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Lorenzo Sartori

Narrativa di genere, narrativa di serie B?

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Secondo me la parola fantasy è brutta. Fantastico mi piace di più. Siamo italiani. In passato non le consideravo la stessa cosa, ma ho imparato che molti qui dentro, di certo più esperti di me per quanto riguarda il genere, non fanno distinzione. Ma perché si usa ancora la parola fantasy?

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"Tra i pochi autori che, passando per il racconto popolare, hanno creduto nell'importanza del linguaggio fantastico, nella letteratura italiana della tradizione troviamo Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, sebbene nei loro casi si sia virato verso un fantastico più "intellettuale", e quindi, secondo la definizione di Todorov, non veramente fantastico" http://it.wikipedia.org/wiki/Fantasy

 
"Per la sua narrativa, l’amico Vittorini, col quale diresse dal 59 al 65 “Il  Menabò”, parla di “realismo con carica fiabesca.” Vittorini stesso, insieme a Pavese, è uno degli autori che maggiormente influenzò Calvino." http://www.criticaletteraria.org/2012/03/criticalibera-calvino-e-il-fantastico.html
 
Naturalmente si può non essere d'accordo...

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Quello che intendevo dire con il mio intervento è anche che secondo me se ci si mette d'accordo sulla definizione di "fantasy" tutte queste incomprensioni difficilmente possono nascere. 

 

Ad esempio:

 

La Divina Commedia è fantasy? Se no, cosa gli manca per esserlo? 

Il Novellino di fine duecento è fantasy? Se no, cosa gli manca per esserlo?

Le stanze per la giostra di Poliziano è fantasy?

La Gerusalemme Liberata?

 

 

Sbaglio o in base a come definiamo la cosa potremmo ritrovarci ad avere un'intera tradizione fantastica profondamente radicata fin dalle origini della nostra letteratura?

Modificato da Nyamekye

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Ospite Woland

Detta in maniera alquanto superficiale: all'interno del fantasy noi accettiamo le regole che vengono "imposte". Sentiamo parlare di maghi, draghi, elfi e vari personaggi/tematiche/situazioni ma MAI ci diciamo: "no, non può essere". In quanto lettori accettiamo ciò che leggiamo come per una sorta di convenzione.

Il fantastico, invece, prende vita nel nostro mondo: quello che abitiamo. In questo mondo, che è il nostro, avviene qualcosa di perturbante, che sovverte la nostra concezione delle cose. A seguito di questo elemento perturbante subentra il fantastico (che per Todorov dura appena un istante: ossia "l'esitazione").

È un argomento molto bello e che mi interessa molto; mi spiace trattarne così marginalmente ma per approfondirlo in maniera seria andrebbe aperto davvero un topic a sé.

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Detta in maniera alquanto superficiale: all'interno del fantasy noi accettiamo le regole che vengono "imposte". Sentiamo parlare di maghi, draghi, elfi e vari personaggi/tematiche/situazioni ma MAI ci diciamo: "no, non può essere". In quanto lettori accettiamo ciò che leggiamo come per una sorta di convenzione.

Il fantastico, invece, prende vita nel nostro mondo: quello che abitiamo. In questo mondo, che è il nostro, avviene qualcosa di perturbante, che sovverte la nostra concezione delle cose. A seguito di questo elemento perturbante subentra il fantastico (che per Todorov dura appena un istante: ossia "l'esitazione").

È un argomento molto bello e che mi interessa molto; mi spiace trattarne così marginalmente ma per approfondirlo in maniera seria andrebbe aperto davvero un topic a sé.

 

Ok, questa è senza dubbio un'ottima definizione. Secondo questa convenzione senza dubbio Calvino e Buzzati niente hanno a che vedere con il fantasy, mentre invece la Divina Commedia è un'opera di genere fantasy. Sbaglio?

 

PS le definizioni di wikipedia fanno schifo, non definiscono una ceppa...

