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Lorenzo Sartori

Narrativa di genere, narrativa di serie B?

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Ma poi non ho capito, Dante non ha forse scritto per coinvolgere il pubblico? :sss:

Forse all'italiano medio dei nostri tempi la Divina Commedia sembra un'opera scritta in linguaggio "colto", e quindi per forza di cose alta letteratura, ma forse bisognerebbe ricordarsi ogni tanto che nel Trecento colto = latino. Quindi è esattamente il contrario, Dante è stato un successo ai tempi e in seguito proprio perché era "popolare".

Quindi boh, mi sfugge il motivo per cui cercare di coinvolgere il pubblico poco istruito debba essere un difetto. E' un concetto che non capirò mai.

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ho letto con particolare interesse tutti i commenti scritti fin qui e confesso che le mie speranze si sono rianimate: fortunatamente qui su WD si ha la possibilità di confrontarsi e scambiare idee con persone dotate di una mentalità aperte e disposte al dialogo, al quale mi piacerebbe contribuire.

 

Il problema principale è, come tanti hanno sottolineato, il fatto che i librai e gli editori (quantomeno i più grandi) tendono a prendere con le molle tutto quanto sia narrativa di genere, quasi demonizzandola. Ho letto che è stato tirato in ballo pure Masterpiece e, da partecipante di una delle puntate, posso dire che è stata una delusione immane. Sicuramente, visto il contesto e la necessità di creare personaggi che attirassero l'attenzione del pubblico con le loro storie personali, mi ero illuso di poter avere a che fare con dei giudici che riuscissero a mettere da parte i propri gusti personali e gli stereotipi, ma evidentemente mi sono sbagliato. Ogni volta che uno dei tre dell'apocalisse nomina il fantasy, mi sale un impeto di rabbia: questa demonizzazione della narrativa di genere non solo è stupida, ma dimostra anche una miopia impressionante. 

 

Come anche altri utenti hanno detto, il fantasy e il fantastico in senso più ampio, sono generi che possono contare su zoccoli duri di lettori e questo perché i genitori li consigliano ai figli (o gli stessi figli li leggono perché memori di quanto la mamma o il babbo gli leggevano favole o racconti prima di addormentarsi). Rifiutarsi di capire che la narrativa di genere è un qualcosa che deve essere coltivato, puntando a far emergere quegli scrittori che hanno veramente talento e che sono in grado con poche parole di trasportarti all'interno della storia, è un qualcosa di essenziale. Non si può pretendere che i ragazzi (la maggior parte dei quali è affetta da un livello di digital addiction veramente impressionante) possano appassionarsi alla lettura attraverso un romanzo biografico in cui si raccontano le disavventure capitate ad un povero cristo; a mio avviso i ragazzi hanno bisogno di riscoprire la potenza dell'immaginazione. Se mia mamma, quando ero piccolo, non mi avesse letto quasi ogni sera una favola di Calvino o di Rodari, probabilmente non avrei sviluppato l'interesse verso la lettura: i generi mainstream che vengono apprezzati dai giovani sono soprattutto le biografie di qualche personaggio famoso e poco altro (questo almeno è quello che mi pare di percepire per quanto riguarda la stragrande maggioranza degli adolescenti), quindi questo la dice lunga. 

 

Ora non ricordo quale degli utenti lo diceva, ma il fatto che le sale si riempano ogni volta che c'è un film di fantascienza, fantastico, thriller o quant'altro, dovrebbe far aprire gli occhi sul fatto che la narrativa di genere in realtà ha un grande seguito; so che continuo a citare opinioni e idee già riportate da altri, ma non posso fare a meno di condividere quanto detto sul fatto che se arrivano tanti fantasy, è perché chi li scrive è un lettore (forte o meno) di quel genere. Sfortunatamente l'interesse dominante pare quello di trovare autori con opere "da una botta e via", che permettano di fare vendite più o meno elevate tra i lettori occasionali, e che poi possono essere abbandonati senza remore (siamo onesti, chi scrive un romanzo biografico, oltre a dover essere bravo a non cadere nella banalità, dovrebbe avere pure la capacità di sapersi riadattare a scrivere anche altro: la vita è una sola e una volta che ne hai parlato, a meno che tu non abbia rotto venti specchi e visto altrettanti gatti neri, non hai molto altro da dire).

