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1984Phantom

Selfpublishing: voi cosa ne pensate?

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12 minuti fa, Francesco Wil Grandis ha detto:

A loro volta anche le CE piccole-medie hanno conti da presentare, e magari non hanno i mezzi per rischiare con un testo di valore ma che potrebbe non essere compreso subito. E questo nel migliore dei casi, perché nel peggiore sappiamo che viene pubblicato materiale non editato e ripulito a sufficienza.

 

Insomma, ci sono troppe distinzioni da fare: le CE grandi no, perché devono fare cassa. Quelle piccole e medie forse, ma solo se hanno i soldi per rischiare e se hanno lavorato bene. Il SP no, perché sono autisti della domenica.

Povero lettore: il percorso che lo divide da un buon libro è pieno di ostacoli. Di chi fidarsi?

 

ecco. appoggio in toto il tuo pensiero!

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1 ora fa, Renato Bruno ha detto:

 io non ho ancora trovato un testo auto-pubblicato veramente in grado di far concorrenza al buono/ottimo pubblicati dalle editrici italiane che ancora hanno collane di autori e testi ben scritti e sottoposti ad accurato editing.    

 

Dipende dal genere. Prendiamo il genere fantasy. Se ci si riferisce alle opere di autori come Sanderson, Erikson, Martin, Abercrombie, sì, non ci sono autori autopubblicati che raggiungono il loro livello. Ma se si fa riferimento a romanzi fantasy scritti da italiani e pubblicati da ce conosciute, allora ci sono opere realizzate da autori autopubblicate che gli sono di molto superiori; anche se, a onor del vero, non ci vuole molto a realizzare qualcosa di meglio.

 

 

50 minuti fa, Francesco Wil Grandis ha detto:

Considerando che il self publishing di massa esiste da forse un decennio, dargli la colpa del calo culturale della scrittura e del gusto dei lettori mi sembra un'analisi quantomeno miope.

 

Il calo culturale non è certo causato dal self publishing: è una cosa antecedente a esso e se si vuole dare un rapido sguardo la causa, almeno in Italia, è dovuto a tanti programmi televisivi, ai politici e a un modo di pensare che spinge a non impegnarsi e a ricercare strade semplici e veloci, dove competenza e preparazione sono considerati elementi inutili per riuscire.

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59 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Quindi il discorso della patente vale solo per i self. Le CE sono giustificate perché hanno i conti in rosso.

Scusa, ma stai solo facendo un grande calderone con quello che ho detto. Ho fatto differenza tra le grandi, che devono coprire i costi e quindi fare casse a prescindere dalla qualità e piccole e medie che lavorano per "campare" pubblicando buoni testi. In mezzo c'è tutto un mondo. Per questo è difficile fare discussioni costruttive, perché bisognerebbe ogni volta fare mille distinzioni...

57 minuti fa, Francesco Wil Grandis ha detto:

Povero lettore: il percorso che lo divide da un buon libro è pieno di ostacoli. Di chi fidarsi?

Questo è un altro motivo della grave crisi dell'editoria in Italia. Io poi non demonizzo il self publishing, però mi disturba molto vedere troppi senza patente che impazzano senza capacità sulle strade cittadine.

Questa cosa (che probabilmente non ha soluzione) dovrebbe dare fastidio anche ai tanti di voi che sanno scrivere. Già è tanto difficile emergere, figuriamoci riuscire a distinguersi in mezzo a tanta melma...

 

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@Spartako Quello che proviamo o no davanti ai troiai di successo non ha rilevanza. Nel tempo la qualità emergerà, in ogni caso chi scrive ciofeche deve avre il diritto di scriverle e qualcuno quello di comprarle. Senza che qualcuno brontoli, bubboli o invochi la giustizia feroce del dio della letteratura. 

 

Inoltre sta cosa della patente è un'aberrazione, fortunatamente inesistente nella realtà. Sarebbe na fregnaccia al pari dell'albo dei giornalisti, o alla cricca dei notai...e a tutte quelle categorie all'italiana "protette" sede dei pochi e dei raccomandati.  

 

 

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@Spartako, scusa, ma dove hai trovato una libreria in cui il brutto self abbia rubato il posto ai bellissimi libri pubblicati da una qualche CE?

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19 minuti fa, swetty ha detto:

@Spartako, scusa, ma dove hai trovato una libreria in cui il brutto self abbia rubato il posto ai bellissimi libri pubblicati da una qualche CE?

 

quoto. al limite a occupare spazio in libreria rubando spazio a qualcosa di meritevole ci sono libri orrendi pubblicati da qualche CE per ragioni che è difficile comprendere ai più.

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3 minuti fa, LuckyLuccs ha detto:

 

al limite a occupare spazio in libreria rubando spazio a qualcosa di meritevole ci sono libri orrendi pubblicati da qualche CE per ragioni che è difficile comprendere ai più.

 La comprensione è più facile di quel che si possa pensare: come spesso accade, è una questione di soldi e favori.

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1 ora fa, JPK Dike ha detto:

in ogni caso chi scrive ciofeche deve avre il diritto di scriverle e qualcuno quello di comprarle. Senza che qualcuno brontoli, bubboli o invochi la giustizia feroce del dio della letteratura. 

 

Inoltre sta cosa della patente è un'aberrazione, fortunatamente inesistente nella realtà.

