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Lo scrittore incolore

[MI40] O-lo-càu-sto

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commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/20632-mi40-quando-un-dottore/

 

Olocausto. O-lo-càu-sto. O-l-o-c-a-u-s-t-o.

Dà fastidio, vero?

Sembra il ronzio, ficcato nelle orecchie, del volo di un calabrone troppo grosso per quelle stupide alette.

Eppure anche gli indiani d’America vennero trucidati, le popolazioni andine furono cancellate dalla storia e orrori di dimensioni più colossali furono compiuti.

Perché allora disturba l’Olocausto?

Perché ci sono le immagini. Le fotografie ci fanno rabbrividire, mettono in moto il nostro istinto di sopravvivenza e ci fanno stringere il culo.

D’altronde quante storie di paura avete liquidato con un’alzata di spalle, ma quanti film horror avete visto con un cuscino piantato davanti agli occhi?

 

Il mio nome è André Tolouse e fino a tre mesi fa vivevo beatamente in una Parigi mai così viva.

Ero un pianista dai capelli color biondo cenere e dagli occhi azzurri come le acque della Senna nei giorni di sole.

Una cosa bislacca per uno con due genitori dai tratti corvini che non ricordavano parenti prossimi dai quali avessi potuto ereditare un simile patrimonio genetico.

Ecco quella è stata la mia rovina.

Mio padre è stato circonciso all’ottavo giorno di vita e stessa sorte è toccata a me, perché in casa nostra non abbiamo mai creduto in Gesù di Nazareth come il nuovo Messia e siamo ancora in attesa.

Tre mesi fa, il 22 giugno 1940, ho dovuto lasciare la mia amata città, insieme alla mia famiglia.

Non siamo partiti per un viaggio di piacere. Sono entrati in casa nostra, hanno sparato a mio padre e hanno tirato un calcio nel ventre di mia madre.

Io non ho reagito.

Ora sono a Dacau.

I miei fratelli ebrei, ogni giorno, quando non sono visti delle guardie, mi sbattono contro la recinzione e mi chiamano “sporco ariano”. Credono che io sia una spia per i miei tratti somatici e mi picchiano al rallentatore. Non hanno forza nemmeno di fare uno sbadiglio, ma trovano odio e rabbia per tirarmi uno spintone.

Eppure la mia pancia è sparita come la loro.

Se fossi davvero una spia sarebbe meglio, almeno mangerei tutto quello che mangiano i soldati.

Una volta mi sono preso cento frustate sulla schiena perché mi sono affacciato alla finestra dell’ufficio di uno di loro all’ora del pranzo, di domenica.

Mi trattano come gli altri ebrei, niente di più, niente di meno.

 

Stamattina ho messo in bocca un sasso e ho succhiato un po’ di fango, sperando di poterne tirare fuori un po’ di nutrimento, poi ho passato metà mattinata a graffiarmi la faccia, perché stanotte gli altri mi hanno buttato fuori dal caseggiato e ho dovuto dormire sulla terra battuta.

Allora ho defecato e mi ci sono poggiato su con la testa, per stare più morbido, ma adesso l’odore è tremendo.

Un soldato sta venendo verso di me. È giovane. Ha segni freschi di acne sulle guance.

Porto la mano destra sulla schiena. Che cosa ho sbagliato?

Ti prego, fa che mi uccida, ti scongiuro fa che mi uccida.

«Di dove sei ragazzo?»

Parla francese.

«Io… Di Parigi, signore.»

«Hai tratti ariani, i tuoi occhi sono più azzurri dei miei.»

«Sì.»

Non aggiungo altro. Cosa aggiungere?

Si toglie il suo grosso cappello e me lo mette in testa.

Sono tutto ossa e mi cade fino agli occhi.

«Guardati in questa pozzanghera. Sembri uno di noi. Vuoi fare una cena come si deve?»

Ha toccato la corda giusta.

Cado in ginocchio e gli bacio i piedi, mentre il cappello mi sobbalza sulla fronte.

 

Mi hanno ingannato. Il giovane soldato mi ha portato dietro un angolo e con un paio di compagni mi ha riempito di botte. Ho cercato con tutte le mie forze di morire, ma non ci sono riuscito.