Riguardo a questo, Masterpiece non è altro che l'ennesima conferma del trend di cui sopra: la mia illusione era quella di essermi finalmente imbattuto in un qualcosa di innovativo, capace di andare oltre ai pregiudizi e agli stereotipi che sono stati costruiti attorno alla narrativa di genere, ma purtroppo mi sono clamorosamente sbagliato. Quando senti persone (che teoricamente, nella posizione che ricoprono, dovrebbero avere una cultura ampia e variegata sulla letteratura, mainstream e non) che paragonano ogni fantasy a Tolkien (la Selasi e De Carlo, per intendersi) o alla risposta "E' ambientato in un mondo inventato" ti dicono "eh grazie, era chiaro", capisci che purtroppo non ci sono molte speranze di aprire gli occhi alla gente.

 

Mi scuso per il poema infinito :D

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Il problema poi è anche un altro, guardandolo da una prospettiva rovesciata. La letteratura di genere può permettersi, e spesso se lo permette, di essere scritta male. Perché quello che conta non è necessariamente una scrittura raffinata.

Ho letto moltissimi libri di fantascienza scritti malissimo, anche di autori molto rinomati. Non si può dire, per fare un esempio, che Van Vogt sia un grande stilista, oppure Farmer, alcuni suoi libri sono curati, altri scritti davvero a tirar via, e c'è molto di peggio in giro, bisogna riconoscerlo.

Ma, se la storia è interessante, la trama complesa e possibilmente innovativa, va bene lo stesso. E lo stesso succede per i gialli e, credo, per il fantasy. Per non parlare della letteratura erotica con tutti i suoi turgidi membri. L'importante è che la prosa non rallenti troppo la lettura, poi ciò che interessa e scoprire come se la cava l'eroe di turno. Un discorso simile vale, tanto per dire, per i saggi.

Invece la cosiddetta letteratura mainstream non può permettersi una cattiva prosa, se è scritta male è un brutto libro, senza altre possibilità

Così si piazza la letteratura di genere - di qualsiasi genere - su di uno scaffale riconoscibile, per evitare equivoci.

Naturalmente ci sono anche libri di genere che sono scritti benissimo, e non sono nemmeno pochi, ma è considerato un di più. Se l'autore di solito scrive mainstream si fa finta che anche l'eventuale romanzo di genere finisca tra i mainstream, se no sta tra i generi. Tanto il libraio mica può leggere tutto...

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Mi sembra che il topic si morda la coda.  E' stato  detto e ripetuto ( per cui pareva acquisito) che il "valore"  di un libro non è in rapporto con il genere. Il tale bellissimo fantasy o giallo merita la serie A, il talaltro mediocre mainstream la B. Siamo d'accordo?

Ci si è poi andati a cacciare nelle definizioni/attribuzioni di genere, questione per certi versi  interessante, ma senz'altro scivolosa.

Che sia realismo fantastico o fantastico tout court, I nostri antenati  li mettiamo in A; così pure Tolkien, fantasy acclarato. Invece Acciaio  e, che so, Il corpo umano (criticatissimo; non l'ho trovato così malvagio) in B.

A me infatti  non pare che la letteratura non- di -genere venga osannata in quanto tale. E neppure il contrario: Il nome della rosa in definitiva è un giallo  storico.

 

@Nya "crudele" a post., ovvio.

Modificato da sefora

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Mi sembra che il topic si morda la coda.  E' stato  detto e ripetuto ( per cui pareva acquisito) che il "valore"  di un libro non è in rapporto con il genere. Il tale bellissimo fantasy o giallo merita la serie A, il talaltro mediocre mainstream la B. Siamo d'accordo?

No, non sono d'accordo. Non esiste una "serie B" per la letteratura mainstream. La letteratura di genere può permettersi di essere scritta in maniera mediocre, la mainstream no, va direttamente in C, se non in D.

Così la letteratura di genere ha comunque un suo mercato, anche se stilisticamente imperfetta, mentre quella mainstream finisce rapidamente nel dimenticatoio. 

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Sono d'accordo, a prescindere dal numero delle categorie da mettere in uso. Ma mi sembra che i post vadano nella direzione opposta. Provo a spiegarmi meglio.

Chi pratica i generi si lamenta che essi siano ghettizzati -e prova a nobilitarli inserendovi nomi illustri-, mentre il mainstream sarebbe di rango elevato: letturatura solo in quanto non genere. Non ho  questa impressione. L'essere "letterario", come appunto dici, non lo salva affatto.

