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Nanni

L'unico autore buono

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Commento: Un aspetto comune.

Giulio Vincenzo era magro, alto, sempre vestito di nero, con un che di lugubre nello sguardo scavato. Nel lavoro era agente editoriale e faceva lo scouting tra i morti. Lavorava per una grossa Casa Editrice che odiava gli autori viventi, specie se giovani e alle prime esperienze. Costoro pretendevano di mettere becco nei loro testi, spesso opponendosi a quelle modifiche che avrebbero garantito un incremento delle vendite. A volte concedevano interviste vestiti in modo inopportuno e non dicevano le cose che gli esperti della Casa ritenevano opportuno dicessero.
In ogni caso c’erano, e questa era già una gravissima pecca: l’unico autore buono era l’autore morto, diceva il direttore parafrasando una nota frase, attribuita al generale Sheridan, a proposito degli indiani pellerossa. Che fosse una citazione lui non lo sapeva – erano pochissime le cose che sapesse, data la pochezza della sua cultura – ma gli andava bene così.
I manoscritti ricevuti dalla casa editrice, di cui qui non riporteremo per decenza il nome, venivano conservati in una vasta sala polverosa, su scaffali di tubi Innocenti e palanche di legno. Solo testi cartacei, che quelli in formato digitale non erano apprezzati. I loro autori erano stati avvertiti che le loro opere erano in lettura e che era considerata cortesia non presentarli ad altri editori; poi erano lasciati a bagno maria.
Nessuno leggeva quei capolavori in potenza. Alcuni erano lì da decenni, scritti in origine da adolescenti troppo sani, quando alla fine sarebbero stati pubblicati avrebbero avuto un valore storico. Di testimonianza sul mondo giovanile dell’epoca loro. Un vero capitale, un investimento certo. La prova che la casa editrice credeva nel futuro.
Quando uno degli autori moriva, magari logorato dall’attesa di un cenno che l’opera sua era pronta per la stampa, allora Giulio Vincenzo interveniva. Andava a recuperare il testo del defunto e, finalmente, lo leggeva.
Ma il suo lavoro non si limitava a cercare le potenzialità di vendita dell’opera ormai orfana, che quasi qualunque testo con un’opportuna riscrittura può essere utilizzato. Doveva ottenerne i diritti di pubblicazione, la cui proprietà a quel punto non era sempre chiarissima, e doveva procurarsi e studiare la biografia della buonanima; che anche quella aveva la sua importanza e talvolta necessitava d’opportune manipolazioni.
Quel giorno le cose erano sembrate andare secondo la prassi corretta: l’annuncio della morte di un suo cliente, come li chiamava e poi la lettura – a grandi linee – di un testo d’estrema tetraggine ma discretamente adatto alla presunta personalità del morto.
Infine il viaggio fino all’ospedale, nella speranza di incontrare i parenti. Di solito più che felici di concedere i diritti di pubblicazione in cambio di un obolo più o meno simbolico. Indossò il suo miglior completo, di un nero opaco e vellutato, stretto in modo da esaltare la sua magrezza, e si avviò.
Parenti non ne vide, il suo autore era uno sfigato terminale, senza nessuno che ne vegliasse la salma, né amici né parenti. Neanche un infermiere c’era. Anche perché la notizia della sua morte era un tantino esagerata. Non troppo però.
L’uomo giaceva su di un lettino, intubato e monitorato. Era un problema che si poteva supporre di rapida soluzione e che, anzi, poteva rivelarsi una fortuna. Se fosse entrato in coma irreversibile.
Giulio Vincenzo provò a parlargli, un monitor segnalò che il paziente in qualche modo percepiva la sua presenza. Quando disse le parole “Casa editrice” il battito cardiaco ebbe una brusca accelerata e persino il colorito delle zone di pelle esposte cambiò leggermente. Le dita delle sue mani s’incurvarono come se un’estrema tensione cercasse di trasformarle in artigli, i suoi denti stridettero contro il tubo che gli penetrava in gola. L’agente editoriale si convinse che l’altro capisse e acconsentisse alla sua proposta. Gli mise la penna in mano, stringendola con la propria, pose sotto la penna il contratto e l’altro fece un movimento brusco, come un ampio tremito d’orrore, riuscendo così a tracciare un ghirigoro sulla carta.
Bene, aveva firmato. Ora bastava aspettare l’esito dell’agonia. In quella entrò un medico dai capelli rossi con barbetta e baffetti stile D’Artagnan. Giulio gli chiese in tono mesto quanto restasse da vivere al suo “amico”.
– Non si preoccupi – gli rispose il medico moschettiere – non è la prima volta che l’abbiamo qui. Ogni cinque o sei mesi ci riprova, sempre con un’overdose d’eroina. Siamo sicuri che lo faccia apposta perché non è possibile che uno sbagli così spesso il dosaggio. Ma lo recuperiamo sempre e anche stavolta siamo sicuri che lo risbatteremo in strada in pochi giorni. Fino alla prossima volta.
Giulio Vincenzo inorridì.
– Vede – continuò l’altro – sembra che sia uno scrittore fallito. Era una persona agiata, poi ha scritto un libro e ha cercato di pubblicarlo. La frustrazione per il fallimento l’ha ridotto come lo vede: un tossico barbone in perenne ricerca dell’ultima dose.
Poi il medico se n’andò lasciando Giulio in preda ai più cupi pensieri. Quella storia poteva costargli il posto. Doveva come minimo far sparire il foglio firmato, ma aveva già annunciato, tramite smartphone, la riuscita della transazione, e questo nel suo ambiente valeva quanto depositare il contratto. Già si vedeva scivolare lungo la stessa china del suo disgraziato autore, tra dosi di droga e pasti alla caritas. Era necessario rimediare, a costo di fare qualcosa di drastico.
La sera prima si era macchiato il vestito con il sugo di un piatto di bucatini con la pajata, notoriamente molto difficile da cancellare. Il cameriere gli aveva dato un potentissimo smacchiatore che aveva risolto il problema. La bottiglietta era ancora nella sua tasca. Prese una siringa nuova abbandonata su di un ripiano, la riempì con il liquido della bottiglietta che poi iniettò al paziente, usando la cannula della flebo.
L’uomo ebbe un sobbalzo, quasi si sollevò dal lettino, agitò le braccia furiosamente, nei limiti che flebo e tubicini vari gli permettevano e strabuzzò gli occhi. Poi, mentre gli strumenti che monitoravano il suo stato sembravano impazzire, emise malgrado l’intubazione un flebile e prolungato lamento profumante trielina e s’immobilizzò. Era fatta.
Nel silenzio Giulio attese che arrivasse il medico per la constatazione. Non venne.