Il cuore batte ancora e ho gli occhi chiusi.

Li riapro.

Mi hanno vestito come un soldato dei loro e ho un fucile tra le mani.

Sono dall’altra parte.

Sulla pelle sento il fresco della sera, siamo all’aperto, fuori da un locale.

Riconosco in un angolo il giovane che mi ha adescato. In mano ha un boccale di birra e gli occhi spiritati.

Poi lo stomaco mi si chiude e vomito.

Davanti a me ci sono cinque fratelli ebrei, in ginocchio, con le mani giunte dietro la testa. Il secondo da destra è un bambino sui dieci anni e piange a dirotto.

«Dieci marchi che ne prende almeno tre!»

«Venti che ne prende due!»

Si sentono grida da ogni lato.

Il giovane mi guarda e sovrasta le voci: «Hai un fucile puntato sulla schiena, se ti rifiuti muori!»

La vendetta si materializza davanti a me. Mi accarezza come una puttana con un basso tariffario.

Perché non fare una carneficina d’altronde? Mi hanno fatto dormire sulla mia merda.

Urlo.

Mi strappo la divisa sul petto. Sulla parte destra c’è il mio numero di serie marchiato a fuoco, sulla sinistra una stella a sei punte con due “S”, una a fianco all’altra, regalo del taglierino di uno dei miei camerati, più convinto di altri che io fossi una spia.

Guardo un attimo al cielo.

Le stelle lassù sono luminose e vive, la mia ha solo i contorni ingrigiti ed era già morta prima di nascere.

Mi punto il fucile in petto e premo il grilletto.

Una macchia di sangue si allarga, come denso olio.

Li ho stupiti. Ebrei e tedeschi hanno la stessa espressione assente sul volto.

Muoio in solitudine, da entità vacua.

 

Ma in fondo chi vi dice che io sia mai esistito?

E se fossi un grido nel vuoto? Una piccola coscienza che continua a sussurrarvi nell’orecchio: “O-lo-càu-sto”?.

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Avevo immaginato anche qualcosa del genere per questo prompt.

Potevi tralasciare però, per risparmiare caratteri, la piccola cronistoria dei genocidi degli indiani, anche perchè non propriamente necessaria e inserire direttamente la storia principale.

Coloro che arrestano questa famiglia di ebrei entrano dunque in casa e sparano direttamente sul padre del protagonista?

Il motivo? Dovevano si sterminare tutti, ma non sul posto, erano a Parigi non a Varsavia, dove gli ebrei si rivoltarono e combatterono.

Negli arresti in città, diciamo di routine, prelevavano tutti vivi, hai presente la famiglia di Anna Frank? Vissero nascosti per due anni in una soffitta e poi furono scovati e arrestati. Morirono tutti meno il padre, ma il loro destino si compì nei campi di sterminio.

Non era anomalo che un ebreo francese o anche tedesco avesse lineamenti nordici. Non avrebbe destato troppo interesse negli altri ebrei, se osservi le foto dei prigionieri molti potevano benissimo passare per tedeschi. Alcuni ebrei non circoncisi, figli magari di un ariano e di una donna ebrea e quindi per la legge ebraica ebrei a tutti gli effetti, perchè si guarda alla discendnza certa della madre ebraica in Israele per essere considerati ebrei, alcuni di questi ebrei dicevo, non circoncisi, per salvarsi dallo sterminio si arruolarono volontariamente nelle SS, pur senza partecipare agli eccidi. Alcuni di loro scrissero la loro storia alla fine della guerra.

Il passaggio del protagonista dalla parte dei suoi carcerieri  è espresso bene, quasi come il risvegliarsi da un sogno.

Hai scelto di far finire subito questo sogno, in quanto il dolore dell'ex prigioniero è talmente grande che non approfitta minimamente della sua posizione nemmeno per fuggire, scoprendosi subito, senza chiedersi il perchè di quella situazione, senza descrivere le sensazioni di trovarsi in quegli abiti, senza provare a bleffare per salvarsi e dopo essersi strappato la divisa si uccide.

