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Hijikata

Evitare di essere spacconi

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Sono giorni pieni di domande, per me  :asd:

 

Il punto è questo: credo di scrivere abbastanza bene (nel senso di rispettare la sintassi) e in modo scorrevole. Ma scrivo anche in modo semplice. Così, quando mi capita di inserire nel testo qualche termine più ricercato, può sembrare una sboronata, perché risalta subito e sembra che voglia far vedere agli altri che conosco un linguaggio elevato. Sembra di voler mettere l'abito della festa al testo.

 

Ammetto di avere un ego ipertrofico, ma lo faccio in maniera inconscia. Per me, ad esempio, inserire "mestizia" in luogo di "tristezza" può essere naturale, anche perché trovo che i due termini abbiano sfumature diverse.

 

La mia domanda è allora questa: si può essere ricercati o, a meno di non essere Umberto Eco che può scrivere un intero libro così, è meglio tendere al più semplice possibile avvicinandosi all'italiano del parlato (un italiano corretto, ovviamente!)?

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Ma dipende tutto da ciò che scrivi, da dove hai intenzione di arrivare e da come ti suona.

Io credo che la narrativa italiana di oggi abbia bisogno di rispolverare il buon vecchio vocabolario, e ritirare fuori dai cassetti scheletri che potrebbero risultare anche eleganti magari.

Ci sono autori che scrivono in una certa maniera "manierata", non il solo Eco, non ti credere. Se la parola mestizia rispecchia più l'accezione che tu vuoi dare al determinato passo, non vedo perché ad esempio non dovresti utilizzarla. L'importante è che non la fai dire in un discorso diretto ad un ventenne della periferia che spaccia droga e si è fermato alla terza media, magari lì potrebbe risultare un po' fuori luogo.

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Sono d'accordo con Nyamekye.

In questi anni sta avvenendo un impoverimento del linguaggio, e non solo nell'editoria, se osi usare un termine un po' meno usato arriverà sempre quello che ti dirà, eh, ma quante parole difficili...

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Come già detto, dipende dal contesto. 'Mestizia', tanto per fare un esempio, è difficile da usare in un dialogo diretto. Può dipendere dalle caratteristiche del personaggio, ma anche se stai facendo parlare un professore universitario, il termine deve essere consono al suo stile di parlata. Mi spiego: per far sì che non stoni, puoi creare un personaggio che si esprima solo attraverso termini dotti.

 

Hai mai letto Dylan Dog? Il professor Wells potrebbe essere un ottimo spunto :)

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Nel mio romanzo ho usato la parola "mestizia" due volte in due contesti in cui non poteva esistere altro termine. Direi che a pancia, se un termine un po' obsoleto o decaduto nel discorso corrente chiama, ascoltarlo non fa male. Poi, certo, dipende da chi lo usa, come lo usa e in che contesto si usa. A volte appesantisce, a volte però alleggerisce. Valuta secondo l'utilizzo, questo è l'importante.

 

@Spordolan: come direbbe Wells: piuttosto anzichenò!

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Ospite Valpur

Non è questione di essere spacconi, ma di essere assurdi :) Ogni testo ha un suo linguaggio, ogni personaggio la sua voce: se si rimane fedeli al tono scelto non si è mai "sbagliati".

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No beh è normale che un truzzetto de borgata non parlerà come un personaggio della Parigi di Flaubert, il mio discorso non era riferito ai dialoghi ma alla narrazione dove è più facile farsi prendere la mano

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Il disuso del vocabolario genera difficoltà espressiva e ignoranza, nel senso etimologico del termine. Io per esempio mesto lo adopero spesso, mestizia un po' meno. Sto sempre molto attento a quello che scrivo privilegiando la semplicità non solo nell'uso dei termini, ma anche nella costruzione del periodo. L'italiano è una gran bella lingua e le contaminazioni che subisce sono sintomo della sua vitalità, però occorre stare attenti agli strafalcioni. Tempo fa mi sono imbattuto nella pubblicità di un detersivo che lavava triologicamente .