Era desolante, quella morte non interessava davvero a nessuno. Forse solo a lui, che aveva il suo contratto firmato in mano e sedeva al capezzale dell’autore fallito. Forse non del tutto fallito. Prese l’impegno con se stesso di cercare se l’uomo avesse scritto altro, fosse anche una denuncia a un collega antipatico per stalking. Lo avrebbe pubblicato, glielo doveva. E poi magari ci avrebbe anche guadagnato qualcosa di supplementare, non si sa mai.
Alla fine se ne andò, il morto l’avrebbe probabilmente ritrovato la donna delle pulizie la mattina dopo. Non lo avrebbe rivisto mai più. O così credeva.
A casa sua la radio diceva, con una voce roca:
– Bastardo, la pagherai – e altre piacevolezze del genere. Forse aveva azionato senza accorgersene la radio sveglia e questa si era accesa su di un radiodramma. Era strano, però.
Peggio ancora quando cercò di spegnerla quella si rifiutò di obbedire e, sul suo letto, le coperte sembravano celare una figura umana. Le alzò a un’estremità e la faccia che aveva imparato a conoscere in ospedale lo guardava con gli occhi spalancati e completamente bianchi.
– Mi hai smacchiato, brutto infame. Te la farò pagare! – disse ancora la radio. Giulio impallidì. Un gelido terrore strisciò nei suoi precordi.
Ma si riprese. Un agente letterario deve essere pronto a tutto.
– Non volevi essere pubblicato? – Disse – Questo era l’unico modo. Io ti offro l’unica occasione che mai avrai avuto di diventare un autore affermato e letto. Anche se morto. Non sei contento.
– Bastardo – disse la radio – cosa m’importa d’essere famoso, se sono morto?
– Ma la maggior parte dei grandi scrittori sono morti. Ci hai mai fatto caso? Melville, Hugo, Hemingwey... tutti defunti. Non vorresti essere uno di loro? Dopotutto morto lo sei in ogni caso.
La radio stridette come un’unghia sul vetro, poi tacque per qualche secondo e infine riprese:
– E sia, pubblicami. Ma mi hai smacchiato, dovrai smacchiare te stesso e la tua coscienza.
Il cadavere sul letto sparì. Giulio Vincenzo si fregò le mani. Era stata dura ma ce l’aveva fatta anche questa volta. Poi si vide allo specchio: era nero, nero come Muhammed Ali. Anzi, più nero: nero come l’inchiostro. Nero come il buio dell’inferno.
– Oh, accidenti – disse – ecco cosa significava che avrei dovuto smacchiarmi! – si mise le mani sul volto – e io che sono pure razzista!