Ha fatto una scelta. Avevi a disposizione ancora tremila caratteri, potevi motivare un po di più, spendere qualche parola ancora per descrivere le sensazioni nello stare dall'altra parte, se non altro perchè il protagonista poteva avere dei dubbi, dei risentimenti dopo essere stato trattato così male da quelli della sua stessa razza. Perlomeno un attimo nella sua mente avresti dovuto fargli balenare un pensiero di vendetta, sarebbe stato umano anche per un figlio del popolo eletto, salvo poi a ravvedersi davanti ai condannati a morte,  la sua vera gente. Descrivere uno sguardo dei suoi fratelli nel vederlo indossare quella divisa... tutto un seguito di situazioni e comportamenti che potevi tratteggiare.

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Unius il tuo commento è figlio di una lettura attenta e ti ringrazio tanto. Sai che vuol dire fare una critica.

Ho detto nel pubblicarlo di aver fatto un azzardo, prima storico e poi letterario. Ho voluto lasciare spazio all'immaginazione. Il bambino che piangeva a dirotto mi è servito per far capire la tragedia degli ebrei di fronte al fratello.

Il padre viene ucciso per aver tentato di salvare la sua famiglia, l'ho sottinteso.

So anche io che un ebreo con tratti ariani non era una cosa poi così rara e per questo alla fine l'ho trasformato in una coscienza, che semplicemente ci ricorda che gli orrori dell'Olocausto sono stati vissuti singolarmente da persone con la propria storia.

Spero di averti convinto ora, ma mi rendo conto che già la fedeltà ai fatti di storia mi sega le gambe.

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Parecchio ha già detto Unius. Ogni persecuzione e strage dev'essere esecrata. Ma  aggiungerei che l'olocausto (con buona pace dei rozzi revisionismi), si caratterizza e desta un orrore sui generis - a parte la documentazione-  perchè ha preso di mira una razza, a prescindere da ogni altra colpa, utilità, vendetta, utilizzate semmai quali aggravanti. Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...

Quanto al merito, la parte iniziale è in effetti superflua e quella finale frettolosa. E (mi scuso,  tocca ai giudici!) non colgo i passaggi previsti dal prompt. Insomma,  la scrittura è abbastanza efficace, ma - avendone lodato altre - questa volta giudico la prova malriuscita.

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Anche io mi aspettavo un tema del genere per il prompt di mezzanotte, che secondo me richiedeva grandi capacità di immedesimazione. Concordo con Unius con tutte le osservazioni che ti ha fatto. Anche io mi aspettavo che emergesse un po' di sadismo, un desiderio di vendetta per i suoi ex compagni. E ci sarebbe stata bene anche una scena dove i soldati parlano ridendo delle torture che fanno ai prigionieri e lui deve stare a sentire. Potevi descrivere la lotta interiore di lui che vorrebbe rispondergli, ma ha paura perché si vuole salvare. Non so, è solo un'idea.

 

Comunque, lo stile mi è piaciuto molto e ti faccio i complimenti per come scrivi. 

A rileggerti!

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Anche secondo me, la prima parte è superflua. Sa un po' di saggio, e poco c'entra col racconto. Cioè, certo che c'entra, ma non serve alla storia, e ha una lingua diversa da quella che vai poi a usare dopo facendola spiccare in modo troppo deciso sul resto del racconto. Non che sia scritta male, intendiamoci, ma si sente che a parlare sei tu e non il personaggio del racconto. Per quanto riguarda il racconto in se, l'ho trovato ben scritto (come tutto del resto) ma a tratti inverosimile. Come ad esempio l'ingresso dei nazisti in casa che uccidono il padre a sangue freddo. Non credo che, sebbene fossero bestie d'inusitata malvagità, potessero andare in giro a uccidere la gente così, tanto per fare. Credo che avrebbero poi dovuto rendere conto a qualche superiore, in ogni caso. Non si capisce che l'hanno ucciso perché ha cercato di ribellarsi, quello devi dircelo tu. Tutto il resto mi è piaciuto. Anche la sua arrendevolezza, una volta indossata l'uniforme. Non mi ha infastidito quella mancanza di reazione, la sua completa resa, su tutti i fronti. Ho letto diversi libri sui campi di prigionia, e di solito la gente che c'è finita dentro non aveva più la forza per ribellarsi o istinto di vendetta. L'essere umano veniva annientato nel vero senso della parola, e così svaniva ogni istinto che non servisse alla semplice  sopravvivenza.