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Sì, ma il punto del topic non è se sia meglio il genere o il mainstream. Che poi, sinceramente, la cosa va a gusti e sensibilità, per cui io avrò la mia "serie A" e un altro avrà la sua.

Il punto è che da più parti viene detto di non scrivere narrativa di genere perché non ha mercato e non la pubblica nessuno. Quello su cui ci si interroga qui è perché viene trasmesso questo messaggio. Perché a Masterpiece viene detto a gente come noi di scrivere mainstream (inteso però come "proprio caso umano") e di evitare come la peste il fantastico?

Del valore o no di A o B mi pare abbiamo già discusso per mesi altrove. :)

@Nanni, il tuo ragionamento implica che il mainstream possa essere scritto solo da chi sa scrivere, mentre il genere può anche farne a meno. Ma perché allora a gente che non è proprio questa cima di stile, anzi deve farsi parecchio le ossa, viene detto di scrivere mainstream? Ieri ho intravisto Masterpiece e alla concorrente veniva rimproverato una certa "ridondanza di stile" (del tipo classico da neofita, troppi aggettivi, immagini roboanti, ecc.).

La difficoltà vera (questo lo sappiamo tutti) è sempre nella trama e nei personaggi. La narrativa di genere non può prescinderne: un giallo scritto da dio ma con l'assassino sbagliato finisce dritto nel cestino. Il mainstream sembra poterne fare a meno, anzi, a volte è quasi un pregio. Qui basta lo stile e quello è molto più facile da avere. Quindi continuo a pensare che questo invito non sia disinteressato: dove non c'è bisogno di contenuti e la forma basta che sia "originale" (altra cosa più difficile nel genere, dove la forma deve innanzitutto essere comprensibile) l'editore è molto più forte dell'autore.

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.

 

Il problema principale è, come tanti hanno sottolineato, il fatto che i librai e gli editori (quantomeno i più grandi) tendono a prendere con le molle tutto quanto sia narrativa di genere, quasi demonizzandola

 

.

Perdonami: nel tuo lungo post dici molte cose sacrosante, ma questa è una sciocchezza.  Credi davvero che librai, e anche editori, possano permettersi di demonizzare un genere?  Qualunque genere, ben inteso.  Credi che un libraio possa permettersi di storcere il naso quando estrae dalle scatole un nuovo romanzo di Ken Follett?  Ci devono campare con i libri, loro... Un editore può scegliere le sue linee editoriali, certo, ma deve comunque tenere ben in vista i conti, se vuole continuare a pubblicare.  Un libraio non può fare nemmeno quello... Se uno decide di non tenere in stock le tanto vituperate 50 sfumature, perché offendono il suo senso estetico, ottiene solamente che il cliente esca e si rivolga alla libreria più vicina.  Ha perso una vendita, ma soprattutto ha perso un cliente.  E a fine mese l'affitto e i dipendenti sono da pagare...

Non sono certo quegli attori a deprezzare la narrativa di genere, pensa piuttosto ai premi letterari, ai critici, agli opinionisti da salotto...

 

Sai quali sono i libri che i librai attenti hanno amato maggiormente, fra quelli pubblicati negli ultimi anni?   

La saga di Harry Potter, quella di Twilight e, più di tutti in assoluto, Il Codice da Vinci. 

Narrativa di genere, come vedi.  Ti chiederai perché questi e non altri, non le sfumature e non La solitudine dei numeri primi ad esempio, che pure sono e sono stati dei grandi successi editoriali.  Perché il commerciante (e il libraio non può dimenticarsi di esserlo, se no chiude bottega) ama gli articoli che fanno aumentare le vendite.  E siccome il mercato editoriale è un piccolo mercato che sprofonda sempre più, quello che permette realmente di crescere sono i "fenomeni" che ti portano in libreria la gente che non vi ha mai messo piede.  Se la cliente abituale compra le sfumature al posto dell'ultimo della Steel il librario ha venduto sempre e solo un libro.  Ma le due saghe e il romanzo di cui ti parlavo hanno fatto varcare le porte delle librerie a persone che non lo avevano mai fatto.  Nell'estate in cui uscì l'edizione nei Miti del "Codice" io avevo una media di dieci persone al giorno che mi chiedevano perché costasse solo 5 euro, se mancavano delle pagine rispetto al rilegato, se era un riassunto o un condensato... tutta gente che non era mai stata in libreria e non sapeva cosa fosse un'edizione economica. 