 

Dizionario etimologico sempre a portata di mano, vi raccomando  :asd:

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Il vocabolario personale di ognuno si è drammaticamente ridotto e lo si capisce da certi romanzi italiani che circolano da anni. Il problema è che la maggioranza dei lettori desidera la semplicità, non vuole ricorrere al dizionario per riuscire a leggere un libro. Potrei allargare il discorso ai social network o al mondo degli sms che per esigenze intrinseche vogliono concetti ridotti a pochi suoni o sigle ormai convenzionali, ma non è il caso in questa sede.

 

Ciò detto, credo che ogni scrittori abbia il dovere di leggere i "grandi" e cercare di capire in cosa sono grandi.

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Dipende dall'altezza del registro che stai usando (e perché lo stai usando); se usi un registro di livello medio, non puoi inserire parole auliche e ricercate così, tanto per: appariresti ridicolo, parola di Aristotele.

Il registro dev'essere uniforme ed il lessico si deve adattare di conseguenza. Ovviamente, uno può scegliere il livello che preferisce, anche in base alla storia che narra o al personaggio narrante: se il pov è incentrato su un individuo rozzo ed ignorante, si potrebbe scegliere di abbassare il livello del registro e coordinarlo al personaggio, ad esempio.

 

Non confondiamo poi l'utilizzo di un lessico troppo elevato o ricercato (o, all'opposto, troppo volgare) con l'utilizzo invece di termini dal significato preciso. Un difetto diffuso infatti non è solo il manierismo esasperato che 1) appesantisce la lettura 2) rende ridicola la scrittura imitando rozzamente grandi autori del passato 3) sfocia a tratti nel poetico, ma anche l'utilizzo di parole a caso, termini generici, descrizioni sommarie e poco dettagliate non per qualche necessità narrativa, ma semplicemente per ignoranza dell'autore.

Quando io scrivendo, ad esempio, mi trovo a descrivere un paesaggio alberato, non mi limito a parlare di alberi, ma, se il personaggio riesce a distinguerli, parlo anche di querce, frassini, pini, cipressi...

Ogni termine che usiamo infatti, suscita un'immagine nella mente del lettore: più il termine è generico, più l'immagine è smorta e sfuocata; più il termine è preciso, più l'immagine è nitida, vivida e definita. Si potrebbero anche adoperare termini generici e termini specifici in modo tale da focalizzare l'attenzione del lettore su ciò che riteniamo importante per la scena o su ciò cui il personaggio concentra l'attenzione o lo sguardo.

Per non parlare dei termini tecnici... Qualche tempo fa scrissi una scenetta in cui c'era un cecchino che utilizzava un fucile bolt action: conoscevo già sommariamente il funzionamento di questo tipo di arma, però mi mancavano i termini tecnici indicanti le sue varie parti che mi permettessero una descrizione efficace del suo utilizzo e quindi dovetti andarmeli a vedere per non ritrovarmi a scrivere una schifezza.

 

Quindi, riassumendo: un lessico ricercato in alcuni casi potrebbe essere un errore; un lessico specifico, è invece sempre buona norma.

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Stai mescolando due faccende diverse, a mio parere.

 

Un conto è avere a disposizione due sinonimi, di cui uno è di uso corrente, l'altro meno. Ma quello che presenti è tutt'altro: mestizia e tristezza non sono sinonimi. Hanno significati attigui, ma non sono del tutto sovrapponibili.

 

Nel primo caso la scelta dipende da mille variabili, di cui già ti hanno parlato. Nel secondo si tratta semplicemente di scegliere (optare per?) il termine adeguato; si tratta di linguaggio curato, non alto o basso.

 

Ti puoi costruire uno stile personale, sull'accostamento di termini popolari e colti. Però mi verrebbe anche da dire che a scrivere semplice non si sbaglia mai. Il che non significa banale, chiaro.