Bravo. Bella prova.  

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Grazie a tutti per i commenti edificanti! Se comincia ad apprezzarsi lo stile in quello che scrivo, c'è solo da gioire, perché almeno ho scritto un brutto racconto nei temi, ma l'ho scritto bene e questo è comunque piacevole ;)

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E' un racconto scorrevole, certamente. Però mi sembra che gli manchi qualcosa, soprattutto il passaggio "dall'altra parte" mi è sembrato piuttosto trascurato, ti ci potevi dilungare di più. E il finale: troppo frammentato nel ritmo, secondo me.

Per la credibilità storica, non sono certo nella posizione di farti rilievi concreti, me ne manca la competenza. Però in lettura ho avuto qualche dubbio.

Scusami il commento breve, purtroppo non ho molto tempo e vorrei leggere e commentare tutti. In realtà, comunque, ho anche proprio difficoltà a trovare qualcosa di preciso da dirti; ho l'impressione che tu non abbia sviluppato appieno il punto focale del racconto. Il risultato mi sembra quasi un piatto rifarsi a una tragedia che diventa man mano un luogo comune. Uhm, come spiegarmi: tu all'inizio del racconto fai dire al tuo protagonista che la forza dell'orrore dell'olocausto sta nelle immagini; ecco, il tuo racconto è un testo scritto, non un'immagine; e per come è scritto non trovo che abbia una sua particolare forza.

Ti lascio con un paio di segnalazioni poco significative.

 

ho passato metà mattinata a graffiarmi la faccia, perché stanotte gli altri mi hanno buttato fuori dal caseggiato e ho dovuto dormire sulla terra battuta.

Perché l'aver passato la notte all'addiaccio lo porta a graffiarsi la faccia?

 

mentre il cappello mi sobbalza sulla fronte.

Non so, forse è solo una considerazione personale, comunque non mi pare che il verbo "sobbalzare" funzioni bene, qui.

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Tutti i racconti che parlano di fatti realmente accaduti mi provocano una sorta di violenza. E' qualcosa che sfuggo perché le ingiustizie mi toccano come fossero presenti. Al di là di questo, al di là dei riferimenti storici inesatti, trovo che il tuo racconto sia stato scritto da un risvolto completamente diverso da ciò che uno si aspetta. Dal "tuo" protagonista ci si aspetta ira, rabbia e quasi pazzia. Ha subito di tutto e su tutti i fronti ma pare uscire illeso da questi attacchi, rimane nel suo cantuccio, non si sporca le mani conservando una pacatezza che ha dell'incredibile, così come la sua scelta finale che lascia di stucco.

Il tuo racconto è lineare con la strada che hai preso ma non sono sicura di averla compresa bene.

 

 

Li ho stupiti. Ebrei e tedeschi hanno la stessa espressione assente sul volto.

 

 Descrizione che mi ha sorpreso. Mi riesce difficile credere, dopo una scena del genere, che i presenti avessero espressioni assenti. Magri sbigottita, si.

 

 

Ma in fondo chi vi dice che io sia mai esistito?

E se fossi un grido nel vuoto? Una piccola coscienza che continua a sussurrarvi nell’orecchio: “O-lo-càu-sto”?.

 

Sarebbe stato perfetto il finale se avessi sentito meglio "il grido" di questa violenza inumana.

 

In ogni caso scelta davvero coraggiosa la tua e lasciando da parte contenuto e riferimenti, scritta bene.

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L'inizio del racconto mostra il punto di vista di un tollerante, se non proprio di un negazionista, che ha già una chiara visione di cosa è stato l'olocausto. Anche il termine usato, notoriamente rifiutato dagli ebrei, colloca chiaramente la voce narrante.

Il salto "dall'altra parte" si attua sia nella posizione e sia nel tempo, è immenso e fin troppo repentino come prima senzazione di lettura. Tuttavia proprio per questa immensità dà l'impressione di introdurre il lettore in un sogno o in una visione.