  Modificato da Nanni

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Ma il suo lavoro non si limitava a cercare le potenzialità di vendita dell’opera ormai orfana, che quasi qualunque testo con un’opportuna riscrittura può essere utilizzato.

Il pronome relativo non credo vada bene, qui.

 

Poi il medico se n’andò

Perché il medico è entrato nella stanza? Se è entrato per fare qualcosa dovresti menzionarlo, magari mostrando qualche sua azione mentre parla. Sennò sembra sia entrato solo per dare la spiegazione a Giulio, in modo da mandare avanti il racconto.

 

Simpatico il racconto, e particolarmente simpatico il parallelo che arriva quando Giulio dice al defunto autore: "Ma la maggior parte dei grandi scrittori sono morti. Ci hai mai fatto caso? Melville, Hugo, Hemingwey... tutti defunti." Impossibile non pensare a quelle CE che giustificano la richiesta di un contributo all'autore chiamando in causa i grandi scrittori che in passato hanno pubblicato a pagamento.

E' un racconto dall'aria satirica, che si prende gioco delle strategie commerciali mettendone in scena una che nella sua follia può addirittura sembrare ragionevole. E c'è n'è anche per gli autori, la cui vanità viene concentrata ed estremizzata in questo emblematico eroinomane che - mi viene da pensare - forse tenta di suicidarsi più per attirare l'attenzione che per altro. Il tutto presentato con uno stile misurato e ironico che si legge con piacere.

Solo la questione della smacchiatura non l'ho seguita benissimo e sul finale mi ha fatto uno strano effetto, come se mi fossi perso qualche allusione. E' semplicemente un modo di rappresentare i peccati di cui Giulio deve smacchiarsi?

Una buona lettura, comunque, a rileggerti.

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Era solo un modo per chiudere una storia che era durata abbastanza,nulla di più. E per far dire aaa Giulio Vincenzo che è pure razzista, oltre che odioso per utti gli altri motivi che racconto. Comunque rileggerò per capire se si può aggiustare meglio.

Ti ringrazio per il giudizio e per i suggerimenti. Che utilizzerò.

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Tutto sommato mi è piaciuto molto: ha una tale vena satirica/tragicomica che non so se ridere o piangere.  :asd:

Mi ricorda i racconti di qualche autore delle antologie di scuola, ma non mi ricordo quale fosse di preciso.  :umhh:

 

Giusto un paio di puntolini:

Doveva come minimo far sparire il foglio firmato, ma aveva già annunciato, tramite smartphone, la riuscita della transazione, e questo nel suo ambiente valeva quanto depositare il contratto.

 

E quando? Appena dopo la firma, se ho capito bene, entra il medico e Giulio lo interroga sul paziente. Lì per lì, leggendolo, mi ha fatto strano: forse sarebbe meglio accennarlo anche prima con qualcosa tipo: 

Bene, aveva firmato. Giulio inviò un trionfante sms col suo smartphone annunciando la riuscita della transazione. Ora bastava aspettare l’esito dell’agonia.

 

Ma è comunque un'inezia, vedi tu.

 

Pur apprezzando il finale, anche io come Nicolaj però ho capito poco la questione della smacchiatura: non so, non riesco a vedere il collegamento col resto del racconto, e che il protagonista sia razzista (oltre che un avvoltoio) mi pare... boh... 'editorialmente irrilevante' (?). :grat:

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Ti chiedo scusa in anticipo per il commentaccio che sto per fare.

Ho letto le prime cinque righe e là mi sono fermato; non mi hanno spinto ad andare avanti.

 

Ma poi non l'hai fatto?

Tranquillo, che non mi rovini la giornata. Sono stato dal dentista.