Tutto ciò che distrae il lettore è da evitare, per quanto possibile. Sempre a mio avviso.

Se ti soffermi a notare quanto è particolare quell'accostamento di parole, già hai perso il contatto con la storia, e quindi la concentrazione.

 

Dipende (anche) da quel che vuoi ottenere: vuoi portare avanti una storia o vuoi far vedere quanto sei bravo?

 

Quando si arriva a porsi questi interrogativi, m'immagino che la Scrittura ci sfidi a duello. Ah, son grane. Lei è molto più antica di chiunque di noi, e ne ha uccisi un sacco, ben prima che cominciassimo a pestacchiare sulla tastiera. Il rischio di restarci secchi c'è. Abbiamo però un vantaggio: siamo gli sfidati, possiamo scegliere noi l'arma. Semplicità o barocchismo?

En garde.

Modificato da In_mezzo_alla_segale
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Anche secondo me dipende solo dal contesto e dal personaggio. La capacità di utilizzare un linguaggio forbito dipende solo dalle capacità dell'autore non tanto nel averlo quanto nel saper collocare certi termini. Però ci andrei piano con i social network, non tutti li usano per scrivere in modo abbreviato. Anzi, esistono molte situazioni che dimostrano l'esatto contrario. Sarebbe invece opportuno che in famiglia ci si prendesse la briga di parlare in italiano il più delle volte o almeno facendo comprenderne l'importanza ai più piccoli. Non sto dicendo che altre forme di Google linguaggio come i dialetti debbano essere dimenticati, sto solo dicendo che spesso in famiglia Ci si dimentica di molte cose che riguardano una buona educazione tra cui il linguaggio.

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Ma quello che presenti è tutt'altro: mestizia e tristezza non sono sinonimi. Hanno significati attigui, ma non sono del tutto sovrapponibili.

 

Infatti ho precisato che abbiano sfumature diverse: ma ho fatto quell'esempio perché quando ho chiesto un parere su un racconto mi è stata fatta notare questa cosa. 

 

Faccio un altro esempio. In un racconto descrivevo un mondo fantastico (tra l'altro è lo stesso racconto per il quale chiedevo consiglio qui) e a un certo punto il personaggio si rendeva conto di trovarsi sempre nello stesso posto, pur avendo camminato molto. Lo so, sembra assurdo, ma è un mondo surreale.

Ecco, per descrivere la situazione ho usato l'espressione "nastro di Moebius", invece di dire "chiuso in un loop/in un circolo" e così via.

 

Questo, secondo voi, è esagerato? Dovevo mantenermi sul semplice?

 

 

Faccio queste domande perché non ho la reale percezione di cosa possa pensare chi legge: io sono sempre stato uno scrutatore non votante  :asd: ...sono il tipo che scrive cose che non farà mai leggere a nessuno, solo adesso mi è venuta voglia di partecipare a qualche contest e mi sto rendendo conto di non aver mai pensato a che impressione io possa dare a chi mi legge.

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Ma quello che presenti è tutt'altro: mestizia e tristezza non sono sinonimi. Hanno significati attigui, ma non sono del tutto sovrapponibili.

 

Infatti ho precisato che abbiano sfumature diverse: ma ho fatto quell'esempio perché quando ho chiesto un parere su un racconto mi è stata fatta notare questa cosa. 

 

Faccio un altro esempio. In un racconto descrivevo un mondo fantastico (tra l'altro è lo stesso racconto per il quale chiedevo consiglio qui) e a un certo punto il personaggio si rendeva conto di trovarsi sempre nello stesso posto, pur avendo camminato molto. Lo so, sembra assurdo, ma è un mondo surreale.

Ecco, per descrivere la situazione ho usato l'espressione "nastro di Moebius", invece di dire "chiuso in un loop/in un circolo" e così via.

 

Questo, secondo voi, è esagerato? Dovevo mantenermi sul semplice?