 

La parte centrale mi pare difetti un poco di attinenza con la Storia, almeno rispetto alle testimonianze a me note dei sopravvissuti. Il desiderio di dormire sul morbido, il ribrezzo per il proprio odore (o quello dei propri escrementi) si allontanano dai bisogni primari definiti come gli unici "in primo piano" nell'esistenza all'interno dei lager.

 

Il ritorno al punto di partenza è solo una finzione cui il tuo protagonista è costretto per scherno: originale interpretazione.

Trovo però che non ci sia la riflessione imposta dalla boa. O forse il tuo messaggio vuole essere, semplicemente, che una volta che si è stati dall'altra parte non ci può più essere un completo ritorno al punto di partenza. Almeno: a me piace leggerla così.

 

A mio parere il tuo racconto, abbastanza prevedibile nella scelta delle due parti contrapposte (nazista/ebreo sono un paradigma della contrapposizione e dell'impossibilità di comprendere l'altra parte), sia comunque sviluppato in modo interessante: quell'ammiccare all'incubo o alla visione io lo considero un buon modo per soddisfare il prompt e dare una certa credibilità alla storia.

Però io avrei evitato di concludere in modo così "spiegato". La sensazione che si tratti di "una voce che sussurra nel vento" (perdonami la scarsa originalità con la quale la definisco) dovrebbe avvolgere il lettore grazie all'atmosfera creata dal racconto, non perché sollevi tu - autore - il dubbio con una domanda esplicita e poco elegante dal punto di vista narrativo.

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Ti confesso la mia perplessità, Scrittore Incolore. Non tanto per il racconto in sé o per la scrittura, quanto per la sua verosimiglianza.

Sei andato a sceglierti non solo un contesto storico, ma uno dei contesti storici più analizzati e narrati che si potessero trovare. Inevitabile quindi che ci si domandi se la storia che racconti abbia la possibilità di essere avvenuta. O comunque se il contesto sia corretto. Secondo me non lo è, poi magari mi dirai che conosci personalmente qualcuno a cui è successo e io mi azzittirò con la coda tra le gambe, però al momento ti spiego cosa secondo me lo rende inverosimile. E persino, anche se di sicuro involontariamente, sospetto.

L'immagine dell'ebreo piccolo, scuro, col naso aquilino, è stata creata dagli antisemiti per poter meglio visualizzare il nemico da combattere. In particolare il naso aquilino - non ho mai conosciuto un ebreo che lo avesse - è chiaramente un simbolo di rapacità. Lo sapevano bene gli stessi nazisti che diffondevano questa immagine, ma poi spulciavano i registri delle nascite per cercare chi poteva essere considerato ebreo senza averne l'aspetto stabilito.

Anche ebrei biondi ne esistono in abbondanza, personalmente ne conosco un paio. Il fatto è che dovunque le comunità della diaspora siano vissute abbastanza a lungo hanno finito per scambiare geni con le popolazioni tra le quali vivevano. Non c'è segregazione genetica che tenga. Quindi che il tuo protagonista venga rifiutato dagli altri prigionieri secondo me non funziona. Ma non solo.

Se si possono anche avanzare dubbi sulla frequenza del carattere capelli biondi/pelle chiara tra gli ebtrei, certo non se ne possono avanzare sulla presenza del carattere capelli neri/pelle scura tra i non ebrei.

E allora perché il sospetto che i nazisti abbiano infiltrato una spia inverosimile tra gli internati? Di sicuro di aspiranti spie in grado di passare non tanto per ebrei quanto per il luogo comune dell'ebreo ne avrebbero avuti a bizzeffe. Basta guardare lo stesso Adolf Hitler.

Ecco. Lascio ad altri l'analisi del racconto letteraria del racconto e mi accontento di questo. Se tu avessi separato la tua storia dal fin troppo conosciuto contesto dei campi di sterminio nazisti, facendone magari un racconto di fantascienza oppure un'ucronia la storia avrebbe potuto funzionare anche molto bene.

Così non sono riuscito a leggerla col necessario distacco per darne un giudizio obiettivo.