Modificato da Nyamekye

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Ospite Woland

Ok, questa è senza dubbio un'ottima definizione. Secondo questa convenzione senza dubbio Calvino e Buzzati niente hanno a che vedere con il fantasy, mentre invece la Divina Commedia è un'opera di genere fantasy. Sbaglio?

Fosse facile rispondere. Prendi Buzzati: molti suoi racconti hanno l'inserzione di un elemento perturbante all'interno di un contesto realissimo e che fa scivolare il tutto verso il versante fantastico. Poi ci sono altri racconti in cui questo elemento perturbante è ambiguo: esiste o meno? e qui i confini si fanno più labili... c'è poi un romanzo breve di Buzzati, "Il segreto del bosco vecchio" che stando alla definizione che ho scritto prima starebbe a pieno nel fantasy, dato che è popolato da una foresta "viva", da animali parlanti, da una sorta di personificazione del vento e tutto è narrato come se fosse la cosa più normale del mondo.

Se c'è una cosa che ho imparato è che stabilire confini netti non solo è inopportuno, ma è errato: la contaminazione, lo scivolamento di una parte, la fusione hanno un rilievo troppo marcato perché si possano fare differenziazioni. Detto questo, per la Commedia credo che il discorso sia a sé.

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Beh, Buzzati ha scritto almeno (dico almeno perché non conosco tutta l'opera di Buzzati) un racconto su un drago. Un racconto tristissimo peraltro, che mi ha fatto passare la voglia di leggere oltre, ma vabbe'.

Quanto a Calvino, le sue ambientazioni assolutamente senza tempo e la magia insita in alcuni personaggi (come fanno le due parti del Visconte a vivere separate, allora?) e soprattutto la valenza allegorica (il Visconte è diviso in due e un lato è assolutamente buono e l'altro lato assolutamente malvagio) lo fanno rientrare appieno nella tradizione fantasy.

 

E chi dice che l'Italia non ha una tradizione fantasy (sì, magari non ha opere "importanti" fantasy, ma un substrato, una tradizione) si è dimenticato tutte le storie che si ascoltavano tanti anni fa davanti al fuoco. A partire dalle streghe, per arrivare a folletti e creature di tutti i tipi.

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Secondo me se si inventano i generi è per classificare in maniera univoca. Altrimenti, e io sono d'accordo, si evita di tirare in ballo generi e si studia ogni personaggio, ogni scrittore facendo un discorso a se stante e su misura. Certo un autore può scrivere più generi, ma perché questa paura di classificare una volta che il genere è stato creato? Non ha molto senso parlare prima di fantasy e poi pensare al fantasy come a un genere esclusivamente moderno. Se quelli sono i canoni che abbiamo stabilito tutto ciò che rispetta quei canoni dev'essere incluso in quel genere.

 

In generale quello che penso in questi periodi è che non esistano generi di serie B. Anzi, che quando si parla di letteratura sia proprio insulso parlare di generi. Mi sembra una grande limitazione. Classificare un certo tipo di arte mi sembra sempre riduttivo. La letteratura va oltre. Certo, esistono di certo libri di serie B. Godibili, magari, ma di serie B. Però non metto in dubbio che per chi si riferisce alle classificazioni esse abbiano senso. Certo, che almeno siano univoche, altrimenti di che parliamo?

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Ospite Woland

Beh, Buzzati ha scritto almeno (dico almeno perché non conosco tutta l'opera di Buzzati) un racconto su un drago.

Sì, povero drago :fuma:

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Ospite Animal Nitrate

Perché Calvino non dovrebbe essere un autore fantasy? Per fare un esempio, Il visconte dimezzato che genere di libro è? Mainstream?

No, perché è facile dire che non abbiamo una tradizione fantasy togliendo dal fantasy tutti i libri che quella tradizione la farebbero. Sarebbe come dire che Gadda non scriveva gialli/polizieschi perché, be', quelli non sono gialli, quella è letteratura.