Scusa ma tu leggi quello che uno scrive? Ma chi ha mai invocato niente. Piuttosto mi sembra contraddittorio dire che uno ha diritto di scrivere qualunque ciofeca e nessuno ha diritto di lamentarsi. E no, se permetti, ho altrettanti diritti di lamentela.

1 ora fa, swetty ha detto:

scusa, ma dove hai trovato una libreria in cui il brutto self abbia rubato il posto ai bellissimi libri pubblicati da una qualche CE?

Intanto le librerie sono ormai solo una quota del mercato della vendita dei libri e poi le librerie non fanno molto testo perché anche loro, tranne poche indipendenti di qualità, espongono solo quello che si vende (che sia di qualità o meno). Piuttosto dimmi tu se hai mai visto librerie che espongono, non dico in vetrina, ma almeno sui tavoli piccoli editori di qualità?

 

44 minuti fa, M.T. ha detto:

 La comprensione è più facile di quel che si possa pensare: come spesso accade, è una questione di soldi e favori.

Finalmente ogni tanto si legge qualche cosa di sensato...

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Dunque,

mi state dicendo che è il numero dei lettori (veri o fittizi), dei "mi piace", dei "download" a decretare il successo online di un libro auto-pubblicato e monitorato (il contatore) dalle grandi editrici nazionali a indicare la nuova via editoriale che permette all'Autore anonimo di scalare le classifiche, strappare contratti, raggiungere la visibilità. E state anche dicendo, tra le righe, che questa strategia rappresenta in effetti la via maestra per abolire e decretare come mummificati qualsiasi altro criterio di qualità narrativa un tempo ritenuto valido. E state quindi insinuando che il n. delle copie vendute o scaricate mette sullo stesso piano di successo editoriale sia lo scrittore che Niko mi consiglia senza nominarlo sia il trio cartaceo da me definito moccia-coelho-volo pensiero. Bene. Ne prendo atto e  giro pagina.

 

Questo significa che anche nell'auto-pubblicato il valore/criterio qualità diviene evanescente per lasciare spazio a chi scrive in funzione della sua visibilità/vendibilità [nuovo criterio che sostituisce il vetusto e contrattuale "edizione per il mass-market"]  perché nel vecchio come nel nuovo e alternativo sistema di produzione, collocazione e vendita, ciò che conta e che fa la differenza non è più il testo in sé, che nel tempo si conquista i suoi lettori (pochi o molti che siano) per la sua qualità e il suo perdurare nel tempo, ma l'Autore che avendo ancor prima di scrivere un nutrito n. di seguaci sarà quello che meglio degli altri concorrenti online saprà piazzare il suo prodotto ad hoc per il suo pubblico pre-radunato [anzi, dite voi, e forse avete ragione, che nell'online il n. dei lettori scaricanti è di per sé indice di qualità narrativa e che i criteri balordi e valutativi di ieri vengono spazzati via dal passaparola degli utenti on line, dalle recensioni positive degli stessi e/o dalla stessa riuscita raccolta fondi su una idea di base che di per sé sarà sinonimo di vendibilità e quindi di gradimento].  

 

Chiamate questo metodo rivoluzionario o alternativo rispetto all'editoria moribonda classica. Perché mi dite che le regole selettive e mercantili di ieri non valgono più, spazzate via dal faccio tutto da solo, perché il solo giudizio che conta è quello del pubblico a quattro zeri che, stanco della solita pappa CE, desidera come non mai di identificarsi con il nuovo e bravo eroe scrittore del web  che al web ha giurato onore e fedeltà (salvo contratto a venire). Sarà... staremo a vedere quali saranno gli esiti culturali, e non solo di vendita, sul nuovo gusto e sulla nuova consapevolezza dei  nuovi lettori (che, secondo voi, utilizzando internet mostrano motivazioni e capacità di discernimento non comparabili con quelle dei lettori classici,  addomesticati e manipolati dalle grandi CE dei decenni passati e perduti e dalla filiera editoriale oramai vetusta e da museo).

 

Io sarei curioso di fare un giro a casa vostra e di vedere che libri avete sugli scaffali: scoprirei, con piacere, che siete vecchi come me e che la vostra scrittura e la vostra coscienza di lettori attenti l'avete ben radicata nel ciarpame culturale delle CE tradizionali -e non solo, perché dentro questo ciarpame oggi da macero ognuno di noi/voi s'è andato a ricercare il suo percorso formativo, oggi fisicamente esposto nelle nostre librerie. Per il semplice fatto che a noi lettori consapevoli del successo strabiliante e inatteso di x o di y non ce ne importa nulla se quella scrittura tanto venduta non è compatibile con la nostra originale e unica visione del mondo, eticamente parlando. Siamo lettori selettivi, non indici Istat da aggiornare! 

 

Poi se un giorno vorrete discutere sulle specifiche caratteristiche della scrittura on line e dei nuovi criteri logico-espositivo-figurativi che impone rispetto al vecchio modello cartaceo, troverete in me un attentissimo osservatore. Ma per favore, non ci esaltiamo per il nuovo solo perché è nuovo e promette mirabilia... trasportare dalla carta al digitale un testo che nella nostra mente nasce come ieri, oggi e domani, cioè in modo tradizionale, non è la stessa cosa che concepire un testo per la sua fruizione digitale, con contenuti e con un architettura di composizione autenticamente nuova e multi-digitale. Il self-Publishing che si limita a trasferire dalla carta al vita digitale: il self-Publishing è una rivoluzione mancata, lo specchietto per le allodole che ci attira nel grande emporio Amazon! Sarà rivoluzione autentica e trionfante quando sostituirà l'alfabeto umano con la creatività digitale del linguaggio macchina, quando dalla bruttezza dell'E-reader attuale passeremo alla visualizzazione carica di odori e sapori, tattile, del testo nella sua vera natura/lettura virtuale e multi-mediatica. Per ora sia gli scrittori che il pubblico dell'online sono vecchi, hanno una vecchia e tradizionale impostazione mentale... no ostante il download sull'iPhone.   