Fatturato che si aggiunge al fatturato, vendite "in più" e non "al posto di".

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La difficoltà vera (questo lo sappiamo tutti) è sempre nella trama e nei personaggi. La narrativa di genere non può prescinderne: un giallo scritto da dio ma con l'assassino sbagliato finisce dritto nel cestino. Il mainstream sembra poterne fare a meno, anzi, a volte è quasi un pregio. Qui basta lo stile e quello è molto più facile da avere. Quindi continuo a pensare che questo invito non sia disinteressato: dove non c'è bisogno di contenuti e la forma basta che sia "originale" (altra cosa più difficile nel genere, dove la forma deve innanzitutto essere comprensibile) l'editore è molto più forte dell'autore.

Rovesci il mio ragionamento ma, alla fine, diventa solo questione di opinioni. Per me lo stile è più difficile di una buona trama avvincente, ma non è vitale stabilire chi abbia o non abbia ragione. Di fatto la letteratura di genere può prescindere dallo stile come la lettura mainstream può prescindere da una trama articolata e avvincente. Poi si può far pendere la bilancia su di una cosa o sull'altra.

Oggi, a parole, trionfa lo stile, ma al botteghino la vince la trama. Ci sono stati periodi, anche relativamente recenti, in cui la critica si ribellava all'eccessiva autoreferenzialità della letteratura italiana, tuta stile e poca "azione" e si invitavano i nostri autori a prendere esempio da scrittori americani come Raymond Chandler o Dashiell Hammett. Oggi sembra essere il contrario.

Per me dovremmo fare quanto possibile per combinare le due cose, poi il mercato deciderà.

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Oddio Nanni, lo stile purché sia non è poi così difficile da ottenere: c'è chi toglie i dialoghi, chi misura i periodi col calibro e chi col contachilometri, chi litiga coi congiuntivi e quelli che lo fanno col passato remoto. È lo stile "elegante e comprensibile" che è difficile da ottenere se non in fotocopia (se si capisce cosa intendo per fotocopia), che poi è quello che non si vede ma poi si sente e lo riconosci. Invece lo stile nel mainstream spesso si vede eccome, è così palese che diventa significante come le strutture nell'architettura d'avanguardia.

Chi pratica i generi si lamenta che essi siano ghettizzati -e prova a nobilitarli inserendovi nomi illustri-,

Sefora, faccio fatica a capire il seguito del pensiero, ma qui vorrei fare un appunto. Io non cerco di nobilitare questo o quel genere. Non me ne potrebbe importare di meno: sinceramente, preferisco divertire quattro lettori plebei che essere acclamata in salotti letterari (come sai, a una certa età si capisce quanto siano "fallaci" certe ambizioni alte ma che non ci sono congeniali).

Ripeto no, non mi interessa, anzi. Meglio che le "grandi menti" stiano alla larga da quello che mi piace leggere e scrivere, così non lo inquinano (il giorno che uscirà un'edizione critica del Signore degli anelli sarà un giorno triste per il fantasy :asd:).

Però non mi piacciono neanche le mistificazioni. E per me, dire che l'Italia non ha una tradizione fantasy o fantastica che dir si voglia è una mistificazione. Poi non è colpa mia se Calvino sa scrivere. :asd:

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Posso dire che non sono d'accordo sul fatto che la narrativa di genere possa non essere scritta bene? Personalmente ritengo che tutti i miei romanzi di genere preferiti abbiano anche una buona (se non ottima) prosa. Il fatto che alcuni nomi noti non scrivano benissimo può anche essere dovuto alla traduzione.

Poi che ci siano lettori che guardano più ai contenuti è vero, ma se un'opera continua a essere letta anche a distanza di molti anni di solito non è solo per quello.

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Chi pratica i generi si lamenta che essi siano ghettizzati -e prova a nobilitarli inserendovi nomi illustri-,

Sefora, faccio fatica a capire il seguito del pensiero, ma qui vorrei fare un appunto. Io non cerco di nobilitare questo o quel genere. Non me ne potrebbe importare di meno: sinceramente, preferisco divertire quattro lettori plebei che essere acclamata in salotti letterari (come sai, a una certa età si capisce quanto siano "fallaci" certe ambizioni alte ma che non ci sono congeniali).