Comunque, uno dei libri italiani più tradotti al mondo è Pinocchio. Ma ovviamente è "alta letteratura" pure lui. Magari nell'Ottocento era normale che i burattini se ne andassero in giro per strada, non so, e quindi sarà pure mainstream.

Vogliamo fare qualche altro titolo? Che so, La freccia azzurra? Questo cos'è, realismo socialista?

Poi, ovviamente, quando gli inglesi si mettono a reinterpretare la propria mitologia è fantasy. Se lo facciamo noi (Le nozze di Cadmo e Armonia, per fare un titolo che mi è passato in mano di recente) è letteratura. Per cui, I dialoghi con Leucò non sono fantasy. No, no, mainstream dei più puri. Come non è fantasy quello che scrive Mauro Corona.

Ah, tra parentesi, Verga scriveva per lo più romanzi strappalacrime stile telenovela (Storia di una capinera, Tigre reale) eppure lo si può citare per parlare di verismo. Perché citare Calvino per il fantasy sarebbe poco furbo, solo perché ha scritto roba realista? Quando finirà questa cosa che dice che realismo e fantasy non vanno d'accordo?

 

Molto debole come argomentazione. Se qualcosa non è mainstream non significa automaticamente che sia fantasy.

Non è che siccome "Il visconte dimezzato" non è un libro mainstream automaticamente è fantasy. L'impianto strutturale del Visconte è più fiabesco/allegorico che non fantasy, le due cose sono molto diverse.

La "Freccia azzurra" e "Pinocchio" sono letteratura per ragazzi. La presenza di elementi fantastici non rende automaticamente qualcosa fantasy (che per altro non è necessariamente un genere per ragazzi...).

Il fantasy per come la vedo io è un genere molto più logico e coerente del fiabesco. Nel fantasy ad esempio il world building ha una funzione molto più importante che non nel fiabesco, quello che voglio dire è che nel fantasy gli elementi fantastici non sono simbolici ma reali questo significa che tutto deve essere spiegato con una coerenza e con una serie di dettagli che in un'opera fiabesca o allegorica non sono affatto necessari.

Infine Gadda da alcuni critici non è affatto considerato un giallista e viene inserito nel filone del romanzo umoristico italiano insieme a Pirandello e Svevo, dato che alcuni elementi dei suoi romanzi sono atipici rispetto al giallo.

Ripeto, perché siete così sulla difensiva, addirittura tirandomi in mezzo Verga e altre robe che io non ho citato?

Scrivere dove non c'è una tradizione dietro è pionieristico ed innovativo, dovreste vederlo come un vanto, non come qualcosa da cui difendervi.

Ripeto che in quello che ho scritto non c'è una critica al fantasy, la mia è solo un'analisi personale.

 

P.S. Citare Calvino se si fanno le crociate contro il realismo non è furbo perché tirare in mezzo un autore che ha cominciato come neorealista rende tutta l'argomentazione incoerente...

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Ospite Woland

Sto tentando di tirarne via ogni ricordo dalla mia mente. :fuma:

Dovresti leggere "Lo sciopero dei posteggi" :asdf: Giusto per mutare idea e riprendere a leggerlo!

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stabilire confini netti non solo è inopportuno, ma è errato: la contaminazione, lo scivolamento di una parte, la fusione hanno un rilievo troppo marcato perché si possano fare differenziazioni.

 

 

Non ci piove. Tuttavia per intraprendere un discorso comprensibile su "oggetti", quali siano, storicizzabili, occorre stabilire criteri, accettare periodizzazioni, evitare (è importante) gli anacronismi. Con l'indispensabile cautela ed elasticità, si capisce.

Un prof. che conosco raccontava di uno studente che, nel '68, intendeva disquisire sul femminismo della monaca di Monza... Prendere una "categoria" formalizzata in un certo momento e contesto  e provare a infilarci dentro roba anteriore, quasi fosse una scatola, non è corretta pratica.