 

Scusate lo sbrodolamento...

 

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1 minuto fa, Spartako ha detto:

Piuttosto dimmi tu se hai mai visto librerie che espongono, non dico in vetrina, ma almeno sui tavoli piccoli editori di qualità?

 

Certo. Ne conosco una in centro a Lavagna il cui gestore è di sicuro un libraio illuminato. Se secondo lui il libro merita non gli importa chi l'ha pubblicato: non solo lo mette in vetrina, ma addirittura ne fa pile in negozio per dargli visibilità. Guarda caso, ha messo anche libri autopubblicati, secondo lui meritevoli, alla faccia di autisti della domenica e vetuste torri d'avorio.

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14 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

Dunque,

mi state dicendo che è il numero dei lettori (veri o fittizi), dei "mi piace", dei "download" a decretare il successo online di un libro auto-pubblicato e monitorato (il contatore) dalle grandi editrici nazionali a indicare la nuova via editoriale che permette all'Autore anonimo di scalare le classifiche, strappare contratti, raggiungere la visibilità. E state anche dicendo, tra le righe, che questa strategia rappresenta in effetti la via maestra per abolire e decretare come mummificati qualsiasi altro criterio di qualità narrativa un tempo ritenuto valido. E state quindi insinuando che il n. delle copie vendute o scaricate mette sullo stesso piano di successo editoriale sia lo scrittore che Niko mi consiglia senza nominarlo sia il trio cartaceo da me definito moccia-coelho-volo pensiero. Bene. Ne prendo atto e  giro pagina.

 

In realtà no, quindi mi sa che hai preso atto della cosa sbagliata. Aspetta prima di girare pagina.

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18 minuti fa, Francesco Wil Grandis ha detto:

Certo. Ne conosco una in centro a Lavagna il cui gestore è di sicuro un libraio illuminato.

Wow! Una a Lavagna. Che dato! Ma sicuramente ce ne saranno altre... quante? L'1%? Vogliamo arrivare al10% ma quasi sicuramente nessuna grande, nessuna dei grandi circuiti. L'avevo già detto io qualche libreria indipendente con un libraio illuminato e che ha la pazienza di fare una bella ricerca sulle piccole medie CE c'è, io personalmente ne conosco una decina ma sono sicuramente di più, ma che quota di mercato (anzi, che quota di pubblico) hanno?

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@Spartako Ti avevo già fatto presente che la tua non è critica, è denigrazione. Le due cose son differenti. Ma poi scusate, pensate davvero che le CE non gonfino le vendite digitali e non comprino commenti farlocchi? Davvero? O non creino Indie farlocchi per stare in cima

alle classifiche e fare tappo con roba scadente e screditare il self? 

 

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Credo che questo sarà il mio ultimo intervento sul tema. Davvero, non capisco come si possa dibattere così animatamente e così a lungo su una questione così semplice.

 

Premessa, su cui spero saremo tutti d'accordo:

Il processo editoriale nasce per portare un'idea (concepita da uno scrittore) in mano a un pubblico di lettori, sotto forma di testo. È, cioè, una forma specializzata di comunicazione, in cui c'è un mittente (lo scrittore) e un destinatario (il pubblico). Perché questo processo sia efficiente, cioè raggiunga un folto gruppo di lettori, servono mezzi e uno specifico insieme di competenze, alcune di tipo artistico, altre più tecniche. Tra le competenze artistiche ci mettiamo sicuramente il talento e la tecnica dello scrittore stesso, primo anello della catena, ma anche l'editing di testo. Tra le competenze più tecniche ci mettiamo quelle di tipo imprenditoriale: organizzazione, bilanci, distribuzione, stampa, promozione, eccetera. Tutti d'accordo, fin qua?

 

Bene.

Prima dell'avvento del self publishing era impossibile (o quasi) che una sola persona avesse la possibilità di reperire tutte le competenze e i mezzi necessari. Forse sapeva scrivere ma non aveva i mezzi per stampare o distribuire, forse il contrario. Nasce la casa editrice come struttura in grado di garantire il processo dall'inizio alla fine ma, trattandosi di un'impresa di natura economica, oltre che potenzialmente artistica, inserisce nel processo un cancello: "vale la pena stampare questo testo?". Che si intenda pena in senso lato: qui si inserisce la figura dell'editore che cerca di capire e interpretare, secondo i suoi personali criteri, cosa possa piacere, cosa abbia valore, cosa "sia giusto" pubblicare o meno. Non ci è dato sapere quanto pesino le considerazioni artistico letterarie su quelle economiche, sicuramente esistono entrambe.

