conoscenti, e via dicendo) ai micro sistemi (amici, relazioni amorose, situazione lavorativa o lo studio) per finire con la parte più ostica, che è la famiglia e il rapporto con i genitori.

Nel tuo caso, ovvero quello del tuo paziente, è necessario fare una precisazione. È affetto da vere e proprie allucinazioni o ha difficoltà nel capire la differenza tra quello che ha sognato e la vita reale? Nel primo caso il trattamento farmacologico sarebbe indicato, nella seconda ipotesi i fattori da valutare sono molteplici: l'età, traumi, ne ha sempre sofferto, ha iniziato a soffrirne in un determinato momento; insomma, per i disturbi psicologici i farmaci dovrebbero essere sempre l'ultima spiaggia.

Spero di esserti stato utile :)

Modificato da Federico89s

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Mi sembra più un disturbo da psichiatra che da psicoterapeuta. In ogni caso è difficile rispondere in breve alla tua domanda, perchè ogni scuola ha il suo particolare metodo, quindi le interazioni psicoterapeuta-paziente possono essere molto diverse tra un metodo e l'altro (dal famoso lettino dello psicoanalista alla conversazione faccia a faccia delle altre scuole, ad esempio).

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Psicologo, dubito che dallo psichiatra ci si vada di spontanea volontà.  :asd:

 

Comunque è molto semplice: ci si accomoda e si parla.  :fuma:

Lo psicologo ti chiede di parlare, ti domanda il motivo per cui sei voluto andare da lui. Poi, in base al problema, sceglie un approccio adatto.

Potrebbe farti domande in merito alla questione (gli psicologi son capaci di collegare le cose in una maniera incredibile), così come chiederti della tua famiglia (è assodato che la maggior parte dei problemi vengano da lì).

Se gli racconti un evento, ti chiede cos'hai provato in quel momento. Ti fa scavare dentro di te.

 

Guarda, vacci. E' il modo migliore per capire come funziona.  :asd:

 

PS: Il problema secondo il paziente spesso non coincide col problema vero e proprio, che lo psicologo deduce ed esplicita soltanto successivamente.

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 Esordire con "Come va la tua pazzia", lo escluderei ;)

 

 

In realtà era una battuta xD

Comunque grazie, mi siete stati tutti molto utili.

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Psicologo, dubito che dallo psichiatra ci si vada di spontanea volontà.  :asd:

Questo non è assolutamente vero. Sono uno psichiatra, visito ogni giorno in un servizio di salute mentale e da me viene un sacco di gene (anche troppi), tutti volontariamente e ben contenti di essere seguiti e curati.

 

In realtà non è facile rispondere alla tua domanda, o meglio, si potrebbe rispondere in un infinità di modi diversi, tanti quanti sono i pazienti che vedi.

Cercherò comunque di esserti utile dicendo innanzi tutto ciò che cerco di fare quando vedo per la prima volta un paziente.

Innanzi tutto, la cosa più importante all'inizio è quella di stabilire una relazione. Ciò che viene detto, l'apparente motivo della visita, in realtà è spesso uno specchietto per le allodole. Il paziente dice quel che pensa di sapere, o quello che pensa che tu voglia sentire da lui. In realtà porta un disagio di cui non conosce nulla se non la sua sofferenza.

E' ovvio che il paziente parla di sè, ma quello che si osserva sono fondamentalmente le sue modalità comunicative, i nessi logici con cui concatena i pensieri, l'atteggiamento nei confronti del mondo e l'interpretazione della sua realtà.

Molto importante è anche l'atteggiamento del corpo, la postura, il tono della voce, i movimenti, lo sguardo, perfino l'abbigliamento e l'igene personale (anche il naso gioca la sua parte).

Costruire una relazione partendo da questi elementi significa cercare di ricreare una parte di mondo all'interno di quello studio (di quel setting per usare un termine più appropriato) nel quale il paziente possa riconoscersi e elaborare un diverso punto di vista su sè stesso.