 

 

 

 

Doveva come minimo far sparire il foglio firmato, ma aveva già annunciato, tramite smartphone, la riuscita della transazione, e questo nel suo ambiente valeva quanto depositare il contratto.

E quando? Appena dopo la firma, se ho capito bene, entra il medico e Giulio lo interroga sul paziente. Lì per lì, leggendolo, mi ha fatto strano: forse sarebbe meglio accennarlo anche prima con qualcosa tipo: 

Bene, aveva firmato. Giulio inviò un trionfante sms col suo smartphone annunciando la riuscita della transazione. Ora bastava aspettare l’esito dell’agonia.

Ma è comunque un'inezia, vedi tu.

Anche Nicolaj ha fatto un'obiezione, diversa ma sullo stesso punto. Circa. Se due indizi fanno una prova devo rivedere questa parte. Prenderò in considerazione il tuo suggerimento, ma mi sa che la riscrivo tutta.

 

Pur apprezzando il finale, anche io come Nicolaj però ho capito poco la questione della smacchiatura: non so, non riesco a vedere il collegamento col resto del racconto, e che il protagonista sia razzista (oltre che un avvoltoio) mi pare... boh... 'editorialmente irrilevante' (?). :grat:

Ovvio che anche qui qualcosa non funziona. Il finale è quasi una barzelletta. Come a voler far dire al lettore, quando afferma di essere razzista:

- Ah, e sei pure razzista!

Non so come correggere ma ci penserò.

Grazie a te e anche a Michelem per il non commento alla non lettura. 

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Ovvio che anche qui qualcosa non funziona. Il finale è quasi una barzelletta.

 

Sì, questo si capisce, ma... non (mi) fa ridere.  :buhu:

Magari cambia la battuta, perché comunque l'idea di chiudere con un finale del genere mi sembra ottima.  :gesi:

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Ovvio che anche qui qualcosa non funziona. Il finale è quasi una barzelletta.

Sì, questo si capisce, ma... non (mi) fa ridere.  :buhu:
Esatto. Il problma è questo. Se facesse ridere nessuno si domanderebbe perché l'abbia scritto.

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L'ho letta stamattina, prima di andare a lavorare, in un noioso inizio settimana e mi ha fatto sorridere. Mica facile! Il racconto è gradevole, ironico e un tantino malinconico ma non guasta. Oh, a me ha fatto sorridere anche il finale. L'ho riletto, tante volte m'ero sbagliata. Continuo a trovarlo divertente.

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Anch'io l'ho trovato gradevole, ironico, surreale. Ne ha per tutti, autori ed editori, e si sorride anche se è un sorriso amaro.

Condivido le osservazioni degli altri sul medico che viene e va senza fare nulla eccetto parlare, e sul messaggio sullo smartphone.

Ti segnalo poche altre cose:

 

erano pochissime le cose che sapesse, data la pochezza della sua cultura. Secondo me dovrebbe essere: erano pochissime le cose che sapeva.

 

Solo testi cartacei, che quelli in formato digitale non erano apprezzati. Credo che vada accentato (ché), in quanto non è un pronome relativo bensì un'abbreviazione di perché. Idem più avanti (che quasi qualunque testo con un’opportuna riscrittura può essere utilizzato, che anche quella aveva la sua importanza)

 

Nessuno leggev a quei capolavori in potenza. Mi sembrerebbe meglio potenziali capolavori.

 

La frase finale non mi convince. Come dici tu, sa di barzelletta. Forse potresti chiudere su Nero come il buio dell’inferno, o magari aggiungere una frase tipo: Nero come i negri che odiava.

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Ottimi suggerimenti, Ali. Grazie. La scena del dottore l'ho riscritta. Inserendo prima del suo arrivo la storia dello smartphone e facendo fare due o tre cosette a D'Artagnan.

Per quanto riguarda il finale ho inserito alcune frasi sperando che chiariscano:

 

 

 

– E sia, pubblicami. Ma mi hai sbiancato, facendolo mi hai trasformato in qualcosa di simile a un angelo. Un angelo della vendetta. Ho il potere di fartela pagare e lo userò: dovrai smacchiare te stesso e la tua coscienza.

(...)

Quello che l’altro aveva detto non gli importava, si sa che gli scrittori parlano a vanvera. Gente strana, mai del tutto razionale. Nemmeno da morta. Poi si vide allo specchio: era nero

(...)