 

Per decenni l'aspirante scrittore/comunicatore si è assiepato in fila a quei cancelli, sperando di essere lasciato passare avanti, perché questo era l'unico modo di arrivare al lettore. Un bel giorno nasce il selfpublishing, così come lo intendiamo oggi. Internet accorcia le distanze non solo tra scrittore e lettore, ma anche tra chi ha un progetto e chi può realizzarlo. Reperire esperti non è più questione di contatti e conoscenze passate di mano in mano, ma qualche giornata di ricerca su web. I team si creano più facilmente, gli scrittori incontrano i potenziali lettori e i lettori stessi, per la prima volta, vedono cosa accade dalla parte opposta del cancello. Contemporaneamente, la distribuzione online e la pubblicità su web risolve due dei grandissimi problemi dell'editoria. In breve, il processo editoriale si accorcia, per certi versi si semplifica, e non è più impossibile per una persona sola raggruppare tutte le competenze necessarie per portare a termine la comunicazione della sua idea.

 

D'accordo anche fin qua?

Di nuovo bene.

 

Faccio notare che finora non ho mai parlato né di qualità dello scritto, né di valore letterario, né di importanza artistica, ma solo di processo. C'è uno scrittore, ci sono dei lettori, e oggi ci sono due modi per metterli in comunicazione, quando ieri ce n'era solo uno. Tutto qua. Ci stiamo/vi state scornando sulla legittimità o meno di uno scrittore di scegliere il modo che preferisce per comunicare la sua idea, e su chi debba valutare o meno il suo valore. 

 

Sul primo punto è ridicolo discutere. Per quanto riguarda il secondo... quando si tratta di letteratura, o di arte in generale, c'è solo un giudice autorevole: il tempo. Non le vendite, non le recensioni, non le convinzioni di pincopallino o l'arroganza dell'esimio professor tiziocaio, e nemmeno i lettori. Il tempo. Tutti gli altri sono fantocci che si danno importanza e fanno quel che possono per tirare a indovinare cosa accadrà.

Saluti. 

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@Francesco Wil Grandis solo una precisazione: era ed è l'Editore (un tempo proprietario anche della tipografia) chi consente allo scrittore di stampare e diffondere il testo. La centralità del processo Autore-Editore-Pubblico era ed è (in larga parte) in mano all'attore centrale del procedimento: l'Editore.  Conosci il progetto realizzato e credo concluso di Fare Europa di Laterza? Per comprendere il ruolo centrale e culturale che ha l'Editore devi considerare non solo la narrativa bensì tutti i generi che un editore -non un Autore- tratta per portare il proprio progetto al pubblico, servendosi di distributori e di librerie e di altri meccanismi amministrativi -di cui l'autore può anche essere all'oscuro.

È l'Editore che decide a quale pubblico rivolgersi e nel tempo si ritaglia il suo pubblico. È l'Editore che propone all'Autore il proprio contratto di edizione e non viceversa. È l'Editore che si fa carico del rischio d'impresa. È l'editore che spesso commissione all'Autore un certo argomento, una certa collana da aprire, un certo lavoro a quattro mani con editor o co-autori. È l'Editore che propone all'estero i diritti di traduzione dell'opera. 

 

Si tratta di capire che cosa il self-Publishing innova, sottrae, inserisce, stravolge (di questo processo tradizionale dove la figura dell'editore è centrale) nel momento in cui lo scrittore diviene committente di sé stesso, figura autonoma, con annessa tipografia virtuale on demand. Scollegata a un processo anche culturale che cosa resta della figura tradizionale dello scrittore che si rivolge al suo pubblico -e non più al pubblico dell'Editore? Si tratta di interrogarsi su come il nuovo processo di pubblicazione digitale cambia il rapporto Autore-Testo, Autore-Pubblico, Autore-Editor, Autore-suo ruolo culturale.   

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 @Francesco Wil Grandis è un esempio di quanto il Self possa aiutare un ottimo autore ad arrivare non dico al successo (anche se glielo auguro), ma come minimo a togliersi una grande soddisfazione. Però Francesco, permettimi di dire che tu hai anche saputo fare un gran lavoro promozionale, dietro al tuo libro, partendo oltretutto (mi ricordo che ne discutemmo già qualche mese fa mentre si parlava di Marketing da Social Network) da una fanbase abbastanza consolidata grazie al tuo blog. 

 

@JPK Dike Ha pubblicato in Self qualcosa di interessante. Ne ho letto l'anteprima e c'è qualcosa che colpisce, nel suo libro. Non posso dire di più perché al momento non sono andato oltre l'anteprima.

 

Ad entrambi vorrei chiedere: non credete che la tanta, tantissima, robaccia che si trova sulle piattaforme di SelfPub possa in realtà penalizzare prima di tutto proprio chi decide di affidarsi al Self? Voglio dire: non dovrebbe essere interesse primario degli autori che la letteratura, perché di questo parliamo, no?, mantenga uno standard minimo di qualità da tutelare? Trovo allucinante che in circolazione sulle piattaforme on demand (come ha giustamente detto @Spartako i Remainders hanno una buona fetta del mercato destinata a diventare sempre più grande in futuro) si possa trovare un solo titolo decente ogni mille... uno su cinquemila se stiamo cercando un libro bellissimo. Questa infestazione di libri mediocri, sciatti e scritti male, a me - come amante dei libri - fa proprio innervosire. Mi dà fastidio. Mi irrita. E non per un mal riposto senso di superiorità, no, attenzione: è una questione di amore per la letteratura e la sua funzione non solo di intrattenimento (vi prego, non ditelo: ogni volta che lo dite un autore muore) ma anche di cultura. 
è un po' come accorgersi che in giro ora tutti si definiscono fotografi solo perché riempiono Instagram di tramonti e scogliere irlandesi... e chissenefrega se non hanno mai sentito parlare di Alogenuro d'argento, gomma bicromata o polimerizzazione. 