Fare terapia, in questo senso, non significa dare buoni consigli o dire al paziente cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma semplicemente fornire al paziente un contesto dove possa recuperare la propria autonomia di poter decidere per sè stesso, libero dal condizionamento della sofferenza.

Sarebbe troppo lungo cercare di spiegare come avviene tutto questo, spero solo di averti dato un'idea sommaria.

Comunque, se ti interessa il tema, ti segnalo un'altra discussione aperta che riguarda la rappresentazione della follia in letteratura che puoi trovare qui

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Certo, "Mad" che non va dallo psicologo non si era mai visto.

:asd:

 

C'hai ragione, rimedierò u.u

 

 

 

Psicologo, dubito che dallo psichiatra ci si vada di spontanea volontà.  :asd:

Questo non è assolutamente vero. Sono uno psichiatra, visito ogni giorno in un servizio di salute mentale e da me viene un sacco di gene (anche troppi), tutti volontariamente e ben contenti di essere seguiti e curati.

 

In realtà non è facile rispondere alla tua domanda, o meglio, si potrebbe rispondere in un infinità di modi diversi, tanti quanti sono i pazienti che vedi.

Cercherò comunque di esserti utile dicendo innanzi tutto ciò che cerco di fare quando vedo per la prima volta un paziente.

Innanzi tutto, la cosa più importante all'inizio è quella di stabilire una relazione. Ciò che viene detto, l'apparente motivo della visita, in realtà è spesso uno specchietto per le allodole. Il paziente dice quel che pensa di sapere, o quello che pensa che tu voglia sentire da lui. In realtà porta un disagio di cui non conosce nulla se non la sua sofferenza.

E' ovvio che il paziente parla di sè, ma quello che si osserva sono fondamentalmente le sue modalità comunicative, i nessi logici con cui concatena i pensieri, l'atteggiamento nei confronti del mondo e l'interpretazione della sua realtà.

Molto importante è anche l'atteggiamento del corpo, la postura, il tono della voce, i movimenti, lo sguardo, perfino l'abbigliamento e l'igene personale (anche il naso gioca la sua parte).

Costruire una relazione partendo da questi elementi significa cercare di ricreare una parte di mondo all'interno di quello studio (di quel setting per usare un termine più appropriato) nel quale il paziente possa riconoscersi e elaborare un diverso punto di vista su sè stesso.

Fare terapia, in questo senso, non significa dare buoni consigli o dire al paziente cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma semplicemente fornire al paziente un contesto dove possa recuperare la propria autonomia di poter decidere per sè stesso, libero dal condizionamento della sofferenza.

Sarebbe troppo lungo cercare di spiegare come avviene tutto questo, spero solo di averti dato un'idea sommaria.

Comunque, se ti interessa il tema, ti segnalo un'altra discussione aperta che riguarda la rappresentazione della follia in letteratura che puoi trovare qui

 

Grazie mille Poldo! 

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Condivido quanto detto sopra, ma secondo me va fatta una precisazione. Lo psicologo è un laureato in psicologia. Lo psichiatra è un laureato in medicina specializzato in psichiatria. Entrambe possono essere psicoterapeuti: le scuole di psicoterapia sono scuole quadriennali che devono seguire determinati parametri per poter essere accreditate dal Ministero e per poter dare il titolo di psicoterapeuta e sono aperte ai laureati sia in psicologia che in psicoterapia. Quello che differisce tra i due è la possibilità di prescrivere farmaci, riservata solo ai laureati in medicina (per ovvi motivi). Di conseguenza è più facile che certi tipi di malattie che vengono curate con farmaci (accanto alla psicoterapia) siano seguite dallo psichiatra/psicoterapeuta, diciamo per un'economia di scala. Se invece il rapporto si basa solo sulla somministrazione di farmaci, sicuramente non è uno psicologo, bensì un medico (attenzione, potrebbe anche non essere uno psichiatra... l'Italia è piena di medici di base che prescrivono psicofarmaci senza essere psichiatri!). 