 

 

Faccio queste domande perché non ho la reale percezione di cosa possa pensare chi legge: io sono sempre stato uno scrutatore non votante  :asd: ...sono il tipo che scrive cose che non farà mai leggere a nessuno, solo adesso mi è venuta voglia di partecipare a qualche contest e mi sto rendendo conto di non aver mai pensato a che impressione io possa dare a chi mi legge.

 

 

Scusate, non trovo il tasto edit: l'idea del nastro ci stava bene perché oltre a essere chiuso c'era anche un ribaltamento del sopra e del sotto, per dire che era giustificato

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Beh, "nastro di Moebius" è un'espressione più precisa, quindi in teoria dovrebbe essere migliore. Il problema è: quanti sanno cos'è?  :asd:

 

Io ad esempio lo so, ma se molti altri tuoi lettori non lo sanno, rischi di rimanere oscuro.

 

Ma forse sono io che sottovaluto il tuo pubblico.  :asd:

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Di nuovo ti dico "dipende".

 

Qual è il target a cui fai riferimento? Infanzia? Direi che il nastro di Moebius non ci sta. Discorso diverso se il tuo racconto è nell'area del fantastico e per adulti. Questo pubblico dovrebbe avere un minimo di cultura in più, si può rischiare. Nel tuo caso, il nastro ci sta benissimo, quindi lo lascerei. E se c'è chi non lo sa, andare a fare una ricerchina non gli farà male.

 

Da evitare sempre, a mio parere sono i tecnicismi, a meno che tu non ti rivolga soltanto a addetti ai lavori.

Ieri stavo facendo ricerche sull'inchiostro nell'antichità. Ho beccato un testo precisissimo. Fino a un certo punto ho seguito, poi mi sono perso. Si parlava della durata dell'inchiostro sulla pagina. Mi sono imbattuto in questo:

 

 

...chelando i cationi ferrosi con ligandi appropriati si riduce in modo notevole la loro ossidazione a cationi ferrici, prevenendo così danni ulteriori.

 

Eeeeeeeeeeeh? O sei un chimico, oppure sembra una supercazzola. Non credo proprio lo utilizzerò mai, per quanto preciso. O forse sì, ma per un siparietto comico, dove il protagonista ascolta una spiegazione supertecnica e reagisce come me: eeeeeeeeeh?

 

Altro fattore: è necessario? Nel senso: se lo sostituisci con altro più semplice, il testo si danneggia? Nel tuo caso sì, perché toglieresti un'immagine forte per sostituirla con una più debole.

 

Ancora: quanti di questi elementi ci sono, disseminati nel testo? Sono veri e propri disturbi alla lettura. Se ce n'è uno ogni tanto, s'affronta. Se ce ne sono tre in ogni pagina, dopo un po' il lettore si stufa, si sente scemo (a nessuno piace sentirsi scemo) e molla la storia. Ti daresti la zappa sui piedi nel modo peggiore possibile: volevi fare bella figura, e invece non verrai letto. Sarebbe stato meglio volare un po' più bassi e tenere agganciato il lettore. Credo. A meno che tu non voglia fare una selezione darwiniana: ti seguono solo i più scafati, gli altri è giusto perderli per strada. Ma in quel caso imposterei tutto il testo in maniera differente.

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No beh è normale che un truzzetto de borgata non parlerà come un personaggio della Parigi di Flaubert, il mio discorso non era riferito ai dialoghi ma alla narrazione dove è più facile farsi prendere la mano

Il dialogo è solo un esempio, ovviamente. Dipende anche se sei tu autore ad eseguire la narrazione, oppure lo stesso protagonista in una prima persona. Oppure uno dei personaggi in una terza persona.

Questo discorso può essere destrutturato e traslato all'autore stesso, allo scrittore, alla voce narrante in generale. E' quel momento in cui si comincia a non accontentarcisi più di avere una propria voce. E si vogliono più voci da narratore, si vuole essere bravi a fare tutto: una per un poliziesco filo-americano tutto parolacce e sentenze secche, crude, una più immaginifica per il romanzo mainstream che deve esprimere tramite la storia un punto di vista ben preciso per l'autore, ed ancora, lo stile elevato per un dramma sentimentale a tinte color sangue, etc. etc. etc.