 

Wikipedia è quel che sappiamo. Ho scelto infatti opinioni con paternità dichiarata o citazioni.

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Ospite Woland

Prendere una "categoria" formalizzata in un certo momento e contesto e provare a infilarci dentro roba anteriore, quasi fosse una scatola, non è corretta pratica.

Anteriore e pure posteriore, il più delle volte; comunque sì. Concordo :fuma:

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Non ci piove. Tuttavia per intraprendere un discorso comprensibile su "oggetti", quali siano, storicizzabili, occorre stabilire criteri, accettare periodizzazioni, evitare (è importante) gli anacronismi.

Evitare anacronismi significa l'impossibilità del giudizio sul passato, su qualunque passato. La categoria è sempre postuma: altrimenti come può nascere? Ma la categoria è anche senza tempo, altrimenti non può non mancare d'oggettività. Nel nostro illuso vivere newtoniano l'energia si conserva, quindi il tempo dev'essere perfettamente omogeneo.

Se non parti da questo presupposto poni le basi per un'impossibilità oggettiva di categorizzazione. Almeno questa è la mia opinione: ovviamente comprendo che in letteratura quasi mai si opti per un approccio di questo tipo, ma è proprio da questo che nasce l'assurdità del multiplo punto di vista.

Che poi la soggettività sia, proprio questa il lato affascinante dell'arte, su questo sono d'accordo. Ed è proprio per questo che secondo la mia opinione le categorie non hanno proprio senso. Ma fatte a caso ancor meno.

Modificato da Nyamekye

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Ok.

Calvino non scriveva fantasy né fantascienza. Buzzati non è fantasy. Gadda non scriveva gialli.

Il prossimo passo è Manzoni e Eco non hanno scritto romanzi storici.

Però, se il word building dev'essere predominante sull'allegoria e il fantasy non è letteratura per ragazzi, allora Le cronache di Narnia non sono un fantasy.

Basta decidersi, in effetti.

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Ospite Woland

Il prossimo passo è Manzoni e Eco non hanno scritto romanzi storici.

Beh, ma sai che in realtà... :asd:

A questo punto non è tanto stabilire "chi sia cosa" e "chi non sia cosa" ma bensì "chi è anche cosa" (chiaro no? :fuma: )

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"Tra i pochi autori che, passando per il racconto popolare, hanno creduto nell'importanza del linguaggio fantastico, nella letteratura italiana della tradizione troviamo Dino Buzzati, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, sebbene nei loro casi si sia virato verso un fantastico più "intellettuale", e quindi, secondo la definizione di Todorov, non veramente fantastico" http://it.wikipedia.org/wiki/Fantasy

 

"Per la sua narrativa, l’amico Vittorini, col quale diresse dal 59 al 65 “Il  Menabò”, parla di “realismo con carica fiabesca.” Vittorini stesso, insieme a Pavese, è uno degli autori che maggiormente influenzò Calvino." http://www.criticaletteraria.org/2012/03/criticalibera-calvino-e-il-fantastico.html

 

Naturalmente si può non essere d'accordo...

Be', certo se di tutti quelli che si sono occupati di fantastico andiamo proprio a considerare giusto Vittorino e Todorov, è ovvio che la definizione ne risulti parecchio ristretta.

Perché, per dire, per Todorov il fantastico non dev'essere né poetico né allegorico. Quindi, non solo eliminerebbe Calvino e Buzzatti, ma pure Tolkien. Forse salverebbe Martin, ma siccome impone anche l'esitazione di fronte a un evento non naturale, ho idea che praticamente tutti i libri in cui non c'è almeno un personaggio che si stupisce non sia fantastico.