Nero come l’inchiostro di una stampante digitale appena comprata.

 

 

 

Poi l'ultimo periodo è uguale.

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L'ho trovato scritto benissimo inanzitutto, e questo  - più della bellezza del brano- credo sia forse la cosa che maggiormente dovrebbe interessare chiunque posti un racconto o qualsiasi cosa su questo forum. Forse un eccessivo uso del "che"  che :asd: ....ho incontrato molto spesso durante la lettura, anche tre in un solo rigo a un certo punto mi pare. Per il resto anch'io sono rimasto atterrito dall'impressionante infodump delle prime righe, ma poi leggendo il resto ho capito che la tua era una cosa consapevolmente voluta insomma, non l'errore di un dilettante che non sa come si fa. Una specie di "diciamo tutto quello che si deve di dovuto per introdurre la storia e togliamoci il pensiero"

Il racconto in se non mi ha emozionato più di tanto, e mi è quasi sembrato che tu abbia voluto finirlo in fretta a un certo punto. La prima parte e quella centrale sono a parer mio decisamente migliori dell'ultima.

 

Oh, accidenti – disse – ecco cosa significava che avrei dovuto smacchiarmi! – si mise le mani sul volto – e io che sono pure razzista!

 

Qui non ti fidi del lettore, chiunque (penso) ci sarebbe arrivato da solo, senza bisogno che tu lo spiegassi anche se hai usato uno stratagemma per farlo.

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Sì, un po' di fretta, non posso che concordare, ma sto utilizzando i vostri feedback per le opportune correzioni.

Concordo in generale con quello che dici, non mi ero accorto dell'eccesso di "che" e c'è qualche spiegazione di troppo.

Diciamo che è una prima versione, ma avrei potuto fare di meglio. Ti ringrazio per la lettura e il commento.

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A me è piaciuto, molto divertente!

credo che ti sia perso qualche virgola qua e là.

dici che i manoscritti sono lasciati "a bagno maria," ma la descrizione che fai del magazzino mi comunica una sensazione di secco e polveroso che stride con l'idea della bagno maria, quindi metterei tipo "lasciati a prendere plvere" o "a stagionare" o "a seccarsi". (magari è solo una mia pippa mentale...)

l'uso del che non mi disturba, anzi mi piace, dà una simpatica caratterizzazione al liguaggio.

Non ho capito se gli errori sui nomi HemingwEy, MuhammEd Ali sono voluti o no.

Non mi piace la parte sullo smartphone, un tipo così non ce lo vedo con l'iphone, piuttosto lo vedo telefonare da una cabina o al massimo mandare un sms con un vecchio motorola... sarebbe più in linea con la polverosa casa editrice per cui lavora.

Concordo con gli altri sulla necessità di rivedere il finale, mi sembra un po' tagliato con l'accetta.

 

comunque, bello!

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Grazie Yatta, Hemingwey è un errore, mentre Muhammad è una grafia accettata per Moahmmed (le vocali in arabo sono sempre opinabili).

Il finale è già cambiato, ma credo cambierà ancora. Lo smartphone mi serviva... almeno finché non trovo un'altra soluziione.

A rileggerci.

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Ho trovato il racconto assai divertente e originale. Mi ha intrigato e coinvolto in pieno l'aspetto autoreferenziale di esso. La prosa scorre che è un piacere e le scene che descrivi sono evocative e facili da immaginare.

In prima lettura mi ha destabilizzato il salto brusco di narrazione dal reale al surreale. Successivamente l'ho metabolizzato.

Sullo sfondo del racconto ho percepito un paradosso: la Casa Editrice prende mette a invecchiare manoscritti di giovani autori per poi pubblicarli dopo la loro morte. Potrebbero passare 50, 60 e più anni!  Dunque è una Casa Editrice storica, con una dinastia di proprietari e dirigenti sempre fedeli alla linea editoriale primitiva  :-)

Anch'io ho trovato un po' incongruente il finale.

 

Alcuni dettagli formali.

