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CharlieC

Le parolacce

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Sono d’accordo con chi afferma che è importante il contesto in cui la parolaccia è inserita,

e ci sono anche le parole volgari che potrebbero disturbare alcuni,

 per esempio questa frase di Dario Levantino (Di niente e di nessuno): A Brancaccio la strada più bella si chiama viale dei Picciotti. C’è un marciapiede tutto cacato, sette platani mezzi secchi, i negozi con l’insegna fulminata. E poi continua con la descrizione, se non ci fosse la parola “cacato” avrebbe la stessa forza evocativa?

Le parole come Cacato, merda, stronzo, faccia di culo, e simili se ben inserite possono fare la differenza.

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9 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

Sono d’accordo con chi afferma che è importante il contesto in cui la parolaccia è inserita,

 

Sono anch'io d'accordo.

 

Nell'esempio che ho fatto prima, tratto dal film "Mery per sempre" (1989), girato in parte in un carcere minorile di Palermo, c'è un tratto che fa così:

Prof: Minchia, minchia… ma tu solo minchia sai dire?

Natale: Sì, solo minchia so dire, minchia!

 

Le parolacce si adattano al contesto e dunque non mi disturbano.

 

D'altronde lo stesso dialogo senza parolacce diventerebbe così:

Prof: Organo genitale maschile, organo genitale maschile… ma tu solo organo genitale maschile sai dire?

Natale: Sì, solo organo genitale maschile so dire, organo genitale maschile che non sei altro!

 

Non rende proprio, anzi è addirittura comico e dunque produce un effetto diverso da quello che vorrebbe produrre: da ROTFL (Rolling On The Floor Laughing). Certo, è pulito ma… :rotol::rotol:

 

 

9 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

A Brancaccio la strada più bella si chiama viale dei Picciotti. C’è un marciapiede tutto cacato

 

Conosco l'articolo :)

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11 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

C’è un marciapiede tutto cacato, sette platani mezzi secchi, i negozi con l’insegna fulminata.

Quel cacato non è una parolaccia, e neppure gratuita.

Supponiamo che il nostro personaggio passeggi sul viale dei Picciotti e che sguilli (il passeggiatore è foresto, romagnolo: che scivoli, tradotto per voi barbari... e per la gioia di @Marcello) sul cacato: con quali parole imprecherà? Dipende dalla qualità del personaggio. La suora se ne uscirà con un per dirindindina, ma anche questo dipende dal tipo di religiosa. E se la facessimo bestemmiare? Effetto dirompente per caratterizzare la benedetta donna! Questo solo per dire che, al momento opportuno, ma solo in quello, tutto ci potrebbe stare. 

Il mio problema è che la bestemmia mi disturba sempre, sia come lettore che come scribacchino.

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38 minuti fa, Fraudolente ha scritto:

Il mio problema è che la bestemmia mi disturba sempre, sia come lettore che come scribacchino.

 

Anche me disturbano sempre. Bestemmie e parolacce andrebbero distinte perché non hanno un destino comune da noi. Io non bestemmio mai, anche se a volte alcuni politici in TV hanno il potere di spingermi a bestemmiare attribuire qualità suine a qualche divinità ;)

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Anche a me la bestemmia disturba,

però ammetto che nella vita reale mi capita spesso di usarla. Lavoro in un ambiente, ad altissimo tasso di stress, la cucina di un ristoro, dove tutto dev’essere sincronizzato e perfetto, in una ordinazione di quattro persone per esempio ci possono essere decine di componenti che hanno tempi di cottura diversi, che si devono amalgamare solo ad un determinato stadio della loro preparazione, alcuni proseguiranno il percorso in un forno altri in una friggitrice altri ancora sulla fiamma. Poi magicamente devono uscire tutti insieme ognuno con la giusta temperatura, chi caldo, chi tiepido, chi freddo, il sapore dev’essere perfetto, l’aspetto appetibile, l’impiattamento impeccabile, i tempi di preparazione da record,

ora moltiplica questo per decine di ordini che devono uscire insieme. E prova a non arrabbiarti se qualcuno per negligenza (ma spesso per sfinimento) non ti manda tutto a puttane per un errore.

“verba volant, scripta manent”,  e vero, quindi diciamo che nella vita reale può essere tollerato, come valvola di sfogo,  quando lo scrivi ti devi esporre al giudizio degli altri, magari per secoli se sei bravo a scrivere.

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Personalmente tendo a evitare ogni genere di parolaccia nel narrato, mentre ne lascio alcune nei dialoghi, quelle più comuni negli intercalari quotidiani. Senza abusarne. Bestemmie: no way. Non se ne parla. Al di là di quello che possa pensare io, so che possono risultare fastidiose. 

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Il 6/8/2020 alle 11:58, mutantboy ha scritto:

Personalmente tendo a evitare ogni genere di parolaccia nel narrato, mentre ne lascio alcune nei dialoghi, quelle più comuni negli intercalari quotidiani. Senza abusarne. Bestemmie: no way. Non se ne parla. Al di là di quello che possa pensare io, so che possono risultare fastidiose. 

Idem. Nel narrato mai usate e non ho intenzione di farlo mentre nei dialoghi spesso non posso farne a meno, altrimenti la frase non avrebbe lo stesso effetto e potrebbe risultare poco credibile. 

Le bestemmie non penso le userò mai, posso esprimere lo stesso concetto con altre parole, stesso discorso per alcune parole che possono dare fastidio perché mancano di rispetto. 

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Insomma, mi pare di capire che siamo tutti più o meno d'accordo. Non è tanto l'uso quanto l'abuso.

 

Da ragazzina avevo letto "Jack Frusciante è uscito dal gruppo": ricordo che l'avevo amato, non tanto per la storia, che all'epoca considerai banalotta, ma per il linguaggio utilizzato, e per l'uso smodato delle parolacce. Anni dopo, quando il mio periodo di ribellione ormonale era passato, lo ripresi in mano e mi sembravano davvero troppe, da indigestione. Forse mi ero imbigottita, forse è vero che si nasce incendiari e si muore pompieri, o forse per me la volgarità - in quella fase della vita - aveva un significato diverso. Però ricordo anche che, sempre da ragazzina, avevo cominciato a scrivere, e ricordo che il mio romanzo lo avevo infarcito di parolacce, ricordo il senso di liberazione quando digitavo cazzo e porcaputtana sulla tasiera del computer. Anche quel romanzo lo ripresi in mano anni dopo e, come per quello di Brizzi, provai un senso di indigestione. Diciamo che c'è un tempo per tutto. E che, senza tradire se stessi, è sempre meglio rivedere (non censurare) ciò che si è scritto da ubriachi con la mente più sobria.

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