Quindi, vogliamo ignorare tutti e prendere Todorov perché ci consente di staccare Calvino e Buzzati dal fantastico, e dedicare a loro una categoria a parte? Perfetto, ma allora bisogna che togliamo anche Terry Pratchet, Tolkien, Martin, MZB. Giusto Harry Potter e l'urban fantasy si possono salvare.

Vi va bene una definizione di fantastico così?

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Ospite Strix

Non mi pare di aver citato Calvino e Buzzati come autori Fantasy, io stavo contestando l'affermazione che, nel nostro paese, non esiste una tradizione di racconti fantastici (e il fantastico racchiude un'ampia gamma di generi, uno dei quali è il fantasy), e ho quindi citato questi due autori come esempi di autori che hanno inserito il fantastico nelle loro opere e hanno fatto grande letteratura, che come tale è universalmente riconosciuta.

Qui mi pare che le levate di scudi non ci siano quando si dice qualcosa contro il fantasy, ma appena si fiuta nell'aria il tentativo di dimostrare che è un genere con la stessa dignità di tutti gli altri. Certo, se prendete come metro di paragone "Brian di Boscononmiricordoseerascurooquieto", posso capire lo schifo, ma si parte da presupposti sbagliati.

Comunque sia, io non ho mai detto che Calvino o Buzzati abbiano scritto fantasy (anche se un'armatura vuota che va alla guerra...), ne mi è mai fregato di dirlo.

Mi frega, invece, di dimostrare che nella nostra tradizione il fantastico è radicato eccome. Il fantastico non è una prerogativa dei paesi nordici.

Noi abbiamo ancora i paesini dove, di notte, pare di trovarsi in un'altro mondo, i castelli su ogni collina, un sottobosco di leggende da far invidia a qualunque saga nordica. Un patrimonio enorme di fiabe.

La gente segue con passione trasmissioni come Mistero (urgh!) o Voyager, per sentire di storie di fantasmi, della Torino mistica, ecc.

Si fanno rievocazioni storiche, la gente si iscrive a gruppi che fanno rievocazioni (gente che vive in città, non nei paesini dell'Appennino, eh!).

Mia nonna mi raccontava storie di draghi, e non le prendeva certo dai libri. La principessa rapita e il cattivo che alla fine veniva buttato in un forno pieno di fascine accese.

E tutto questo background dovremmo buttarlo via, nonostante sia parte della nostra tradizione, perché ci dicono che è roba infantile e dovremmo leggere solo di ragazzine molestate e inchieste di mafia?

Ma per favore!

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Ospite Animal Nitrate

Ok.

Calvino non scriveva fantasy né fantascienza. Buzzati non è fantasy. Gadda non scriveva gialli.

Il prossimo passo è Manzoni e Eco non hanno scritto romanzi storici.

Però, se il word building dev'essere predominante sull'allegoria e il fantasy non è letteratura per ragazzi, allora Le cronache di Narnia non sono un fantasy.

Basta decidersi, in effetti.

 

Francamente penso che come discorso cominci ad essere ridicolo. Perché continui a tirare in mezzo cose che io non ho detto e a stare sulla difensiva?

Io ho scritto che il fantasy non è necessariamente un genere per ragazzi, in italiano significa che può essere anche un genere per adulti.

Poi ho scritto anche che alcuni critici hanno inserito Gadda nella categoria del romanzo umoristico con Pirandello e Svevo. In lingua italiana alcuni significa che solo certi critici, non tutti, hanno accettato quella definizione. Adesso non ho tempo e voglia però potrei andare a cercare i saggi, è roba che ho studiato.

Volete sapere cosa penso di tutto questo stare sulla difensiva?

Penso che vi manchi il coraggio.

Perché a voi non dovrebbe nemmeno interessare se la gente considera il genere in cui volete scrivere di serie b. Voi dovreste pensare alla storia che avete da raccontare e al vostro lettore. Dovreste pensare che il vostro lettore con la vostra storia deve ridere, piangere e pensare. E se qualcuno ha pregiudizi su un genere considerandolo di serie b, tanto vale fare spallucce perché quella persona dimostra solo disinteresse e/o ignoranza.