Secondo me sta tutto qui: qual'è la tinta che vuoi dare al tuo libro? Ricerchi una poetica forte e immaginifica che permetta di creare uno spazio vuoto da riempire di significati tra il testo e la trama? Vuoi evitare l'ipertesto e lasciare tutto alla narrazione? O ancora, vuoi narrare esplorando nuovi canali espressivi della nostra bellissima lingua? Vuoi raccontare una storia e "shalla"? Sei tu l'artista :)

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Affascinante in nastro di mobius, un vero paradosso.

Il problema lo si potrebbe analizzare anche in questi termini: a quale fascia di pubblico è destinato ciò che scrivo? A seconda di chi deve leggere ci si dovrà regolare di conseguenza. Non è per dividere il pubblico in caste o classi, sia ben chiaro. Tutti possono arricchire il proprio linguaggio. Il fatto concreto è che le persone parlano nel modo in cui generalmente si relazionano. Prendete ad esempio una casalinga che passa il mattino a far compere in un mercato rionale. Poi deve riassettare la casa e preoccuparsi per il pranzo. Alle 12,30 arriva il marito dal lavoro ed il figlio da scuola. Il lavoro del marito è l'argomento prioritario date le difficoltà economiche e ci sono scelte da fare. Poi si parla della scuola e arriva l'ora di sparecchiare. Il marito si riposa e deve tornare al lavoro mentre il figlio fa i compiti perché dopo deve correre a fare pallacanestro e la famiglia si riunirà solo poco prima di cena. Questa donna a questo punto avrà la forza e la voglia di leggere qualcosa che la elevi culturalmente o frequentare un ambiente in cui migliorare il proprio vocabolario o cederà alle lusinghe di un paio d'ore di riposo prima di ricominciare a stirare, lavare e cucinare? Insomma, ciò che voglio dire che probabilmente, scrivendo un libro, si dovrebbe cercare di renderlo comprensibile per la maggior parte dei potenziali lettori.

Oggi grazie al cielo c'è la rete. Riuscire a comunicare con qualcuno è sempre più facile. Resta il fatto che poi, anche in rete si può scegliere il social network anziché il forum dell'accademia dei lincei. Ciò che conta è comunicare poiché è proprio l'isolamento ed il mancato scambio di idee che restringono la capacità di comunicare dunque comprendere e conseguentemente di avere un vocabolario ricco. Vogliamo inserire termini meno comuni? Ben vengano ma non esageriamo altrimenti, facendolo rischieremmo in molti casi di non farci capire.

Ribadisco quanto affermato nel mio precedente intervento: non credo che la colpa debba essere attribuita ai social network oppure ai messaggi. Le restrizioni avvengono a causa del contesto sociale del soggetto. Il modello sociale medio tipico della società italiana moderna non è terreno fertile per la cultura. Forse dovremmo riflettere su questo aspetto. Altrimenti perché l'editoria sarebbe in crisi? Siamo certi che sia solo una questione economica?

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Il punto è questo: credo di scrivere abbastanza bene (nel senso di rispettare la sintassi) e in modo scorrevole. Ma scrivo anche in modo semplice. Così, quando mi capita di inserire nel testo qualche termine più ricercato, può sembrare una sboronata, perché risalta subito e sembra che voglia far vedere agli altri che conosco un linguaggio elevato. Sembra di voler mettere l'abito della festa al testo.

Ogni volta che una parola "risalta subito" quando rileggi/revisioni/editi, vuol dire che non è il termine più adatto, cercane un altro più consono allo stile e al linguaggio usato nella tua prosa.

Il discorso sulla specificità (es. scrivere platani piuttosto che alberi) che ha fatto Alexander è giustissimo, ma non credo inerente al problema di Hijkata.

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