 

Non mi riferivo ai tuoi post sul fantastico (su Calvino e affini il dibattito è apertissimo), ma a certi elenchi da Dante in avanti. Il seguito sarebbe appunto che i generi non hanno alcun bisogno di nobilitazione . Scrivo gialli e me ne vanto: proprio perché si rivolgono a un pubblico potenzialmente vasto, e sono molto contenta quando scopro di aver agganciato un non-lettore. Lo dico chiaro in varie interviste, accluse al mio libretto nel sito dell'editore.

Modificato da sefora

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Uhm, non vorrei fraintendere, Sefora, mi sa che non ti ho capito. Ti riferisci al topic aperto in Biblioteca? Ma perché un elenco da Dante in avanti sarebbe un tentativo di nobilitare? Non so in altri casi, ma per esempio in questo il tentativo è più che altro di rintracciare elementi considerabili fantastici nella letteratura (in senso largo, non "elevato") in lingua italiana. La "tradizione" da rintracciare non è necessariamente qualcosa di consapevole, piuttosto va intesa come una raccolta (o un'accozzaglia) di elementi che potrebbero far parte dell'immaginario fantastico nostrano. Non c'è nessuna nobilitazione strettamente connaturata.

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In questo topic continuo a generare fraintendimenti... No, nessun riferimento. Ricordo  l'elenco in Biblioteca perché ora lo citi, l'avevo appena intravisto. Ci sono qui un paio d'interventi a difesa del fantasy, che ora non ritrovo. Tipo: cosa manca alla Commedia, e a Y, e a Z  per essere fantasy? Tra l'altro fantastico e fantasy non sono tal quali...

Si era partiti secondo me bene. Tutti i generi  possono contenere testi eccellenti e il mainstream non è letteratura a prescindere. Perché chi sceglie con pieno diritto un genere sente il bisogno di antenati illustri? :umhh: Che sia "giovane" dovrebbe costinuire un pregio.

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Ospite Strix

Io ho citato "gli antenati illustri" solamente perché qualcuno, in un intervento, sosteneva che i generi fantastici, nel nostro paese, non potevano avere presa, perché in Italia non esiste una tradizione in tal senso.

Quindi ho citato i primi due esempi che mi sono venuti in mente, così come ho citato il fatto che gli MP3 siano nati da uno studio eseguito a Torino e che abbiamo dato i natali a fior fior di premi nobel (dal momento che l'intervento sosteneva anche che non abbiamo abbastanza cultura scientifica per amare la fantascienza), per non parlare dei grandi esempi del passato, come Leonardo e Galileo.

Con le mie citazioni volevo solo dimostrare che fantastico e scienza, in Italia, non hanno affatto meno presa che in altri paesi.

Non intendevo affatto stilare l'albero genealogico del fantasy italiano, parlavo di fantastico nel senso più ampio del termine.

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@sefora: perché la letteratura, a differenza della scienza, guarda sempre all'indietro. Abbiamo iniziato col fuoco e siamo arrivati sulla luna. Abbiamo iniziato con l'Iliade e siamo arrivati a... 50 sfumature? :asd:

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Il problema principale è, come tanti hanno sottolineato, il fatto che i librai e gli editori (quantomeno i più grandi) tendono a prendere con le molle tutto quanto sia narrativa di genere, quasi demonizzandola

 

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Perdonami: nel tuo lungo post dici molte cose sacrosante, ma questa è una sciocchezza.  Credi davvero che librai, e anche editori, possano permettersi di demonizzare un genere?  Qualunque genere, ben inteso.  Credi che un libraio possa permettersi di storcere il naso quando estrae dalle scatole un nuovo romanzo di Ken Follett?  Ci devono campare con i libri, loro... Un editore può scegliere le sue linee editoriali, certo, ma deve comunque tenere ben in vista i conti, se vuole continuare a pubblicare.  Un libraio non può fare nemmeno quello... Se uno decide di non tenere in stock le tanto vituperate 50 sfumature, perché offendono il suo senso estetico, ottiene solamente che il cliente esca e si rivolga alla libreria più vicina.  Ha perso una vendita, ma soprattutto ha perso un cliente.  E a fine mese l'affitto e i dipendenti sono da pagare...

Non sono certo quegli attori a deprezzare la narrativa di genere, pensa piuttosto ai premi letterari, ai critici, agli opinionisti da salotto...