Io credo che tutti questi tentativi di portare sul proprio carro autori che non hanno nulla a che fare con il proprio genere sia un inutile arrampicarsi sugli specchi.

Ad esempio con tutta la buona volontà del mondo non si può concepire la Divina Commedia come poema fantastico perché l'autore l'ha inteso come un poema sacro con determinati riferimenti biblici e teologici, mi sembra così evidente che non dovremmo nemmeno stare a parlarne...

Tutta la cosa di tirare fuori ogni volta Calvino e Buzzati è solo mancanza di coraggio, è solo il ricercare a tutti i costi una legittimazione perché non si crede in ciò che si fa. Ed è anche una forma di vittimismo per cui uno può dire "eh ma io mi ispiro ai grandi della letteratura, sono gli altri che non capiscono l'arte...".

Uno che crede in quello che fa non ha bisogno di difendersi da pareri di persone a cui probabilmente la sua opera nemmeno si rivolge. A bisogno solo del parere del suo lettore perché gli servirà a scrivere meglio la prossima volta.

Uno che scrive, o che si occupa di qualsiasi altro tipo di arte, non dovrebbe nascondersi dietro queste cazzate. Dovrebbe pensare solo a scrivere una buona storia e a raggiungere i suoi lettori. Tutto il resto è fuffa.

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Ospite Strix

Mancanza di coraggio? Questa mi pare una provocazione abbastanza sterile, a dire il vero.

Non mi pare che nessuno, qui, si faccia condizionare dai giudizi sui generi, dal momento che ci sono scrittori di fantasy, di horror, di fantascienza, di gialli, triller e via dicendo (che al limite si lamentano di trovarsi davanti parecchie porte chiuse, perché pare che per farsi leggere, in questo paese, si debba essere dodicenni ciechi che hanno scritto dettando il loro romanzo al computer)

Per quel che mi riguarda, io non sono una scrittrice e tutto il discorso l'ho fatto da lettrice incavolata, perché non riesce a trovare in libreria i libri che vorrebbe leggere. 

Sono ormai molti mesi che mi rifugio nei classici, ma a un certo punto li finirò,e a quel punto? Mi devo buttare nelle letture in lingua inglese?

Una volta si pubblicavano storie di pirati in india, di carovane nel deserto, di feroci sette. Si pubblicavano, senza paura di cadere nel ridicolo, storie di visconti divisi a metà da una palla di cannone e di cavalieri inesistenti. Grandi scrittori non si vergognavano di raccogliere e rielaborare le storie della tradizione orale.

Quello che mi chiedo è per quale motivo questo non si faccia più e, nei rari casi in cui lo si fa, o si relega l'operazione al mercato per ragazzi, o si evita di dirlo in giro.

In soldoni, per quale motivo la letteratura di genere fa venire l'orticaria a chi lavora in editoria, al punto di negare pure che nel paese ci sia un pubblico che la ricerca e la chiede?

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Ma difatti qui nessuno difende il proprio operato. Il topic nasce chiedendosi perché l'establishment editoriale considera la narrativa di genere qualcosa da non pubblicare se non in casi eccezionali. Uno dei motivi è che la narrativa di genere non è radicata nella nostra cultura, e in particolare non lo è il fantasy e il fantastico in generale (fantascienza, horror, gotico, ecc.).

Ora, a me (e mi pare ad altri) sembra che non sia proprio così. Non abbiamo avuto Tolkien, ma in realtà neppure gli inglesi hanno avuto un altro Tolkien dopo il primo o prima di lui. Ognuno ha fatto un po' che gli è parso, c'è chi ha scritto saghe in ventordici volumi, chi ha rivisitato il proprio background folcloristico, chi si è inventato un mondo, chi si è dato al fiabesco e via così. Ma un Calvino che riscrive le fiabe italiane riraccontandole con la sua penna non compie un'operazione molto diversa da chi riscrive cappuccetto rosso in chiave horror (per quanto sia d'accordo con ben altra godibilità e levatura). Per citarne un altro, Il codice di Perelà di Palazzeschi che ha da invidiare a un Alice nel paese delle meraviglie?