è vero, non possiamo dare al Self tutta la colpa dell'involuzione della qualità letteraria (e di conseguenza dell'involuzione dei lettori che sempre più spiazzati dall'enorme offerta s'indirizzano solo sui soliti noti, con enorme svantaggio per tutti gli esordienti - self o no - che invece magari hanno qualcosa di buono da raccontare), ma non possiamo neanche nasconderci dietro un dito: alcuni libri pubblicati dalle grandi o medie ce saranno anche brutti in termini di qualità generale (che poi è sempre soggettiva), ma raramente saranno scritti male o presentati in modo sciatto. Avranno magari diversi refusi o errori di stampa, ma raramente saranno sgrammaticati.

 

Sulle piattaforme on demand mi imbatto di continuo in libri auto prodotti scritti male e presentati peggio, con copertine ridicole, impaginazione precaria, grafica discutibile e una marea di orrori ortografici e grammaticali, trame scontate, personaggi piatti e intrecci inesistenti... col risultato che anche volendo comprare qualcosa di autoprodotto dovrei impiegare mezza giornata solo per cercare qualcosa di un minimo decente (fatto salvo casi clamorosi, sempre validi). 

 

Quindi secondo me non è un'eresia affermare che esiste (o dovrebbe esistere) un limite minimo sotto il quale l'editoria, neanche quella Self, dovrebbe scendere. E anzi, lo ribadisco, dovrebbe essere interesse primario di chi ama la letteratura - a prescindere dal ruolo di scrittore, lettore, editore o agente che si riveste - proteggere l'offerta e tutelarla da certi obbrobri, magari cominciando a tagliare fuori senza possibilità di scampo chi certi obbrobri li scrive. 
Ma questo temo sia irrealizzabile; non tanto per una questione di etica del diritto ma perché alla fin fine i primi ad essere contenti che si pubblichino tanti libri in SP a prescindere dalla loro qualità sono i titolari delle piattaforme che, mentre noi difendiamo i diritti della letteratura, contano i soldi.

 

è comunque un argomento talmente ampio che potrebbe espandersi in mille direzioni, ci sono tantissimi temi che orbitano intorno a questo problema, non ultimo quello a me tanto caro del Riconoscimento sociale. Ci sarebbe da farne un libro. Ma a quel punto sarebbe un non-fiction e a nessuno interesserebbe e si rischierebbe di doverlo pubblicare in SP... 

 

 

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@Renato Bruno  E quindi? Ormai è il 2017, cosa ti interroghi a fare? Il mondo è andato avanti senza l'Italia. Queste domande andavano fatte almeno 10 anni fa, ormai è tardi. Gli Indie sono ovunque, dalla letteratura al gaming (dove in realtà son sempre esistiti). Esistono addirittura concorsi, fiere e festival solo per gli indipendenti. Mai sentito nominare il Sundance Film Festival.

 

Vatti a vede' due film del Sundunce poi me lo ridici se il self fa caa. Capace siete anche andati a vederli due film indipendenti che ultimamente hanno avuto successo, e vi sono piaciuti senza saperlo. It Follows, e The girl with all the gift.

 

@matrai Grazie. E sì, hai ragione. La tanta, troppa, mediocrità è un problema. Però sinceramente nessuno costringe nessuno a comprare. Se uno pubblica una schifezza pace, non fa del male a nessuno. L'importante è che i meritevoli possano pubblicare liberamente. Prendiamo un mio concittadino, Marco Malvaldi, se al suo tempo ci fosse stato il Self probabilmente non avrebbe dovuto aspettare il 2007 per pubblicare. Invece prima è diventato un chimico. Ha trovato un lavoro e si è sistemato. Poi si è dato alla letteratura. Magari con il self avrebbe potuto dedicarsi interamente, e dall'inizio, ai libri. Non che ci sia qualcosa di male a essere un chimico xD però diciamo che ha perso tempo, perché nel nostro paese la letteratura è sempre stata qualcosa per i predestinati. E quindi tanti potenziali scrittori sono diventati chimici, fisici, matematici e così via, e invece di scrivere buoni libri sono diventati ricercatori precari.

 

Come te del resto. Mi pare di aver letto da qualche parte che hai una vita e un lavoro che esulano dalla scrittura. E ora sei con la Mondadori, ma probabilmente saresti riuscito altrettanto super bene con il self.

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3 minuti fa, matrai ha detto:

 @Francesco Wil Grandis è un esempio di quanto il Self possa aiutare un ottimo autore ad arrivare non dico al successo (anche se glielo auguro), ma come minimo a togliersi una grande soddisfazione. Però Francesco, permettimi di dire che tu hai anche saputo fare un gran lavoro promozionale, dietro al tuo libro, partendo oltretutto (mi ricordo che ne discutemmo già qualche mese fa mentre si parlava di Marketing da Social Network) da una fanbase abbastanza consolidata grazie al tuo blog. 

 

Certamente. Lavoro promozionale senza il quale quelle cifre non sarebbero mai state raggiunte, ma è ovvio: anche una CE deve affidarsi alla promozione per far conoscere il catalogo: perché io avrei dovuto fare di meno? Anzi, dati i pregiudizi, è probabile che io abbia fatto persino di più del dovuto. Una CE ha il suo pubblico consolidato, io avevo il mio blog. Ad ogni modo, è normalissimo: self publishing non significa buttare su Amazon un testo appena riletto. Self publishing significa che l'autore riproduce l'intero processo editoriale, delegando quando possibile/auspicabile ma accentrando su di sé tutte le responsabilità.