Quindi, se nel tuo libro dici solo "psicoterapeuta" e fa solo colloqui, possono essere entrambe. 

Io aggiungerei anche che, come la distinzione tra sogno e realtà, anche quella tra normalità e pazzia spesso è sfumata :OO: 

Sicché il tuo protagonista potrebbe essere una persona perfettamente adeguata nella quotidianità con un problema relativo solo al sonno, così come un pazzo completo imbottito di psicofarmaci... direi che su quest'asse ti puoi "giocare" il professionista che vuoi.

Ultima cosa... spesso il colloquio inizia con un generico "Mi dica..." per cercare di non indirizzarlo da una parte o dall'altra. Scrivere quel che segue, ahimè, ha le difficoltà di ogni buon dialogo...

Spero di esserti stata utile. 

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Tema affascinante questo!

Penso che il nodo della questione stia nel fatto di considerare gli squilibri mentali come espressione di malattia oppure no.

Se uno ritiene di avere un problema di salute dal suo medico ci va, semplicemente. Se invece pensa che sia un disagio di altra natura allora si dirige  anche verso un professionista che sia di altra formazione.

L'approccio del terapeuta è legato sopratutto alla sua formazione, alla scuola e alle tecniche che usa.

Ma penso che tutti chiedano di parlare riguardo al "problema" come approccio.

Insomma un "come stai? che posso fare per te?" credo vada sempre bene.

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Aggiungo una piccola nota personale (dal momento che sono in terapia da un anno circa per ansie varie...).

Ogni psicologo (o nel mio caso psichiatra) agisce come meglio crede a seconda del paziente, nel mio caso la terapia si svolge con me seduta sulla sedia (non ci sono lettini dal mio XD), girata di spalle. 

Così facendo ho più libertà di espressione, o almeno è questo il senso del tutto. 

In molti libri il paziente parla sempre del suo problema, incitato anche dallo psicologo, ma in realtà accade molto raramente... quando si va lì si parla di un po' tutto quello che ci passa per la testa, e riguardo i problemi d'ansia, molte volte del problema stesso nemmeno si discute.

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Riprendo questa discussione, cercavo altro, ma mi è servita lo stesso. Anch'io ho bisogno dello psicologo: la mia protagonista deve entrare in terapia.

Ho una domanda: nella prima seduta lo psicologo sa già il motivo per il quale il paziente è andato da lui?

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Riprendo questa discussione, cercavo altro, ma mi è servita lo stesso. Anch'io ho bisogno dello psicologo: la mia protagonista deve entrare in terapia.

Ho una domanda: nella prima seduta lo psicologo sa già il motivo per il quale il paziente è andato da lui?

Ciao.

Di solito la prima seduta inizia proprio chiedendo i motivi che hanno spinto il paziente a contattare lo psicologo. In alcuni centri grandi dove si lavora in équipe una prima scheda viene già fatta al momento della telefonata per fissare il primo appuntamento, quindi quando la seduta inizia c'è già una prima idea del motivo.

Va da sé poi che la psicoterapia è un viaggio di cui non si conosce il percorso in anticipo. Una persona può iniziare una terapia lamentando un sintomo e poi si scopre che i suoi veri problemi stavano altrove.

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Riprendo questa discussione, cercavo altro, ma mi è servita lo stesso. Anch'io ho bisogno dello psicologo: la mia protagonista deve entrare in terapia.

Ho una domanda: nella prima seduta lo psicologo sa già il motivo per il quale il paziente è andato da lui?

Ciao.

Di solito la prima seduta inizia proprio chiedendo i motivi che hanno spinto il paziente a contattare lo psicologo. In alcuni centri grandi dove si lavora in equipe una prima scheda viene già fatta al momento della telefonata per fissare il primo appuntamento, quindi quando la seduta inizia c'è già una prima idea del motivo.