Ma citare Calvino e Buzzati e gli altri (Gozzano, per dirne un altro, Papini, Pirandello) ha un'altra funzione, che non è quella di nobilitare il genere, quanto di sostenere che i grandi e meno grandi della nostra letteratura contemporanea non hanno avuto alcun problema a scegliere una "narrativa di genere". Vogliamo avere un elenco?

Lucio d'Arcangelo, Enciclopedia fantastica italiana. Ventisette racconti da Leopardi a Moravia

Vogliamo allargarci al di fuori della narrativa? Parliamo di cinema? Che so, uno dei tanti italianissimi Brancaleone? O lo sceneggiato Il segno del comando? Dylan Dog e tutta la scuderia Bonelli?

E sto andando a memoria, con qualche velocissima ricerca su Google al più. Vorrei vedere che non verrebbe fuori se invece di un paio d'ore ci si dedicassero un paio di settimane.

Oltre a dire che mi sono limitata al tanto vituperato fantastico. Vogliamo scendere sul resto dei generi? Avventura, gialli, storici...

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Non ci piove. Tuttavia per intraprendere un discorso comprensibile su "oggetti", quali siano, storicizzabili, occorre stabilire criteri, accettare periodizzazioni, evitare (è importante) gli anacronismi.

Evitare anacronismi significa l'impossibilità del giudizio sul passato, su qualunque passato. La categoria è sempre postuma: altrimenti come può nascere? Ma la categoria è anche senza tempo, altrimenti non può non mancare d'oggettività. Nel nostro illuso vivere newtoniano l'energia si conserva, quindi il tempo dev'essere perfettamente omogeneo.

Un discorso sul metodo storico mi sembra OT. La cautela nei confronti degli anacronismi non rende impossibile il giudizio, lo rende anzi concreto, in quanto evidenzia la disomogeneità del tempo. Qualche esempio grossolano, se essa manca : definire "crudele" Gengis Kan, "democratico" Pericle, includere Petrarca tra i romantici. A meno di non farne una sorta di archetipi, sul genere delle idee platoniche, presenti ab origine  nella mente.

Non è così: il nostro modello di crudeltà è, semplificando, quello cristiano-illuministico; per la  democrazia

abbiamo presente Rousseau e quel che segue; il sentimento dei romantici è peculiare.

Esistono  degli elementi riconoscibili, si possono fare analogie ecc., ma distinzioni e periodizzazioni (mai dogmatiche, s'intende) sono necessarie per un corretto approccio disciplinare.

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disomogeneità del tempo.

Ma la definizione di "crudele" che adotti è " persona ritenuta crudele dai suoi contemporanei " oppure " persona crudele secondo il canone post-illuministico " ? Entrambe contengono un riferimento temporale: ma mi sembra assolutamente fittizio, sacrificabile senza conseguenze. Le uniche categorie con riferimento temporale che non può essere omesso mi sembrano quelle di collocazione temporale pura. La disomogeneità del tempo esiste solo nella soggettività individuale per quanto riguarda le nostre possibilità percettive.

Ma hai ragione siamo OT.

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Inutile insistere: la letteratura di genere è letteratura di serie B, non c'è niente da fare, è assiomatico. Perché se è scritta bene non è letteratura di genere. Essendo scritta male la letteratura di genere va considerata di serie B.

Ovviamente estremizzo: a volte un autore di alta levatura dichiara che il suo ultimo libro va considerato di genere, un giallo, un fantastico, un horror. Allora i critici devono arrendersi, ma lo fanno malvolenttieri.