 

3 minuti fa, matrai ha detto:

 

Ad entrambi vorrei chiedere: non credete che la tanta, tantissima, robaccia che si trova sulle piattaforme di SelfPub possa in realtà penalizzare prima di tutto proprio chi decide di affidarsi al Self? Voglio dire: non dovrebbe essere interesse primario degli autori che la letteratura, perché di questo parliamo, no?, mantenga uno standard minimo di qualità da tutelare?

 

Questo è un altro discorso, di certo interessante. Se devo indovinare, credo che il SP sia in una fase di crescita, simile alle bolle economiche, e che poi esploderà sotto il suo stesso peso. Quello che rimarrà sarà un SP più maturo, in cui la maggioranza dei teenager che scrivono di elfi vampiri al liceo capirà che non basta avere un'idea per creare un libro, oppure la maggioranza dei lettori saprà come riconoscere un testo valido. Nel frattempo anche gli altri attori del processo editoriale (distribuzione, librerie) avranno abbracciato questa nuova realtà.

Questa difficoltà ad affrontare il problema della qualità (intrinseca) del testo si vede anche sulle piattaforme principali: Amazon che non sa gestire le recensioni farlocche, per esempio. Credo che siano solo problemi giovanili, e lascerei che la situazione evolva naturalmente, senza preoccuparmi troppo. Chi doveva spiccare ha spiccato (e non mi riferisco a me).

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25 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

È l'Editore che decide a quale pubblico rivolgersi e nel tempo si ritaglia il suo pubblico. È l'Editore che propone all'Autore il proprio contratto di edizione e non viceversa. È l'Editore che si fa carico del rischio d'impresa. È l'editore che spesso commissione all'Autore un certo argomento, una certa collana da aprire, un certo lavoro a quattro mani con editor o co-autori. È l'Editore che propone all'estero i diritti di traduzione dell'opera. 

 

 

Sostituisci "editore" con "autore" (dove applicabile) e avrai compreso il self publishing. L'editore è diventato un elemento non strettamente indispensabile del processo, l'autore si è tolto dalla gabbia che lo voleva definire come un utile idiota, forse talentuoso ma incapace di fare impresa (o cultura).

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1 ora fa, Spartako ha detto:

Wow! Una a Lavagna. Che dato! Ma sicuramente ce ne saranno altre... quante? L'1%? Vogliamo arrivare al10% ma quasi sicuramente nessuna grande, nessuna dei grandi circuiti. L'avevo già detto io qualche libreria indipendente con un libraio illuminato e che ha la pazienza di fare una bella ricerca sulle piccole medie CE c'è, io personalmente ne conosco una decina ma sono sicuramente di più, ma che quota di mercato (anzi, che quota di pubblico) hanno?

 

Perfetto. Se applichiamo alle CE lo stesso criterio che dovremmo applicare agli scrittori, ossia che è necessario un filtro (o una "patente") per preservare la qualità e la cultura, viene naturale pensare che questo filtro siano le librerie: il libraio che sceglie cosa merita di essere esposto sui suoi scaffali, cosa proporre ai suoi affezionati clienti.

 

Per questo dovrei dedurne che le piccole e medio-piccole ma pure medie CE non siano che "editori senza patente". E non si possono certo portare a disconferma il fatto che siano presenti sugli store on-line o nelle fiere, perché i primi distribuiscono qualunque cosa e per le seconde basta pagare lo stand.

 

Per il resto quoto @Francesco Wil Grandis.

 

Vorrei precisare una cosa: la mia biblioteca è fatta di tremila volumi e sono artivata a censire quasi settecento CE. Si risale indietro fino a edizioni del 1600 (ristampe fotostatiche, non ho tutti questi soldi :asd: ), diverse eredità del 1800, la stragrande maggioranza del 1900. È esattamente per questo che la mia conclusione è che è indifferente chi pubblica un libro la prima volta nel decretare il suo successo o la sua qualità. La ristampa del 1600 di cui sopra, un libro considerato IL libro del suo  genere e il cui originale è conservato in una sala apposita della biblioteca universitaria di Francoforte, non ha mai visto un editore in quattro secoli (se non quello che l'ha riprodotto di recente e da cui ho comprato io, via Internet ovvio).

 

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La pratica del self non scaturisce soltanto da dosi industriali di megalomania per cui, anche se ho scritto una ciofeca, finalmente ho la possibilità di venderla. Nemmeno esclusivamente da un amore per tutto quanto è libero e democratico e neanche per un certosino e scientifico piano per diventare famosi, approfittando di blog, contatti, social e conoscenze a garantirti visibilità e introiti. Il self permette anche un'idea romantica di condivisione che normalmente non potrebbe realizzarsi, se non vuoi prendere giustamente in considerazione  l'editoria a pagamento. Il tuo libro è nel cassetto, ci tieni, lo trovi discreto, non ci sono strafalcioni, a una casa editrice seria non lo proponi nemmeno perché sai che è fuori target, non molto alla moda, intimista che a volte "appalla". Certo, lo puoi lasciare nel cassetto. Oppure, visto che non attenta  a grammatica, sintassi e ortografia lanciarlo lì, nel mondo, nell'aria, a quei pochi che ne potrebbero essere interessati. Condivisione piccola, che non porta successi o soldi e nemmeno il patentino di "scrittore" (anche se io in wd mi appello così:asd:). Una possibilità  in più che, purtroppo, come tutte le cose democratiche della vita, viene utilizzata anche da convintoni e narcisisti ledendo chi magari vale un pochino di più.  