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Veramente il racconto sarebbe anche scritto bene e in modo coinvolgente. Le mie obiezioni sono tutte riguardanti il contesto storico che hai scelto.

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Ed eccomi qua, non ho resistito, ma ScrittoreIncolore sappi che è colpa tua! ;)   

Ho letto anche questo tuo racconto tutto d'un fiato, hai saputo dosare sapientemente le emozioni del protagonista ed io ne sono stata coinvolta. Non so se sia preciso nella realtà storica e c'è anche qualcosa che mi ha lasciato un attimo perplessa ( ad es. non sono convinta che gli ebrei guardassero con meno disgusto un ebreo solo perchè sembrava più ariano), ma per il resto mi è piaciuto, scritto bene, pieno di pathos e ritmo, le immagini che hai creato sono forti e vivide, più di tutte mi ha colpito quella che descrive il protagonista dormire sulla propria m****, sottolineando perfettamente la degradazione e la perdita totale della dignità dell'umano.

A rileggerti.  :love:  

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@Nanni: grazie per aver apprezzato l'impalcatura, ma il contenuto è buttato lì purtroppo. Potevo Fare di meglio.

@millika: sei un tesoro! Leggi tutte le mie cose e mi lodi sempre :) ti ringrazio, la mia autostima con te fa dei salti che nemmeno super Mario quando prende il fungo ;)

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@Nanni: grazie per aver apprezzato l'impalcatura, ma il contenuto è buttato lì purtroppo. Potevo Fare di meglio.

@millika: sei un tesoro! Leggi tutte le mie cose e mi lodi sempre :) ti ringrazio, la mia autostima con te fa dei salti che nemmeno super Mario quando prende il fungo ;)

Ahaha bellissima immagine (super mario! :saltello: )!No, in realtà sono gli occhi ipnotici di quella testa di cavallo ( :indicare: hai scelto bene l'avatar) de l'incubo di Fussli che mi fanno dire queste cose...scherzi a parte, è ciò che penso. Alla prossima, chissà.  :)

Modificato da millika

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Parecchio ha già detto Unius. Ogni persecuzione e strage dev'essere esecrata. Ma  aggiungerei che l'olocausto (con buona pace dei rozzi revisionismi), si caratterizza e desta un orrore sui generis - a parte la documentazione-  perchè ha preso di mira una razza, a prescindere da ogni altra colpa, utilità, vendetta, utilizzate semmai quali aggravanti. Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...

Quanto al merito, la parte iniziale è in effetti superflua e quella finale frettolosa. E (mi scuso,  tocca ai giudici!) non colgo i passaggi previsti dal prompt. Insomma,  la scrittura è abbastanza efficace, ma - avendone lodato altre - questa volta giudico la prova malriuscita.

 

Ciao!

Scusa se mi permetto...

La mia osservazione non è relativa al racconto, ma alla tua frase "Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...".

Mi è parsa, di primo acchito, un'affermazione molto restrittiva, limitante e preoccupante.

 

Capisco che si vorrebbe tenere in considerazione differente i grandi temi, ma non porrei in relazione ciò con la possibilità di utilizzarli anche per espressioni non ad altissimo livello.

 

La libertà di espressione dovrebbe poter essere svincolata da qualsiasi remora. L'opera invece, giudicata invece per se stessa.

 

Ti prego di scusare il mio intervento o di perdonare se magari ho interpretato male io il concetto che volevi esprimere.

Grazie.

Ciao.

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la tua frase "Non l'avrei comunque "scomodato" per un raccontino...".

Mi è parsa, di primo acchito, un'affermazione molto restrittiva, limitante e preoccupante.

 

No, ci mancherebbe. Sono una sincera democratica, avversa a ogni limitazione della libertà di espressione. Forse la frase suona un po' brusca (me la consentivo, quale amica di Incolore), ma ho comunque usato la 1.a persona  condizionale e le virgolette.

Il racconto non mi è piaciuto anche per la banalizzazione del "grande tema": si può scrivere di tutto, certo, però il valore del testo dipende anche dalla maniera più o meno adeguata in cui lo spunto viene utilizzato. Se l'approccio appare inadeguato, la valutazione deve tenerne conto.