Questo vale per l'Italia, ma non solo. Uno degli ultimi libri di Burgess, mi pare si intitoli "Notizie dalla fine del mondo", parla di un pianeta che colpisce la terra e annienta l'umanita. Solo un piccolo gruppo riesce a fuggire su un'astronave costruita in tutta fretta.

Pensate che da qualche parte, sulla prefazione o sulle note di copertina ci sia scritta la parola "fantascienza"? Noo, che siamo impazziti? Burgess fantascienza? Ma quando mai!

E clockwork orange cos'è, una distopia? Niente affatto. Perché è una metafora della nostra realtà.

Sì, va beh...

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Per rispondere alla domanda del topic, di serie B è il lettore che demonizza un genere. Capisco che ''de gustibus non disputandum est'', ma, a mio modesto parere, dire che un genere è inferiore ad un altro, dimostra solo una certa ristrettezza mentale. Per me ci sono solo libri ben scritti (con trame coinvolgenti e non banali) e libri che non lo sono. 

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Ospite Lem Mac Lem

Inutile insistere: la letteratura di genere è letteratura di serie B, non c'è niente da fare, è assiomatico. Perché se è scritta bene non è letteratura di genere. Essendo scritta male la letteratura di genere va considerata di serie B.

Ovviamente estremizzo: a volte un autore di alta levatura dichiara che il suo ultimo libro va considerato di genere, un giallo, un fantastico, un horror. Allora i critici devono arrendersi, ma lo fanno malvolenttieri.

Questo vale per l'Italia, ma non solo. Uno degli ultimi libri di Burgess, mi pare si intitoli "Notizie dalla fine del mondo", parla di un pianeta che colpisce la terra e annienta l'umanita. Solo un piccolo gruppo riesce a fuggire su un'astronave costruita in tutta fretta.

Pensate che da qualche parte, sulla prefazione o sulle note di copertina ci sia scritta la parola "fantascienza"? Noo, che siamo impazziti? Burgess fantascienza? Ma quando mai!

E clockwork orange cos'è, una distopia? Niente affatto. Perché è una metafora della nostra realtà.

Sì, va beh...

 

Amen.

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C'è da dire poi che i librai (o forse dovrei dire i commessi delle grandi catene) in questo non aiutano, perché se un autore cambia genere loro lo mettono comunque nello stesso scaffale.

Qualcuno di voi ha mai visto 'Terra!' di Stefano Benni nel settore della fantascienza?

Qualcuno di voi ha mai visto 'Storia di neve' di Corona nel fantasy?

Io no, al contrario nella sezione dedicata al fantastico ci ho visto un romanzo assolutamente realistico, mi pare fosse pulp, il cui autore guarda caso era Martin. Tanto è fantasy.

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Se è per questo, neanche mai visto Benni in area fantasy.

Ah già, lui sa scrivere.

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Il problema è che nel panorama culturale italiano il 'popolare' è diventato sinonimo di 'basso', quando non è assolutamente vero. E' vero che è più facile che un'opera scritta per intrattenere il pubblico denoti un certo numero di difetti, ma sono altrettanto sicuro che nessun 'altoH classicoH della summa et crande letteratura italica' sia stato scritto senza tener conto di un'eventuale gradimento del pubblico. L'autore scrive per farsi leggere, e i migliori classici sono quelli dove l'elemento che li hai resi così grandi è stato introdotto per caso, in maniera spontanea, senza mai forzarne il messaggio. La narrativa di genere, secondo me, è in realtà quella che si presta meglio a diventare classico, perché può veicolare molto attraverso l'intrattenimento.

 

Se Harry Potter veicola bene l'importanza di amore, amicizia, coraggio e onore, è perché il messaggio è perfettamente inserito in un contesto accattivante, dove non viene mai sacrificato il genere stesso. 

 

Ad alimentare il pregiudizio, forse, è il fatto che per ogni opera di genere ottima, ce ne sono altre dieci pessime. 

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