Che ci sia un po' di puzza sotto il naso  è insindacabile, però. Io infatti il mio piccolo lavoro nemmeno lo pubblicizzo né qui né nella vita vera.

Tutto questo per dire di approcciarvi in maniera differente: nel self non c'è solo un mondo di scribacchini compulsivi, egotici, persone che vogliono far rosicare il cognato con un "romanzo" in rete, delusi dall'editoria tout court. A volte è, scusate la ripetizione, semplicemente, banale e sognante condivisione.

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@Renato Bruno il numero di vendite definisce il successo di un'opera. E sono sempre le vendite a determinare il mercato e su cosa puntano gli editori. L'alto numero di vendite tuttavia non determina automaticamente la qualità di un'opera. Solo il tempo dirà se essa è stata la moda di un momento oppure qualcosa di più durevole. Questo vale sia per il self sia per l'editoria tradizionale.

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3 ore fa, JPK Dike ha detto:

Ti avevo già fatto presente che la tua non è critica, è denigrazione.

Scusa, come ti pare. è veramente inutile discutere con qualcuno che non legge quello che viene scritto.

 

 

2 ore fa, matrai ha detto:

Ad entrambi vorrei chiedere: non credete che la tanta, tantissima, robaccia che si trova sulle piattaforme di SelfPub possa in realtà penalizzare prima di tutto proprio chi decide di affidarsi al Self?

2 ore fa, matrai ha detto:

è un po' come accorgersi che in giro ora tutti si definiscono fotografi solo perché riempiono Instagram di tramonti e scogliere irlandesi... e chissenefrega se non hanno mai sentito parlare di Alogenuro d'argento, gomma bicromata o polimerizzazione. 

 

Era proprio quello che volevo dire solo che "non sono stato capito". E comunque sono d'accordo con tutto il concetto espresso.

 

2 ore fa, swetty ha detto:

il libraio che sceglie cosa merita di essere esposto sui suoi scaffali, cosa proporre ai suoi affezionati clienti.

Ma infatti da qualche parte si è detto che l'editoria è, in questo momento, in grossa difficoltà perché di librai (come quelli di una volta) che leggevano gran parte dei libri che proponevano e sapevano selezionare quelli esporre non ce ne sono quasi più. La stragrande maggioranza sono librerie di catena che propogono anche spazzatura se sanno che quella spazzatura ha un pubblico...

 

Comunque questa guerra tra self e CE che molti di voi portano avanti non la capisco proprio... tanti auguri.

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6 minuti fa, Spartako ha detto:

Comunque questa guerra tra self e CE che molti di voi portano avanti non la capisco proprio... tanti auguri.

Su questo sono completamente d'accordo.

Sono due realtà che hanno pro e contro, e che offrono una scelta.

 

Prima o poi, forse, collideranno; forse no. Secondo il mio parere non va demonizzato né l'uno né l'altro.

Tanto è miope la visione di "Editore" come faro nella notte e portatore di cultura e vera letteratura (o "Editore" visto come lupo affamato di soldi - soldi che sono comunque diventati un fattore purtroppo importantissimo, soprattutto per le big), tanto è ingenua la visione di chi pensa che il Self Publishing sia il solo futuro letterario (o al contrario che sia sintomo di una società decadente e del fatto che la letteratura morirà e siamo tutti idioti e ignoranti oddio come faremo moriremo tutti).

 

Io sarò sempre il paladino dell'assunto: sono mondi complementari, vicinissimi, entrambi con capacità eccezionali. Nel bene e nel male.

 

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Guarda @Spartako che sei tu quello che vorrebbe la "patente" per gli scrittori. Qui si sta semplicemente dicendo che il self publishing è una possibilità e non un attentato alla letteratura. 

 

La verità è che c'è chi domina il mercato, che si chiami Amazon o Mondadori o Messaggerie poco importa, che decide cosa e quanto viene pubblicato e distribuito. A tutti gli altri, che siano indie o piccole CE, non restano che le briciole. 

 

 

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33 minuti fa, swetty ha detto:

Guarda @Spartako che sei tu quello che vorrebbe la "patente" per gli scrittori. Qui si sta semplicemente dicendo che il self publishing è una possibilità e non un attentato alla letteratura. 

 

La verità è che c'è chi domina il mercato, che si chiami Amazon o Mondadori o Messaggerie poco importa, che decide cosa e quanto viene pubblicato e distribuito. A tutti gli altri, che siano indie o piccole CE, non restano che le briciole. 

 

 

Che un utente non legga o non capisca quello che uno scrive, ci posso anche stare, ma che questo avvenga da uno dello "staff" mi lascia molto perplesso (piuttosto - non c'è ancora un caso - ma chi controlla i controllori?). Comunque non importa, non mi va di faticare con chi non "vuole/può" capire. Io ho solo detto che non mi piace il fenomeno, punto. Sarò libero di esprimerlo oppure non mi è concesso nemmeno questo?

Poi mi fai questa grande rivelazione sui "dominatori del mercato" grazie, non mi ero ancora accorto che quotidianamente combatto con la CE con cui collaboro per dividerci le briciole rimaste pur cercando di fare prodotti di qualità.