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Io sono un avido lettore di letteratura concentrazionaria, adesso sto leggendo il libro di Sam Pivnik. Sebbene, per quello che ho letto, episodi di contrasti erano molto frequenti ma sempre per motivi di mera sopravvivenza: rubare scarpe a chi le aveva o un po' di cibo nascosto. Ritengo difficile che qualcuno potesse essere picchiato solo perché appariva ariano, non era difficile trovare ebrei con capelli e occhi chiari, come Hans Israelowicz. I tedeschi avevano molte spie nel campo che corrompevano con piccole addizioni di cibo o altre cose che miglioravano la vita nel campo stesso, quindi non avevano l'esigenza, come rilevato anche da altri, di andare a prendere quello che sembrava meno ebreo di tutti. Anzi nell'immaginario tedesco, un ebreo, vigliacco per definizione, più era ebreo e più sarebbe stato disposto al tradimento. L'omicidio del padre, invece, non lo ritengo così improbabile se avesse fatto resistenza o fosse incapace di camminare o visibilmente malato. Di solito i tedeschi entrando in un palazzo con un paio di spari nessuno resisteva e tutti diventavano più docili e le operazioni diventavano molto più veloci. Quando aveva il fucile in mano il sentimento di vendetta sarebbe stato molto plausibile, come ben rilevato da chi mi ha preceduto. La cosa che ho trovato veramente difficile è che si sia sparato col fucile, è questo l'aspetto che più mi ha incuriosito. Ti puoi sparare con una pistola ma con un fucile, a meno che non sia a canna corta, è veramente difficile. I fucili in dotazione erano i famosi Mauser (con canna dai 60 ai 74 cm) o il Gewehr con canna di circa 55 cm. lasciando perdere armi più specifiche da assalto che non avrebbero messo in mano ad un nemico.Insomma reputo molto complicato gestire fucili di questo tipo da girare e puntarsi al petto e sparare. Ultimo aspetto e il fatto di dormire fuori dalla baracca, anche se era odiato difficilmente lo avrebbero cacciato per paura di ritorsioni se fosse stato trovato dalle guardie, comunque dormire fuori era praticamente una condanna a morte. Anche l'aspetto di defecare per poi dormire sul proprio bisogno è un qualcosa che attiene più all'immaginario tedesco del ratto ebreo che dorme con le proprie feci che non alla realtà, anche perché mangiavano prevalentemente zuppe di patate o rape etc. Molto liquidi tanto che molti avevano disturbi intestinali e dubito molto che con questa dieta avrebbero fatto bisogni molto "solidi". Tutto questo per dirti che a parte alcuni elementi rilevati ritengo il racconto molto buono, la storia è interessante e forse meriterebbe un racconto più lungo.

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Sono contento che Sefora e Antonello abbiano chiarito il piccolo equivoco che era nato dalle mie righe. Come ha detto Sefora già, ci conosciamo e so bene il peso delle sue critiche qual è ed è sempre costruttivo :) grazie comunque per l'interessamento Antonello :)

 

@ricdil: Dalle mie parti si dice: "mi hai cantato le corna" quando si vuole esprimere a qualcuno tutto ciò che ha sbagliato e quello non può fare altro che annuire e accettare le critiche, perchè palesi e indifendibili :D

Ebbene sì, ho fatto un mega azzardo perchè ho trattato un qualcosa di cui non sapevo bene i contorni. Ho lavorato più sulle sensazioni che su i fatti e quando si tratta materia storica, se si scrivono fischi per fiaschi si paga dazio. Come potrai vedere dai miei lavori, sono uno che scrive di getto e si tuffa su un'idea in pochi minuti. Alle volte viene fuori una gran cosa, altre qualcosa su cui tornare a lavorare. Sono contento che nonostante tutte le imprecisioni ti sia piaciuto nel suo complesso. Sul fatto delle feci faccio anche l'infermiere e mi rendo conto adesso di essere stato un idiota ad aver scritto di quella "cacca abbondante" :D anche la scena del fucile è palesemente una mia fantasticheria malriuscita, Grazie ancora ricdil, commenti come i tuoi fanno trasparire davvero tanta passione per la lettura ;)

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