  • Ho contato oltre 40 “che” nel racconto (non io, ma il PC). Sono tutti indispensabili o ne puoi cambiare/eliminare qualcuno? Vedi “Solo testi cartacei...”.
  • “grossa Casa Editrice” personalmente odio il termine “grosso” usato al posto di “importante”. Ma forse volevi tenere l'eloquio sul popolar-familiare.
  • “l’annuncio della morte di un suo cliente “ Giulio aveva un informatore (inaccurato, peraltro) nell'ospedale? Il dottore, poi, affermerà il contrario.
  • “L’uomo giaceva su di un lettino” Normalmente per lettino si intende quello da massaggio o da ambulatorio. Qui, a quanto pare, siamo già in stanza . Dunque, per me, “letto” è più appropriato.
  • “i suoi denti stridettero contro il tubo che gli penetrava in gola” Suppongo che il sondino sia in materiale plastico morbido, dunque niente rumore schiacciandolo. Ho un dubbio: che ci fa un sondino (va nell'esofago o in trachea?) di un soggetto che curato per overdose? 
  • “A casa sua la radio diceva, con una voce roca” Come ho già detto, per me è stato uno stacco troppo brusco dalla scena precedente, mi manca la cornice. Inoltre, una radio che “dice”, detto (scusa la ripetizione) così di brutto, non mi risuona per nulla. Più sotto il “disse ancora” è più plausibile e mi fa immaginare una radio da cartoni animati con la bocca al posto dell'altoparlante :-)
  • “Peggio ancora quando cercò di spegnerla quella” senza virgole l'inciso. E' voluto?
  • Ho un altro dubbio che non sono riuscito a togliermi: non ho trovato quali sono i sintomi da avvelenamento da trielina per endovena, ma solo da inalazione, dunque do per buono quelli da te descritti. Inoltre, Il paziente era monitorato, dunque all'arresto cardiaco sarebbe scattato l'allarme e il personale sarebbe accorso nel giro di pochissimi secondi e avrebbe colto Giulio in flagrante, a meno che questi fosse già scappato via (con andatura da visitatore afflitto, per non insospettire i sorveglianti dell'ospedale). E, se l'avessero comunque lasciato andare, la morte inaspettata del paziente con sintomi diversi dalla patologia per cui era in cura avrebbe messo in azione tutta la macchina delle indagini e Giulio arrestato nel giro di poche ore. 
Considerazione finale: mi spiace che Giulio diventi nero e vada in galera. È un cattivo che mi piace e vorrei rivederlo in azione.

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Quaranta che? Oh my God! Dovrò organizzare un safari per eliminarle la maggior parte. Per il resto OK, qualche dubbio posso togliertelo: in caso di insufficenza respiratoria, qualunque ne sia l'origine, si intuba (che io sappia). Vero che per l'overdose si usa il narcan che risolve il problemqa in pochi minuti, ma si può immaginare che il nostro scrittore sia un po' malridotto di suo.

Per quanto riguarda il lettino ho sempre sentito usare questo termine riferito agli ospedali. Non so perché e mi è venuto automatico usarlo anch'io.

Lo smacchiatore non è trielina, almeno non viene mai detto che lo sia. Si sa solo che ha odore di trielina (o meglio: ha odore di trielina il fiato del poveraccio a cui l'hanno iniettato). Voglio aggiungere che il cameriere, nel darlo a Giulio, gli dice che ha qualcosa di magico, tanto funziona bene. Una frase detta così che dovrebbe assumere un senso diverso alla fine.

Questo mi riporta la fatto che la storia non è realistica, quindi pensavo che ci stesse qualche licenza di fantasia, però capisco che se non lo segnalo subito il lettore resti confuso. Quindi qualche ritocco (come appunto quello dello smacchiatore magico), servirà. Qualcosa che renda l'atmosfera un po' onirica.

Grazie Visegrip, per lettura e commento. Ma perché pensi che Giulio Vincenzo andrà in galera?

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Ammetto che leggendo le prime righe dell'introduzione avevo il dubbio se continuare o meno, ma per correttezza sono andata avanti. E devo dire ne è valsa la pena. Mi spiego l'inizio mi è sembrato lento e noioso, ma la parte centrale ha risollevato la storia. Specialmente il dottore che dà la "buona notizia" (che tanto buona per Giulio non è) mi ha fatto ridere. Il finale è bello, ma secondo me va risistemato. Non ho capito la parte dove Giulio trova il fantasma (almeno io mi immagino che lo sia) dello scrittore defunto e sente la sua voce alla radio. Vorrei capire il perché di questa divisione. Per me è come se avessi aggiunto un elemento di troppo. O sente la voce che lo ammonisce o è direttamente il fantasma a parlare. Scusa a me piace semplificare. Ciò non toglie però che il tuo racconto l'ho trovato comunque piacevole da leggere.