Va da sé poi che la psicoterapia è un viaggio di cui non si conosce il percorso in anticipo. Una persona può iniziare una terapia lamentando un sintomo e poi si scopre che i suoi veri problemi stavano altrove.

 

 

Nel mio caso la faccio andare privata e sono i genitori a mandarla.

I problemi per cui va dallo psicologo (anzi dalla psicologa) sono noti e servono alla protagonista per venire fuori dal suo problema. Il quadro è abbastanza semplice.

Più che altro, ora che ci penso, sono perplesso dalla risposta che dovrebbe dare la psicologa. La soluzione la so, ma per non scrivere scemenze avrei bisogno di una risposta tecnica.

 

È possibile esporre il caso?

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Riprendo questa discussione, cercavo altro, ma mi è servita lo stesso. Anch'io ho bisogno dello psicologo: la mia protagonista deve entrare in terapia.

Ho una domanda: nella prima seduta lo psicologo sa già il motivo per il quale il paziente è andato da lui?

Ciao.

Di solito la prima seduta inizia proprio chiedendo i motivi che hanno spinto il paziente a contattare lo psicologo. In alcuni centri grandi dove si lavora in equipe una prima scheda viene già fatta al momento della telefonata per fissare il primo appuntamento, quindi quando la seduta inizia c'è già una prima idea del motivo.

Va da sé poi che la psicoterapia è un viaggio di cui non si conosce il percorso in anticipo. Una persona può iniziare una terapia lamentando un sintomo e poi si scopre che i suoi veri problemi stavano altrove.

 

 

Nel mio caso la faccio andare privata e sono i genitori a mandarla.

I problemi per cui va dallo psicologo (anzi dalla psicologa) sono noti e servono alla protagonista per venire fuori dal suo problema. Il quadro è abbastanza semplice.

Più che altro, ora che ci penso, sono perplesso dalla risposta che dovrebbe dare la psicologa. La soluzione la so, ma per non scrivere scemenze avrei bisogno di una risposta tecnica.

 

È possibile esporre il caso?

 

Se posso darti una mano lo faccio volentieri.

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Allora, la protagonista è una bella ragazza che, a seguito di uno stupro e lesioni con fratture in varie parti del corpo finisce in ospedale.

Quando esce non si riprende e finisce per soffrire di autolesionismo (c'è un crescendo prima di arrivare a questo). Rifiuta ogni contatto con l'altro sesso, la sola presenza la disturba. Non mi dilungo sui dettagli, ma sono i genitori a costringerla ad andare dallo psicologo, dopo che ha mandato un suo compagno di corso di autodifesa all'ospedale durante un esercizio.

Ho ipotizzato dal principio una rabbia repressa con rifiuto di parlare con la terapeuta (donna, ovviamente) e successivo scioglimento della protagonista.

Non vorrei far dire alla psicologa frasi banali del tipo: «Cerca di vincere le tue paure e prova a rimetterti in gioco.». Penserei più ad un percorso con difficoltà crescenti, ammesso che sia corretto, ma non vorrei dare un'immagine banale e sciatta (è vero che in fase di editing si può correggere, ma se l'impostazione è sballata...).

 

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Da quello che ho capito quando entra in scena la psicologa il lettore sa già la storia della ragazza. Quindi la terapia non ti serve a raccontarla.

Il racconto è in prima o in terza persona? La terza permetterebbe di far fare alla psicologa molte osservazioni sull'aspetto della ragazza, il modo di parlare, gli sguardi, i silenzi e il modo in cui tutto questo evolve nel corso della terapia. 

La psicologa sa già la storia della ragazza? L'ha appresa dai giornali o dai genitori? A meno che la paziente sia molto molto giovane, non sarebbe corretto farsi raccontare la storia dai genitori (poi a me sono capitati genitori che letteralmente si infilavano in studio e ci voleva del bello e del buono a farli uscire, ma sarebbe meglio che così non fosse).