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9 ore fa, Spartako ha detto:

Che un utente non legga o non capisca quello che uno scrive, ci posso anche stare, ma che questo avvenga da uno dello "staff" mi lascia molto perplesso (piuttosto - non c'è ancora un caso - ma chi controlla i controllori?).

Io controllo i controllori, e i controllori e la comunità controllano me. Il sistema funziona piuttosto bene, per ora.

Ad ogni modo in questo caso non vedo fraintendimenti: il tuo pensiero è chiaro, non per questo sei stato maleducato o scortese; anche gli altri e @swetty in particolare non hanno superato il limite (rimanendo in tema patente :asd:).

La discussione fa bene; se è un po' accesa, va bene lo stesso. L'importante è rispettarsi l'un l'altro e non partire in quinta (ci ho preso gusto :asd:), anche se si hanno posizioni diverse.

Dalle tue parole si evince quanto ti hanno detto (anche io ho capito così); e siamo già in tre. Forse non è un non capire, ma un non spiegarsi perfettamente.

 

19 ore fa, Spartako ha detto:

Per quanto riguarda il self publishing è un fenomeno in atto e in quanto tale nessuno può né regolamentarlo né limitarlo, a me, però, non piace è come se a tutti, indiscriminatamente venisse data la possibilità di correre in formula uno senza pratica né patente...

Il tuo paragone spinge a una certa interpretazione. Che poi non è quella che intendi tu, ci sta :P 

L'unico che ho già ripreso una volta per un linguaggio a volte troppo colorito è @JPK Dike: ti prego, cerca di evitare volgarità (ogni tanto ci sta, va bene, ma tu esageri!) e usare un linguaggio più appropriato a una discussione pubblica. Non è difficile.

 

Per il resto, la discussione è molto interessante e vi invito a proseguire :) 

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...mamma mia che thread! Quante parole! Ma scusate, in libreria quanti SP si possono trovare se non c'è distribuzione? Forse uno. Quanto spazio può togliere un autore locale che scribacchia un romanzo e lo autopubblica per darlo al libraio del paese? E voi vi preoccupate della sua fastidiosa presenza, boh. Se si parla di e-book a me basterebbe leggere tre pagine dell'estratto per capire se mi fa schifo o mi può interessare. Inoltre in e-book se proposti a due euro qualche azzardo si può fare, al limite al costo di caffè (magari cattivo) ho acquistato un brutto romanzo. Se invece l'estratto mi piace, conosco l'autore, mi interessa l'idea, ed è SP non mi importa assolutamente, potrei anche leggere una bella storia. Ho iniziato tante di quelle schifezze pubblicate dalle grandi CE con tanto di benedizioni di fior di giornalisti vari in quarta di copertina.

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48 minuti fa, heightbox ha detto:

Quanto spazio può togliere un autore locale che scribacchia un romanzo e lo autopubblica per darlo al libraio del paese? E voi vi preoccupate della sua fastidiosa presenza, boh.

Se ti riferisci a me non parlavo della presenza in libreria, difficile anche per una media CE, ma dello spazio nelle librerie on line che sono una quota di mercato grandissima e ora che il self può avere un codice isbn...

Poi ribadisco per tutti, il mio punto di vista sul self è puramente personale (da utente lettore) perché come CE il fenomeno non ci preoccupa affatto, noi produciamo un tipo di libri (soprattutto saggistica) che difficilmente potranno avere (almeno per ora) collocazione tra il self publishing.

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13 ore fa, Spartako ha detto:

Che un utente non legga o non capisca quello che uno scrive, ci posso anche stare, ma che questo avvenga da uno dello "staff" mi lascia molto perplesso (piuttosto - non c'è ancora un caso - ma chi controlla i controllori?). Comunque non importa, non mi va di faticare con chi non "vuole/può" capire. Io ho solo detto che non mi piace il fenomeno, punto. Sarò libero di esprimerlo oppure non mi è concesso nemmeno questo?

Poi mi fai questa grande rivelazione sui "dominatori del mercato" grazie, non mi ero ancora accorto che quotidianamente combatto con la CE con cui collaboro per dividerci le briciole rimaste pur cercando di fare prodotti di qualità.

 

quello che dici, è vero. anche io non capisco il discorso della dominazione da parte delle ce grandi. certo non mi fa piacere vedere i cataloghi pieni di libri di personaggi famosi o web star che con lo scrivere c'entrano poco, ma lo capisco che quel tipo di pubblicazioni portano vendite sicure. la cosa che mi convince invece sono i titoli validi, e i libretti di attori di teatro, di prof universitari, di persone in generale che scrivono qualcosa perché ne hanno piena consapevolezza. questo le ce grandi, ma tutte in generale credo che tentino di portarlo avanti come progetto editoriale. allo stesso modo sono portato a fidarmi di un libro di un esordiente pubblicato da ce, perchè quell'esordiente con il suo manoscritto ha convinto qualcuno prima di me, che ha deciso di investire e perfezionare il suo lavoro.

 

qual'è invece il progetto editoriale di un libro autopubblicato? quali persone ha convinto prima di venire alla luce? qual'è stato il percorso del manoscritto? 

che salti fuori uno scrittore che di suo, dica che ha prima "testato" il manoscritto su un pubblico pilota, poi lo ha fatto editare da esperti ecc... questo non è rappresentativo del sp come processo... è un'eccezione.

quindi non posso fidarmi di un libro autopubblicato a priori, da un punto di vista di processo e da un punto di vista di idea letteraria.

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