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Ma perché pensi che Giulio Vincenzo andrà in galera?

 

Giulio Vincenzo, visto che diventa nero, non è identificabile nell'immediato. Tuttavia, le altre sue fattezze rimangono inalterate. Non credo che la maledizione lo faccia ingrassare di colpo (anche se non si sa mai...).

Lui è l'ultima persona che ha visto lo scrittore vivo, dunque la polizia cercherà di rintracciarlo, almeno come testimone.

Qualche impronta digitale o altra traccia l'avrà pur lasciata (CSI docet). Non è un omicidio premeditato; fino a un certo momento tocca di sicuro cose senza prendere precauzioni.

Dunque, ci sono numerose ragionevoli probabilità che sia acciuffato, riconosciuto colpevole e condannato.

Tuttavia, Giulio Vincenzo potrebbe sfoderare doti mai sfruttate fino a quel momento: tanti anni di lettura di thriller e gialli possono avergli fatto accumulare una competenza criminale eccezionale. Prova ne sia che sa come maneggiare una siringa e iniettare il liquido letale usando il tubino della flebo.

Faccio il tifo per la sua evasione (qualcosa tipo Rocambole o Lupin) e attendo con trepidazione la sua prossima avventura.

:ciaociao:

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l'inizio mi è sembrato lento e noioso, ma la parte centrale ha risollevato la storia.

Purtroppo mi capita, anche abbastanza spesso. Evidentemente fatico a partire.

 

Non ho capito la parte dove Giulio trova il fantasma dello scrittore defunto e sente la sua voce alla radio. Vorrei capire il perché di questa divisione.

Non c'è una ragione particolare, mi piaceva l'effetto straniante del fantasma che giace sul letto e la radio che parla, come in un romanzo di Dick. Forse ci voleva più spazio per far entrare il lettore nell'atmosfera.

Grazie anche a te, Danica.

 

Modificato da Nanni

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Ospite Dolcenera

Passo per dire che l'ho letto e mi è piaciuto molto, davvero divertente. L'idea di una casa editrice che prende in considerazione solo autori morti è fantastica!

Mi accodo a chi ha scritto che il finale sull'essere razzista non è stato all'altezza del resto del racconto. Mi è sembrato un po' buttato lì. Avrei preferito si concludesse con lui nero e basta. Per il resto complimenti davvero, molto carino :)

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E grazie anche a te, Scrittrice mancante. Che la mia scrittura sia da migliorare mi trova assolutamente d'accordo. Purtroppo è un processo lento.

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L'ho letto ma devo ammettere che non mi ha esaltato molto. L'idea personalmente l'ho trovata buona e sensata, anche la tua critica nei confronti della speculazione sul campo dell'editoria, non mi ha esaltato molto il finale, avrei scelto una conclusione differente, magari con nulla di sovrannaturale (L'escamotage del morto che parla attraverso la radio fa tanto film horror anni 80). Io lo riguarderei e lo ripenserei da capo. 
 

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Grazie del consiglio, Emme. Ho già preso in considerazion questa possibilità.

Comunque si trata di un racconto leggero: si propone di fa sorridere (magari amaramente gli aspiranti scrittori di questo forum) e nulla dipiù.

Il che nonvuol dire che non possa e debba essere migliorato.

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@Nanni <.< qualcosa dovevo pur dirtelo altrimenti qui non mi prendono sul serio.
Scherzi a parte mi ha ricordato molto un paio di mie avventure nella grande editoria dove avevo lasciato dei manoscritti a un mio insegnante e lui non solo in due anni non li aveva letti ma dopo questo lasso di tempo, incrociandomi, mi ha incitato per rimandarglieli giurandomi che li avrebbe poi SICURAMENTE letti. 

-.-" non ho parole, nemmeno degli insegnanti ci si può fidare, è proprio vero che l'unico autore buono è un autore morto.

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Io ti prendo sul serio. Il problema è che mi dici cose che altri hanno già detto, questo non le rende meno importanti (al contrario) ma imbarazzano me che non so cosa rispondere senza ripetermi... Tutto qui. Ti chiedo scusa se ho dato l'impressione di snobbarti.

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Ospite
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