Se è stata forzata ad andare in terapia è probabile che all'inizio non parli, o parli di cose molto banali, o svaluti il lavoro della terapeuta. La tua abilità dovrà essere nel costruire dialoghi che prevedano progressivi svelamenti. Io alla psicologa non farei dire frasi tipo quella che hai scritto, né dare consigli, dire frasi consolatorie, censurare alcun comportamento, dare giudizi di valore. Più che "dire", la psicologa farà delle domande, la bravura è farle fare le domande giuste.

Poi tutto dipende da dove vuoi condurre la storia e quanto vuoi dare importanza a queste scene. 

Ovviamente ogni terapeuta agisce in base alla sua scuola teorica di riferimento, ma se sei digiuno dell'argomento meglio non impelagarti in cose troppo difficili, tipo una terapia strategica in cui vengono dati compiti precisi. Parla di una terapia faccia a faccia ed evita l'argomento dell'inconscio che è materia complicata da maneggiare ;) 

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Da quello che ho capito quando entra in scena la psicologa il lettore sa già la storia della ragazza. Quindi la terapia non ti serve a raccontarla.

 

Sì, ho un approccio hitchcockiano, il lettore sa sempre tutto. La terapia, se intendi le sedute, non ho intenzione di dedicarle troppe pagine, solo il giusto per far evolvere la storia e accennarne brevemente in seguito,
 

Il racconto è in prima o in terza persona? La terza permetterebbe di far fare alla psicologa molte osservazioni sull'aspetto della ragazza, il modo di parlare, gli sguardi, i silenzi e il modo in cui tutto questo evolve nel corso della terapia.

 
Terza, proprio per il motivo che hai scritto.
 

La psicologa sa già la storia della ragazza? L'ha appresa dai giornali o dai genitori? 

 

Non ci ho pensato, ma pensavo di tenerla all'oscuro. Pensavo che i genitori la obbligassero, le pagano lei la terapia, ma la scelta la fa lei. La ragazza ha 26/28 anni, devo ancora decidere, e vive da sola.

 

Se è stata forzata ad andare in terapia è probabile che all'inizio non parli, o parli di cose molto banali, o svaluti il lavoro della terapeuta. La tua abilità dovrà essere nel costruire dialoghi che prevedano progressivi svelamenti. Io alla psicologa non farei dire frasi tipo quella che hai scritto, né dare consigli, dire frasi consolatorie, censurare alcun comportamento, dare giudizi di valore. Più che "dire", la psicologa farà delle domande, la bravura è farle fare le domande giuste.

Quello che pensavo. Pur non avendo esperienza diretta, potrei rifarmi alla psicologa dei Soprano (grande serie. A chi non l'ha vista la consiglio): non giudicava mai, faceva domande e metteva Tony Soprano di fronte ai suoi pensieri, ai suoi comportamenti, alle sue emozioni.

 

Poi tutto dipende da dove vuoi condurre la storia e quanto vuoi dare importanza a queste scene. 

Ovviamente ogni terapeuta agisce in base alla sua scuola teorica di riferimento, ma se sei digiuno dell'argomento meglio non impelagarti in cose troppo difficili, tipo una terapia strategica in cui vengono dati compiti precisi. Parla di una terapia faccia a faccia ed evita l'argomento dell'inconscio che è materia complicata da maneggiare ;)

 

Il trattamento è solo una parte della storia, infatti voglio che la psicologa consigli alla protagonista di frequentare un gruppo di donne violentate (questa dovrebbe essere la soluzione finale). Forse le faccio abbandonare la terapia perché capisce che deve reagire da sola.

Deve solo sbloccarla e farla camminare con le sue gambe. Niente inconscio, dato che il suo blocco deriva da un trauma conosciuto.

 

La "chiacchierata" con te è stata molto utile, mi ha evidenziato alcuni punti che avevo tralasciato.

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