 

Sai quali sono i libri che i librai attenti hanno amato maggiormente, fra quelli pubblicati negli ultimi anni?   

La saga di Harry Potter, quella di Twilight e, più di tutti in assoluto, Il Codice da Vinci. 

Narrativa di genere, come vedi.  Ti chiederai perché questi e non altri, non le sfumature e non La solitudine dei numeri primi ad esempio, che pure sono e sono stati dei grandi successi editoriali.  Perché il commerciante (e il libraio non può dimenticarsi di esserlo, se no chiude bottega) ama gli articoli che fanno aumentare le vendite.  E siccome il mercato editoriale è un piccolo mercato che sprofonda sempre più, quello che permette realmente di crescere sono i "fenomeni" che ti portano in libreria la gente che non vi ha mai messo piede.  Se la cliente abituale compra le sfumature al posto dell'ultimo della Steel il librario ha venduto sempre e solo un libro.  Ma le due saghe e il romanzo di cui ti parlavo hanno fatto varcare le porte delle librerie a persone che non lo avevano mai fatto.  Nell'estate in cui uscì l'edizione nei Miti del "Codice" io avevo una media di dieci persone al giorno che mi chiedevano perché costasse solo 5 euro, se mancavano delle pagine rispetto al rilegato, se era un riassunto o un condensato... tutta gente che non era mai stata in libreria e non sapeva cosa fosse un'edizione economica. 

Fatturato che si aggiunge al fatturato, vendite "in più" e non "al posto di".

 

in effetti mi sono reso conto che hai perfettamente ragione nella tua obiezione  :waaa:

 

comunque, ad ennesima riprova di quanto si diceva sulla narrativa di genere, leggetevi questo pezzo (che richiama a quanto successo in queste due puntate di Masterpiece)  http://barbablog.vanityfair.it/2013/11/26/i-veri-scrittori-sono-sempre-casi-umani-ma-i-casi-umani-non-sempre-sono-scrittori/

 

a mio avviso questa è un'altra chiara dimostrazione di come per tanti esista solo la letteratura "mainstream", che deve necessariamente continuare a veicolare lo stereotipo che il vero scrittore è quello solitario e tormentato, sempre al limite della crisi esistenziale e depressiva... :dawson:

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Sono stupidaggini. Scrive la blogger:

 

 

Perché una persona dovrebbe voler starsene sempre da sola, seduta per ore su una sedia, con la schiena che duole, quando là fuori c’è un mondo di cose da fare, persone da amare, emozioni da vivere, posti dove andare?

 

 

E perché invece uno dovrebbe passare il suo tempo in un call center a litigare con sconosciuti al telefono?

 

Certo, è noto che spesso gli artisti hanno problemi psicologici di qualche natura ma 

 

!° non è sempre vero, oppure non è sempre manifesto.

2° ciò di cui scrivono (o compongono, o dipingono) ha poco a che fare coi sopraddetti disturbi. A meno di testi autobiografici, ma quanti libri autobiografici si possono scrivere, nel corso della propria carriera? Uno o due, poi bisogna cominciare a inventare.

 

Insomma, l'essere casi umani ha poco a che fare con l'essere scrittori. È solo il sintomo occasionale di una sensibilità eccessiva.

E una grande sensibilità, malata o sana che sia, è indispensabile sia per scrivere letteratura mainstream sia per scrivere letteratura di genere. E se non la si ha la si può sviluppare con l'esercizio: non è detto che sia innata.

Pensare il contrario non è solo un atteggiamento ingenuo, è deleterio per la letteratura e per l'arte in generale. 

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Ospite Strix

(piuttosto, mi rendo conto adesso che è stato postato nel topic sulla narrativa di genere. Non avrebbe avuto più senso in quello su Masterpiece? ^^; )

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Tornando al discorso iniziale: può sembrare un modo per evitare la domanda, ma purtroppo per chi ha intenzione d'usare la scrittura come strumento di vita, il pubblico è la cosa più importante.
Proprio per questo motivo, secondo me, sta al lettore decidere cosa sia letteratura di serie B o cosa no.
Purtroppo, a chi scrive, non resta che accettare questa distinzione.

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Credo che l'articolo (conoscendo la Bignardi) fosse ironico.

 

Davvero? Io l'ho preso alla lettera... Assomigliava molto a delle tesi che ho  effettivamente sentito.

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